Liutprand - Associazione Culturale

PETIZIONE MONUMENTO LA PALISSE, LEGGI E FIRMA ANCHE TU
sezione articoli
HomeArticoli dal Mondo › Articolo
di Alberto Arecchi
TRA CIELO, MARE E TERRA
Tracce d'Atlantide nei miti mediterranei

Le recenti ricerche, da me svolte nel corso dell’ultimo decennio, hanno rivelato la possibile esistenza d’Atlantide, il mondo “favoloso” descritto da Platone, come un grande impero marinaro, fondato al centro dell’attuale Mediterraneo (allora diviso in due bacini), da popolazioni libico–berbere, e terminato intorno al 1200 a.C. per una spaventosa catastrofe, causata da eventi sismici.
Gli sviluppi di tali ricerche mi hanno indotto ad una nuova conoscenza dei miti noti, intorno alle antiche divinità che dominavano nella notte dei tempi, all’origine dei popoli mediterranei. Ricordiamo i primi re divinizzati, noti ai primi Elleni con i nomi di Chronos e Poseidone, il fenicio Melqart ed il greco Eracle, capistipite di stirpi regnanti, cui erano dedicate le mitiche colonne dell’estremo occidente del mondo.
Quest’articolo si ricollega a quello apparso sul N. 30 di Archeomisteri (nov. – dic. 2006) ed ai precedenti, relativi alla ricerca di Atlantide nel Mediterraneo ed alle esplorazioni attribuibili al suo popolo, pubblicati sui N. 13 – 14 – 17 e 20 della stessa rivista.

Gli antichi miti dei Greci
Un dotto autore, che si firma con lo pseudonimo “Michele di Grecia”, (1) sviluppa interessanti riferimenti ad una serie di conflitti, avvenuti in epoca antica tra i Greci ed i Cretesi. Chi furono gli eroi di quelle guerre? Ritroviamo nel mito, e nel racconto di Pausania, (2) gli stessi nomi dei re, che il sacerdote di Sais elencò a Solone e che Platone riferisce nei suoi Dialoghi.
Cecrope, figlio del primo mitico re Ethos, aprì le ostilità contro un nemico potente (col potere d’Atlantide, potremmo tradurre noi), mitologicamente raffigurato dal culto di Poseidone e dai titani. In altri miti, lo stesso episodio è presentato come se Athena, figlia naturale di Poseidone, avesse rinnegato il padre per proclamarsi figlia di Zeus. Fu la fine del matriarcato, come ricorda anche Sant’Agostino. (3)
Proclo sospettava che il conflitto tra dèi e titani adombrasse guerre reali, sostenute dagli antichi Ateniesi contro il popolo d’Atlantide ed i suoi alleati. Gli Antichi fissavano anche la data più probabile della vittoria degli dèi contro i titani, corrispondente al 1505 a.C. (4) Diodoro Siculo narra d’averne sentito parlare in Egitto. Nella tradizione egizia, si narrava che “i giganti attaccarono Zeus ed Osiride, ma furono distrutti”. (5)
Cecrope fu il primo a riconoscere Zeus quale dio supremo e ad abolire i sacrifici di sangue, sia umani, sia d’animali. Ai tempi di Cecrope un “diluvio” colpì Atene. In luogo delle vittime, sugli altari si bruciavano in sacrificio i pelanos, tipici pasticci confezionati dai Greci. (6) Egli proveniva dalla città egiziana di Sais. Sotto il suo regno ebbe luogo la disputa tra Athena e Poseidone per il controllo sulla città d’Atene, (7) un contrasto che può coprire dei colori del mito proprio una contesa relativa al predominio sulla città dei Cretesi (Atlanti, o comunque loro alleati), devoti al culto eponimo di Poseidone. “Poseidone fu il primo a venire in Attica… e dopo di lui arrivò Athena” (8) e in una tribù della regione del lago Tritonide si raccontava che Athena, figlia di Poseidone, litigò col padre e si fece adottare da Zeus. (9) Apollodoro e Diodoro Siculo concordano sull’attribuire tali avvenimenti al periodo in cui regnò Cecrope. (10)
Usanze matriarcali che si ritrovano nelle società berbere, nell’antica Creta e nell’isola di Malta, nel culto della Grande Madre. Diodoro Siculo riferisce che i Cretesi avevano elevato in Sicilia un tempio alle loro madri, “portandosele da Creta, ove si onorano le Dee”. (11)
Il regno di Cecrope dovette subire una terribile invasione. “Secondo Filocoro, quando questo Paese fu devastato dai Carii provenienti dal mare e dai Beoti che venivano da terra… Cecrope installò la sua gente in dodici città…” (12)
Ora, sappiamo che Caria e Beozia erano due “province” cretesi.
Altri re che combatterono contro aggressori esterni (tutti popoli alleati dei Cretesi e quindi dello schieramento atlantide) furono i successori di Cecrope: il suo diretto successore Erisicto (Erysichton), e – tre generazioni dopo – Erittonio (Erichtonios, un “usurpatore”, figlio di Efesto e della Terra–Gea: forse è l’indicazione di un’altra invasione?).
Erittonio istituì le feste panatenee, in onore d’Athena, (13) ma il suo successore, il figlio Pandione, era probabilmente un cretese. Il figlio di Pandione, Lico, è ricordato come il fondatore del regno di Licia. (14) Tutti re ed eroi anteriori a Teseo, il quale sarebbe pronipote dell’ultimo pronipote d’Erittonio, Eretteo–Erecteo. (15) Ritroveremo i Lici tra i Popoli del Mare, che tentarono d’invadere l’Egitto poco prima del 1200 a.C. Apollodoro ricorda che, sotto il regno di Pandione, “Demetra e Dioniso vennero in Attica”. (16) La prima era certamente una divinità originaria di Creta. È vero che alcuni autori pongono tale adozione di nuovi dèi nel periodo del regno d’Eretteo. (17) Anche sotto il regno di Pandione, troviamo menzione di guerre: “La guerra t’impediva di compiere i tuoi doveri. Battaglioni di barbari avevano attraversato il mare e gettato il terrore tra le tue mura”. (18) Eretteo, che fu uno dei suoi successori, subì l’attacco di Eumolpo, “devoto di Poseidone” e re di Eleusi (una città alleata di Creta). Gli Ateniesi si difesero con l’aiuto di truppe mercenarie. (19) Apollodoro racconta che la fortuna aiutò gli Ateniesi, ma Poseidone, adirato, distrusse la casa d’Eretteo, che si trovava sull’Acropoli, e l’uccise con tutta la sua famiglia. (20)
In sostanza, conclude Michele di Grecia, non si parla mai esplicitamente d’una guerra tra Atene e la Creta pre–minoica, né tra Atene ed Atlantide (citata, con tale nome, solamente nei Dialoghi di Platone). Poseidone però viene scacciato dal culto degli Ateniesi, viene estirpato il matriarcato ed una serie di aspri conflitti (dèi e titani, diversi re ateniesi con diversi re imparentati con Poseidone e amici di Creta) corrisponde con la narrazione della guerra tra Atlantide e l’antica Atene. Simmetricamente, il mito di Teseo e del Minotauro rivela una complessa storia di reciproche sopraffazioni tra il lontano regno del toro e della labris (la sacra ascia bipenne, dal cui nome derivò il termine “labirinto”) e i bellicosi micenei.

La ribellione dei figli di Chronos

Secondo la tradizione greca, Chronos, figlio di Urano e divinità primigenia, appartenne alla prima generazione divina dei titani, e fu spodestato da tre dei suoi figli, gli Olimpici, i quali si divisero il mondo. Zeus ebbe il dominio sul cielo e su tutte le terre, Ades divenne re dell’oscuro mondo sotterraneo e del regno dei morti, Poseidone fu signore delle acque e del mare. Il primo dei tre, dio sovrano, apparirebbe pertanto come il fratello maggiore, in un mondo come quello greco, in cui predominava il diritto della maggiore età. Leggende più antiche narravano però che Zeus aveva costretto il padre Chronos a vomitare gli altri figli, che aveva inghiottito quand’erano ancora bambini, poiché gli era stato predetto che sarebbe stato detronizzato da uno di loro. Da ciò si dedurrebbe che egli fosse considerato il figlio minore.
Gli Olimpici, guidati da Zeus, dichiararono guerra a Chronos, che si alleò con i suoi fratelli titani. La guerra durava già da dieci anni, quando un oracolo predisse la vittoria a Zeus, se egli avesse restituito la vita ai fratelli di Chronos – gli Ecantochiri, cioè i “giganti dalle cento mani”, e i Ciclopi – che erano stati precipitati da Urano nel Tartaro.

Poseidone

Poseidone fu uno degli dèi più potenti dell’Olimpo, pur essendo soggetto alla volontà del fratello Zeus. Abitava una casa rilucente d’oro, negli abissi del mare. Gli erano attribuite molte paternità. Da una naiade ebbe Glauco che, per aver mangiato un’erba prodigiosa, divenne un’immortale divinità marina. Dalla ninfa Toosa ebbe il ciclope Polifemo e Forco, che generò le Gorgoni, le Graie, il drago Ladone e Scilla, che nacque come comune mortale ma, sconfitto in duello da Atlante, si gettò in mare e fu trasformato in dio, rappresentando la furia delle acque. Questa parte del mito di Scilla appare estremamente importante, per ipotizzare la contemporaneità dell’apertura dello Stretto di Messina con la fine d’Atlantide. Infatti la sconfitta di Scilla da parte di Atlante adombrerebbe l’occupazione pelasgica della Calabria, e poi la stessa Scilla si sarebbe trasformata nella divinità delle acque turbolente e furiose (l’apertura dello Stretto di Messina, un atto di feroce vendetta contro i figli d’Atlante, che ne rimasero travolti).
Sarebbe stato figlio di Poseidone il mitico Arìone, prodigioso cavallo alato di Adrasto, nominato nell’Iliade (XXIII, 346 s.). Un cavallo altrettanto famoso, Pègaso, insieme al suo cavaliere Crisàore, sarebbe nato da Poseidone e dalla mostruosa Medusa. Le frequenti connessioni di Poseidone con il cavallo si spiegano probabilmente con la caratterizzazione ctonia tanto dell’animale quanto del dio, al cui culto era legato il sacrificio equino, ed anche perché furono gli adoratori (discendenti) di Poseidone che introdussero l’allevamento e l’uso di tale animale nell’area mediterranea. Poseidone si unì con Melanto sotto forma di delfino, per generare il figlio Delfo. Sembra fossero suoi figli i Lestrigoni, giganti antropofagi che attaccarono le navi di Odisseo. Figlio suo e di Gea (o Gaia, la Madre Terra) era il gigante Anteo, che costringeva alla lotta tutti coloro che attraversavano la sua terra (la Libia o il Marocco). Dopo averli vinti e uccisi, con i loro crani ornava il tempio dedicato a Poseidone. Era invulnerabile, sino a che toccava con i piedi la madre Terra, che gli infondeva rinnovato vigore. Eracle però riuscì a sconfiggerlo, sollevandolo sulle spalle.
Cariddi, secondo alcuni, era figlia di Poseidone e di Gea. Durante la vita umana, era un essere di grande voracità. Quando Eracle attraversò la sua terra con i buoi di Gerione, Cariddi ne divorò alcuni. Per castigo Zeus la trasformò in un mostro e la precipitò in mare con un fulmine.
Agenore e Belo, sovrani rispettivamente dell’Egitto e della Fenicia, nacquero dall’amore di Poseidone per Libia. Figlio di Poseidone era anche Eumolpo, signore di Elèusi ucciso in battaglia dal re di Atene Eretteo, a sua volta colpito dal tridente del dio.
Una tradizione menzionata da Erodoto (IV, 180) attribuisce a Poseidone anche la paternità d’Athena, normalmente ascritta a Zeus, che solo in un secondo tempo avrebbe adottato la dea.
Sono detti figli di Poseidone sia Cicno (l’eroe troiano invulnerabile alle armi che fu strangolato da Achille e quindi tramutato in cigno dal padre) sia Polifemo, il ciclope accecato da Odisseo. Ad onta di così ampia figliolanza, una sola dea era considerata la sposa ufficiale di Poseidone: si tratta della divinità marina Anfitrìte, da cui – secondo il mito più diffuso – sarebbe nato Tritone.
Una delle figlie di Poseidone, Lamia, fu amata da Zeus e mise al mondo la Sibilla Libica. Le Sibille erano profetesse, rivelatrici degli oracoli d’Apollo. Secondo una delle tante leggende che le riguardano, la prima profetessa fu proprio la figlia di Zeus e Lamia, che fu chiamata Sibilla dai Libici. Anche le Arpie, secondo alcuni autori, erano mostri nati da Poseidone e da Gea, mentre per altri erano figlie di Taumante ed Elettra. Dal dio discendeva anche il popolo marinaro dei Feaci, reso celebre dall’Odissea, il cui capostipite, Feace, sarebbe nato dall’amore di Poseidone e di Corcìra, ninfa eponima dell’isola.
Molti dei figli di Poseidone avevano, come caratteristica comune, una mostruosa forza bruta, combatterono contro gli Ellenici e furono sconfitti da Eracle o da qualche altro eroe. Il loro stesso padre, forza benevola e generosa per gli uomini che lo onoravano e ne temevano la collera, quando si scatenava incarnava una violenza primitiva e incontrollabile. Tanto che al mare in tempesta, le cui onde battono le coste e fanno tremare la terra, veniva legata un’altra prerogativa di Poseidone, quella di scatenare i terremoti.
Dio delle acque e in particolare del mare, ma anche dei terremoti e di tutti i fenomeni sismici, come dimostra l’epiteto di “scuotitore della terra” che spesso accompagna il suo nome nei poemi omerici. Suo attributo consueto e segno della sua potenza, tanto sulle acque, quanto sulla terra, è il tridente. Poseidone era legato alle sorgenti ed alle acque che scorrono, e come signore dei cavalli era particolarmente venerato nella Tessaglia, famosa per i suoi allevamenti.
Secondo una diffusa tradizione, vi fu una contesa tra Poseidone ed Athena per il controllo della città d’Atene. Il dio offrì alla città una fonte d’acqua salata (secondo altre fonti il cavallo), mentre Athena donò l’ulivo, che fu preferito. Una sfida analoga avrebbe opposto Poseidone a Hera per il riconoscimento del dominio sulla terraferma. I giudici del confronto, i tre fiumi Cefìso, Ìnaco e Asterione, furono in seguito disseccati da Poseidone per aver attribuito la vittoria alla dea rivale.

I titani nel mito greco

I titani e le titanidi (o titanesse) erano figure della mitologia greca. Il nome Titano indica generalmente gli esseri nati dall’unione d’Urano e di Gea, ma nel tempo ha ampliato il suo significato per indicare anche le divinità figlie di Giapeto (Atlante, Prometeo, Epimeteo e Menezio). Secondo la Teogonia d’Esiodo (sec. VIII–VII a.C.), il termine “titani” aveva un’accezione dispregiativa, ed essi furono così chiamati dal loro padre Urano per odio. Essi costituiscono la seconda generazione divina. Non sembra abbiano mai avuto un culto, ma regnarono sino alla lotta contro Zeus ed i suoi alleati, che li vide soccombere.
Quella dei titani è una storia di continue ribellioni: furono loro a mutilare Urano e a scacciarlo dal trono e lottarono anche contro Zeus, che alla fine vinse e li scaraventò nel Tartaro oscuro. A guardia dell’immensa porta di metallo che li custodiva furono posti per l’eternità gli Ecatonchiri.
I titani furono per lunghe ere i signori dell’universo ed erano presentati come violente potenze ctonie (ossia con caratteri sotterranei, inferi), mentre le divinità olimpiche, che subentrarono loro, avevano caratteri “celesti”. Generati da Gaia, la terra, e da Urano, il cielo, così come i tre Ciclopi (Bronte, Sterope, Arge) ed i tre Ecatonchiri o Centimani (Cotto, Briareo, Gige), secondo la tradizione più comune i titani erano dodici, sei maschi (Oceano, Coio, Crio, Iperione, Giapeto, Chronos) e sei femmine, le titanidi: Teti, Febe (Phoebe), Rhea, Mnemosine, Temi, Theia. Nel mito greco, Urano era la personificazione del Cielo, origine di tutte le cose. Egli si unì con Gea o Gaia, la Terra, alla quale chiedeva figli in continuazione. Solo lui aveva le dimensioni per coprirla tutta.
Il primo titano maschio fu Oceano, il gran fiume che circonda la terra. Sposò la sorella Teti, cioè la “fecondità dell’acqua”, il principio vitale di tutte le acque (Poseidone e sua moglie, Anfitrite, soppiantarono poi Oceano e Teti come sovrani delle acque).
Gli altri titani furono Ceo o Coio, “l’intelligente”, Crio, “l’ariete del cielo”, Iperione, “colui che abita in alto” (padre di Elio, il dio Sole, di Selene, la dea Luna, e di Eos, dea dell’aurora), e Giapeto “il frettoloso”, padre di Prometeo, creatore dei mortali e portatore del fuoco alla stirpe degli uomini, e di Atlante, che reggeva il mondo sulle spalle. In seguito vennero alla luce le titanidi : Theia o Tia, “la divina”, che si unì col fratello Iperione ed ebbe tre figli: Helios (il sole), Eos (l’aurora) e Selene (la luna); Febe o Phoebe, che si unì col fratello Coio, generò Leto ed Asteria e fu la titolare dell’oracolo di Delfi prima d’Apollo; Rhea, “la terra”, che si unì con Chronos e generò gli dèi olimpici, talvolta identificata con la “grande madre” Cibele; Temi, la dea della giustizia divina, “l’ ordine”, titolare degli oracoli, che concepì con Zeus le Ore e le Moire; Mnemosine, la dea della memoria, che con Zeus concepì le nove Muse; e Teti, regina del mare, dei pesci e della navigazione.
Ricordiamo – secondo Platone – i nomi “grecizzati” dei dieci re di Atlantide, i figli di Poseidone, Atlante e i suoi fratelli: “Il suo gemello ebbe il nome greco di Eumelo, che nella loro lingua si dice Gadiro. Quelli del secondo parto, l’uno Amfere, l’altro Euemone; quelli del terzo, il primo Mnesea, l’altro Autoctone; quelli del quarto, il primo Elasippo, l’altro Mestore: a quelli del quinto, al primo fu posto nome Azaes, al secondo Diaprepe” (Crizia).
Gli antichi Greci attribuivano ai titani le scoperte primordiali e l’invenzione delle tecnologie umane. Un modo di ammettere che la loro stirpe, quando arrivò nel bacino del Mediterraneo, trovò una civiltà già sviluppata.
L’ultimo nato dei titani, ed il più importante, fu Chronos, divinità dai pensieri tortuosi, destinato a spodestare il padre Urano dal governo nell’universo.
Gaia, stanca della fecondità del marito, chiese ai figli di ribellarsi al padre, per proteggerla dalla sua frenesia di procreazione. Solo il figlio minore, Chronos, accondiscese. Una notte, mentre Urano pretendeva i favori di Gaia, egli tese un agguato al padre e lo evirò nel momento culminante dell’orgasmo, con un falcetto datogli dalla madre. Dal sangue sgorgato nacquero le Erinni, e dallo sperma caduto in mare Afrodite.
Chronos, dopo aver mutilato il padre, gli rubò lo scettro, inaugurando un nuovo regno. Prese in moglie la sorella Rhea. Da loro ebbe origine la stirpe olimpica, della quale Zeus è il dio più grande nel pantheon ellenico. Chronos generò con Rhea un gran numero di figli, che si affrettava a ingoiare appena nati, per il timore di subire lo stesso destino di Urano. Ma Rhea riuscì a salvare l’ultimo di essi, Zeus, porgendo a Chronos, che ingannato la ingoiò, una pietra avvolta in fasce.
Zeus, cresciuto in età e in forze, assalì il padre, aiutato dal maggiore dei titani, Oceano, era rimasto in disparte, quando tutti gli altri avevano sostenuto il loro fratello minore Chronos nella conquista del trono al posto del padre Urano, e lo obbligò a rigettare tutti i figli ingoiati che, essendo immortali, tornarono tutti vivi alla luce. Prima di sostituirlo sul trono, Zeus dovette però sopportare l’assalto di alcuni titani, insorti per vendicare il fratello e contrari al nuovo ordine.
Si racconta anche che i titani, dietro istigazione di Hera, la sposa gelosa di Zeus, rapirono un giorno Dioniso, dio del vino, che Zeus aveva avuto dall’unione con Persefone. Il corpo di Dionisio fu fatto in pezzi e divorato. Si salvò solo il cuore, che Athena raccolse e portò al padre Zeus, il quale lo depose nel ventre d’una donna tebana, Semele, che partorì un nuovo bambino. Per punizione Zeus fulminò i titani e li ridusse in cenere. Da quella cenere si generò il genere umano.
La lotta della stirpe di Zeus contro i titani, la Titanomachia, è narrata da Esiodo nella Teogonia. La lotta durò dieci anni (come l’altrettanto mitica guerra di Troia) e si concluse infine con la vittoria di Zeus, aiutato non solo dagli Olimpici, ma anche dai giganteschi Ecatonchiri, da Prometeo e grazie alle saette fabbricate per lui dai Ciclopi che da questo momento divengono i fabbri divini. Di tutti i titani, soltanto Prometeo e Oceano si schierarono con Zeus contro Chronos, procurandosi così tutti gli onori. Zeus, insieme agli altri dèi olimpici, conquistò il cielo e precipitò i titani nel Tartaro. Analoga sorte subirono i giganti, mostri nati dalle gocce del sangue di Urano, mutilato da Chronos, i quali avevano osato tentare la scalata dell’Olimpo, sovrapponendo il monte Ossa al Pelio. Si giunse infine ad una riconciliazione e Chronos fu riconosciuto da Zeus come re dell’Età dell’Oro. Atlante fu condannato a sostenere la volta celeste. Un altro titano fu sotterrato e ai suoi movimenti la terra tremava, provocando un terremoto.
Tutti questi miti adombrano rapporti e conflitti tra popoli e stirpi che popolavano il Mediterraneo, all’epoca in cui vi si stabilirono gli antenati dei Greci classici. Possiamo ribaltare l’espressione usuale che i Greci volessero raffigurare le loro divinità sotto sembianze umane, per affermare piuttosto che essi divinizzarono i loro primi antenati fondatori (come d’altronde facevano gli Egizi e le altre stirpi).

La filiazione mitica

Secondo il mito ellenico, Atlante e Chronos erano fratelli, figli d’Urano. Atlante ricevette in eredità il regno dell’occidente, Chronos quello d’Oriente. Entrambi quindi erano progenitori di stirpi regali. Ricordiamo che nel mito Eracle e Atlante si scambiano per un momento il compito di sorreggere il peso del mondo, mentre Atlante raccoglie per l’eroe semidio i pomi delle Esperidi… scambio di ruoli nella progenitura di stirpi regali? Qualcuno ritiene fosse fratello d’Atlante anche Prometeo, ma sappiamo che spesso i miti s’intrecciano e diventano complicati.
Secondo i Fenici, Chronos cominciò a sospettare del fratello e lo seppellì sottoterra. (21) Secondo i Greci avvenne piuttosto il contrario. Atlante prese il posto di Chronos e condusse i titani nella guerra contro gli dèi (iniziò quindi – in termini probabilmente più aderenti ai fatti – il conflitto tra i regni alleati di Atlantide e gli Ateniesi e gli Egizi del Delta). Secondo una certa tradizione, il Nilo stesso prese il proprio nome da quello d’un discendente d’Atlante, che aveva regnato su quel paese. (22)
Ricordiamo ancora l’incursione delle Amazzoni, che invasero il paese degli Atlanti (ricordo del predominio matriarcale?). Il nome Amazzoni riecheggia il termine Amazigh (uomini liberi), con il quale i popoli berberi designano tuttora sé stessi.
“Le Amazzoni abitavano sull’isola di Hespera, nelle paludi Tritonidi. Questa regione si trovava presso l’oceano che circonda la terra… e presso quella montagna detta Atlante dai Greci… La storia insegna che la regione tritonide scomparve a causa d’un terremoto, quando le sue parti rivolte verso l’oceano rimasero allagate”. (23) La regina delle Amazzoni, Myrina, scampò al disastro, passò in Egitto, conquistò la Siria, la regione del Tauro, l’isola di Lesbo, poi una tempesta la spinse all’isola di Samotracia, ove sacrificò alla madre degli dèi, Rhea. Questa vi stabilì i suoi figli, i Coribanti, ed i suoi misteri. (24)
Stiamo per seguire la tradizione del culto della Grande Madre e dei misteri della divinità femminile, partendo proprio dalla figura di Tanit, la Dea Madre dei Serpenti, tanto venerata nei tempi antichi lungo le coste dell’Africa Mediterranea.
Sopra tutte le figure divine emerge infatti l’immagine piena di mistero della Dea Tanit, la madre del Pantheon punico, ma si trasforma anche nella dea egizia Neith, la patrona di Sais, nel Delta del Nilo, ed in Athena, che diversi autori presentano come la versione greca della stessa Neith… per arrivare a Tin Hinan, la mitica regina primigenia degli Uomini Blu, i veri eredi d’Atlantide, trasformata infine in Antinea, la regina mangiatrice d’uomini dei romanzi del ventesimo secolo. Val la pena di rilevare l’assonanza di matrici sillabiche col nome della grande madre Tanit: Tl–N–T, T–T–N, T–N–Th. Tutti questi nomi manifestano infatti una stretta e conturbante somiglianza, comune anche ai termini: Atlantide, titani, Tjehenu (così gli Egizi chiamavano il popolo libico che doveva abitare nelle terre d’Atlantide, oggi sommerse dal Canale di Sicilia).

Tanit (Thanit, Tinnit, Tnt, Tynt)

Tanit era la dea principale di Cartagine. La sua effigie compariva nella maggior parte delle monete della città punica. Tanit nacque dal sincretismo della civiltà fenicia con quella del nord–Africa e, con l’espandersi della cultura punica, la sua divinità si diffuse ampiamente nel Mediterraneo occidentale, in Sardegna, in Sicilia, a Malta, a Pantelleria ed anche a Roma, dove fu chiamata Dea Celestis.
L’interpretazione del nome vuole che esso derivi dal verbo tny, “lamentarsi, piangere”, e che tan nit sia “colei che piange” (una donna consacrata al Dio dell’uragano). Questa interpretazione la collegherebbe alla latina Venus lugens. Il nome di Tanit appare nella Fenicia orientale verso il 600 a.C. e a Cartagine dal 400 a.C. circa. Qui appare sempre accompagnato al nome di Ba’al Hammon.
Tanit era una delle consorti di Ba’al, era venerata come dea protettrice della città di Cartagine e godeva di gran venerazione.
Per i cartaginesi, Tanit era dea della buona fortuna, della Luna e delle messi. Nella mitologia era simile ad Astarte, la dea madre. Nella mitologia greca, che tendeva ad assimilare gli dèi stranieri con i propri, Tanit era paragonata ad Artemide, la dea della Luna oppure a Persefone (o Kore), dea delle messi e dei raccolti. Nella lingua egizia il nome Tanit significa “Terra di Neith” e Neith era una dea della guerra.
Il simbolo di Tanit era un triangolo con una barra orizzontale ed un arco o un cerchio sovrapposto (forma stilizzata che ricorda sia l’ankh egizio, sia le statuette della “Dea dei Serpenti” ritrovate nell’isola di Creta). Su questa barra appaiono il sole e la luna crescente. Si pensa generalmente che il culto di Tanit richiedesse sacrifici umani, come quello di Ba’al, l’altro componente, con Eshmun, della triade cartaginese.
È noto che i Fenici furono grandi navigatori. Con le conquiste e con i commerci diffusero anche cultura e religione. Secondo la leggenda, Cartagine fu fondata verso l’814 a.C. da Fenici di Tiro, con i quali mantenne sempre potenti vincoli commerciali.
Due erano sostanzialmente le divinità presenti, sia pure con nomi diversi, in ogni insediamento siro–palestinese: una divinità femminile con funzioni materne e di fecondità (detta Ba’alat, la Signora, o Ashtart) e il dio supremo, maschile (Ba’al, il Signore, o Melqart), dio della fertilità, personificazione del Sole benefico.
I nomi propri dei Cartaginesi aiutano a comprendere l’etimologia di questo dio: Aderbale (Ba’al è potente), Annibale (Ba’al ha favorito), Asdrubale (Ba’al ha aiutato).
Associata al suo culto, ma nettamente preminente, era Ba’alat o TANIT Pne Ba’al (Tanit, volto di Ba’al), la Grande Dea di Cartagine, patrona della città, conosciuta anche come “la Signora di Cartagine”. Il titolo Pne Ba’al significava “Viso di Ba’al” e le conferiva la precedenza su Ba’al stesso. Dea del cielo, che regola sole, stelle e luna, Dea madre invocata per la fertilità. La palma è un suo simbolo, come albero di vita. Come simbolo della forza vitale della terra, anche il serpente le appartiene ed ella è conosciuta come “signora dei Serpenti”. È identificata sia con Ashtart (Astarte) sia con Athirat. Gli altri suoi simboli includono la colomba, l’uva, il melograno (simbolo di produttività e di fertilità), la luna a mezzaluna e, come per Ashtart, il leone.
Carthago è la traduzione latina di Karthadasht, nome fenicio che significa “la nuova città”. La città di Cartagine fu fondata da Fenici di Tiro in Africa del Nord, nel sec. IX a.C., non lontano dalla città moderna di Tunisi. La mitica regina Didone (Elissa, dal termine fenicio Elishat), figlia del re di Tiro e fondatrice della città, ricorda nel nome un epiteto della Dea fenicia della Luna. La sua figura perciò può essere simbolicamente legata a quella di Tanit. Il culto di Tanit data al sec. V a.C. ed è incerto se Tanit fosse una divinità locale, adottata dai coloni fenici, o una versione di Ashtart/Athirat che avevano portato con loro dalla Fenicia.
Cartagine era il gran nemico di Roma e tre aspre guerre furono combattute fra le due potenze, nel corso di più di cento anni (sec. III–II a.C.). I Romani infine vinsero e nel loro odio assoluto distrussero la città; secondo tradizione, il luogo fu arato con sale, in modo che niente vi potesse più crescere.
Nel culto di Tanit, importato dal mondo fenicio, sembra fossero sacrificati i figli primogeniti delle famiglie nobili. I tophet sono ampi terreni recintati, che contengono urne con ossa di fanciulli morti in tenera età, deposte singolarmente o assieme a resti di piccoli animali. In questi santuari si ergono steli di pietra, decorate con simboli sacri. I tophet sono tipici della cultura fenicia. I Fenici, quando imputavano ad una divinità l’intenzione di fare strage d’una città, non indugiavano a sacrificare vite umane, affinché il dio scaricasse il proprio furore sul capo di pochi e non di tutta la comunità. Si è pensato che i Cartaginesi donassero quanto di più caro e prezioso avessero, cioè la vita dei propri figli primogeniti. Volevano in tal modo che il dio Ba’al assicurasse la prosperità ed esaudisse i loro desideri e che la dea Tanit proteggesse la città, garantendone l’eternità. I fanciulli sacrificati venivano divinizzati e in questo modo si generava una comunicazione diretta con le forze sovrannaturali. Di solito per il rituale era sufficiente sostituire i fanciulli con una bestia viva (agnelli, uccelli, pecore), ma talvolta, per calmarsi, gli dèi esigevano davvero l’offerta del sacrificio umano.
Diodoro Siculo, lo storico di Agira, ricorda il sacrificio di duecento bambini delle più illustri famiglie di Cartagine. Si era proceduto alla sostituzione dei fanciulli delle migliori famiglie con bambini comprati o adottati da famiglie miserabili; per redimersi dell’orrore compiuto, il governo di Cartagine decretò il sacrificio di duecento bambini, tutti appartenenti alle famiglie nobili.
Secondo la ricostruzione fatta da G. H. Hertzberg, la vittima era scelta a sorte tra i bambini destinati al sacrificio. Il bambino prescelto, se era di famiglia importante, veniva segretamente scambiato con un altro. La vittima era appoggiata sulle braccia di un idolo cavo di bronzo e rotolava all’interno d’una fossa, dove ardeva un fuoco.
Silio Italico (sec. I d.C.), nel libro IV della sua epopea dal titolo Punica, riferisce il caso del figlio d’Annibale, che il governo di Cartagine aveva deciso di sacrificare. La moglie del condottiero, l’iberica Imilce, si oppose all’atroce decisione e ottenne dal Consiglio una sospensione del sacrificio per informare il marito. Annibale rifiutò d’immolare il figlio e, al suo posto, giurò di sacrificare migliaia di nemici.
Nonostante la totale distruzione di Cartagine, sono stati ritrovati i resti d’un cimitero dei bambini, che viene addotto come prova del loro sacrificio, sia a Ba’al Hammon sia a Tanit, dato che molte delle steli sono dedicate a questi dèi. Ai Cartaginesi ed ai Fenici è attribuita l’usanza di sacrificare i bambini, benché molte narrazioni provengano da fonti non imparziali, quali gli Ebrei o i Romani. Il tophet scoperto presso Cartagine conteneva migliaia di urne colme di ossa di bambini bruciate. Esso fu in uso dalla fondazione della città sino alla sua distruzione. In un tophet ritrovato ad Adrumeto si è constatato che le urne dei livelli più recenti contenevano solo ossa di animali.
Sabatino Moscati, noto studioso della cultura fenicia, propende per l’ipotesi che il sacrificio dei bambini sia una pura fantasia. Egli sostiene che il tophet (area sacra) fosse il luogo sacro di sepoltura di bambini nati morti o deceduti subito dopo la nascita, bruciati e quindi sepolti in urne o in anfore da trasporto. Con un rito particolare, i genitori chiedevano la grazia per una nascita più fortunata.
In Fenicia, gli Ebrei sostenevano che si bruciassero i bambini in offerta al dio Moloch (ma non vi sono prove). La parola biblica tophet significa “inferno”, riferita al luogo di Gerusalemme in cui si presumeva che i bambini fossero stati immolati a Moloch. Gran parte delle prove per l’infanticidio rituale presso i Fenici è per lo meno discutibile. In particolare, i racconti della Bibbia e della tradizione rabbinica sono derivati da traduzioni errate o da interpretazioni di parte.
La questione è ancora dibattuta, su entrambi i fronti. Esistono seri dubbi che i bambini fossero sacrificati e la maggior parte della storia è attribuibile alla propaganda, da parte di differenti culture nemiche (particolarmente gli Ebrei ed i Romani). Perché la gente sacrificherebbe i bambini ad una Dea, che per il resto è concepita come una benevola madre? Dato il numero di resti ritrovati (20.000 urne, datate dal 400 al 200 a.C.), quale civiltà ucciderebbe tanti dei propri bambini? Si sospetta che le tombe trovate presso Cartagine siano semplicemente i resti dei bambini che sono morti naturalmente, in un periodo in cui la mortalità infantile era molto superiore ai periodi moderni e durante il quale parecchie guerre erano combattute, tempi in cui ci si può aspettare che pochi bambini sopravvivano. Il fatto che le steli rechino iscrizioni votive a Tanit e a Ba’al–Hammon non deve sorprendere; non significa che siano stati sacrificati a quelle divinità, ma piuttosto che sono stati affidati alle mani salvatrici della Dea e del Dio, dopo la morte. I Romani, nonostante l’odio nutrito nei confronti dei Cartaginesi, identificarono Tanit con la loro Juno Lucina, un aspetto della loro Grande Dea, come madre e patrona del parto, una Dea di Luce che pota alla luce i bambini. Poiché Tanit era anche una Dea del cielo, i Romani la chiamarono il suo Dea Caelestis, o Virgo Caelestis. Sulle monete dei sec. IV e III a.C. è mostrata alla guida d’un leone e con una lancia in pugno, con un diadema o una corona, le spighe del frumento tra i capelli e la luna crescente dietro.
Secondo una leggenda romana, Annibale, il grande generale cartaginese, abbatté un tempio di Juno Lacinia vicino a Crotone, città fondata dai Greci (quindi si trattava di Hera Lacinia). Quel tempio era famoso per una colonna d’oro. Annibale perforò la colonna, trovò che era effettivamente d’oro massiccio e volle prenderla come bottino. Quella notte, però, sognò la Dea che gli intimava di non spogliare il suo tempio, minacciandolo d’accecarlo del suo occhio restante se l’avesse fatto. In Juno Lacinia Annibale riconobbe la sua Dea protettrice, Tanit, e lasciò la colonna nel tempio indisturbata. Col materiale estratto dal foro fece fondere una mucca d’oro, che dispose sopra la colonna stessa.
Il culto di Tanit fu diffuso da Cartagine in Spagna, a Malta ed in Sardegna, particolarmente dai soldati. Il tempio sull’acropoli di Selinunte in Sicilia può essere suo, per via del suo simbolo, che vi è stato trovato. Sotto il titolo di Virgo Caelestis, Tanit–Juno aveva un altare a Roma, sul lato nord del Campidoglio.
La statua di Tanit fu portata a Roma dal giovane imperatore Eliogabalo, che regnò dal 218 al 222 e che era noto come un pervertito depravato, per le sue frequentazioni omosessuali, ma chissà quanto della sua leggenda è vero e quanto è esagerato. Egli fu assassinato all’età di 18 anni in una latrina, il suo corpo fu trascinato per le vie prima d’essere gettato nel Tevere come un criminale comune. Coltivava il culto degli dèi orientali, tanto che derivò il proprio nome dal Dio–sole, fece costruire un gran tempio a Eliogabalo a Roma e vi pose la statua di Tanit, chiamandola “la Celeste”.
La Dea era chiamata anche: Tanith, Tent, Thinit, Tinnit, Rat–tanit, Tanis nella versione greca del suo nome. Era chiamata “Signora di Cartagine”, “Signora del Santuario”, e “Volto di Ba’al”. I Romani la chiamavano Dea Caelestis, Virgo Caelestis e Caelestis Afrorum Dea, “Celeste Dea degli Africani”, e la assimilavano anche a Juno Caelestis.
Tanit fu assimilata ad Afrodite, a Demetra e ad Artemide dai Greci, a Giunone dai Romani, in particolare alla loro Juno Lucina, Dea della luce e delle Nascite. I Romani inoltre l’associarono con la Magna Mater, la grande madre, Rhea o Cibele.
Il nome di Tanit sembra essere d’origine libica. Sarebbe stato accolto dai Cartaginesi, che l’avrebbero adattato ed intrecciato con elementi religiosi importati dalla madrepatria fenicia.
Esistevano due tipi di raffigurazione di Tanit, quello antropomorfo e quello simbolico. Le statuette la rappresentano come una donna nuda che si stringe i seni, chiara indicazione di fertilità. Appare talvolta su un trono e, in epoca romana, a cavallo d’un leone. Il suo simbolo astratto è un disegno di assai discusso significato, fatto d’un triangolo equilatero, sul quale s’appoggiano una linea orizzontale ed un cerchio. A volte due barre verticali supplementari sono presenti agli estremi dell’orizzontale. Esso è stato interpretato come la stilizzazione di un altare, o una donna o Dea in abito lungo, con le braccia alzate in un atteggiamento di preghiera o di benedizione. Il significato simbolico nasce dall’unione della schematizzazione della figura femminile (il triangolo della fertilità) con i betili (pietre rituali di forma conica verticali) simbolo della presenza divina (“bt’l”, casa di Dio) e il disco solare, simbolo del ciclo vegetativo della rinascita primaverile che assicura il buon ordine delle stagioni. Il “segno di Tanit” non era solo un’espressione artistico–religiosa. Era l’invocazione della famiglia agli dèi perché ne assicurassero il benessere, la concordia, la fertilità e la fecondità. Promana da esso “un umile messaggio umano, l’invocazione alle divinità per assicurare alla famiglia la concordia, il benessere, la fecondità”.
I Cartaginesi attribuivano il nome il nome di Tanit anche alla Luna, rappresentata come immagine femminile stilizzata tra gruppi di stelle. La luna muta d’aspetto nelle sue fasi, pallida, luminosa, invisibile, e perciò furono attribuite anche a Tanit denominazioni antitetiche ed ambigue: dea dell’amore e della morte, creatrice e distruttrice, tenera e crudele, protettrice ed ingannevole. Così fu identificata anche dai cristiani con Lilith, la Luna nera dei Semiti, demone infernale e protettrice delle streghe, a testimonianza della persistenza del culto lunare fino al medioevo.
Il ritrovamento dei simboli di Tanit e dei tophet dimostra la presenza ed il dominio dei Fenici–Cartaginesi in ampie regioni del Mediterraneo, ed anche oltre le colonne d’Eracle. Nella città siciliana di Selinunte, i simboli religiosi documentano inequivocabilmente il culto di Ba’al e di Tanit. Alcuni pavimenti in cocciopesto recano il simbolo di Tanit, con il caduceo, formato da tessere bianche in mosaico. Tanit assicurava alla famiglia la concordia e la prosperità del commercio col caduceo (la bacchetta magica alle cui estremità sono posti due cerchi tangenti, simboleggianti due serpenti che si intrecciano alla verga). Sul medesimo pavimento si osserva una testa di toro incoronata, simboleggiante la ricchezza e il benessere. Erice, vicino a Trapani, fu popolata dagli Elimi, che vi eressero un tempio dedicato alla dea della fecondità e dell’amore. I successivi dominatori intitolarono il tempio alle loro divinità, così i Fenici vi adorarono Tanit–Astarte, i Greci Afrodite, i Romani la Venere Ericina. Ad Ibiza (Baleari) la dea Tanit cambiò il nome in Astarte, quando i Cartaginesi occuparono l’isola 2600 anni fa. Anche in Cornovaglia e nella parte occidentale dell’Inghilterra sono stati trovati i simboli di Tanit lunare, presso i quali venivano celebrati riti con falò e feste pagane. È persino possibile che il grande festival celtico di Beltane, il primo di maggio, derivi dal nome delle due divinità, Ba’al e Tanit.
Curiosa è la leggenda dell’Isola di Pantelleria, estrema propaggine dell’Italia nel Mediterraneo che si protende verso l’Africa, relativa allo squisito vino che ivi si trova.
Su questo vino si racconta la leggenda della dea Tanit che, invaghitasi d’Apollo, voleva attirarne l’attenzione. Chiese perciò un aiuto a Venere, che le consigliò di salire sull’Olimpo e di fingersi coppiera. Tanit seguì il consiglio e sostituì all’ambrosia, bevanda abituale degli dèi, il mosto delle vigne di Pantelleria. Il trucco riuscì e Apollo non solo notò Tanit, ma se ne innamorò. Da allora Pantelleria può farsi vanto di produrre un vino capace di sostituire l’ambrosia degli dèi.
Il rito di Tanit si rinnovò anche dopo la distruzione di Cartagine nella città che prese il posto di quella antica. Qui si mantenne tenacemente sino all’invasione dei Vandali, che distrussero il tempio nel sec. V d.C., ed acquistò grande popolarità non soltanto in Africa, ma anche a Roma e nel suo esercito. Si narra che il culto della dea fosse importato a Roma da Scipione l’Africano Minore, ma potrebbe essere una leggenda, in quanto non sono stati trovati indizi di culto romano di Caelestis, come fu chiamata, prima di Settimio Severo, africano di nascita. Un tempio di Tanit sorse a Roma (non prima di Caracalla) su un fianco del Campidoglio, vicino all’antico e venerato santuario di Giunone Moneta. La divinità protettrice di Cartagine fu assimilata con Giunone, ma del suo culto a Roma ci sono scarse notizie. Pare, sempre a Roma, che il corrispondente maschile, oltre a Ba’al, fosse Eshmun, generalmente identificato con Esculapio, dio patrono della medicina.


NOTE


1 M. DE GRÈCE, La Crète épave de l’Atlantide, ed. Rombaldi, 1976. V. in particolare: pp. 68–69.
2 Cfr. PAUSANIA, Itinerario della Grecia.
3 AGOSTINO, La Città di Dio, XVIII, 9.
4 Secondo Stefano di Bisanzio.
5 Cfr. PAUSANIA, Itinerario della Grecia.
6 PAUSANIA, Itinerario della Grecia, VIII, 2–3.
7 ERODOTO, Storie, VIII, 55; PROCLO, Commentario sul Timeo, I–173, 10.
8 APOLLODORO, Biblioteca d’Apollodoro, III–14–1.
9 APOLLODORO, Biblioteca d’Apollodoro, III–14; DIODORO SICULO, Bibliotheca Historica, I–29–2.
10 ERODOTO, Storie, IV, 80; cfr. anche S. AGOSTINO, De Civitate dei, XVIII–9 e APOLLODORO, Biblioteca d’Apollodoro, III–14–1.
11 Bibliotheca Historica, IV, 79.
12 STRABONE, Geografia, IX, 1–20.
13 HELLANICOS e ANDROTION, (Atthis I), Ister, III–7, citato da HARPOCRATION. F.H.G. Didot; ERATOSTENE, Costellazioni.
14 ERODOTO, Storie, VII, 92, I, 173;
15 Crizia, 110 a, b.
16 APOLLODORO, Biblioteca d’Apollodoro, III–14–7.
17 MARMOR PAROS, F.H.G. Didot.
18 OVIDIO, Metamorfosi, VI, 421–427.
19 ARISTOTELE, Costituzioni d’Atene, III, 2.
20 Cfr. APOLLODORO, Biblioteca d’Apollodoro, III–15–5; EURIPIDE, citato da CHARLES PICARD, Réligions préhelléniques, Paris, 1948.
21 Storia fenicia. FILONE DA BYBLOS, citato da EUSEBIO, Preparazione evangelica, 1–9, F.H.G., Didot.
22 ANIADNE DA NICOMEDIA, Eustache ad Dion, 232, F.H.G., Didot.
23 DIODORO SICULO, Bibliotheca Historica, III, 53, 55.
24 DIODORO SICULO, Bibliotheca Historica, III, 51.


Associazione culturale Liutprand 27100 PAVIA      copyright ©1994-2018 e-mail: liutprand@iol.it