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di Alberto Arecchi
ENERGIA E AMBIENTE DOMESTICO


Nella vita tradizionale del mondo contadino, non c'è dubbio che il massimo di consumo energetico derivi dal bisogno di cuocere i cibi. È questo bisogno che spinge le popolazioni delle zone aride a raccogliere enormi quantità di legna da ardere, facendo così progredire il fenomeno della desertificazione.
Il secondo bisogno urgente è quello di sollevare l'acqua dai pozzi, che normalmente impegna una buona parte delle energie delle donne africane, soprattutto in periodo di siccità, quando i pozzi si esauriscono e bisogna recarsi lontano, per trovare almeno un po' acqua fangosa. L'energia del vento può aiutare, certo, a sollevare l'acqua.
Le altre esigenze energetiche nella vita quotidiana delle famiglie sono, in ordine crescente rispetto alla "modernità" della vita, l'illuminazione, il funzionamento di una radio, la produzione di freddo per la conservazione dei cibi e per la ventilazione della casa (o la climatizzazione) nei periodi caldi dell'anno. Solo in certe zone, anche in Africa, si pone l'esigenza del riscaldamento domestico.
A tutte queste esigenze si è cercato di rispondere con le "tecnologie appropriate", lo sfruttamento di energia dal sole, dal vento, dai rifiuti (biogas).
Purtroppo, però, queste tecnologie richiedono installazioni eccessivamente onerose per la singola famiglia contadina (è il caso dell'energia fotovoltaica, che ricava elettricità dai raggi del sole) o lontane dalle abitudini e dagli usi quotidiani: è più facile, oggi, adottarle per le comunità, quali ospedali, o interi villaggi ad alta coesione sociale, piuttosto che diffonderle in un quartiere urbano o raccomandarne l'uso a singole famiglie.
Queste osservazioni dovrebbero far emergere l'urgenza di un'azione diffusa e capillare d'informazione, che permetta di adattare le proposte ed i progetti alla maniera di vivere della gente comune e di modificare, a poco a poco, questa stessa maniera di vita.
Solo partendo "rasoterra" è possibile introdurre innovazioni durature, che entrino nel costume quotidiano, con azioni capillari e non con grandi progetti, che si rivelano inapplicabili, lontani dai modi di vita della gente comune.
Un'azione positiva, ad esempio, è stata quella condotta da vari comitati, nei Paesi del Sahel, per diffondere l'uso di fornelli da cucina a minor dispersione energetica (fornelli migliorati, detti anche "forni Lorena" in Francia e "Ban ak Suuf" (argilla e sabbia) in Senegal, in lingua wolòf).
Si tratta di fornelli foderati con materiali isolanti e dalla grande inerzia termica, in modo da non disperdere il calore prodotto dal combustibile. Anche la camera di fuoco ed i camini per l'uscita dei fumi sono fatti in modo da usare al massimo il calore: i fori nella parte alta del fornello sono sagomati in stretta aderenza con le pentole che si usano.

fornello migliorato

Purtroppo, però, questo tipo di fornelli è ingombrante e pesante, mentre le donne africane sono abituate a trasportare il fuoco da un punto all'altro dei vasti cortili in cui cucinano. I nuovi modelli si scontrano con le usanze consolidate, e le campagne di diffusione vengono frenate.
Anche quando l'uso dei nuovi fornelli viene accettato, il risultato non consiste tanto in una riduzione del consumo di legno, ma piuttosto in un aumento dell'energia disponibile per la famiglia (a parità di legna consumata, la famiglia si permette di mantenere il fuoco acceso e l'acqua calda per più ore, anche per tutto il giorno).
Per rispondere alla domanda domestica di energia, un progetto importante, che ha visto impegnate le cooperazioni di diversi Paesi occidentali, come l'Italia e la Francia, è stato quello di diffondere al massimo nelle città del Sahel l'uso di bombolette di gas da cucina, che possono diventare competitive rispetto ai prezzi della legna e della carbonella e frenare l'enorme diboscamento cui sono soggette tutte le aree periurbane.
Per quanto riguarda i materiali e le tecniche di costruzione della casa, ci sono alcuni problemi importanti legati al risparmio energetico e al consumo di vegetazione.
Si pensi al consumo di combustibile richiesto per produrre il cemento, che ricade poi sui prezzi di vendita di materiali da costruzione e di edifici.
La costruzione di tipo tradizionale, in zone d'incipiente desertificazione, può contribuire a distruggere il manto vegetale per la richiesta di legname, necessario a fare i tetti delle case. Tutti i materiali da costruzione, che non siano la pietra di cava o la terra cruda, prevedono un trattamento che assorbe e consuma energia: la produzione del cemento, ma anche quella del gesso da presa e del mattone richiedono una cottura. Se si usa il cemento, il problema energetico viene spostato a monte, alla scala industriale dell'impresa che lo produce, e si riflette localmente solo nel prezzo d'acquisto.
Il cemento può essere usato anche per realizzare "terra stabilizzata", cioè blocchi di terra e cemento, impastati e lasciati seccare senza cottura. Si discute molto, però, per valutare gli effettivi benefici di questo tipo di materiale, nelle diverse situazioni, rispetto all'uso tradizionale dell'argilla cruda o a quello dei blocchetti di cemento e sabbia.
Per ottenere il gesso da presa, il minerale deve essere cotto a temperature di poco superiori ai 100° C.
Per cuocere i mattoni ed altri laterizi, la temperatura dev'essere superiore ai 900° C.
Si può comprendere di quale portata sia lo spreco di risorse vegetali nei paesi del Sahel, dove le fornaci di mattoni artigianali, a basso rendimento, usano ancora i vecchi sistemi: cataste di mattoni da cuocere, ricoperte di carbonella e di terra.
La carbonella è ottenuta dalla vegetazione del luogo, proprio sulle frontiere di avanzata della savana e del deserto.
Ciò avviene quotidianamente dal Ciad alla Mauritania e il singolo produttore di mattoni non si preoccupa certo delle conseguenze a grande scala ed a lungo termine dei consumi generati dalla sua "piccola impresa".
Per quanto riguarda il gesso, sono stati condotti esperimenti di cottura con l'uso diretto di energia solare, grazie a sistemi semplici a specchi parabolici, sia in Mauritania sia in Senegal.
Esperienze pilota, a piccola scala, che possono aiutare alcuni gruppi di artigiani ad offrire sul mercato un prodotto di buona qualità a prezzi ridotti e più accessibili, ma che richiedono ancora di essere adeguatamente valorizzare, capitalizzate e diffuse.
Il problema principale da risolvere, per migliorare le costruzioni tradizionali, è quello del tetto: una struttura orizzontale, che "copra" gli ambienti, non può essere fatta solo di terra (a differenza dei muri portanti).
Perciò, da sempre, le popolazioni hanno usato travi e travetti di legno, più o meno di buona qualità. Nelle abitazioni economiche, non è pensabile il ricorso a travi di ferro o di calcestruzzo armato.
Perciò, da anni, gli architetti che si occupano di progetti di sviluppo hanno riproposto le cupole e le false-cupole.
Sono, entrambi, sistemi di costruzione antichi, che non richiedono l'uso di materiali capaci di sopportare sforzi di trazione o di flessione. L'architetto egiziano Hassan Fathy è rimasto celebre per avere introdotto in progetti "moderni" le tecniche tradizionali per fare le volte e le cupole. Quanto alle false-cupole, pensiamo ai trulli: sono la risposta primitiva ai problemi dell'abitare, là dove l'assenza di materiale vegetale e l'abbondanza di pietra non permettevano di pensare alla capanna di rami e di Frasche.
Oggi i trulli vengono sperimentati e diffusi con diversi materiali e vediamo tetti conici fatti di mattoni forati, o di blocchetti di sabbia e cemento (v. articolo sui trulli).
Il vantaggio, rispetto alle cupole, è che questo tipo di costruzione richiede un minor grado di formazione delle maestranze edili e quindi permette una diffusione più agevole, in una certa misura spontanea, a condizione che il materiale dei blocchi o mattoni utilizzati presenti alcune caratteristiche adeguate: il blocchetto del tetto del trullo deve resistere al "taglio", non può essere fatto di terra cruda, ma può essere di pietra, di malta di cemento, di mattone (terra cotta) o terra stabilizzata.


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