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di Alberto Arecchi
ANTICHI MARINAI LIBICI
alla conquista delle Ande


Nel 1885 l’ingegner Karl Stolp scoprì misteriosi graffiti in una grotta, nella valle del Rio Tinguiririca, sulle Ande cilene, a 34°45’ di latitudine sud, presso San Fernando, nella Regione del Generale Bernardo O’Higgins. Stolp raccontò la propria scoperta all’Associazione Scientifica Germanica di Santiago del Cile, il 22 agosto 1888, e ne pubblicò la memoria sulla rivista Verhandlungen des Deutschenwissenschaftlichen Vereins zu Santiago de Chile, Valparaiso, Vol. 2/1, 1889–1893, pp. 35–37.


La grotta detta “Casa Pintada”, nella valle del Rio Tinguiririca.


“Stavo viaggiando attraverso la catena dei monti Cajón, quando un’improvvisa tempesta di neve mi costrinse a cercare rifugio tra le rocce d’un canalone. Io e la mia gente lasciammo i cavalli e cercammo un riparo in una caverna sul lato sud del canalone, a 2000 piedi (circa 600 m) d’altezza sul fondo della valle, molto difficile da raggiungere.
I nativi si tengono lontani da quella grotta, perché dicono che vi si trovino segni segreti e la ritengono infestata dagli spiriti.
Il tempo avverso mi costrinse a rifugiarmi là dentro. La caverna rimaneva completamente asciutta con qualunque tempo, come si vedeva dallo spessore dello strato di polvere. Strani segni graffiti ricoprivano le pareti lisce e la volta dell’antro.
Decisi d’esaminare la caverna con attenzione e scavai nella polvere, sino a trovare sette scheletri umani, cinque maschili e due femminili. Alcuni degli scheletri erano così fragili che si sbriciolarono tra le mie mani. Trovai anche strumenti rozzamente lavorati, di rafia, e gioielli fatti di conchiglie.
Gli strani segni sulle pareti erano tracciati con colori rosso, nero e bianco. L’analisi chimica ha rivelato che il rosso ed il nero erano ottenuti da argille ricche di ferro, mentre il bianco era fatto di caolino o cenere.
Quanto ai graffiti, a un primo sguardo si direbbe che qualcuno si fosse divertito a decorare le pareti della caverna con disegni ispirati alla terra delle Piramidi. Ma perché mai e – soprattutto – perché in un luogo così inaccessibile? Non sono neppure riuscito a riprenderli in modo adeguato con la mia macchina fotografica…
La caverna è detta ‘la Casa Pintada’, ossia la casa dipinta”.


Il celebre scienziato Ignacio Domeyko (1802–1889), di origini polaco–bielorusse, naturalizzato cileno, fu il primo a scoprire la Casa Pintada.


I dipinti di quella grotta erano già stati segnalati nel febbraio 1861 dallo scienziato polacco Ignacio Domeyko. Nel 1906 il sito fu parzialmente rovinato da un terremoto.
Nel 1974 George F. Carter Senior, professore di geografia alla Texas A&M University, segnalò l’articolo di Stolp a Barry Fell, che stava decifrando alcune strane iscrizioni nell’Oceano Pacifico e in varie parti del continente americano. Carter pensò che l’iscrizione potesse somigliare a quelle polinesiane. Aveva ragione.
Secondo Barry Fell i caratteri dell’iscrizione della Casa Pintada erano quelli dell’antica lingua libica e si dovevano leggere alternativamente (in modo “bustrofedico”), una riga da sinistra e l’altra da destra. La lingua sarebbe l’antico Maori, molto simile anche all’antica lingua libica del Nord Africa, e Fell propose la seguente traduzione:


Dipinti rupestri della grotta “Casa Pintada”.


“Limite meridionale della costa raggiunto da Maawi. Questo nome corrisponde ad un cognome tuttora diffuso in Nord Africa (Mawi, Maoui) e significa letteralmente: “l’uomo dell’acqua”, cioè il navigatore. Questa regione è il limite meridionale della terra montuosa che il comandante (Rata, letteralmente “il capo”, termine molto simile al semitico “Ras”) rivendica, per iscritto, in questo territorio. Egli ha condotto la flotta verso sud sino a questo limite. Queste terre il navigatore rivendica per il suo Re e per la sua Regina e il loro nobile figlio, per un’estensione di 6.000 miglia. È una regione ripida e ricca d’alte montagne. Il 5 agosto dell’anno sedicesimo del Regno”.


L’iscrizione riportata dall’ing. Karl Stolp e tradotta da Barry Fell.


Un percorso di 6000 miglia (circa 9000 km, secondo l’antica misura del miglio), da nord verso sud. Una flotta che avrebbe toccato il continente americano, venendo da ovest, nell’attuale Messico, tra Cabo Corrientes e Manzanillo. Con un potente esercizio di fantasia, Barry Fell e i suoi seguaci supposero che gli autori dell’iscrizione fossero i navigatori di un’unica spedizione, partita dall’Egitto alessandrino del sec. IV a.C., con l’incarico di circumnavigare il globo… essi avrebbero percorso tutto il Pacifico, lasciando altre iscrizioni in varie isole. Sarebbero nuovamente salpati dalle coste americane, per ritornare verso ovest, ma si sarebbero persi negli arcipelaghi del Pacifico. Un gruppo avrebbe raggiunto la Nuova Zelanda: sarebbero stati gli antenati del popolo Maori. In realtà, Fell non aveva nessuna prova di tutto ciò. Non aveva neppure la minima idea di chi fossero quei navigatori, o dove potessero essere finiti (a parte le mummie trovate da Stolp, delle quali non si hanno più notizie). Non si capisce proprio come mai una flotta inviata da un faraone alessandrino potesse lasciare iscrizioni in lingua libica, e non in greco.


La Nuova Guinea occidentale (Irian Jaya) con la baia di Teluk Berau.


Certo è che si erano addentrati nell’interno: la valle in cui si trova la Casa Pintada si trova a parecchie decine di chilometri dalla costa. Un particolare che induce a pensare che la “presa di possesso” dell’iscrizione non fosse un’espressione puramente simbolica, ma che gli autori la considerassero come un vero e proprio titolo di proprietà del continente. Il luogo fu definito “inaccessibile” dallo stesso Stolp: una specie di sacro santuario, ove si custodiva la rivendicazione di possesso d’antichi navigatori libici su gran parte dell’America centro–meridionale.
Quei viaggiatori erano forse i mitici “Viracocha”, venerati – secoli dopo – dai nobili Inca come gli Dei bianchi e barbuti, miracolosamente comparsi dalle acque, per portare la tecnica e la civiltà? Se gli Dei bianchi parlavano e scrivevano in lingua libica, possiamo presumere che arrivassero da Atlantide e dal Nord Africa. Nulla però ci aiuta ad accertare se si trattasse di un’unica spedizione. Anzi, data la diffusione territoriale di graffiti ed iscrizioni in lingua libica, appare probabile che si tratti di tracce di molti viaggi e di diverse flotte, che percorsero i mari anche in tempi diversi.


Graffiti rupestri della grotta di Sosorra: l’immagine di una nave.


La spedizione di Josef Röder, dell’Università tedesca di Francoforte, scoprì negli anni 1937–1938 in una grotta a Sosorra, nella Baia McCluer, in Nuova Guinea occidentale, disegni, dipinti e graffiti tracciati con carbone e ocre colorate, conservati sotto un fine strato di stalattite concrezionata. La Baia McCluer oggi si chiama Teluk Berau. Tutta la regione è ricca di graffiti e dipinti lasciati da antichi navigatori.
Nei disegni della grotta di Sosorra si vedono navi e attrezzature da pesca, osservazioni astronomiche, “con l’illustrazione di fenomeni celesti e di attrezzature astronomici, fra le quali un sostegno a croce, un orologio solare ad angolo variabile per poterlo utilizzare alle diverse latitudini, uno strumento di calcolo che corregge gli angoli zenitali, divisori e squadre, carte celesti di costellazioni” e numerosi disegni e dipinti a carattere religioso, che ricordano divinità greco–egiziane. Si trovano anche indicazioni di miniere d’oro e d’argento.


Graffiti rupestri dell’isola di Wamera: immagini di costellazioni (l’Ariete – 1, il Toro – 2, il Triangolo – 3, e Perseo – 4), insieme a scritte dell’antica lingua Maori.


Negli anni ’70 Barry Fell interpretò la principale iscrizione di Sosorra come una sorta di rebus figurato. L’autore del disegno, che si firmava col nome Maawi, era il navigatore d’una flotta di sei navi, al comando di Rata. Fell riteneva che il capitano Rata ed il pilota Maawi fossero i padri fondatori della Polinesia, perché compaiono in tutte le leggende come numi tutelari degli arcipelaghi. Iscrizioni libiche, secondo Fell, si trovavano in Nuova Zelanda “sino al 1450 d.C.” In realtà, i nomi Rata e Maawi non aiutano molto a risolvere l’enigma, perché non sono nomi propri, ma indicano semplicemente i titoli, i “gradi” di comandante e di navigatore. In tutte le leggende essi sono visti come i numi creatori, che hanno popolato tutti gli arcipelaghi. Da questa constatazione al pensare ad una missione civilizzatrice, che avrebbe percorso l’intero Oceano, il passo non è molto lungo.


La Tanawa graffita nelle grotte di Sosorra, un antico strumento per la misura della longitudine.


L’unico dato apparentemente inconfutabile è questo: chi viaggiò attraverso gli Oceani parlava e scriveva la lingua libico–berbera. Iscrizioni nella stessa lingua sono state ritrovate in diverse isole del Pacifico e persino nelle valli dell’Oklahoma e del Mississippi. Ciò induce a credere che a più riprese gli antenati dei Berberi navigassero per gli Oceani e toccassero lontani continenti. Nessun ricercatore moderno avrebbe avuto interesse a falsificare una scritta nella loro lingua e nel loro alfabeto. Gli studi che attribuiscono a quel popolo la sovranità del favoloso Regno d’Atlantide, infatti, sono solamente degli anni 2000, editi dal sottoscritto, mentre tutte queste ricerche sono indipendenti e di gran lunga precedenti.


Brent Gorman mostra la “Pietra di Warner”, nell’Oklahoma, un cippo di confine con la scritta libica: “Terra di proprietà di Rata”, ossia: “Terra di proprietà del capitano”.


L’Atlantide dei nostri studi fu distrutta in un giorno imprecisato, intorno al 1200 a.C. Quei navigatori dovettero sciamare, prima di tale data, attraverso gli oceani, per esplorare e commerciare. Diffusero così la leggenda del Dio bianco venuto dalle acque, che non era né Colombo né Cortez, ma era piuttosto un libico–berbero, un antenato di Massinissa, di Giugurta, di Sant’Agostino e dei Tuareg attuali.


Graffiti rupestri nell’isola di Pitcairn, nel Pacifico.





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