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di Alberto Arecchi
LETTERA DALL'AFRICA

Maam Cumba Lambaye (“la madre dei gatti”) è il genio tutelare di Rufisque (Teng Ghegg, in lingua wolof), magica città che sorge sulla costa sud della penisola del Capo Verde, in Senegal. Sull’estremo lembo occiden­tale dell’Africa, Rufisque è stata colonizzata dai portoghesi nel ’500, poi dai francesi. Nell’800 è diventata per un’effimera stagione la capitale del commer­cio dell’arachide, poi è decaduta ed è stata disertata dai coloni, offusca­ta dal nascere della metropoli di Dakar. La nuova capi­tale ha un altro genio tutelare, che si chiama Leuk Daur. Altari feticisti e boschi sacri sorgono persino sui grattacieli, e c’è chi tiene un baobab sul balcone del quinto piano, per le offerte propiziatorie.
Da queste spiagge, per secoli, le razzie degli europei hanno portato via ondate di schiavi, verso coste lontane. Da qui continuano a salpa­re le piroghe dei pescatori, per portare a casa il cibo quo­tidiano. Sugli areni­li si svolgono sessioni di lotta, si tra­scor­rono lunghi pomeriggi gio­cando alla dama africana (wurè), mentre i vecchi conversano sotto le tettoie delle cases à palabres. Nelle piatte distese lungo il mare, durante la sta­gio­ne delle piogge, si generano vasti stagni, con boscaglie di man­grovie dalle radici aeree che sembrano trampoli, sbarre di gabbie o piuttosto pa­lafitte, ma che possono assumere an­che l’aspetto d’una selva stregata.
Oggi lo scalo coloniale è in abbandono e i moli in legno del vecchio porto sono popo­lati solo da stormi di gabbiani. A Tiawlène, un quartiere della periferia di Rufisque, abita Fat Seck, grande veggente guaritrice, una delle poche persone abbastanza forti da ospi­tare in permanenza dentro di sé, senza impazzire, il proprio rab (spirito infestante). Fat ha dedicato la propria vita a curare le possessioni degli altri, grazie ad un dono che le ha trasmesso sua nonna, che proviene dall’anti­chità della sua fa­miglia e che lei stessa trasmetterà ad una discepola (non necessariamente legata da parentela), quando saprà che “è giunta l’ora”. Die­tro la casa, un vasto campo è pieno di recipienti che contengono acqua, latte, sangue, pezzetti di legno e ossa d’animali sacrificati. Ogni recipiente (canarì) corrisponde ad un malato, venuto da Fat Seck per farsi guarire, e con­tiene il rab o ginn, lo spiritello malvagio che perse­guitava e faceva impazzire. A volte, però, l’osses­sione deriva da pratiche umane, qual­che nemi­co ha assunto un marabù (stregone malvagio) per praticare un interdetto (xalá). In tali casi, l’esorcismo si fa più complesso: è ne­cessario prati­care una “contro–magia” e liberare forze che devono ricadere su qualcuno, non soltanto sull’ani­male sacrificato, ma anche sull’autore del maleficio.
Per ogni guarigione, Fat Seck prepara tre oggetti: un gran canarì (vaso di terracotta), pieno di latte cagliato; una calebassa (specie di zucca seccata e vuotata), nella cui acqua galleggiano pezzetti di legno, che rappresentano la famiglia del pa­ziente, ed i suoi rapporti col mondo esterno; un pestello da mortaio infilato nel suolo, cioè il paziente stesso ed il suo destino terrestre. Tutt’in­torno, vengono deposti ossa e corna degli animali sacrificati.
I poteri di Fat Seck sono noti. Un mio collega – un finlandese, appassionato di studi sulle culture sciamaniche – ha letto un articolo su di lei, prima ancora di venire in Senegal. Un pomeriggio, ci rechiamo insieme a Tiawlène. La vecchia ci riceve, attorniata da donne della famiglia, ci scruta con i suoi occhi penetranti, rivela i nostri segreti più intimi, poi ci fa chiedere dall’interprete perché siamo venuti (Fat Seck comprende il francese, ma non vuole parlarlo: capi­sce di più guar­dando nelle persone, di quanto la loro bocca possa dirle). Il cortile è pieno di canarì, che imprigionano i ginn usciti dai malati guariti, le pelli degli ultimi animali sacrificati si stanno seccando al sole. Prima della partenza, Fat Seck ci regala due bastoncini di legno, uno ciascuno, e c’invita a ritornare dopo qualche giorno: ci sarà una cerimonia di ndepp, un esorcismo. Uno ndepp “medio”: per le possessioni più violen­te è richiesto il sacrificio d’un toro, per le più lievi bastano due galletti. Il sacrificio cui stiamo per assistere prevede un capretto, come vittima sacrificale. Il martedì successivo, alle nove e mezzo del mattino, en­triamo nel cortile. Fat Seck è rimasta in camera sua, a ricevere visite e offrire consul­ti. L’officiante dell’esorcismo è una donna piuttosto giovane, Senabou: par di capire che sia l’erede designata del rab di Fat. C’introduce nel cortile della cerimonia e ci fa uscire, ci permette o ci proibisce di fotografare se­condo i momenti, per rispettare i significati e le persone interessate (la malata e la sua famiglia).
Un solo uomo partecipa alla cerimonia. Coperto d’amuleti in­torno alla vita e alle braccia, sgozza il capretto e fa colare il sangue in una calebassa. Poi, la cerimonia si frammenta. L’uomo appende il capretto per le corna e comincia a scuoiarlo me­ticolo­samente, seguendo un rituale prefissato e mettendo da parte, in un recipiente, alcune parti: il cuore, il fegato, una zampa. Su questi organi, an­cora sanguinanti, sarà scaricata una parte delle forze maligne che infestano la paziente. Da un’altra parte, in un an­golo del cortile dei canarì, una giovane donna sta facendo metico­lose ablu­zioni col sangue della vitti­ma. Infine, quasi di fronte al capretto scuoiato, un gruppo di donne prende un canarì nuovo, vi pratica un foro, e poi si fa consegnare le budella del capretto e co­mincia ad annodarle: una serie di nodini, uno die­tro al’altro, come una coro­na del rosario. Una di loro ha la faccia terribilmente erosa. Non è lebbra, non è una scottatura: anche l’osso della mandibola è orribilmente deformato. Veniamo allontanati, facciamo una chiacchierata con l’officiante che si prepara all’esorcismo vero e proprio.
Quando ritorniamo nel cortiletto, la paziente è seduta e ci volge le spalle. L’officiante la copre con un panno, le impone le mani, recitando formule. Poi le impone sul capo due galletti vivi e li fa ro­teare più volte intorno alla sua persona, sempre più lentamente, scuotendoli ad ogni giro verso le membra del capretto, appositamente raccolte da parte. L’uomo continua a scuoiare. La paziente rimane seduta e canta, con le mani sulle ginocchia, le palpebre rivolte verso l’alto. Senabou scuote più volte il panno, con forza, la ricopre, le toglie il rab dal capo e da ogni al­tra parte del corpo e lo scarica su certe parti del capretto. Nessuno le mangerà, ma saranno conser­vate, imprigionate nel canarì del cortile. L’uomo recide il membro del capretto, che co­mincia a girare di mano in mano: le donne presenti si strofinano la fronte col ciuffo di pelo, pronunciando espressioni au­gu­rali. Poi ripetono l’operazione schiacciandolo, per farne uscire il sangue, che si passano sulla persona, e sotto la pianta del piede. Veniamo allontanati. Poco dopo l’officiante ci raggiunge, beviamo il caffé insieme. Passiamo a salutare Fat Seck, arriva la figlia della malata e veniamo presentati.
L’iniziazione segreta di sette giorni e sette notti, il la­voro quoti­diano di preparazione che si svolge nella casa di Fat Seck, tutto questo ci sfugge ancora. Quando una nostra amica le rende visita e le sfugge di dire che anche sua nonna era veggente e sensitiva, la ‘madre’ non si trattiene e – con una punta di scettico orgoglio – fa domandare tramite l’interprete:
«Com’è possibile? Non ho mai cre­duto che i rab parlassero anche ai tubàb» (il tubàb è l’uomo bianco).
Sono tornato in Africa molte volte, negli ultimi vent’anni. È accaduto in un villaggio sulla riva del fiume Chari, un tardo pomeriggio, mentre il sole infuocava le acque e le ombre si facevano via via più scure. Avevo trascorso diverse giornate nel villaggio, discorrendo con l’uomo–medicina. Niente di particolare, ma di tanto in tanto percepivo nei suoi occhi una strana espressione, come se il suo sguardo volesse entrarmi nel profondo. Poi quel tramonto, i trampolieri nel controluce, sull’acqua che s’increspava ad onde dolci ed ampie. L’acqua diveniva rossa e luminosa, mentre tutto il resto del mondo si riduceva a pura linea e sagoma nera.
Stavo accoccolato a bere la mia birra di miglio, come se il tempo si fosse fermato. Cominciai a sentirmi fluttuare, sopra e dentro l’acqua. Ve­devo chiaramente i vortici e mi sentivo entrare nelle spire del liquido, brillante come metallo fuso. In un silenzio gorgogliante, il vortice si faceva sempre più profondo e aumentava la sensazione di liquido. La luminosità rossa era ormai totale ed erano scomparse le ombre della terra. Vidi qualcosa, come un gran serpente con un occhio luminoso al centro della fronte, un serpente strano, dalla lunga barba bianca che si avvolgeva in ampie spire intor­no al corpo fluttuan­te. Non so cosa avvenne di preciso, o se fu soltan­to allucinazione. Mi trovai avvinghiato col serpente, in una lotta senza ap­pigli e senza tempo. La lotta fu lunga e il serpente mi lasciò solo quando riuscii a soffiargli negli occhi – nei due occhi nor­mali, fisici e concreti – il tabacco spento della mia pipa. Quella notte rimasi inconscio, tra l’ac­qua e la terra. Mi ritrovarono l’indomani, sulla riva del fiume, ancora bagnato fradicio e febbricitante. Avevo in una mano la mia pipa, spenta, e nell’altra una pietra bianca, di quarzo rilu­cente: il terzo occhio che ero riuscito a strap­pare al serpente.
L’uomo–medicina mi ha rivelato che gli antenati hanno mostra­to la loro benevolenza, dandomi accesso ad un’iniziazione straordinaria. Così ora sono stato accolto nel loro popolo e tutti mi trattano con enorme rispetto, mi sento davvero a casa mia. Sono venuto come antropologo, per studiare una realtà che mi affascinava molto, ma – per usare un gioco di parole – “sono ri­masto studiato”, perché sono diventato io, ora, il fenomeno, la persona strana che dalla propria cultura è stata assimilata in un’altra. Potrei descrivere ed analizzare le mie espe­rienze, ma la descrizione del fenomeno non m’interessa più: perché mai, infatti, descrivere ciò che si vive? Perché cercare di renderlo con lo strumento inadeguato della comunicazione parlata? Scri­vere, descrivere, sono nozioni appartenenti a quell’altro mondo, da cui provengo. A volte vivo come se fossi due persone in una: l’occidentale scettico razionale e l’africano vitalista non possono coincidere, ma riescono a sovrap­porsi, con segni ed espressioni di uguale importanza per il mio essere.
Se mai verrai qui nel mio “regno”, non ti posso assicurare un safari per vedere gli elefanti; ma la vita quotidiana dell’Africa, con tutto ciò che essa rappresenta, il rapporto con la natura e col mondo degli antenati, la preparazione del cibo, la bellezza delle giorna­te tra­scorse al villaggio, questo sì.

Racconto segnalato al Concorso letterario “un racconto per l'estate” 2004 (Borghetto Santo Spirito - SV).



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