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di Alberto Arecchi
RITORNO A CASA


Il bambino si tuffò in un guizzo e catturò tra i denti l’aragosta che gli solleticava con le antenne il piede sinistro. Bloccò con le mani le chele taglienti, per evitare ogni reazione, e sferrò un morso fatale all’addome del crostaceo. Anche per quel giorno, il pasto era assicurato.
Era caduto da una nave, forse… ma non era annegato, non era morto né di fame, né di sete. Gli squali e le tempeste l’avevano risparmiato. Le correnti l’avevano trasportato, con altri oggetti abbandonati nell’oceano, sino a quella vasta estensione di rifiuti galleggianti. Una sorta di continente del futuro, dominato dalla plastica, dal legno e da tutto ciò che fosse più leggero dell’acqua salata. Alberi sradicati dai temporali, provenienti da lontane scogliere coralline, ma anche intere case, estirpate dagli tsunami lungo le coste dell’Asia. Il bambino viveva in una specie di Eden primordiale. Non gli mancavano né il cibo, né il sole, né l’aria da respirare, in quel mondo privo di venti forti, che non era mai colpito da piogge o da tempeste. Non aveva mai incontrato predatori più grandi o più astuti di lui. Si cibava dei prodotti del mare. Approdava ad un enorme zatterone di polistirolo o ad un serbatoio abbandonato, semipieno di nafta. Giornate e notti erano cullate dal lieve movimento delle onde, paragonabile a quello della rada d’un porto. Mai una risacca, mai un movimento più brusco, a disturbare l’eterna quiete di quel posto.
Si spostava, il bambino, nella distesa di spazzatura galleggiante, per cercare il cibo, ma anche spinto dalla sua naturale curiosità. A poco a poco, egli si addentrava nell’ampio vortice di relitti d’ogni genere, per dirigersi verso l’occhio centrale, dove la massa dei rifiuti galleggianti era più compatta, di spessore maggiore e di più antica formazione. Qui la plastica era divenuta piuttosto rara. La maggior parte degli oggetti del girone interno era fatta di legno: relitti di navi, pezzi di mobilio, pali ed alberi strappati dalle tempeste alla terraferma.
Il ragazzo vide l’alto castello d’un bastimento europeo, che torreggiava su un ammasso di mangrovie, strappate da qualche uragano a sponde tropicali. Straccetti di vele pendevano pigri dagli alberi, ritti, immobili nell’aria tersa. La fiancata della nave era liscia e bombata, impossibile da scalare. L’albero di bompresso s’era piegato e pendeva col sartiame, ad una certa distanza dalla prora. Il ragazzo riuscì a raggiungere la punta dell’albero, ad aggrapparsi alle corde, e s’arrampicò su quel troncone, che oscillava pericolosamente sotto il suo peso e sembrava volerlo precipitare sui rottami circostanti.
Esplorò la nave, con curiosità eccitata. Giunse all’alto castello di poppa, che conteneva gli strumenti metallici per la navigazione. La scoperta d’un cannocchiale fu per lui un miracolo, quando appoggiò l’occhio alla lente e vide il mondo ingrandito, a portata di mano. Con un gridolino di sorpresa, scoprì alcuni ritratti. Un uomo in divisa d’ufficiale di marina, il volto d’una donna. Col palmo della mano, il ragazzo terse una superficie lucida e sbirciò il proprio volto riflesso, in quello che una volta era uno specchio. Confrontò la propria immagine con quelle dipinte nei quadretti, come a cercare una somiglianza. Prese uno dei libri, ben disposti sugli scaffali di legno, e lo aprì. Cercò di compitare le lettere e le parole stampate, raccogliendo lontani ricordi.
Il ragazzo fece del castello di poppa la propria tana. Si costruì una scala di corda, che gli consentiva di scendere e arrampicarsi lungo le fiancate della nave, per andare a procacciarsi il cibo. La curiosità lo spingeva a curiosare in ogni angolo di quello spazio ristretto, lo attirava verso i libri e gli altri oggetti.
Alcune di quelle pubblicazioni a stampa erano illustrate con immagini di paesaggi terrestri, palazzi e persone che si muovevano in diversi scenari. Il mondo conosciuto dal giovane si limitava ad una distesa di mare, coperta di rifiuti galleggianti, in situazione d’eterna bonaccia. Una specie di paradiso acquatico, in cui viveva, solo essere umano, da un tempo che non sapeva determinare. Lontani ricordi e richiami, nei sogni notturni, gli suggerivano che esistesse un altro mondo. Ora, nelle immagini sulla carta vedeva frammenti di quella realtà. Una di quelle immagini non gli usciva più dalla testa. Era una ragazza, che gli appariva bellissima, ritratta su un fondo di montagne innevate. Ritornava prepotente nei suoi sogni, gli faceva provare strane eccitazioni, e fantasticava d’incontrarla. Il giovane sentì, per la prima volta, lo stimolo a puntare verso un obiettivo preciso, oltre il piccolo orizzonte quotidiano. Desiderava partire alla scoperta del mondo visto nei libri, fuori dell’eterna bonaccia.
Tutto possono l’amore e la follia. Il giovane tentò di allontanarsi a nuoto, ma dovette cedere all’immensità del mare aperto. Un giorno, però, spinto dal suo folle progetto, il giovane salì sulla groppa d’un capodoglio, che passava nei dintorni, disposto a portarlo nel suo viaggio verso altri mondi. Come unico corredo per il viaggio, s’era procurato una borsa da mettersi a tracolla, e vi aveva riposto con ogni cura il libro, con l’immagine di quella meravigliosa fanciulla. Grazie all’enorme cetaceo, il giovane abbandonò l’isola dei rifiuti. Avreste dovuto osservare i giochi del giovane col suo amico, vederlo procedere veloce a pelo dell’acqua, seduto sulla groppa del capodoglio, o ancora nei momenti in cui i due, con un linguaggio per noi misterioso, si scambiavano emozioni o partivano, in perfetta sintonia, per cacciare i grandi branchi di pesci.
Procedettero per un’intera stagione in direzione del sole nascente. Il giovane scoprì le nuvole, incontrò qualche temporale, sentì l’aria che passava veloce sulla pelle e l’acqua che scendeva dal cielo. Un giorno, si profilò all’orizzonte una lunga striscia scura. Qualcosa era cambiato, nei profumi dell’aria e nei sapori del mare. Il giovane uomo si staccò dal capodoglio e nuotò verso quell’orizzonte nuovo. L’istinto gli suggeriva che doveva procedere da solo. Le onde si allungavano e si distendevano, sulla lunga spiaggia assolata. Il giovane pose i piedi sulla terraferma. La sabbia, la polvere, le spine nei piedi, gli insetti, il fruscio del vento, i granchi che occhieggiavano dalle tane e correvano sulla spiaggia, come in una danza… un turbinio di sensazioni nuove, tali da lasciarlo stordito.
Il bambino del mare era divenuto un giovane bello e prestante, allenato dalla vita marina e abbronzato dal sole. La prima peluria gli copriva il volto. Era fermamente deciso a viaggiare in quel mondo sconosciuto, per proseguire la sua ricerca. Camminò per anni, alla ricerca della ragazza di cui conservava gelosamente il ritratto, in una piccola borsa ormai consunta dall’uso, dal sole, dalle sabbie e dai venti. Gridava, come sapeva e poteva, per attirare l’attenzione dei suoi simili, ma nessuno gli rispondeva. Gli facevano eco le cicale, nelle giornate assolate, e i grilli nella notte stellata. Qualche raro ululato, in distanza, gli faceva intuire l’esistenza d’altre forme di vita. Dopo mesi di vagabondaggio, giunse a quella che doveva essere stata la città.
Milioni di persone, un tempo, correvano affannate da una strada all’altra, su e giù per i palazzi, i cui scheletri si rizzavano ora contro il cielo come lugubri catafalchi. Tutti quegli uomini, con le loro ansie, ambizioni e speranze, erano scomparsi, divorati dai rifiuti. Comunità di topi e di scarafaggi avevano proliferato tra le rovine e sarebbe stato pericoloso avventurarsi all’interno. Gli scheletri dei grattacieli si ergevano, lugubri, in mezzo a cumuli enormi d’immondizia. Il metallo era corroso dalle intemperie e dalla salsedine. Nella baia galleggiavano grandi quantità di plastica, l’unica traccia eterna dell’esistenza dell’uomo.
Il giovane superstite non poteva sapere che cosa fosse accaduto a quel luogo, ma si rese conto che la sua esplorazione era giunta al termine. Qualche scherzo della vita aveva voluto fare di lui l’ultimo sopravvissuto della propria specie. La rada piena di rifiuti galleggianti gli ricordava il mondo della sua infanzia, l’oasi felice in mezzo all’oceano. All’imboccatura del porto, le onde e la corrente prelevavano i rottami galleggianti più idonei e li avviavano, come la coda d’una cometa, verso un punto lontano dell’orizzonte.
Il giovane seppe che cosa gli rimaneva da fare. Raggiunse la punta del molo, vicino ai ruderi del faro. Si tuffò nel vortice, giocò nelle onde che gli gorgogliavano intorno, come a festeggiare, s’aggrappò ad un rottame e iniziò il lungo viaggio di ritorno. Sapeva che quella lunga scia di rifiuti l’avrebbe riportato a casa, nell’isola della bonaccia, in cui aveva trascorso, da bambino felice e spensierato, i suoi anni migliori.


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