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di Atanan Ait u–Lahyan
LA FIDANZATA D'ANZAR
Un antico racconto berbero (Nord Africa)


Una volta, tanto tempo fa, quando ancora la Terra toccava il cielo, le piogge vennero a mancare per un lungo periodo e una gravissima siccità colpì la terra di Tamazgha (quella che gli antichi Greci conoscevano col nome di “Atlantide”). Quando si metteva improvvisamente a piovere, un vero e proprio diluvio s’abbatteva sui campi secchi e portava via quel poco che i contadini erano riusciti a far crescere, per la loro sopravvivenza. Dopo le improvvise inondazioni, che distruggevano intere regioni, arrivava un calore implacabile, che consumava ogni pianta ed ogni scorta. Il paese sprofondava nella desolazione. Uomini, animali e piante morivano di calore o di freddo, di fame e di sete.
I più vecchi, quando parlavano, si ricordavano con gran nostalgia i tempi andati della loro gioventù, quando il tempo era bello, le stagioni regolari e clementi. In autunno le nuvole coprivano il cielo e pioveva abbondantemente, abbastanza per riempire ruscelli e fiumi, per irrigare le pianure e i campi. L’inverno non era mai né troppo lungo né troppo rigoroso, nevicava sulle cime e sui versanti dei monti sino a che la primavera, come per un regolare miracolo, veniva a rinverdire tutto il paese. Allora gli alberi producevano frutti abbondanti, i prati si coprivano d’alte erbe d’ogni colore, il sole brillava con calore nel cielo limpido e riscaldava tutte le creature, nella gioia e nella felicità. Poi arrivava l’estate, con la sua luce ed i suoi sapori, splendente e feconda, stagione delle messi e di celebrazioni di gioia! Africa, la dea della terra e della fertilità, era generosa, e Anzar, il dio delle piogge e delle stagioni, era saggio e vegliava sul benessere della gente.
Che cosa era dunque avvenuto, perché Anzar, dio della pioggia, divenisse ombroso e capriccioso? Si sarebbe detto che agisse a caso, senza più sapere che cosa facesse. Alcuni avevano avanzato l’ipotesi che si fosse ammalato, o fosse troppo vecchio, o persino morto. Forse era geloso perché il suo popolo, gli Imazighen, s’era allontanato da lui e venerava le strane divinità orientali: Ishtar, Baal, portati dai Fenici? Altri predicevano la fine dei tempi.
I più critici accusavano l’intera comunità e pretendevano che fosse diventata ingrata, troppo avida, dedita a sprechi insensati, tanto da far torto alla natura, col diboscamento, con l’accensione di fuochi, per fertilizzare i campi, con la deviazione del corso dei fiumi. In alto, nel cielo, Anzar doveva essere molto scontento di tutto ciò!
Nessuno poteva sapere che cosa sarebbe accaduto degli uomini e della Terra, sino al giorno in cui un famoso “Agurram”, cioè un saggio sacerdote, molto stimato, del sud del Marocco, decise di chiarire il mistero. “Non può più durare così” Dichiarò egli un giorno nell’assemblea dei saggi, davanti a tutti i suoi confratelli riuniti in congresso straordinario a Tetawine (Tetuan), all’estremo nord del paese, dove i sacerdoti si riunivano presso le sacre sorgenti.
“Il popolo soffre per la carestia e il bestiame muore. Le foreste scompaiono e il deserto avanza d’anno in anno, invadendo terre e villaggi. I fiumi sono diventati come dei fossi secchi e pietrosi, senza pesci, senza anatre, senza aironi. Se continua così, tutto scomparirà entro dieci anni”.
“Stimatissimo Agurram, che cosa possiamo fare? È la Natura e non si può fare nulla. Abbiamo moltiplicato preghiere e processioni, predisposto serbatoi di scorta, piantato alberi per fermare il deserto, allargato il corso dei fiumi, ma non è servito a nulla. Siamo poca cosa, noi, di fronte ai cataclismi naturali”.
“Non si può fare nulla – rincarò la dose un altro saggio – e propongo di abbandonare le terre e darci al nomadismo. Sarà l’unico modo per sopravvivere di fronte a queste mutazioni naturali. Nessuno può far cambiare l’opinione d’Anzar, lo sai bene, Agurram, e dobbiamo adattarci ai suoi umori”.
“Ebbene, andrò io a parlare al dio della pioggia, per farmi dire il motivo. Ci sono ancora dei ‘cammini del cielo’ aperti, o no? Avete forse dimenticato che gli Anziani ne parlavano? Si dice che i saggi di Titlan–tite (Atlantide) ne avessero tracciato carte precise ed io conosco un confratello che ne possiede una autentica, andrò a parlargli domani stesso”.
Alcuni dei sacerdoti dell’assemblea ebbero la tentazione di scoppiare a ridere, ma si frenarono per non contrariare il collega. La sua proposta sembrava bizzarra e inattesa, persino per dei maghi abituati ai misteri dell’universo. Tuttavia si limitarono a scuotere la testa e poi proseguirono l’assemblea, con delibere di contenuto più razionale, concrete e dii risultato immediato. Lasciarono dunque che il nostro mago vaticinasse, il che era la sua specialità, come per tutti i maghi del Sud, ritnuti stravaganti, e decisero di costruire dei granai collettivi, di ritornare al nomadismo ed alla transumanza, per adattarsi meglio all’ambiente o – se occorreva – per accettare persino l’esilio.
Il nostro Agurram, però, era testardo e refrattario ad adattarsi per forza alle circostanze e la sera stessa non partecipò alla chiusura dell’assemblea, non per dispetto, ma perché manteneva la ferma decisione di tentare l’impossibile per salvare la sua patria.
Si preparò a partire in viaggio, si portò cibo per mangiare lungo il cammino e vestiti pesanti di ricambio, coperte, perché andava in un luogo molto freddo. Preparò e caricò il mulo e partì l’indomani mattina, di buon’ora, che era ancora buio e la luna dominava il cielo stellato, in tutto il suo splendore lattiginoso.
Si diresse risoluto verso il Sud, verso le più alte montagne di tutta Tamazgha, le cui cime si perdono sempre tra le nubi. Prima di arrivare, si fermò nella città d’Amerrukash per riposarsi, a casa d’Anejjam, uno dei suoi confratelli. Si scambiarono segni di cortesia, ricette di pozioni e di medicine, e naturalmente parlarono del Congresso dei Maghi e della situazione del paese.
“Dunque tu speri, nonostante la disapprovazione dei vertici intellettuali e spirituali del paese, d’intraprendere un viaggio per incontrare Anzar, il dio della pioggia, e riuscire a parlargli? Perché mai dovrebbe cambiare il suo atteggiamento? Gli abitanti di questo paese si meritano quello che sta accadendo, perché hanno perduto ogni contatto col Cielo ed hanno dimenticato le tradizioni ed i segreti degli Antenati”.
“Sì, Anejjam, tu hai ragione, le tradizioni originarie si vanno perdendo e si rispetta sempre meno la Natura, te lo concedo. Tuttavia, non è una ragione sufficiente per non sperare in un avvenire migliore e per non cercare di salvare la vita”.
“Conosci il mio parere, a questo proposito. La Natura è il nostro insegnante supremo, dobbiamo obbedire alle sue leggi e conformarci alla sua volontà. Non possiamo cambiare nulla né al suo ritmo, né alle sue imperfezioni. Possiamo solo sottometterci ai suoi capricci. Lei ha creato tutto come lei vuole e sa meglio di noi che cosa è bene o no per la vita. La pretesa d’immischiarsi nei suoi affari è una pretesa folle, un segno d’orgoglio smisurato, e non può generare altro che la distruzione dell’armonia del mondo”.
“Anejjam, amico mio, riprese Agurram con tono calmo e rassegnato, è vero che siamo figli della Natura, allo stesso titolo delle piante, degli animali e di tutto ciò che è stato creato, che si veda o no. Questa però non è una ragione valida per subire i capricci del tempo, soffrire ogni sorta di calamità, senza cercare di proteggerci e di migliorare la nostra sorte.
Non ho mai preteso di cambiare il corso della vita, ma non credo alla fatalità del destino. Non sono né un orgoglioso né un insensato, tento solo di rendere la vita del nostro popolo un po’ più sopportabile e più facile. Non è forse questo il nostro ruolo di guide per l’intera nazione amazigh? “
“Agurram, sei un saggio ed un idealista e sai ciò che fai. Quanto a me, rispetto i tuoi sogni, ti ritengo audace e generoso e non voglio scoraggiare i tuoi tentativi. Poiché sembra che tu sia convinto, ti mostrerò la Settima Porta del Cielo, che ho ereditato dai miei più lontani antenati, ma devo confessarti che non ho mai creduto nella sua veracità.
Permettimi ugualmente di dirti che, anche se essa fosse autentica, e se tu riuscissi nella tua impresa, non faresti che ritardare l’orribile fine che ci attende tutti: la disgregazione del nostro popolo e della nostra terra, a causa della negligenza e dell’oblio delle origini. La gente è molto ingrata e ciascuno non cerca più altro che il proprio profitto, come vedi, e non meritano certo i tuoi sforzi”.
“Ti sono riconoscente, Anejjam; diciamo che, se non lo faccio per i nostri contemporanei, lo faccio per le generazioni future, sperando che si redimano, e lo faccio per amore della nostra terra, che tanto ha dato e sofferto, per le piante e gli animali che tu ami quanto me e che sono innocenti di tutto quello che sta succedendo”.
Il sacerdote d’Amerrukash estrasse da una giara un rotolo di pelle di capra e lo srotolò. Era la carta del Cammino del cielo. Con un gessetto tracciò a terra il disegno e lo ricopiò con cura, descrivendo lentamente l’itinerario che l’Agurram doveva seguire.
“All’altezza della cima più alta del monte At–boukal, dal versante nord, vedrai di fronte a te un promontorio roccioso avvolto da brume; e di prima mattina vedrai Amanar, la Stella del Nord, che risplende vivamente prima di scomparire. Una breccia si aprirà nel muro di nubi che ti avvolgeranno e tu dovrai avanzare con coraggio, perché l’apertura rimarrà accessibile solo per pochi istanti, prima che i raggi del Sole comincino a spuntare ad Est.
Quando passerai per questa Porta del Cielo ti renderai tu stesso conto d’essere entrato nel Regno del Dio Anzar, e vedrai una specie di città di ghiaccio e cristallo, e non dovrai avere nessun timore, perché il dio è pacifico ed apprezza i visitatori cortesi. Ecco quanto ti posso dire, caro amico”.
Agurram, pensieroso, si mostrava molto interessato al discorso d’Anejjam, mentre la luce della lampada ad olio rischiarava dolcemente i muri ed il soffitto della stanza con riflessi aranciati che danzavano, e di tanto in tanto doveva sporgere la testa per vedere meglio il disegno riprodotto al suolo, per ripercorrere con un bastoncino di canna il percorso che avrebbe dovuto percorrere, tutto solo.
Strofinandosi il mento, ripeteva ad alta voce le tappe, per ricordarsele meglio.
Annejam confermava annuendo col capo e dicendo “sì, sì…” per approvare, poi aggiungeva altre spiegazioni che gli venivano alla memoria, e consigli che riteneva utili.
Dopo aver ricevuto queste informazioni, l’indomani l’Agurram si alzò di buon’ora, si preparò, si raccolse un momento in concentrazione nel cortile di casa, sotto il cielo stellato e, dopo un’abbondante colazione in compagnia del suo amico, si congedò, promettendogli di ritornare con buone notizie, poi partì tutto gioioso, suonando il suo flauto, verso le alte cime.


La montagna Djurdjura, in Kabylia.

A poco a poco superò ogni traccia di presenza umana e si avventurò sulle pendenze più ripide, in un paesaggio grigio e roccioso. Enormi rocce e mucchi di neve gli sbarravano il passo. Più volte il suo mulo si fermò e non poté avanzare. Il sentiero diventava stretto e sempre più scivoloso.
L’Agurram mise piede a terra, prese il mulo per le redini e lo pose al riparo sotto un’ampia piastra di basalto, in un luogo ove il suolo era ricoperto d’erba verde, fresca e tenera. “Qui starai meglio che a casa, vecchio compagno! Aspettami tranquillo e non scendere da solo.”
Accarezzò la cavalcatura, scaricò il bagaglio, prese l’essenziale e proseguì l’ascensione per tutto il pomeriggio, verso la cima più elevata, che sembrava tanto vicina, ma si allontanava tanto più, quanto più gli sembrava di raggiungerla.
Due esseri graziosi uscirono da una cascata di ghiaccio e gli si presentarono.
Somigliavano a due ragazzi adolescenti, dalla pelle diafana, quasi trasparente. Erano vestiti di tuniche brillanti e leggere come satin e sembrava che i loro piedini sfiorassero appena il suolo. Gli si fecero incontro sorridenti, gli presero le mani, una ciascuno , e lo guidarono verso una cupola di cristallo.
“Oh! La! La! Disse uno dei due ragazzi di porcellana. Arrivate in un brutto momento, il nostro fratello maggiore Anzar è d’un pessimo umore”.
“Oh! La! La! Esclamò l’altro bambino di vetro. Arrivate nel momento propizio. Nostro fratello Anzar ha bisogno d’aiuto. Venite, è proprio il Cielo che vi manda”.
Lo trascinarono, ridendo, nell’edificio rotondo, in cui altri esseri simili a loro erano radunati, come uno sciame di lucciole, intorno ad una colossale fontana dalla quale si versavano cascate d’acqua di tutti i colori. Al centro, un gigante, pallido e luminoso come tutti quegli esserini, con una corona di corallo sul capo, era seduto su un trono di diamanti.
L’Agurram rimase stupito, senza fiato, per la maestà di quel colosso, che lo guardava con occhi tristi e malinconici. Non seppe che cosa dire né che cosa fare, se accennare un inchino di gentilezza, abbassare la testa in segno di rispetto e d’umiltà, o alzare la fronte in modo franco e fiero e sostenere il terribile sguardo di quel viso luminoso.
Rimase invece pietrificato, mentre un gran silenzio regnava nella sala. Non si sentiva altro che il rumore cristallino dell’acqua della fontana–trono, come note acute di musica, ogni volta che i colori cambiavano.
“Eccoti finalmente! Tuonò Anzar con voce vibrante. Aspetto da tanto tempo un messaggero del tuo popolo. Anche se non ho nessuna nozione del vostro scorrere del tempo, mortale, quest’attesa pare durare da un’eternità”.
“Sono al Vostro servizio, Maestà”. Fu tutto ciò che l’Agurram riuscì a dire, perché gli sembrò evidente che parlava a qualche straordinario monarca.
“Ecco il problema: il Signore dei Mondi, l’Essere supremo, mi ha affidato l’ingrato compito di regolare, con questa banda di fannulloni, il ciclo delle stagioni e di controllare le acque necessarie per la vita sulla vostre Terra. Purtroppo, però, ho bisogno d’una sposa che mi dia la poesia e l’arte, di cui ho un disperato bisogno, la sensibilità e la freschezza che mi mancano, senza le quali non potrei lavorare con piacere ed entusiasmo”.
“Insomma, il fratello Anzar si annoia a morte e muore per mancanza d’amore!” esclamò un ragazzino dai riccioli d’argento, con un sorriso ironico sulle labbra.
“Silenzio, Badad! Screanzato! Eh sì, stimatissimo Agurram, io sono una delle vostre divinità tutelari, ma ho un cuore sentimentale e desidero una donna che mi offra calore e un po’ di esuberanza umana. Mia sorella minore, Africa, che regge il ministero della fecondità delle specie e della fertilità della Terra, è scontenta con me. La megera afferma che non compio il mio dovere, mi accusa d’essere pasticcione e talvolta avaro, altre volte troppo spendaccione. Come risultato, il disordine totale: non esistono più le stagioni. Dimmi francamente se questo è vero”.
Il dio Anzar, col suo sguardo fosforescente e corrucciato, chiese al povero Agurram di dirgli il motivo della sua venuta.
“Vostra Maestà, riuscì a borbottare il saggio, abbiamo notato qualche sregolatezza del clima, con canicole e siccità, seguite da diluvi torrenziali e inondazioni imprevedibili. Vengo a reclamare la vostra clemenza, da parte di tutti gli esseri viventi della Terra”. Era sollevato per essere riuscito a pronunciare tali frasi, ma il cuore gli batteva fortissimo in petto.
“Vedo, vedo. Più vi si dà, più pretendete. E dire che col tempo ho imparato meglio il mestiere… all’inizio lanciavo delle glaciazioni su mezzo pianeta! Ho commesso un solo errore, lo riconosco. Africa non riesce ancora a perdonarmelo. L’errore di asciugare le paludi del Sahara, perché lei voleva mettere là il più bel giardino della Terra, e invece ho fatto seccare tutto. Ho già pagato abbastanza, però, per il mio errore. Ora ne ho abbastanza della solitudine. Se volete che vi aiuti, accomodatevi: ho anch’io un favore da chiedervi”.
“Anzar è innamorato! Anzar è innamorato!” Cantarono in coro tutti i cherubini ridacchiando, mentre il dio Anzar fissava disperatamente l’Agurram.
“Ascolta, Agurram, è vero. Sono innamorato d’una ragazza dei Sanhaja, che vivono sull’Alto Atlante. Lei ha un nome da predestinata: si chiama Tanit, l’Angelo! Mia sorella Africa me ne ha parlato ed io l’ho vista spesso, di nascosto, mascherandomi da aquila. È tanto bella e gaia!
Mi piace il suono meraviglioso della sua voce quando canta, mi piacciono le sue risa ed i suoi vestiti colorati. Anche lei mi ama e le poesie che compone per evocarmi sono meravigliose e commoventi. Ti chiedo perciò d’andare dai suoi genitori per chiedere la sua mano da parte mia. Accetto sin d’ora tutte le loro condizioni. Farai questo per me?”
“Sì, Signore, farò come volete”. Rispose l’Agurram.
Il giorno stesso partì per il villaggio di quella ragazza. Fu più facile e più rapìida la discesa della montagna, rispetto all’ascensione. Il dio Anzar aveva calmato le raffiche di vento e spianato la neve, tracciando facili sentieri.
Arrivò rapidamente alla grotta in cui aveva lasciato il mulo. Lo trovò fresco e riposato. Partirono verso Amerukash, per raccontare l’avventura all’amico mago Anejjam.
Ora l’Agurram si sentiva investito d’una missione eccezionale, della massima importanza, come ambasciatore degli dei presso gli uomini.
L’indomani si alzarono presto e si diressero verso la zona dei Senhaja, tribù di nomadi che si spostava con gli armenti quasi in continuazione. Attraversarono prati in fiore, boschi oscuri e freschi di querce e di cedri, torrenti d’acqua fresca. Alla fine della giornata videro in distanza una cittadina, coi muri del colore della terra che si confondevano nella natura circostante. La raggiunsero e chiesero di parlare con Assaru, l’Anziano.
Questi li accolse con cordialità e non mostrò nessuna sorpresa al vederli. Una ragazza dalle lunghe trecce entrò con un sorriso, per servire loro un po’ di latte, del formaggio, fichi secchi e pane.
“E’ lei, Tanit. E’ straordinaria, non può essere che lei”, pensò l’Agurram.
L’Anziano continuava a parlare della pioggia e del bel tempo, dei pascoli e dell’acqua.
L’Agurram taceva e fingeva interesse alla conversazione, sino a che il discorso degli altri due non cadde sul nome del dio Anzar.
“Siamo venuti qui proprio perché lui stesso ce l’ha chiesto”. E gli spiegò i motivi del viaggio.
“Il dio Anzar? Volete forse prendermi in giro? Non scherzate!” Assaru rimase di sasso e cambiò atteggiamento. Divenne sospettoso e non sapeva se ridere o adirarsi con quei due, che sembravano venuti per prenderlo in giro.
L’Agurram gli raccontò con calma tutte le proprie peripezie, l’incontro col dio della pioggia ed il vivo desiderio di colui di sposare una ragazza dei Sanhaja.
‘Così, per mettere fine a tutte queste catastrofi climatiche, il dio Anzar mi ha incaricato di venire a chiedere per lui la mano di vostra figlia Tanit e accetta in anticipo ogni condizione che vorrete imporgli”.
“Tanit, esclamò l’Anziano, mia figlia. Solo lei si chiama così. Vi rendete conto di quanto mi state chiedendo? Vi ho accolti in amicizia, come persone di fiducia, vi ho aperto la mia casa ed il mio cuore e voi prendete in giro le nostre disgrazie e ve la ridete dell’onore della mia famiglia! O siete pazzi, o non vi perdoneò mai tale affronto. Andatevene, prima che vi afferri per il cappuccio e vi butti fuori!”
“Ascoltate, vi assicuro…” balbettava l’Agurram disperato, mentre l’amico cercava di defilarsi.
“Padre, Damya vuole vederti a tutti i costi”.
“Damya! la Saggia! Oggi è proprio il giorno delle visite speciali”.
Prima che l’Anziano reagisse, la Saggia era entrata nella stanza. Era una grande donna di mezz’età, dal viso sorridente, il petto maestoso e le anche imponenti, che rovesciò subito la situazione.
Oggi è proprio un gran giorno, come sono felice d’incontrarvi! Benvenuti, amici! Benvenuti i messaggeri del cielo, vi attendevo”.
Abbracciò l’Agurram confuso ed il suo amico Anejjam, che respirarono di sollievo a quest’aiuto inatteso. Quanto a lei, cominciò a spiegare a tutta la famiglia:
“Assaru, vecchia volpe! Non mi hai neppure avvisata dell’arrivo dei tuoi invitati? Volevi conservare la notizia solo per te!”
“Ma che dici, uccello del malaugurio? Sono due truffatori o due pazzi, che non conosco e che pretendono che il dio Anzar in persona li abbia inviati a chiedere la mano di mia figlia. Ti rendi conto? Stavo per mandarli fuori a calci nel sedere, quando sei arrivata”.
Tutta la famiglia lanciava grida di sorpresa e d’indignazione verso i due uomini, mentre Tanit, tutta rossa, si nascondeva.
Damya tranquillizzò tutti e dichiarò estasiata:
“Assaru, amico mio! Sempre pronto alla lite! Non ti rendi nemmeno conto della grande notizia che ti hanno portato! Il nostro villaggio è onorato dalla visita di questi uomini illustri! La tua casa e la tua famiglia sono state benedette dal cielo!”
Raccontò che aveva visto l’incontro meraviglioso in sogno, per diverse notti di fila, e che l’avvenimento straordinario avrebbe salvato il mondo dalla catastrofe.
L’Anziano era senza parole. Tanit avanzò verso il padre e i visitatori ed annunciò con calma:
“Padre e madre, mi aspettavo da gran tempo questo giorno, perché il dio della pioggia me l’aveva annunciato in sogno. Mi ha detto che mi ama d’amore eterno e mi desidera presso di lui, ed io gli ho promesso il mio cuore in segreto. Come sarei felice di andare a vivere con lui!”
Il padre rimaneva incredulo e la guardava, ma non reagiva. L’Agurram, reso ardito da quanto accadeva, gli venne in soccorso.
“Stimatissimo amico, non ti ho mai voluto offendere, ma ti ho annunciato tutta la verità”. Assaru, che non voleva perdere la faccia, si decise:
“Rimando la discussione e la decisione finale a domani, entro mezzogiorno. Dobbiamo informare l’Assemblea della tribù e io accetterò il parere della maggioranza. Ora ritornate alle vostre occupazioni”.
Rimasero solo sua moglie e Tanit, insieme ai due invitati e alla Saggia donna. L’Agurram dovette raccontare di nuovo tutto il suo viaggio e soprattutto ripetere le parole del dio.
L’indomani l’Assemblea era affollata, sotto il grande ulivo della piazza pubblica. Damya, la Saggia, accompagnata dai due sapienti stranieri, spiegò il tutto con voce ferma agli abitanti del villaggio. Ricordò la situazione economica e la disastrosa siccità. Poi chiese a Tanti di parlare e di esporre la propria decisione a tutti.
La ragazza disse che era d’accordo ed esplosero grida di gioia ed applausi.
Il padre Assaru non poté che accordare il proprio consenso.
Giovani e vecchi venivano a rallegrarsi con loro.
Fu deciso il fidanzamento di Tanti col dio Anzar e in qualche giorno si preparò il viaggio della giovane, per le nozze straordinarie. La notizia si diffuse per tutto il Paese, di bocca in bocca. Tutti esultavano, nei villaggi e nelle citté non si parlava d’altro che della fidanzata d’Anzar e ciascuno aggiungeva qualcosa di suo alla notizia.
Altre ragazze però, gelose della felicità e della gloria di Tanit, pretendevano a loro volta d’essere le vere fidanzate del dio Anzar. Ce n’erano in diversi luoghi. Solo un prodigio celeste avrebbe posto fine alla confusione. Una nube passò in cielo, proprio sulla giumenta che portava Tanit verso il suo sposo, e la coprì con la sua ombra fresca, mentre una grandine con chicchi grossi come uova si abbatteva sulle altre pretendenti e le obbligava alla fuga.
I festeggiamenti durarono un’intera settimana e si decise che l’Agurram, come Messaggero del cielo, avrebbe accompagnato la ragazza, insieme alla madre, alla sorella e ad altri amici. Il contratto di matrimonio diceva:
“Si conviene che il dio Anzar, ormai membro della famiglia degli Imazighen, prenderà la massima cura della loro figlia Tanit e che le accorderà il permesso di visitare la famiglia terrestre una volta l’anno.
Il dio Anzar veglierà ugualmente perché non si verifichino più siccità prolungate, né precipitazioni disastrose, ma un giusto equilibrio ed una giusta distribuzione di piogge lungo le stagioni sarà mantenuto lungo tutto il corso dell’anno, affinché i raccolti siano abbondanti e nei pascoli non manchi l’erba”.
Ciascuno volle aggiungere qualcosa: chi non desiderava più un caldo eccessivo, chi non voleva la neve in certi luoghi e in certe epoche dell’anno, chi voleva solo due stagioni nel calendario agricolo: un autunno per i lavori dei campi e una primavera per le messi, chi parlava di regolazione dei venti, mentre altri chiedevano che piovesse solo di notte, che scomparisse il freddo e che fossero aboliti per sempre i venti caldi, respinti verso il deserto, e le tempeste, che non dovevano più scendere dalle alte cime
Ma l’Agurram, Anejjam e la Saggia donna riuscirono a moderare gli entusiasmi esagerati e si convenne che sarebbe stata la stessa Tanit a vegliare sul benessere della Terra, consigliando il marito.
Un bel mattino, un lungo corteo prese la via per Amerukash. Tanit era raggiante e molta gente volle accompagnarla verso le montagne.


Il massiccio Ahaggar, nel cuore del deserto del Sahara.

Soltanto l’Agurram, Anejjam, Damya e Assaru accompagnarono la giovane al di là degli altipiani. La salita lungo la Strada del cielo fu comoda, questa volta.
Assaru diceva alla figlia: “Figlia mia, non dimenticarti mai del tuo popolo. Sii felice e mandaci un messaggio, ogni tanto, da dove andrai a vivere”.
“Padre, ti prometto che non vi dimenticherò mai e che veglierò sempre su di voi. Verrò a trovarvi regolarmente, e voi non dimenticatemi”.
L’oceano di nubi si scosse davanti a loro, proprio in quel momento, e si apriì in due colonne di vapori. Al centro, s’apriva per loro il sentiero del cielo. Il corteo avanzò, lentamente, sino all’immenso spazio di cristallo., tra le cupole scintillanti e le torri di ghiaccio. Furono accolti da una folla di creature luminose, che li guidarono verso la cupola centrale, dalla quale usciva una musica celestiale.
“Sia benvenuta la fidanzata d’Anzar! Viva Tanit!” Gridava la folla, mentre loro si dirigevano al centro, verso la fontana dai getti colorati.
Il dio Anzar li attendeva sul trono di diamanti. La giovane si diresse verso di lui. I due si osservarono a lungo, in silenzio, tra gli applausi generali.
“Anzar, non essere timido. Abbraccia la tua fidanzata!” gridava un gruppo d’angioletti. Altri fischiavano d’ammirazione: “Com’è bella! E fa parte di noi!”
Né Anzar né Tanit prestavano attenzione a ciò che accadeva intorno a loro; si contemplavano con amore, si sorridevano teneramente e sembravano essere altrove, in un universo in cui esistevano solo loro due.
Anzar chinò il capo verso Tanit, come per dirle qualcosa nell’orecchia. Lei ascoltò e lo baciò castamente in fronte. Egli emanò un alone di viva luce e divenne un bellissimo giovane, un principe dal dolce viso sorridente, vestito d’oro risplendente con pietre preziose, di gioielli e di raggi di luce.
Una silfide gli porse una corona di perle e di rugiada, che egli posò delicatamente sulla testa di Tanit.
La sala irraggiava le vibrazioni d’amore e di tenerezza che emanavano da quella coppia perfetta e armoniosa. Erano proprio fatti l’uno per l’altra e formavano ormai un solo corpo, meraviglioso.
“Discorso, discorso!” Gridava un cherubino battendo le mani.
Il dio Anzar si riprese dal rapimento e s’indirizzò a tutti:
“Cari amici, non posso descrivermi la mia felicita! Ecco tra noi Tanit, come tanto ci siamo augurati. So che l’amate già come una sorella e che le attribuirete il posto che merita tra noi. La nostra casa vibrerà di canti di gioia e d’amore. Conto su di voi, perché la guidiate e le rendiate più facili i compiti che l’attendono”.
“Io le insegnerò a impastare la neve”.
“Io le insegnerò a intrecciare la pioggia”.
“Ed io a cavalcare i venti”.
“Ed io come accendere i lampi”.
“Le insegnerò a fare collane di rugiada”.
“Ed io a profumare la brezza”.
Ciascuno degli esserini luminosi esprimeva un augurio, quando il dio Azar fece un gesto per proseguire il discorso.
“Voglio testimoniare tutta la mia riconoscenza a suo padre Assaru, che l’ha accompagnata sino a qui, benedicendo la sua scelta. Avrà sempre la pioggia per i suoi campi e le sue erbe. Nessuna calamità s’abbatterà sul suo paese, sino a che i suoi vivranno in armonia con la Natura. Quanto a te, stimato Agurram, per ricompensare il tuo coraggio ti nomino Gran Comandante della Stella Polare. Ogni volta che modulerai note sul tuo flauto potrai regolare la pioggia ed il bel tempo, e so che non sarai capriccioso e ne farai buon uso.
E voi, Anejjam e Damya, ricevete in ringraziamento per il vostro aiuto la capacità di comprendere la lingua delle stelle e di prevedere l’avvenire dal corso degli astri.
Che la vostra scienza sia usata solo per il bene della vostra comunità.
Credo di aver detto tutto l’essenziale. Ed ora, si dia inizio ai festeggiamenti!”
Gli esseri di luce scintillavano, danzavano gioiosi, formavano girotondi e lanciavano rugiada e petali di cristallo sulla coppia, che avanzava tra loro, mano nella mano.
Al matrimonio intervennero numerose divinità, felici che il dio della pioggia fosse guarito dalla lunga malinconia.
Africa era radiosa, baciò affettuosamente il fratello e la meravigliosa cognata, che coprì di regali. Una pioggia benevola e fine cadde sulla terra per giorni e giorni. Tutti gli abitanti di Tamazgha capirono che in alto nei cieli gli dei e gli uomini si erano riconciliati.
Parecchi giorni dopo, l’Agurram, coi suoi due amici e il padre di Tanit, ripartirono con rimpianto e scesero dalla montagna verso la loro pianura.
La pioggia era cessata e tutti scorsero nel cielo un meraviglioso prodigio, mai visto prima: un immenso arco di luce e di teneri colori si dispiegò nell’orizzonte chiaro e tutti riconobbero Tanit, coi suoi nastri colorati.
Tutti gridarono di gioia, nei villaggi, nelle città, su altipiani e colline, dovunque per la bella terra di Tamazgha si udiva l’esclamazione di gioia: “E’ Tanit! E’ lei!”
Era tanto bella e luminosa e sembrava dire che era felice, che era presente vicino a loro, benché lontana, e che avrebbe vegliato in eterno sulla propria terra.



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