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di Alberto Arecchi
L'AILANTO, 'ALBERO DEGLI DEI'


Ailanto significa "albero del Paradiso", "albero degli dei", nella lingua dell'isola Amboyna, nell'arcipelago delle Molucche (Indonesia). La pianta conosciuta con questo nome è originaria dell'Estremo Oriente (Cina e Giappone) e si sviluppa rapidamente, con radici che strisciano per lunghi tratti del terreno, sino a distanze dell'ordine di trenta metri, e danno origine a piante "figlie".
Per questo motivo è usata per consolidare le scarpate e i terreni franosi. Ha un aspetto decorativo, con la compatta chioma di forma cilindrica, le lunghe foglie lanceolate che frastagliano il cielo e le ricche fioriture della pianta femmina. Durante l'inverno perde tutte le foglie e i rami verdi e rimangono soltanto, come paletti spogli, le parti già lignificate. Tuttavia, bastano due anni a fornire una pianta lignificata, alta diversi metri.
Non è una pianta longeva: gli specialisti attribuiscono alla singola pianta una vita media di quaranta-cinquanta anni.
Il pittore naif Henri Rousseau, detto "Le douanier" (1844-1910), era solito raffigurare tra gli ailanti le sue tigri e la fauna esotica dei suoi sogni, in isole lontane.
Tuttavia, i rami e le foglie hanno un odore molto sgradevole e neppure le capre se ne cibano.
La corteccia può essere usata come tonico e per fare decotti contro la forfora, il legno si lavora facilmente e con buoni risultati.
L'ailanto (Ailantus glandulosa, A. altissima, della famiglia delle Simarubacee) fu importato nei giardini inglesi nel 1751. Chiamato anche "albero del sole" o "toccacielo", la sua diffusione in Europa è dovuta alla rapidità di crescita e alla bellezza del fogliame, che ne fanno una pianta ornamentale comoda per impianti rapidi e duraturi.
In Italia si è diffuso anche, all'epoca delle grandi morie dei bachi da seta, per un tentativo d'allevare un bombice (baco) che si nutre delle sue foglie e produce un materiale simile alla seta.
Il tentativo fu poi abbandonato perché il rendimento non appariva soddisfacente. L'ailanto si è però rivelato come una terribile pianta infestante, perché nei nostri climi è praticamente privo di parassiti e di altri nemici naturali, ben più delle robinie che, introdotte più o meno nello stesso periodo, hanno conquistato le brughiere e i parchi di mezza Europa.
Ricordiamo che una specie è detta "infestante" quando tende a svilupparsi e diffondersi in modo tale da alterare sensibilmente l'equilibrio ecologico, a danno di altre specie meno aggressive.
L'ailanto è una pianta robusta, che cresce in ogni tipo di terreno (persino nelle screpolature dei vecchi muri) e non ha particolari esigenze di regolarità per il rifornimento idrico.
Inoltre, con l'estensione delle sue radici, che possono prolungarsi in lunghezza per decine di metri e dare origine a nuovi fusti della stessa pianta, finisce per soffocare la vegetazione autoctona circostante. Basta spezzare o anche solo incidere la radice, perché prontamente dalla ferita nasca un nuovo fusto della pianta.
Ciò rende estremamente difficile l'estirpazione e basta lasciare nel terreno anche una minima parte della radice, per permettere all'ailanto di rinascere.
Andrebbe rimossa una enorme quantità di terreno per asportare completamente una radice che può prolungarsi su lunghe distanze.
Nella società urbana moderna l'ailanto ha trovato una sua funzione preziosa: piantato in maniera estensiva nell'Est degli USA, si è rivelato uno dei pochi alberi resistenti all'inquinamento atmosferico dei centri industriali e del grande traffico automobilistico.
All'inizio degli anni Settanta, in uno studio sull'ecosistema chiuso dell'isola di Montecristo, il professor Mario Pavan lanciava un allarme sulla possibile virulenza dell'ailanto nei confronti delle altre specie vegetali, soprattutto nel caso di habitat naturali da proteggere.

ailanto

"L'ailanto ed altri elementi importati, in parte estranei alla flora locale, sottraggono spazio e terreno alla vegetazione indigena, alterano l'aspetto naturale dei luoghi e le possibilità di vita per la fauna locale. In particolare, l'ailanto ha la tendenza a diffondersi e lo si trova in parecchi luoghi allo stato ormai di pianta invadente, che sarà difficile eliminare.
Nel secolo scorso sicuramente mancava; la sua introduzione non deve risalire ad epoche remote.
Una pianta fra le più sviluppate misurava 30?40 cm di diametro e mostrava un'età di 25 anni.
L'ailanto costituisce veramente il principale motivo di un SOS per la vegetazione dell'isola. Come per gli animali, anche per i vegetali si è stabilita una irrazionale e dannosa concorrenza, che non aveva nessuna ragione di essere introdotta in un ambiente come questo, specialmente trattandosi, nel caso dell'ailanto, di una pianta priva di qualsiasi utilità".
(M.PAVAN, Montecristo riserva naturale, 2. ed. Albese (CO), 1971)

Gli appelli al rispetto della vegetazione locale, ripetuti dai professori Pavan e Tomaselli, sarebbero stati raccolti, qualche anno dopo, nelle raccomandazioni relative alla flora accettata nel Parco del Ticino.
Anche il Comune di Pavia raccolse, negli anni Settanta, nel suo Piano Regolatore, il principio del rispetto delle associazioni di vegetali di origine locale e della loro protezione da fattori infestanti.
Nel corso degli ultimi decenni la diffusione dell'ailanto è divenuta preoccupante in tutto il nostro territorio, comprese le zone più protette dei parchi naturali.
In alcuni casi, anche sui marciapiedi urbani, alla vista di un albero dalla rapida crescita, la popolazione stessa si è preoccupata di proteggerlo, in nome del rispetto per il verde ornamentale.
Si tratta però, come si è detto, di una pianta infestante, altamente resistente, che sottrae spazio, habitat e nutrimento alle specie autoctone più pregiate, a crescita più lenta.
Esso tende a diffondersi nelle zone "residuali", come i margini delle strade e dei fossi, accanto alla vegetazione spontanea a crescita rapida (canne, salici) e alle robinie, che ormai caratterizzano ampiamente i nostri paesaggi.
Talvolta, con la crescita delle radici negli interstizi dei muri e sotto le fondazioni, arriva a costituire un pericolo per la stabilità dei vecchi edifici.
Così, oltre al rischio di inquinamento ecologico-naturalistico, ne esiste un altro, che consiste in possibili, irrimediabili danni al patrimonio architettonico.
Per concludere queste note, riteniamo che l'atteggiamento da assumere nei confronti dell'ailanto debba essere della massima attenzione.
Esso può divenire molto utile in situazioni di traffico urbano o autostradale, con alti tassi di inquinamento, per offrire la possibilità di verde resistente e duraturo.
Occorrono però iniziative costanti di controllo e di estirpazione, in tutti i casi di infestazione, quando l'eccessiva diffusione della pianta minacci l'equilibrio della vegetazione locale: nei parchi protetti, nelle zone collinari di pregio, la presenza e la diffusione dell'ailanto costituiscono un grave rischio di alterazione dell'ambiente. Infine è necessaria una rigida e sollecita attenzione per evitare che la pianta s'installi sulle murature o al loro piede, perché può comprometterne la stabilità nel giro di pochi anni.
Basta guardarsi intorno con un poco di attenzione per rendersi conto della virulenza con cui l'ailanto si è diffuso, nel corso di questi ultimi anni.
Occorre finalmente organizzare piani, modi e campagne di sensibilizzazione che puntino non solamente al "salvataggio del verde", qualunque esso sia, ma alla sua qualità.
La nostra zona, in particolare, si contraddistingue per la ricchezza di acque superficiali e per una varietà notevole di ambienti di vegetazione, che la pratica agricola ha in gran parte modificato.
Ciò non significa che il verde sia talmente degradato da doverci rifugiare in una qualsiasi scelta di ripiego, significa anzi che vale la pena di puntare, sulle poche aree residue, non necessarie per l'agricoltura o per altre forme di occupazione umana, alla ricostituzione di una vegetazione di qualità. Di fronte alle vere situazioni di frontiera causate in altri luoghi dalla desertificazione, dall'inquinamento, da interventi estremi che degradano il territorio, appare autolesionista giungere ad affermare che da noi "si rischia di distruggere la natura", o "non esiste più il verde", eppure leggiamo spesso affermazioni di questo genere.
Abbiamo invece tutti il diritto e il dovere di valorizzare i caratteri migliori della vegetazione naturale dei nostri luoghi e di cercare di ricostituire l'ecosistema antico.
Come per i monumenti antichi, e più in generale, il patrimonio culturale, occorre parlare di ambiente nello spirito di una sua effettiva valorizzazione, di un suo "restauro".
La ricostituzione di un bosco antico, in tutta la sua complessità, è un processo lento che può richiedere diverse decine di anni e interventi competenti e capaci.
Non è una buona scusa per non affrontare la sfida, anzi è un'ottima spinta per cominciare subito, in modo da recuperare una parte del tempo perduto e da non rinviare ulteriormente la possibilità di costituire parchi naturali ricchi di vegetazione locale.
Se invece si continuasse a puntare sulla diffusione di specie a crescita rapida, di bassa qualità, e sul "verde per il verde", senza una progettualità precisa, si contribuirebbe solo, come risultato finale, a degradare ulteriormente la qualità del nostro ambiente naturale.


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