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di Alberto Arecchi
BATUK
batuque


Era un ritmo di batùk che martellava l’aria della notte.
Era cominciato presto. All’uscita della scuola, le bambine saltellavano battendo il ritmo con le mani. Una per volta, a turno, ragazze d’ogni età si esibivano sulla corda che roteava. L’aria era piena di vibrazioni. Maschere di ocra bianca sui volti, quasi fantasmi usciti dal mare, si rimboccavano la capulana sui fianchi e battevano i piedi al ritmo delle palme battute. Duravano per ore quelle danze, e non sapevi se definirle danze o giochi. Le ragazze si alternavano, a ballare sulla corda, mentre due compagne la facevano roteare sempre più veloce, ed erano imitate dalle sorelle maggiori e dalle mamme, con i bambini più piccoli appesi al collo, dalle nonne sdentate. Bastavano due mani, due legni, due pezzi di ferro per fare il ritmo. La corda passava sempre più veloce, rasente il suolo, mentre i piedi della danzatrice si muovevano appena, rapidissimi quasi strisciando, e solo le anche sembravano sollevarsi, vibrando, e davano il rapido movimento, l’oscillazione quasi impercettibile, che permetteva di non inciampare nella cordicella. Ogni tanto succedeva, più per la stanchezza di quelle che facevano girare la corda, che non per l’imperizia di chi saltava. La corda s’impigliava nelle gambe, nei piedi, o nei sandali infradito che la ragazza aveva tenuto ai piedi. Allora la danzatrice raccoglieva le sue cose, panni e capulane e sandali infradito, e si spostava, lasciando il posto ad un’altra.
Nelle case, i grossi pestelli dei mortai battevano a ritmo la dura, il miglio e la manioca, per farne farina. Anche qui, sembrava si trattasse d’una danza. L’eterna danza della vita. Il pestello volava e le mani battevano, prima di riprenderlo a mezz’aria. Sembrava che qualche donna, di tanto in tanto, suonasse un assolo. Accelerava il ritmo, come a voler tritare tutto il miglio della regione. La pula del miglio schizzava, nel grosso mortaio. Il pestello saltava e rimbalzava, agile nelle sue mani. S’innalzava nel cielo come una torre e rimaneva sospeso, mentre la donna batteva le mani. Una volta, due, tre. Anche le altre, intorno, battevano le mani.
Era il periodo della raccolta del cajú. Il succo fermentava rapidamente e forniva una bevanda eccitante, leggermente alcoolica, che avrebbe allietato gli animi nella serata di festa. Nell’aria assolata, gruppi di bambini si radunavano per le strade del villaggio.
I suonatori di djembé arrivavano ed accendevano un fuoco di sterpi e stoppie. Serviva a scaldare le pelli, a tenderle, a rafforzare il suono degli strumenti. Fuoco di paglia, leggero, per riscaldare e non bruciare. Le percussioni venivano intonate, le pelli riscaldate e le cordicelle tirate, con suoni via via più battenti e penetranti, tra stuoli di bambini e bambine che seguivano e circondavano i suonatori, saltellando e danzando senza posa.
Qualche donna lanciava via i sandali, sollevava la veste e si lanciava in passi scatenati, suscitando l’applauso delle amiche e degli astanti.
Il sole calava e i rumori della giornata cedevano il passo ai brusii della notte. Il mercato aveva lasciato la piazza del villaggio, i bambini erano rientrati alle case, le ombre si facevano più lunghe e la luce più rossastra. Il lungo canto modulato d’un muezzin richiamava alla preghiera.
Alla luce del fuoco di stoppie, i suonatori mangiavano il cibo che s’erano portati. Il ritmo si calmava per poco. Poi, come un fuoco dalla brace, sembrava che si riprendesse con la brezza della sera.
Ora era il ritmo insistente del tamburo d’ascella, che aveva trovato il proprio tono e insisteva, in una percussione frenetica, come dovesse suonare sino a consumare la pelle dello strumento o il bastoncello della percussione. Poi era il tamburo maggiore, percosso con le palme delle mani, e quattro ragazzini – comparsi dal nulla – riprendevano a strisciare i piedi nella polvere, ad alzare le ginocchia, a contorcersi senza posa.
Era una prova di strumenti che si proseguiva dal pomeriggio.
Cominciava così la notte di festa. I ritmi diventavano più cadenzati. Le prove diventavano passaggi d’assolo, degli strumenti di percussione.
Quella notte, si udirono le voci argentine e metalliche delle donne del villaggio. Cantavano motivi di tempi trascorsi, ballate di quando il popolo regnava sovrano sulla terra, prima dell’arrivo dei bianchi. Cantavano l’epopea di re e di marinai, che avevano affrontato le orde dei leoni e le onde dell’oceano. Cantavano anche tristi storie di guerre, di morti, d’emigrazione. Cantavano tutta la sofferenza della gente. Non so con precisione che cosa cantassero. Nel mio cuore entravano solo quelle voci gutturali, che riempivano la notte, insieme ai ritmi frenetici e snervanti delle percussioni, come se provenissero dalla lontananza dei secoli.
Ed era batùk.


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