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di Alberto Arecchi
CULEX PARK
Il Parco delle zanzare


Ogni realtà locale ha il dovere di rivalutare il proprio patrimonio storico e naturalistico, di salvare le specie animali e vegetali che la natura e gli antenati hanno fatto giungere sino a noi, di proteggerle e trasmetterle ai posteri. Ecco perché abbiamo maturato la consapevolezza dell’opportunità – anzi della necessità vitale – di promuovere un parco di salvaguardia, potenziamento e diffusione della zanzara nostrana: “Il Parco delle Zanzare”. Memori delle nostre matrici linguistiche, che affondano le radici nel patrimonio della latinità, vorremmo chiamarlo “Parcus Cúlicum”. È più semplice e rapido, però, adottare uno di quegli orribili neologismi, intrecci d’inglese e latino, tanto di moda oggi, e proporre un nome in “latinglese”: “Culex Park”.
Noi viviamo nel cuore più umido e nebbioso della bassa e piatta Pianura di Mezzo. La zanzara è una ricchezza caratteristica della nostra fauna, ma i ceppi originali di questo meraviglioso insetto, capace di attraversare spesse protezioni, bucarvi la pelle e di provocarvi un ponfo dalle proporzioni cento volte più grandi di lei, solo per succhiarvi pochi milligrammi di sangue, necessari alla fertilità della femmina… i ceppi originali sono stati profondamente modificati dalla civiltà moderna delle macchine: altro che OGM! I primi squilibri sono derivati dalle campagne d’estirpazione della malaria, che hanno concretamente estinto l’anofele autoctona del nostro territorio. Poi gli insetticidi, progressivamente più forti nel tempo… e se il DDT era un’arma letale, quelli successivi hanno provocato una sorta di “guerra buona”, con l’attivazione d’anticorpi via via più resistenti negli organismi delle povere zanzare che sopravvivevano: una sorta di razza vaccinata, geneticamente selezionata ma modificata. È poi storia degli ultimi quindici anni l’importazione d’esemplari alieni, come la cosiddetta “zanzara-tigre” di origini asiatiche (Aedes Albopictus), che nidifica in acqua corrente, e assale persino di giorno i poveri bambini indifesi e le massaie sulla soglia del supermercato, o l’anofele extracomunitaria che svolazza nei dintorni degli aeroporti intercontinentali, alla disperata ricerca d’un compagno con cui accoppiarsi, ma che può pungere – se si tratta d’una femmina già accoppiata – e trasmettere agli abitanti locali una malaria perniciosa. Naturalmente è facilissimo distinguere una zanzara-tigre dalle altre: non ruggisce e non ha i denti a sciabola, ma una riga bianca sulla schiena (un po’ come le puzzole) e braccialetti bianchi alle zampe (ah, la vanitosa…). È soltanto un po’ difficile fermare la zanzara e – prima di farsi pungere – intimarle: “Mostrami i braccialetti!”
I contadini d’una volta erano relativamente difesi, perché la presenza di maiali, di polli, bovini e d’altri animali a sangue caldo diluiva l’interesse delle zanzare per i corpi umani. Oggi, invece, ci affidiamo ai fornelletti che avvelenano l’ambiente per 45 notti, ma uccidono gli insetti più di noi. I meno attenti si dotano della griglia luminosa, che attira zanzare, vespe, calabroni ed insetti ancor più grossi da tutto il circondario, da chilometri di distanza, per portarli a grigliarsi sopra le loro teste. Una grigliata? Un vero spreco di biomassa, che basterebbe un filo d’olio per gustare adeguatamente… eppure c’è chi afferma che cibarsi d’insetti sia la migliore delle diete possibili…
L’insieme di questi elementi crea una situazione d’elevato pericolo per la sopravvivenza dell’autentica Culex Pipiens autoctona, ragion per cui riteniamo necessario salvaguardare lo storico animaletto, che ha popolato le nostre paludi sin dagli antichi tempi in cui i liberi Celti vagavano per la valle del nostro fiume, a venerare le possenti forze della natura, e offrivano i loro nudi petti villosi alle punture del tenero insetto.
La zanzara è bella, è un esserino tipico della nostra terra e rende vive le notti estive, quando senti il suo ronzio sibilarti vicino all’orecchio… oh dolce musicalità, mille volte superiore a qualsiasi concerto di strumenti usciti dalle nostre mani! Le sue ali, la sua trivella perforatrice, le bellissime antenne piumate dei maschi, sono capolavori d’ingegneria genetica, che l’uomo non riuscirebbe mai a riprodurre.
Il nostro progetto ha previsto la creazione d’un ampio parco umido, in cui fossero mantenute le migliori condizioni per la riproduzione e la proliferazione delle zanzare nostrane, secondo modalità scientificamente controllate. È infatti vero che le Amministrazioni locali hanno già operato da decenni in questa direzione, evitando ogni bonifica di stagni, pozze d’acqua stagnanti ed altre zone umide e organizzando frequenti manifestazioni e concerti nelle piazze, in modo da garantire alle zanzare la disponibilità di sangue, visto che non possono più trovarlo nelle stalle o nei pollai e neppure negli ambienti chiusi, a causa del dilagante diffondersi di spirali affumicanti e di fornelletti mefitici. Tuttavia, l’ibridazione della zanzara nostrana con altre specie di dubbia provenienza ha creato una situazione di pericoloso squilibrio ecologico. Occorreva imporre severi controlli all’evolversi disordinato dell’habitat dei cúlici.
Ardua fu l’impresa di convincere gli amministratori locali, affinché riservassero l’area per il Parco e non v’installassero una discarica d’immondizie, attività che all’epoca andava molto di moda e che rendeva cospicui introiti su terreni ormai abbandonati, nei quali era impossibile ogni altra attività (salvo – ben inteso – un potenziale Parco delle Zanzare). Dopo una fitta serie di riunioni preparatorie, con diversi politici ed amministratori di piccole realtà locali, per individuare le aree da destinare al Parco, il progetto di massima cominciò finalmente a prender forma sulla carta. Naturalmente, l’accesa litigiosità tipica dei piccoli paesi non rendeva agevole la presentazione del progetto e rischiò diverse volte di danneggiare i nostri fegati. Ad esempio, nel paese di Coda di Rospo, l’opposizione, capeggiata da un certo Narcisi – che odiava il sindaco nel modo più sincero – inscenò una protesta, su basi sedicenti ambientaliste, e ci attaccò con una vivace campagna di diffamazione, accusandoci di avere stabilito accordi preventivi di sfruttamento per la “mungitura” delle zanzare, al fine di vendere il sangue a laboratori di ricerca e ad ospedali bisognosi di sangue umano. Con Narcisi si schierarono tutti i cacciatori della zona, sempre contrari per principio a tutto ciò che si chiami “parco”. Gli diede man forte persino l’ala più intransigente del locale Fronte autonomista per l’autodeterminazione degli insetti, che vedeva la nostra proposta come “un tentativo di addomesticare le zanzare in batteria”, con lo scopo occulto di confinarle in una riserva. D’altra parte, i gestori del locale “Parco dei Topi e dei Rospi” misero in atto una campagna di “purezza etnica”, convinti che topi e rospi fossero specie più autoctone delle zanzare e dovessero essere salvaguardate in linea prioritaria, indipendentemente ed anzi contro i cúlici.
Infine riuscimmo ad identificare una bella zona umida, ricca di canneti, con salici, bambù e sambuchi, che desse ricovero a miriadi di zanzare. Quindi si procedette ad una radicale bonifica degli stagni da tutti quei pesci che sono soliti cibarsi di uova di zanzare.
A questo punto, occorrevano appoggi ed entrature idonee “in alto loco”. Si trattava di rassicurare gli amministratori locali della “solvibilità” del progetto, di reperire i fondi necessari per la creazione del Parco e per le relative attrezzature: innanzi tutto – ovviamente – la rete di recinzione, e poi lampade che attirassero gli insetti dai campi circostanti, senza però grigliarli o danneggiarli, repellenti per allontanare pipistrelli, rondini ed uccelli insettivori, macchie d’ombra e nidi accoglienti per l’accoppiamento degli amati insetti e pozzanghere per deporvi le uova, umidificatori per elevare in modo permanente il coefficiente d’umidità relativa almeno al 90%, controlli all’ingresso sull’identità degli insetti accolti e sulla loro genuina origine locale, infine – ma non certo trascurabile – la necessaria dotazione di sangue umano, d’alta qualità, per garantire la fertilità dei nostri “ospiti”. A tale scopo era necessaria la collaborazione dei centri d’informazione turistica, per promuovere il Parco in ambito metropolitano e attirare folle di visitatori.
È entrato così nel nostro gruppo operativo un personaggio straordinario.
Gaetano è un autentico mago delle pubbliche relazioni. Ha all’attivo, nel suo campionario, almeno quattro tipi diversi di strette di mano e diversi saluti iniziatici: in aria o sul petto, a braccio teso o gomito ripiegato, a mano aperta o rigida. Conosce formule scaramantiche o propiziatorie che possono aprire ogni porta, quali “a Dio piacendo”, “inch’allah”, oppure “come ti butta, fratello?” e sa usare in ogni occasione l’appellativo più appropriato per il suo interlocutore: fratello, compare, amico, collega, camerata… compagno non si usa più… ma il “gran mediatore” sa bene che – se compiuti con discrezione e al momento opportuno – alcuni semplici gesti come una fraterna “pacca” sulla spalla dell’interlocutore o una toccatina alle proprie parti intime possono generare un’atmosfera di complicità che facilita molte transazioni. La grande abilità di Gaetano consiste nel saper gestire i propri contatti uno per volta e riuscire a far credere a ciascuno di essere schierato dalla sua stessa parte, anima, cuore e corpo. Mai una gaffe, mai un capello fuori posto, mai un granello di polvere sulla scarpa o di forfora sul colletto. In ogni caso, all’occorrenza, è capace di giustificare le proprie attitudini sulla base di precetti evangelici e con adeguate citazioni delle lettere di San Paolo.
Gaetano è la persona giusta per accedere agli “alti luoghi” e chiedere autorizzazioni, finanziamenti, aperture di credito, spazi promozionali utili al decollo del nostro Parco. Il suo primo approccio è stato con il “senatore storico”, colui che da trent’anni guida felicemente le sorti politiche del comprensorio delle zanzare, fa e disfa amministratori locali ed altre cariche. Dopo diversi incontri ed un’intensa stagione di cene di lavoro, cui partecipavano altri misteriosi personaggi, Gaetano ha ottenuto un interessamento al Parco, che si è ben presto concretizzato in una serie di espressioni palesi, nel comportamento di tutti i nostri interlocutori: funzionari e amministratori, dapprima freddi, hanno incominciato a rivolgersi a noi come se fossero vecchi amici, se non compagni di scuola o di giochi d’infanzia. Naturalmente, l’accordo concluso da Gaetano prevede che gran parte delle attività economiche del futuro Parco rechino benefici alla cooperativa “Sangue e Arena”, organizzazione senza fine di lucro, che appartiene alle opere fondate dal nostro amico senatore. Per un momento, sono stato tentato di dare ragione a Narcisi, l’ambientalista di Coda di Rospo… se non che la cooperativa che gestisce tali attività proviene proprio dal suo gruppo politico e d’opinione.
Nel contempo, abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di imprenditori, molto interessati a sponsorizzare la realizzazione del Parco: produttori di accessori e cibo per zanzare, fornitori di nebbia spray per le giornate troppo secche, costruttori di pozzanghere, vivaisti di germogli di salice spontaneo… ci ha contattati persino l’intraprendente progettista d’un museo storico della zanzara, realizzato con supporti didattici in DVD e su pannelli portatili e componibili, ad uso di scuole, biblioteche e rassegne itineranti.
Alcune note ditte d’insetticidi hanno convertito la loro linea di produzione, ed ora stanno per lanciare sul mercato nuovi prodotti, con slogan del tipo:
“Volete che le vostre zanzare abbiano le ali più brillanti e cangianti? Usate olio X, rende il vostro sangue più fluido e vitaminico!”
“Zanzare più belle? Usate sulla vostra pelle il prodotto Y, che renderà più agevole il lavoro al loro trombino e lo manterrà liscio, resistente e diritto”.
Un circolo culturale ha commissionato ad una ditta specializzata la realizzazione d’un grande modello di zanzara, con tutte le caratteristiche somatiche della zanzara nostrana: alto più di due metri e mezzo e lungo otto, in posizione di succhiata, il modello è elegantissimo, interamente percorribile al suo interno, e contiene la biglietteria del Parco, il servizio informazioni, nonché gli indispensabili servizi igienici.
Pur nell’entusiasmo della promozione commerciale, non abbiamo certo trascurato i due elementi fondamentali che caratterizzano il nostro parco: la purezza autoctona delle zanzare ospitate e la qualità del sangue che viene loro fornito. Anzi, sono questi gli elementi certificati, atti a garantirci la patente di qualità europea e regionale di cui il nostro Parco – insieme a pochissimi altri – può fregiarsi.
La prima di queste due caratteristiche è senza dubbio la più difficile da raggiungere. Non è facile porre filtri efficaci all’immigrazione della zanzara-tigre e una selezione delle zanzare ibridate appariva troppo complessa, oltre che accusabile di razzismo. Abbiamo perciò dovuto optare per una precisa e completa catalogazione dei nidi di rifugio. Siamo oggi in grado di tenere un’accurata anagrafe delle zanzare presenti nel nostro Parco e stiamo procedendo all’inserimento non doloroso sottochetinico d’un chip d’identificazione personale, per ciascuna di loro. All’atto dell’inserimento, un piccolo prelievo di tessuti consente l’accertamento del DNA dell’insetto, che viene automaticamente inserito in una banca dati centrale. È così possibile selezionare rapidamente i ceppi di zanzare autoctone e quelli compatibili, per avviarli verso zone di riproduzione più accoglienti e migliorare geneticamente la composizione degli ospiti del parco.
Per quanto riguarda la zanzara-tigre, l’uso delle tecnologie più avanzate ci ha permesso di mettere a punto un tipo speciale di scanner ottico, accoppiato ad un puntatore laser. Il primo riconosce i braccialetti chiari intorno alle zampine, mentre il secondo provvede alla sterilizzazione dell’insetto in volo. Purtroppo, però, si può prevedere che – nel giro di poche generazioni – il nostro congegno provochi la naturale selezione d’un nuovo tipo di zanzara-tigre, privo dei braccialetti bianchi: una specie che potremmo definire “zanzara-pantera nera”. Occorrerà allora prevedere altri sistemi di riconoscimento (forse basati sull’impronta dei globi oculari, o sul timbro del ronzio).
È inoltre allo studio un delicato esperimento di clonazione, che potrebbe restituirci entro poche generazioni il ceppo dell’anofele nostrana (priva, però, del pernicioso plasmodio infettivo della malaria). Sarà il vero successo genetico del nostro Parco, infinitamente superiore agli esperimenti, già condotti in altri luoghi, di clonazione dell’uro europeo e del mammuth.
Grazie all’apertura del nostro Parco, gli studi genetici sulle zanzare hanno compiuto indicibili progressi e ci hanno dischiuso le porte di un universo meraviglioso, fatto di ali iridescenti, antenne a quindici ciuffi – che… nemmeno le piume di struzzo! – di tromboncini succhianti, di fantastiche articolazioni snodate, capaci di prestazioni di gran lunga superiori a quelle dei nostri arti, di orgogliosi e goffi “vertici della creazione”.
Il pubblico del Parco dovrà ovviamente essere selezionato. Un primo controllo garantirà che i visitatori non portino sulla pelle o con sé alcun tipo di sostanza repellente, tale da disturbare l’olfatto delle zanzare. Queste sostanze saranno assolutamente vietate, non soltanto dell’area del parco, ma anche nei dintorni. Vietati gli stick all’ammoniaca, vietati i profumi troppo intensi. Inoltre, appositi annusatori di professione saranno preposti all’analisi del sudore degli ospiti, in modo da poter indirizzare i più gustosi direttamente verso i luoghi ove siano più numerose le femmine di zanzara gravide.
Il secondo passo per essere ammessi alla visita consisterà nella compilazione d’un apposito questionario, per individuare e neutralizzare eventuali tendenze zanzarofobe. La psicologa del Parco dovrà agire discretamente: l’eventuale visitatore sospetto non sarà respinto, ma gli saranno affiancati due agenti osservatori, che lo controllino attentamente, per impedire qualsiasi azione di danneggiamento o di sabotaggio
Appositi “Mosquito Parties” saranno organizzati nelle serate estive e culmineranno col “Culex Summer Festival”, l’ultima domenica di luglio. In tale occasione, subito prima delle grandi vacanze d’agosto, saranno eletti Re e Regina della Zanzara coloro che esibiranno sulla propria pelle il maggior numero di ponfi arrossati.
L’organizzazione delle feste è delegata all’associazione “Alzati e cammina”, un’altra cooperativa senza fini di lucro (dello stesso gruppo della “Sangue e Arena”), ormai rinomata su tutto il territorio: è quella che organizzò le celebri risottate alla salsiccia per il gemellaggio con quarantaquattro cittadine della Polonia, i risotti con polenta per le “cene medievali”, la risottata alla salsiccia in onore del capo indiano Lakota, in visita ai nostri territori, e che preparò lo stesso tipo di risottata alla salsiccia per l’arrivo dello sceicco Ben Yahya, rappresentante di non so quale sultanato arabo, salvo la necessità d’una successiva smentita, in cui si dichiarava formalmente che nella salsiccia non era contenuta carne di suino. D’altronde non devono avere affermato il falso, perché molti sono convinti che – sin dai lontani anni ’80 – quella cooperativa abbia usato salsicce “esclusive”, fatte con zoccoli d’animali macellati e piedi di polli, in un’ottica ecologista di completo riciclaggio dei rifiuti… eppure, in un eccesso di spirito di servizio, non se ne sono mai vantati, mai hanno chiesto un premio o una piccola facilitazione, in cambio dei servizi resi alla comunità!
I servizi di promozione turistica si stanno ora aprendo al mercato dell’estremo Oriente, tramite la partecipazione alle fiere internazionali. Abbiamo richiesto alcuni campioni di sangue di quelle popolazioni, al fine di valutarne la compatibilità con l’olfatto, il gusto e le necessità riproduttive delle nostre zanzare. Qualora tale compatibilità fosse accertata e non comportasse alterazioni genetiche per i nostri ospiti insetti, si schiuderebbe un mercato dalle immense potenzialità economiche (ed ematiche), qualcosa come due milioni di visitatori l’anno, pronti a pagare per venire a fasi pungere nel nostro Parco.
Proprio oggi, il nostro pubblicitario mi ha mostrato la proposta per il video promozionale del Parco. Vi appare un omino verde, con due esili antenne sul capo, che si addentra in una macchia di vegetazione umida. Il campo visivo si apre e l’omino diventa sempre più piccolo e lontano, mentre appare – in primo piano, grandissima – la meravigliosa antenna piumata d’una zanzara nostrana. L’inquadratura si sposta sull’occhio dell’esserino, che spia l’intruso alieno. Intorno al capofamiglia, tutte le femmine del gruppo stanno “affilando” le trombette-succhiatoi, con i tovaglioli al collo. Nell’inquadratura successiva, l’omino è diventato un ponfo unico. Non è più verde, ma cangiante, di tutti i colori dell’iride. La sua faccia beata, gli occhi stralunati, le antennine che vibrano in continuazione, esprimono l’estasi dei pruriti che lo pervadono.
Lo slogan recita: “La Zanzara è bella, la Zanzara è piccola, ma forte. Conosci e valorizza le tradizioni nostrane”. Credo che farò modificare quel termine “nostrano”, che mi ricorda un salame. Inoltre, vorrei proporre una serie di spot in sequenza, con un’intera famigliola di ET, di tutti i colori: giallo, rosso, verde… non tanto per ispirarmi ai semafori, quanto piuttosto per attirare al Parco i visitatori di tutto il mondo… Dobbiamo rivolgerci a tutti, senza razzismi né particolarismi, e… – perché no? – proporrei come titolo per la sequenza pubblicitaria: “The united colours of Culex Park”.

Premio speciale "Il Prione" per il miglior racconto umoristico, La Spezia, 2006.


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