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di Alberto Arecchi
IL BIMBO GUERRIERO


Abdi sta per compiere dodici anni. Il suo anniversario cadrà durante la prossima stagione delle grandi piogge.
Il ragazzo conserva pochi ricordi della propria famiglia. È nato a Jalalaqsi, un villaggio rurale della fertile vallata del Webi Shabeelli (il fiume dei leopardi), nella Somalia meridionale. È nato qualche anno dopo la fine della dittatura, quando il popolo era ritornato libero. Purtroppo la conseguenza fu lo smembramento della nazione, preda di mille faide e della guerra civile fra le tribù.
Lontani sono i ricordi dei giochi infantili. I fratelli portavano le pecore al pascolo lungo le ripide sponde del fiume, che due volte l’anno si riempivano di rosse acque limacciose. A quei tempi, l’unica preoccupazione era quella di stare attenti ai coccodrilli, agli sciacalli, ai serpenti striscianti.
Il padre di Abdi fu sgozzato nella boscaglia, da pastori d’una tribù rivale, quando lui non aveva ancora cinque anni. La madre e le sorelle furono portate via l’anno dopo da una banda, uno dei tanti sedicenti eserciti di liberazione. Usate per soddisfare gli appetiti dei soldati, e poi abbandonate agonizzanti lungo il cammino, quando non servivano più.
Rimasti soli, Abdi e suo fratello maggiore, che si avviava a compiere dieci anni, si unirono ad un’altra banda armata, diretta alla conquista della capitale. Per quattro anni, i due bambini sono stati i pretoriani d’un “warlord” (signore della guerra), perennemente in lotta contro altri signori e contro i loro scherani. Si perpetuava la logica tribale dei nomadi guerrieri, come i riti d’iniziazione che per secoli avevano regolato il passaggio dei giovani all’età matura. Nei tempi passati, però, nessuno di loro aveva avuto la sorte di maneggiare un fucile mitragliatore ed un lanciarazzi all’età di sette anni.
Il gruppo armato di Abdi s’impadronì del quartiere di Karaan. La città popolosa e vivace d’un tempo non esisteva più. Gli edifici commerciali erano stati sventrati dai colpi dei mortai e dei lanciarazzi. Le due chiese, gli edifici amministrativi, persino il minareto della moschea del venerdì, erano stati usati come bersagli per ogni tipo d’artiglieria, ed erano rasi al suolo, come non fossero mai neppure esistiti. La via principale, dove un tempo le auto s’affollavano nelle ore di punta, per procedere a passo d’uomo, tra i colpi di clacson, s’era trasformata in una serie di dune, con buche e collinette di sabbia, coperte d’erba, sulle quali pascolavano magre e paurose caprette. Qui i ragazzi dei vari clan s’affrontavano, quasi tutti i giorni, per “mostrare i muscoli”. Le sparatorie erano all’ordine del giorno e la popolazione civile sapeva che era meglio non apparire, soprattutto in certi orari.
Qui Abdi uccise il suo primo uomo. Era un ragazzo un poco più grande di lui, che imbracciava una pesante mitragliatrice e fungeva da spalla di copertura al capo d’una banda rivale. I compagni di Abdi lo chiamavano “Bahalka”, la Bestia. Il piccolo Abdi s’era distinto, in boscaglia, per la sua mira eccezionale. I compagni scommisero con lui un paio di scarpe, ereditate da un nemico ucciso, ma doveva colpire la Bestia senza esitazioni, in non più di tre colpi, da una distanza di circa centocinquanta metri. L’arma era un fucile di precisione, con l’alzo telemetrico sul mirino: l’ideale per un cecchino. Il ragazzo si appostò dietro i ruderi d’un muro di recinzione, mentre il resto del gruppo provocava la squadra avversaria. Quando la Bestia si scoprì un poco, lo colpì con un primo colpo alla spalla. Il rivale rimase un attimo sorpreso, poi identificò il punto da cui gli avevano sparato. Un istante dopo, l’intero muro di cinta – dietro il quale s’era protetto Abdi – scoppiava, crivellato da raffiche di mitragliatrice. Abdi rotolò nella polvere e nel fumo, rabbioso. S’appoggiò sul ginocchio, deciso a farla finita, e piazzò il suo secondo colpo dritto in un occhio della Bestia. Gli sembrò che la testa esplodesse, come un melone, lanciando schizzi rossi da tutte le parti. L’ira aveva compiuto il miracolo, più della concentrazione.
Dopo quell’impresa, Abdi ebbe un paio di scarpe nuove e salì d’un grado nella considerazione dei suoi compagni di squadra. Una specie di promozione sul campo. Tra loro non c’erano gradi, esisteva soltanto il tacito rispetto dei meriti personali.
Abdi ha cominciato a combattere troppo piccolo, per avere il tempo di frequentare la scuola coranica. Non ha mai conosciuto nessuna scuola, non ha avuto maestri. Non sa né leggere né scrivere, riconosce d’istinto solo le parole che ha sentito leggere qualche volta, come le insegne d’alcuni negozi o le scritte che ancora campeggiano in alto, nelle insegne e nelle indicazioni degli edifici semidistrutti. La sua vita è una specie di continuo gioco di guerra, diventato realtà. Un poco come quei bambini che sognano di apparire in televisione, e vengono scelti da qualche rete TV per i loro giochi. Il sogno si è fatto realtà. La giornata di Abdi si gioca al ritmo degli scontri di strada. Scontri veri, però, con armi vere.
Ora è diventato comandante d’una squadra d’attacco. Il suo posto è al fianco del ragazzo che guida la teknika, la rapida camionetta, armata con un micidiale cannoncino a tiro rapido e con tubi lanciarazzi. La squadra di fuoco diretta da Abdi dispone di tre automezzi. Ai suoi ordini sono nove “uomini”, d’età compresa tra gli otto ed i quattordici anni: Suuro (suo fratello maggiore), Mohammed detto Waalan (“il pazzo”), Yusuf “lo sdentato”, Yahya “il guercio”, Abdallah, Shire, Muusa, Mohammed Dameer (“l’asino”) e infine il piccolo Mohamud, il più giovane di tutti. Quando le teknike del gruppo di Abdi irrompono su un campo di battaglia, compiendo caroselli da circo tra le dune e gli sterpi, le sorti dello scontro volgono sempre a loro favore. L’irruenza e l’abilità dei giovani combattenti sembrano renderli invincibili, come gli eroi delle antiche saghe.
Abdi è colto da gran meraviglia quando un gruppo di combattenti agguerriti, in nome della religione, comincia ad attaccare le bande dei signori della guerra. Nei loro ranghi ci sono molti stranieri, ma non vede bambini. Perché mai – pensa – anche gli adulti si mettono a giocare alla guerra? E perché non vanno a giocare a casa loro? La religione? Ha sempre visto gente che pregava, più volte al giorno e in particolare il venerdì. Qualche volta ha provato ad unirsi, quando vedeva tutti raccolti a guardare nella stessa direzione e compiere strani gesti, ma non ha capito molto di quest’altro “gioco”.
Il conflitto tra le fazioni si riaccende di nuova fiamma, come un fuoco che abbia covato a lungo sotto la cenere; ed è fiamma vera, che brucia e corre incontrollata da una parte all’altra del Paese. Fatto sta che le nuove milizie hanno costretto i signori della guerra ad andarsene dalla capitale.
Abdi è ritornato ad accamparsi nella boscaglia, con il suo gruppo, e la vita quotidiana è diventata meno divertente. Più difficile procurarsi da mangiare, più rari gli scontri armati, e più micidiali. Ha sentito dire, però, che la situazione è cambiata. Ora la sua banda protegge il governo, un governo transitorio che non ha mai visto (non sa neppure che cosa significhi la parola, ma deve indicare qualcosa di molto importante). Le bande dei warlords sono alleate ed i nemici comuni sono diventati i gruppi integralisti religiosi, che li hanno allontanati dalla città. Per colmo di confusione, il governo transitorio s’è alleato con i Tobiani (Etiopi), da sempre nemici del suo popolo. Per Abdi, tutte queste cose non hanno grande importanza. Da buon professionista, pensa soltanto a sparare bene e ad eseguire gli ordini.
Le truppe dei warlords sono arroccate sull’altopiano, intorno a Baidoa, la città in cui s’è rifugiato il governo transitorio, sotto lo scudo protettivo dell’Etiopia. I trecento chilometri tra Baidoa e Mogadiscio sono terra di nessuno. Lungo la strada, come enormi mammelle rossastre, s’innalzano in mezzo alla pianura i resti d’antiche colline granitiche, i buur. L’erosione ha dato a queste grandi rocce la forma tondeggiante della schiena d’un dromedario accucciato. Una pia leggenda ne attribuisce l’origine ad una disattenzione di Abdelqader Jeylani, santo fondatore della confraternita Qadiriya, il quale sarebbe nato tre generazioni dopo Adamo e vivrebbe tuttora, ben nascosto da qualche parte. Si narra che Jeylani, al suo ritorno dall’Arabia, portasse sul mignolo un blocco di granito, che cadde e si frantumò. I suoi pezzetti formarono i buur.
Sul Buur Hakaba, il più alto di tutti, s’è appostato Abdi, che non sa nulla del santo Jeylani. Da quella posizione, bastano pochi uomini armati per controllare un ampio tratto di pianura. Contro quell’altura s’infrangono – per una settimana – i tentativi dei ribelli di raggiungere la capitale governativa. Il ragazzo vede passare sopra la sua testa gli aerei da caccia, dal frastuono assordante. Ode il tambureggiare dei bombardamenti sulle città e dopo il tramonto ne vede i bagliori, come un temporale di lampi e tuoni a ciel sereno. Lo entusiasma l’impeto della guerra in campo aperto. Nei sogni delle notti sul Buur si vede – pilota invincibile – alla guida d’un aereo velocissimo, capace di centrare ogni obiettivo con la massima precisione.
Per il mondo occidentale era Natale. Ancora una volta, la Somalia ha conquistato le prime pagine dei giornali. L’aviazione etiopica ha bombardato l’aeroporto della capitale. Un duro affronto, per l’orgoglio nazionale dei somali. Una dichiarazione di guerra aperta, che rendeva esplicito il coinvolgimento di potenze straniere nei conflitti locali.
L’avanzata delle milizie islamiche verso Baidoa è stata arrestata e il mondo intero esulta. È ricominciata la storia di sempre. Le bande dei warlords sono ritornate nelle vie di Mogadiscio, a sparare gli uni contro gli altri. Poco importa che si tratti di “Bahalka”, d’un soldato etiopico o d’un miliziano religioso. L’obiettivo è sempre quello di concludere la giornata, dopo un tiro a segno, e aver dimostrato d’essere più bravi. Sempre migliori, senza cedimenti, o almeno più fortunati dell’avversario del momento.
Abdi non compirà dodici anni. È sempre stato il più rapido a sparare e possiede una mira eccezionale, ma ieri, dalle parti del vecchio campus universitario di Mogadiscio, ha incontrato qualcuno più fortunato di lui, che aveva adocchiato le sue scarpe. Non ha avuto neppure il tempo di sorprendersi, Abdi. È caduto nella polvere, mentre il dito contratto sul grilletto sparava l’ultima raffica.


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