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di Alberto Arecchi
LE CITTÀ CICLOPICHE DEL LAZIO
I mitici Pelasgi, parenti degli Etruschi, antenati dei Baschi o forse degli Albanesi


“Atlantide… governava le regioni della Libia che sono di qua dello stretto sino all’Egitto, e l’Europa sino alla Tirrenia”. (Platone)

Nell’antico Lazio, su un’estensione maggiore di quella dell’attuale regione amministrativa, esiste un certo numero d’acropoli cinte da mura “poligonali”, fatte di grossi blocchi accuratamente sagomati, ma non parallelepipedi, bensì con angoli inconsueti, pur con precise corrispondenze tra i vari blocchi, sovrapposti l’uno sull’altro, che s’incastrano a perfezione. È uso comune indicare come romani i lunghi tratti di mura ciclopiche o poligonali che si trovano in molte antiche località dell’Italia centrale, ma si tratta di opere sicuramente più antiche dell’unificazione della penisola italiana sotto il potere dei Romani. La tradizione, appoggiata alla mitologia greca ed agli scritti degli storici antichi, le attribuisce al favoloso popolo dei Pelasgi, che occuparono la regione e sottomisero gli aborigeni, primi abitatori.


Robert Graves.


Robert Graves e la Dea Bianca
Robert Graves (1895–1985), poeta e saggista londinese, dotto studioso dei miti antichi e romanziere, pubblicò nel 1946 il saggio intitolato La Dea Bianca. (1)
Le sue ricerche trattano delle grandi mitologie europee, dalla Britannia a Creta, dove si espande la luce lunare della Dea Bianca, velando quella degli altri dèi. Non era solo una dea, quella che Graves andava scoprendo, ma l’immagine primordiale della Musa, quindi un intero linguaggio, inciso su pietre e celebrato in riti prima d’essere affidato al suo ultimo vascello: la poesia.
“La mia tesi è che il linguaggio del mito poetico, anticamente usato nel Mediterraneo e nell’Europa settentrionale, fosse una lingua magica in stretta relazione con cerimonie religiose in onore della Dea Luna ovvero della Musa, alcune delle quali risalenti all’età paleolitica; e che esso resta a tutt’oggi la lingua della ‘vera’ poesia, nel senso nostalgico moderno di ‘originale, non suscettibile di miglioramento, e non un surrogato’. Questa lingua fu manomessa verso la fine dell’epoca minoica, allorché invasori provenienti dall’Asia centrale cominciarono a sostituire alle istituzioni matrilineari quelle patrilineari, rimodellando o falsificando i miti per giustificare i mutamenti della società. Poi giunsero i primi filosofi greci, fortemente ostili alla poesia magica, nella quale ravvisavano una minaccia per la nuova religione della logica. Sotto la loro influenza fu elaborato un linguaggio poetico razionale (oggi chiamato classico), in onore del loro patrono Apollo, linguaggio che fu imposto al mondo come il non plus ultra dell’illuminazione spirituale. Da allora in poi questa visione ha dominato praticamente incontrastata nelle scuole e nelle università europee, dove i miti sono oggi studiati solo come curiosi relitti dell’infanzia dell’umanità”.





La “Porta Maggiore” di Alatri.


Fonti antiche sui Pelasgi
Gli storici antichi affermavano concordi che la Grecia fosse in origine abitata dai Pelasgi. Essi collegavano il nome di quel popolo all’avverbio pavlai, “anticamente”, per evidenziare l’antichità di quel popolo. Tale etimologia, per quanto fittizia, è importante come ricordo della presenza pelasgica in Grecia sin dai tempi più remoti, rimasta nel ricordo comune.
I risultati degli scavi di Çatal Huyuk, nel cuore dell’attuale Turchia, avviati da James Mellaart nel 1955 e proseguiti da Fritz Schachermeyr nel 1979, tendono a mostrare che i Pelasgi migrassero dall’Asia Minore nel bacino dell’Egeo nel IV millennio a.C. Secondo le testimonianze letterarie, all’inizio del II millennio a.C., durante l’Età del Bronzo, essi erano la popolazione maggioritaria nella regione dell’Egeo. Di loro parlano i poemi omerici, Esiodo, Euripide, Apollodoro, Pindaro, Eforo, le opere storiche di Erodoto e Tucidide e quelle più tarde di Diodoro Siculo, Strabone e Pausania. L’abbondanza delle citazioni rende difficile dubitare della loro effettiva presenza in Grecia e nel bacino dell’Egeo.







Tre antiche incisioni delle mura ciclopiche di Alatri, del 1809 e del 1841.



È d’obbligo partire dai poemi omerici, che per primi li citano. I Pelasgi compaiono nel II libro dell’Iliade, nel celebre catalogo delle navi, fra gli alleati dei Troiani, e vengono dalla Tracia, al confine con l’Ellesponto. Contro gli Achei, tra gli altri, si schiera l’esercito di Ippotoo detto il Pelasgico, proveniente da Larissa, in Troade. Altri passi dell’Iliade indicano come pelasgi un distretto chiamato Argo, nel sud della Tessaglia, e il tempio di Zeus a Dodona, in Epiro. Nell’Odissea i Pelasgi sono accomunati ai Cretesi: “C’è un’isola, Creta, in mezzo al livido mare, bella e ricca, cinta dall’onde; là vivono uomini innumerevoli e vi sono novanta città. Sono miste le lingue: ci sono Achei, Eteocretesi magnanimi, Cidoni, Dori divisi in tre stirpi e i gloriosi Pelasgi”.
Poi le cose diventano più complicate. Strabone cita Esiodo e Omero, chiama Dodona ‘sede dei Pelasgi’ e ricorda Pelasgo, padre eponimo di Licaone, mitico eroe dell’Arcadia. Nel V libro afferma che anche i Tirreni erano di stirpe pelasgica ed elenca molte fonti relative alle origini dei Pelasgi. Euripide, nell’Archelao, dice: “Danao, padre di cinquanta figlie, nell’entrare ad Argo, prese casa nella città di Inaco e decretò per legge che in Grecia tutti coloro, che sino allora erano chiamati Pelasgi, dovessero essere indicati come Danaidi. Inoltre, Anticleide dice che essi furono i primi a stabilirsi intorno a Lemnos ed Imbros; alcuni di loro diressero le proprie navi verso l’Italia con Tirreno, figlio di Atys. Gli storici dell’Attica ritengono che i Pelasgi abitassero anche Atene e che fossero chiamati dalla gente dell’Attica ‘Pelargi’ perché erano senza meta e, come gli uccelli, si stabilivano dove in cui il fato li spingeva”. (2).
Altri autori cercano di rimpolpare la scarna citazione di Esiodo. Asio presenta Pelasgo come il primo uomo, generato dalla terra allo scopo di creare la razza umana. Erodoto parla dei Pelasgi a lui contemporanei, che parlano una lingua “comprensibile”, vivono verso la Tracia, sulla costa asiatica dell’Ellesponto, e vicino a Creston, sul fiume Strymon, ed avrebbero i Tirreni come vicini (3).





Alatri.


Erodoto indica altre regioni in cui i Pelasgi vivono sotto nomi diversi, come Samotracia e Antandro nella Troade. A Lemnos e ad Imbros segnala popolazioni pelasgiche, che gli Ateniesi avrebbero da poco soggiogato (intorno al 500 a.C.). Ricorda antiche incursioni dei Pelasgi in Attica, avvenuta al tempo in cui “gli Ateniesi incominciarono, per primi, a definirsi Greci”. In altri casi Erodoto indica col termine pelasgico tutto ciò che è vissuto in Grecia prima dei Greci. Rimangono testimonianze dei Pelasgi in riti, usi e antiche costruzioni in Arcadia, nella regione ionica nel nord–est del Peloponneso, ed in Attica, toccata per ultima dall’ellenizzazione. Ad Atene il muro originario dell’Acropoli e tratti di fondazioni sottostanti erano venerati ed erano chiamati pelasgici nel sec. V a.C., come riferisce Tucidide. Un’antica tradizione attribuiva l’erezione di quelle mura agli uomini d’Atlantide, nel momento in cui, impadronitisi dell’antica città, la rasero al suolo ed eressero sull’Acropoli un santuario alla loro Dea–Madre, Tanit–Athina, originaria delle pianure numidiche. Furono poi gli Ateniesi a riconoscere quella Dea come loro patrona, a farle rinnegare la filiazione naturale dal Dio del Mare (Poseidon), farla rinascere dalla testa di Zeus e far coincidere il suo nome con quello della stessa città. Ciò condurrebbe ancora una volta a identificare i Pelasgi con il popolo d’Atlantide. La particolare struttura delle mura dell’Acropoli d’Atene ha fatto attribuire a tutte le murature in blocchi non squadrati, prive di malta, dall’Asia Minore alla Spagna, il nome di mura pelasgiche (o ciclopiche).





Alba Fucens.


I riferimenti d’Erodoto sui Pelasgi a lui contemporanei riguardano la Tracia omerica, mentre Tucidide definisce i Pelasgi come Tirreni–Pelasgi e accenna ad una gran differenza tra i Pelasgi e le altre popolazioni tirreniche. Egli indica col nome di Pelasgo, eponimo dei Pelasgi, due diversi personaggi dei sec. XVII–XV a.C.: “Prima di Elleno singole genti – soprattutto i Pelasgi – davano il loro nome a tratti sempre più vasti del paese... si raggrupparono per la guerra di Troia quando ebbero acquistato maggior dimestichezza con il mare” e ancora: “gli Ateniesi erano d’origine pelasgica. I Pelasgi furono protagonisti di parecchie migrazioni. In seguito, il popolo greco si staccò dal ceppo pelasgico”. (4)




Le mura di Amelia.


Eforo riprende da un brano d’Esiodo la tradizione d’un popolo chiamato Pelasgi, insediato in Arcadia, e ipotizza che si trattasse di guerrieri, partiti da una patria originale per colonizzare tutte le regioni della Grecia in cui i vari autori li citano, da Dodona a Creta, alla Troade, sino all’Italia. Qui i loro insediamenti erano ben riconoscibili al tempo degli Elleni ed erano in stretta relazione con i Tirreni. Altre informazioni vengono da scrittori posteriori che interpretano leggende locali, alla luce della teoria di Eforo. La connessione tra Pelasgi e Tirreni, suggerita da Ellanico e Sofocle, diviene confusione quando, nel sec. III a.C., i pirati di Lemnos ed i loro parenti Attici sono semplicemente chiamati Tirreni e tutti i muri d’antiche fortezze in Italia (come quelli del Colle Palatino a Roma) sono considerati tracce di colonie arcadiche.
Dagli autori dell’antichità apprendiamo che la Grecia, prima dell’arrivo degli Elleni, si chiamava Pelasgia e che i Greci impararono dai Pelasgi l’arte di lavorare dei metalli, i metodi di costruzione, appresero e perfezionarono la scrittura e fecero proprie le loro divinità. Partendo dal nome d’una tribù, sia gli storici classici sia gli archeologi moderni hanno preso l’abitudine di chiamare Pelasgi tutti coloro che abitavano intorno al Mar Egeo, prima dell’arrivo delle ondate d’invasori che parlavano greco, durante il II millennio a.C.


Arpino.


I Pelasgi in Italia
Dei Pelasgi in Italia parlano Ellanico di Lesbo (sec. V a.C.), Mirsilo di Lesbo (sec. III a.C.), Dionisio Periegete (sec. II a.C.), Diodoro Siculo (sec. I a.C.), il quale menziona la presenza pelasgica lungo l’Adriatico, Dionigi d’Alicarnasso (sec. I d.C.), Varrone, Silio Italico, Strabone, Trogo Pompeo, Plinio il Vecchio, Virgilio, Stefano di Bisanzio.
Secondo certi geografi antichi i Pelasgi, provenienti dall’Arcadia, sbarcarono nell’Etruria meridionale. La più antica testimonianza è quella di Dionisio Periegete (sec. II a.C.) che scrive:
“Intorno all’Appennino s’incontrano molte genti che ti elencherò tutte, a cominciare da nord–ovest. Per primi ci sono i Tirreni, e dopo di loro la gente dei Pelasgi che un tempo da Cillene (in Arcadia) raggiunsero il mare occidentale, e lì s’insediarono insieme ai Tirreni. Dopo di loro c’è il duro popolo dei superbi Latini”. La tradizione si ritrova anche in Rufo Festo Avieno (sec. IV d.C.), che era un etrusco di Vulsinii, nell’Etruria meridionale, dove egli stesso localizza i Pelasgi. Egli elenca da nord a sud: “Prima v’è la gente degli antichi Tirreni, poi la schiera pelasgia occupa i campi itali; essa una volta dal paese di Cillene si recò agli stretti del gorgo Esperio”. La stessa versione si ritrova in Prisciano (sec. V d.C.) e nei commenti di Niceforo e di Eustazio a Dionisio Periegete. (5)
Da un frammento di Varrone (sec. II–I a.C.) sappiamo che “I Pelasgi, scacciati dalle loro patrie, cercarono altre terre. I più si riunirono a Dodona e, poiché erano incerti sul luogo dove fissare la dimora, ricevettero dall’oracolo questo responso: – Nella terra Saturnia dei Siculi e degli aborigeni cercate Cotila, dove galleggia un’isola. Quando sarete giunti, offrite la decima a Febo, e sacrificate teste ad Ade, ed un uomo a suo padre. – Fiduciosi nel responso dell’oracolo, dopo molte peregrinazioni, sbarcarono nel Lazio e scoprirono un’isola, nel lago di Cutilia. Era come una grandissima zolla di fango rappreso, o di terreno paludoso prosciugato, fitta di boscaglia e d’alberi cresciuti disordinatamente, e si spostava continuamente, spinta dai flutti... Quando videro questo prodigio, compresero che quella era la terra predetta dall’oracolo; scacciarono i Siculi che la abitavano e occuparono la regione”. (6)


Casa Luce.


Varrone identificava i Pelasgi con gli Etruschi, ma li faceva sbarcare sulle coste del Mar Tirreno, nel Lazio vetus. Secondo il poeta latino Silio Italico, i Pelasgi, guidati dal re Aesis, risalirono la costa dell’Adriatico e si fusero con i popoli presenti nel territorio piceno, insediandosi sul Colle dell’Annunziata, detto tuttora Colle Pelasgico. Dalla radice ‘as’ del mitico re deriverebbero toponimi quali Ascoli, Aso, Iesi.
Diodoro Siculo sostiene che i poeti pre–omerici si esprimevano con l’alfabeto pelasgico e che almeno dieci secoli a.C. si usava già quella scrittura. Diodoro, e con lui Plinio il Vecchio, riferisce che i Pelasgi introdussero l’alfabeto in Italia e nel resto dell’Europa, praticando opportuni adattamenti e migliorie. Virgilio scrive: “Si dice che i primi abitatori della nostra Italia furono i Pelasgi”. (7)
Strabone (sec. I a.C. – I d.C.) parla di colonie pelasgiche a Ravenna, sull’Adriatico, ed a Cere, Pirgi e Regisvilla, sul mar Tirreno. Trogo Pompeo (sec. I a.C. – I d.C.), nel parlare delle città umbre ed etrusche di origine pelasgica, cita Tarquinia e Spina, quali città emblematiche della colonizzazione pelasgica in Etruria ed in Umbria. (8)
Dionigi d’Alicarnasso scrive che i Pelasgi arrivarono in Italia dalla Tessaglia sette generazioni prima della guerra di Troia (sec. XV – XIV). Essi erano forti sul mare perché avevano vissuto con i Tirreni. Pelasgo e Nanas sono associabili a Nanos, che nella tradizione etrusca è uno dei nomi d’Ulisse.





Cori.


I Popoli del Mare, antenati dei Berberi, dai Filistei ai Baschi
Alcuni studiosi identificano i Pelasgi con i Peleset, una frazione dei Popoli del Mare, antenati dei Filistei che s’installarono in Palestina. Tale ipotesi fu avanzata da François Chabas nel 1873, poi ripresa da W. F. Albright nel 1921 e da Vladimir Georgiev nel 1950. Questi scoprì antichi testi in cui il nome Pelasgi era scritto ‘Pelastoi’, come il nome dei Filistei–Peleset nelle iscrizioni geroglifiche egizie. Anche J. Ventris, traduttore del lineare B di Creta, e J. Bérard, specialista omerico, si sono pronunciati a favore dell’identificazione dei nomi in questo senso. J.J. Prado identifica direttamente con gli Etruschi i Pelasgi insediati sul territorio italiano e parla d’una cultura etrusca estesa all’intera penisola, su un arco di circa nove secoli. Essa era organizzata in diverse Dodecapoli, secondo lo schema d’Atlantide, d’una federazione articolata in dieci o dodici regni. Prado elenca almeno quattro di tali confederazioni:


Ferentino.


“Dodecapoli dei Tursan del Nord, vicina della dodecapoli veneta: Marzabotto, Felsina, Ravenna, Cesena, Mantua, Rimini, Spina, Parma, Piacenza, Modena, Melpum (Mediolanum), Adria. Dodecapoli dei Tursan del Centro–Nord: Fiesole, Quinto, Arezzo, Volterra, Cortona, Perugia, Chiusi, Roselle, Vetulonia, Populonia.
Dodecapoli dei Tursan del Centro–Sud: Palestrina, Roma, Alba, Fidene, Cerveteri, Veio, Falera, Tarquinia, Vulci, Volsinii, Telamone, Orvieto, Pyrgi, Tuscania.
Dodecapoli dei Tursan del Sud: Capua, (Volturno), Nola, Pontecagnano, Pompei, Acerra, Irnthi, Velsa, Urina, Velcha, Sorrento, Nocera.
Ve n’erano certamente altre: una in Liguria ed una o due lungo l’Adriatico. Non sono state scoperte, perché in quelle regioni i popoli autoctoni si liberarono per primi dal giogo degli invasori e ripresero la direzione della propria società, pur rimanendo fortemente marcati dalla civiltà etrusca”. (9)


Pietrabbondante.





Segni.


Il mondo dei Popoli del Mare richiama l’Atlantide dei nostri studi, nell’Età del Bronzo, col centro d’irradiazione nel cuore del Mediterraneo, fondata e retta da un mosaico di popoli libici, antenati dei Berberi. Quei popoli, signori del mare, secondo Erodoto venivano da sud ed erano scesi dal massiccio dell’Ahaggar e secondo Platone estesero il proprio dominio dalla Tirrenia (Italia) sino all’Egitto. Sembra che i Libici mantenessero a lungo l’egemonia marittima e industriale sul Mediterraneo, insieme ai loro alleati: Tirreni o Etruschi, Pelesta o Pelasgi, Kheta (abitanti della Siria preistorica), Ushasha (Ausoni), Teucri, Danai del Peloponneso, in una “guerra del bronzo”, finalizzata al possesso delle miniere di rame e stagno e delle rotte marittime e terrestri. Sembra che il declino della loro potenza fosse conseguenza della scomparsa dell’Atlantide metropolitana. (10)
“Gli Atlanti scomparvero come popolo indipendente ma vivono ancora oggi, in piccolo numero, tra i vincitori, e sono riconoscibili per il loro tipo fisico immutato. Gli uomini dagli occhi chiari e dai capelli biondi, che s’incontrano spesso tra le montagne dell’Algeria, sono i discendenti degli antichi padroni dell’Africa e dell’Europa”. (11)
Olimpio Musso, dell’Università di Firenze, ha definito i Pelasgi “arcaica popolazione mediterranea, che è stata di recente riconosciuta stanziata almeno dal sec. VI a.C. in Iberia e del cui idioma si è stabilita la parentela col basco, definibile perciò come neo–pelasgico”.
La teoria di un’origine africana dei Pelasgi non è nuova, ma negli ultimi anni trova nuove adesioni la convinzione che Pelasgi ed Etruschi appartenessero allo stesso gruppo etnico. Essa fu sostenuta già nel 1901 dal sociologo positivista Giuseppe Sergi.
Diversi studiosi pensano, sulla base di elementi linguistici, che entrambi i popoli, gli Etruschi e i Pelasgi, derivassero dai Berberi. A sostegno di questa tesi ricordiamo che sia Erodoto, sia Tucidide chiamano i Pelasgi barbaroi: un termine ambiguo che può essere interpretato non come stranieri, ma come Berberi. (12)








Le mura ciclopiche di Santa Severa.



Anche G.J.K. Campbell–Dunn concorda con tale convinzione: la sede originaria del popolo che i Greci chiamavano Pelasgi non sarebbe stata, a suo parere, in Europa, bensì in Africa. L’idioma parlato dai Pelasgi sarebbe da collocare tra le lingue occidentali dell’area Niger–Congo, in relazione con il ceppo linguistico bantu. L’Etrusco e la lingua minoica corrispondente alla scrittura “lineare A” non sarebbero lingue isolate, ma d’origine pelasgica e quindi anch’esse della famiglia del Niger–Congo. Circa cento termini minoici sono stati identificati come appartenenti alla famiglia linguistica del Niger–Congo. (13)
I discendenti illirico–albanesi
Appare naturale porsi alcune domande: Esistono ancora i discendenti diretti dei Pelasgi? In tal caso, dove possiamo trovarli? Il francese Zacharie Mayani ha trovato connessioni tra le lingue etrusca e pelasgica e la moderna lingua albanese. (14)
La maggior parte degli studiosi ritiene gli argomenti di Mayani estremamente fragili. Tuttavia, l’ipotesi d’una discendenza degli Albanesi dai Pelasgi non ha solamente un’origine nazionalista e non è neppure d’epoca recente, anzi è molto antica ed è stata sostenuta da diversi autori (Falaschi, Catapano, Marchiano, D’Angely, Kolias, Pilika).


Conrad Malte–Brun (1755–1826).




August Schleicher (1821–1868).


Il geografo franco–danese Conrad Malte–Brun (1755–1826) ipotizzò connessioni tra la lingua albanese e quella pre–omerica. Egli fu il primo a proporre che gli Albanesi potessero essere i moderni discendenti dei Pelasgi. Johann Georg von Hahn (1811–1869) diede per sicura tale discendenza e collegò gli Illiri con i Pelasgi. Lo studioso francese Edouard Schneider, specialista della lingua etrusca, tradusse iscrizioni etrusche tramite l’albanese e si convinse che i Pelasgi fossero gli antenati degli Albanesi. August Schleicher (1821–1868) era indeciso se la lingua albanese fosse più vicina al latino o al greco; infine la catalogò come ramo della lingua pelasgica. (15)


Nermin Vlora Falaschi.


La studiosa albanese Nermin Vlora Falaschi ha tradotto diverse iscrizioni etrusche e pelasgiche (come la Stele di Lemnos), usando la moderna lingua albanese. (16)
Ciò mostrerebbe gli Albanesi (discendenti degli Illiri) come gli odierni discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi d’Europa. Ecco ad esempio alcune traduzioni della signora Falaschi. In Italia esiste la località dei Toschi (la Toscana), così come i Toschi abitano nella “Toskeria”, nell’Albania meridionale. Diveersi autori sostengono che la parola Tosk (Tok) sia sinonimo di Dhe, tanto che oggi in albanese, per dire “terra”, si usa indifferentemente sia la parola Dhe, sia Tok.
In Toscana si trova l’antichissima città di Cortona, che si ritiene fondata dai Pelasgi. In albanese, Cor = raccolti, tona = nostri, cioè “i nostri raccolti”. Nel suo museo archeologico si trova un’iscrizione particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con decorazioni floreali. Nermin Vlora Falaschi tradusse quella scritta usando la lingua albanese: “La nave è per noi fierezza, coraggio e libertà”.
Le fonti storiche riferiscono che i Greci appresero dai Pelasgi non solo la lavorazione dei metalli e la costruzione delle mura, ma anche il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per esempio De–mitra (Dhe = terra, Mitra = utero, cioè la Dea Madre Terra), nonché Afrodite, Afer–dita (Afer = vicino, Dita = Giorno, più tardi chiamata Venus dai Romani).
I Pelasgi, detti anche Popoli del Mare perché erano abili e liberi navigatori, chiamarono Iliria (Illyria per i Romani) la loro patria: Liri (Lir = libero), ossia: “il Paese del popolo libero”, dal Mediterraneo sino al Danubio. Nel Lazio esistono il monte Liri, il fiume Liri e Fontana Liri.
Diversi nomi etnici hanno un significato preciso nella lingua albanese: E–truria (E = di, Truria = Cervello, paese di gente con cervello), Messapi (Mes = ambiente, centro, Hapi = aperto, paese di gente aperta), Dauni (separati), Veneti (nome derivante dalla dea Vend, patria, luogo per eccellenza), Piceni (Pi = bere, Keni = avete, luogo con acqua abbondante). Il nome Pelasgi si può riferire alla parola albanese Pellg (mare profondo, “pelago”). In albanese Pellazget significa “coloro che navigano nei mari profondi”





La Stele di Lemnos.


Un’iscrizione illirica datata tra il sec. III ed il II a.C., custodita attualmente nel museo archeologico di Durazzo, in Albania, è stata letta: “Sopporta il tuo dolore e piangi se ti aiuta, però affidalo alla terra calda, alla Grazia Celeste e al Supremo Bene”. Il linguaggio dell’iscrizione è talmente simile all’albanese odierno, che sembra difficile pensare che risalga a più di duemila anni fa.
In generale, le iscrizioni più antiche si leggono da destra a sinistra e continuano talvolta da sinistra verso destra, in forma bustrofedica, spesso senza interruzione tra una parola e l’altra. Questo documento di Durazzo è stato inciso da sinistra verso destra, ciò che dimostra la sua origine più recente. Nel Museo Archeologico d’Atene c’è una stele molto antica, proveniente dall’isola di Lemnos, con un’iscrizione bustrofedica, in alfabeto pelasgico, di contenuto funerario. Le coincidenze rilevate dalla Falaschi sono impressionanti, ma gli argomenti a sostegno della sua tesi sono basati esclusivamente su assonanze linguistiche. Appare quindi impossibile accertarsi della validità scientifica delle sue teorie.
La civiltà megalitica italica
I templi maltesi di Hal Saflieni e di Tarxien, scoperti nel 1902 e nel 1914, sono stati definiti “i monumenti più impressionanti della preistoria europea”. Il sito di Hal Saflieni si trova parecchi metri sotto terra e fu scoperto mentre si scavavano le fondamenta d’un edificio. Questo complesso preistorico maltese è organizzato su tre piani: camere, scalinate, dipinti (tutti d’un tipico colore rosso) si susseguono armonicamente e convergono verso l’ipogeo, il centro del tempio.
Tarxien è invece situato tutto al livello del suolo, ma riprende lo stile di Hal Saflieni e dimostrazione che i due complessi erano strettamente collegati e appartenevano a un unico culto, quello della Grande Madre. Intorno ai luoghi probabilmente riservati alla preghiera si trovano molte tombe.
Grazie al metodo del Carbonio 14 si arrivò a datare quelle strutture al 3500 a.C. Chi trasportò e mise insieme le immense pietre di quel complesso? Quegli ipogei sono l’opera d’una civiltà sconosciuta, scomparsa misteriosamente, che potrebbe ben essere l’Atlantide di Platone, ed era certamente la stessa civiltà dei ritrovamenti avvenuti in Corsica, dove nel 1956 lo studioso francese Roger Grosjean scoprì numerose statue gigantesche, d’epoca preistorica.
Diverse tracce della stessa antica, enigmatica civiltà sono presenti in varie parti d’Italia. In Valle d’Aosta, nella zona di Saint Martin de Corléans, ci sono numerose tombe e dolmen. Sul San Bernardino si è trovato un cerchio di pietre del diametro di 71 metri e un altro cerchio di pietre erette è stato portato alla luce a Cavaglià (BI). Altri importanti megaliti si trovano in Piemonte sul Monte Musiné, ad Apicella in Liguria. Si pensa di attribuire alla medesima cultura le piramidi scolpite nei monti di Montevecchia, in Brianza, e il doppio recinto circolare di pietre, del diametro di circa 70 metri, recentemente trovato alla periferia di Como, in località Tre Camini di Ravona. (17)


Il cerchio di pietre di Cavaglià (BI).




Il cerchio di pietre di Tre Camini (alla periferia di Como) .


A Li Muri esiste il più antico monumento megalitico della Sardegna, risalente a prima del 2500 a.C., costituito da cinque cerchi che s’intersecano attorno a uno spuntone roccioso. Secondo gli studi di Giuliano Romano esistono parecchie stazioni astronomiche neolitiche nel Veneto ed in Alto Adige. (18)
Luigi Sansi racconta che nel 1792 il francese Louis Petit–Radel, che viaggiava da Roma a Napoli, rimase colpito dalle mura della cittadina di Fondi, a pochi chilometri da Sperlonga, da Terracina, dal Circeo, e “osservò la singolare differenza, che correva tra la muratura di piccoli sassi e calcina della parte superiore che, secondo l’iscrizione che vi si legge, è della Colonia Romana del tempo di Augusto e gli smisurati pietroni, tagliati a poligoni irregolari, che ne compongono la parte inferiore. Gli balenò alla mente il pensiero che l’edificio fosse di due epoche diverse e lontane; e che quel muro, ristorato diciotto secoli or sono dai coloni romani, fosse stato antichissimamente edificato tutto quanto di que’ grandi massi, che ora ne formano solo la base. Poco appresso, mentre egli s’aggirava per le campagne romane, in cerca di alcuna pianta pel giardino botanico di Roma, s’abbatté sul monte Circello (il Circeo) in alcune rovine di struttura uguale a quella da lui veduta nella parte inferiore del muro di Fondi”. Incuriosito da tali ricerche, Petit–Radel consultò le Memorie dell’Accademia Francese d’Iscrizioni e Belle Lettere, in cui rinvenne interessanti appunti, redatti nel 1729 dal Fourmount, sulle strutture megalitiche d’altre antiche civiltà. Egli si rese subito conto che “quel modo di murare era stato tenuto, nella remotissima antichità, tanto in Grecia quanto in Italia; ed era quello che Euripide, Strabone e Pausania attribuiscono ai Ciclopi, quando parlano dei muri delle sovraddette città. Seguendo pertanto l’esempio di questi scrittori, egli cominciò a chiamare le rovine da lui osservate, mura ciclopiche; e le giudicò opera di quei Pelasgi, detti anche Ciclopi, che avevano fabbricato i muri di Argo, di Micene e di Tirinto”. (19)


Marianna Candidi Dionigi (1756 – 1826).


Marianna Candidi Dionigi
La nobildonna romana Marianna Candidi Dionigi (1756 – 1826) pubblicò accurate descrizioni delle città di Alatri, Arpino, Ferentino, Anagni ed Atina, dette anche saturnie o ciclopiche perché circondate da mura gigantesche, che potevano essere state costruite, secondo l’immaginazione popolare, solo da esseri fortissimi come i Ciclopi, figli del cielo e fratelli di Saturno. (20)
Il monumento più imponente è l’acropoli d’Alatri, la cui spettacolarità ha destato e continua a destare l’ammirazione di chiunque si rechi a visitarla. Ferdinand Gregorovius (1821 – 1891) non nascondeva la propria meraviglia poiché gli enormi blocchi di pietra, levigati esternamente e sapientemente incastrati gli uni con gli altri, non presentano il minimo interstizio e producono l’effetto d’un gigantesco mosaico, lavorato con la massima precisione. (21)
I piani di posa dei blocchi, inoltre, sono sfalsati sia in orizzontale sia in verticale, conferendo alla struttura un carattere essenzialmente antisismico. Sull’architrave della porta minore dell’acropoli sono scolpiti tre falli, che Erodoto afferma essere simboli dei Pelasgi. (22)
Ad Arpino, a circa tre chilometri dal moderno centro abitato, sulla sommità d’un alto colle dal quale si gode uno splendido panorama, sorgono i resti dell’acropoli, cui si accede attraverso una porta ogivale, che stupisce per la tecnica costruttiva. A Ferentino, nella poderosa cinta di mura poligonali, in parte addossata alla viva roccia, si apre la Porta Sanguinaria nella quale, all’opera poligonale, si sommano tecniche costruttive romane e medievali.

Le mura poligonali
Le mura poligonali o ciclopiche circondano parecchi centri antichi, dalla Toscana sino alla Sicilia. Proviamo ad elencarli, in ordine alfabetico: Alatri (la Civita), Alba Fucens (presso il lago del Fucino e l’attuale cittadina di Massa d’Albe, AQ), Amelia (in Umbria, provincia di TR; qui nel gennaio 2006 cadde rovinosamente un tratto di trenta metri delle mura ciclopiche), Anagni, Arce, Arpino (la Civita Vecchia), Atina, Cori, Ferentino, Fondi, Norba (antica città presso Norma), Osteria Nuova, Pescorocchiano, Roccasecca, San Felice Circeo, Santa Severa, Saturnia (GR), Sezze, Trevi (PG), Veroli, Vicovaro.




Le mura ciclopiche di Vicovaro.


Buccino (SA) si affaccia ad est sui monti della Lucania e sul Vallo di Diano e sul golfo di Salerno. I primi abitanti dell’antica Volcei furono i Pelasgi Oentri, una popolazione d’origine ellenica che emigrò in questa terra. La tesi della presenza dei Pelasgi in questo luogo è avvalorata dall’esistenza d’alte mura a 400 metri dall’abitato di Buccino, in contrada San Mauro, formate da alti blocchi di pietra calcarea, incastrati tra loro a secco, con gran maestria. Su queste mura è stato scolpito il simbolo del fallo o Turpicolares (come Varrone amava definirlo), tipico oggetto di venerazione delle popolazioni pelasgiche, perché ritenuto efficace contro il malocchio e la sfortuna.
In Puglia esistono mura megalitiche ad Altamura (BA) e a Manduria (TA). In Sicilia si trovano mura poligonali ad Erice e in altre località. Esistono tratti di mura poligonali anche a breve distanza da Teboursouk, in Tunisia, sulla collina che domina il sito romano di Dougga. Il muro poligonale di Dougga somiglia ai migliori esempi dell’Italia centrale e della Grecia. Nei pressi si trovano estese necropoli megalitiche (dolmen e cromlech) d’epoca pre– o protostorica. La datazione è quanto mai incerta. La stratigrafia e le tecniche costruttive mostrano che si tratta di strutture almeno pre–puniche e la costruzione è generalmente attribuita all’epoca numidica, ma la vicinanza a estesi siti di sepoltura preistorici e lo stile delle opere megalitiche suggeriscono una datazione più antica. Dougga e Lixus, in Marocco, sono gli esempi più significativi di mura poligonali nell’Africa settentrionale. In tutta la regione (Maktar, Eltes), si trova traccia d’una raffinata cultura megalitica, che per forme e manifestazioni è assimilabile al megalitismo maltese e del Mediterraneo centrale.
Ritroviamo simili tecniche costruttive nel mondo greco, in Anatolia presso gli Ittiti e, in proporzioni ben più vistose, nell’America centro–meridionale. Le costruzioni pelasgiche, o ciclopiche, ricordano le architetture dell’antico Perù, a Machu Picchu e Sacsayhuamán. Fiumi d’inchiostro sono stati versati a proposito delle muraglie di Machu Picchu. Chi erano, da dove venivano, quando e come vissero i loro costruttori?








Sacsayhuamán.


Le mura ciclopiche precedettero l’epoca della nascita di Roma, abitualmente indicata verso il 750 a.C. La testimonianza più antica dell’esistenza di tali mura è fornita da Tito Livio. (23)
L’ultimo re di Roma, d’origini etrusche, inviò coloni in alcune città (Circei e Signia) che evidentemente esistevano già, prima del 510 a.C. Chi aveva costruito le loro imponenti mura ciclopiche e perché aveva usato massi di così grandi dimensioni, con tutte le difficoltà tecniche e logistiche che ne derivano?
Gli studiosi del sec. XIX, benché si confrontassero spesso nella discussione di tesi contrapposte, concordavano sul fatto che nel Lazio, tra il sec. XIII e il XII a.C., un’influenza esterna portò la civiltà ad un’impennata culturale, con la conoscenza delle leghe metalliche e la nascita d’una più articolata stratificazione delle classi sociali. Pare proprio che in quel periodo si diffondesse una civiltà, non come frutto d’una lenta e secolare evoluzione culturale autoctona, ma giunta dall’esterno dell’Italia, dato il breve tempo in cui si diffuse.
La terminologia dei Romani definisce opus siliceum la tecnica di costruzione delle antiche mura fortificate. I materiali impiegati erano grossi blocchi di pietra dura, prevalentemente di natura calcarea, reperibili in prossimità dei luoghi di costruzione e sbozzati in forme poligonali. Tale tecnica era detta anche opus poligonale e in particolari contesti locali era indicata con diversi altri nomi: opus ciclopicum, opus trintium, opus saturnium, opus lesbicum.
Si distinguono quattro ‘maniere’ che, sebbene mostrino una progressiva modernizzazione delle tecniche, offrono indicazioni cronologiche solo di larga massima. Nella prima maniera i massi erano utilizzati quasi come si trovavano in natura, solo sommariamente sbozzati, e gli ampi interstizi delle fughe erano colmati con schegge e frammenti. Nella seconda maniera i massi erano scelti con maggior cura e subivano una grossolana lavorazione nei piani di posa e sulla faccia in vista. I giunti erano più precisi e gli interstizi, più piccoli, sempre riempiti con schegge e materiale di risulta. Nella terza maniera la pietra era lavorata in modo che le superfici di contatto coincidessero perfettamente, senza interstizi. Sulla faccia in vista la pietra appare piana e i blocchi, di forma poligonale, si adattano perfettamente gli uni agli altri. Si aveva cura che i piani di posa non fossero eccessivamente inclinati. Nella quarta maniera i piani d’appoggio tendono a divenire orizzontali, pur restando discontinui, e i blocchi tendono alla forma di parallelepipedi. A volte ciò dipende dalle caratteristiche naturali della pietra, che tende a fratturarsi secondo piani paralleli.
Nelle costruzioni ciclopiche delle ultime due maniere la faccia esterna è rifinita con estrema cura, liscia e priva d’interstizi, per impedire d’aggrapparsi e scalarle, in particolare presso le porte della città e nelle loro immediate adiacenze; in mura particolarmente esposte ad attacchi; negli angoli e nei tratti prossimi agli incastri di connessione. La superficie è meno rifinita, grossolana, e gli interstizi sono più notevoli, sulle facce interne delle mura o in prossimità di strapiombi, ove non si presenta la necessità di contrastare attacchi temibili, e nelle mura secondarie. Le mura sono costruite con blocchi enormi, di dimensioni spesso superiori a 1,5 m. L’altezza media d’un individuo di quei tempi era di 1,65 m e l’altezza massima circa 1,75 m. Pur allargando braccia e gambe, un attaccante non riusciva a scalare le mura, dovendo aggrapparsi a un blocco di 1,65 per 1,80–2,20 metri (il blocco di maggiori dimensioni misurato al Circeo, di forma trapezoidale, è di 1,10 per 2,85 metri, con un peso certamente superiore ai seimila chilogrammi). Un eventuale scalatore sarebbe rimasto bloccato dalla mancanza d’appigli e soggetto alla reazione dei difensori.

Tecniche ed attrezzi per costruire in pietra
Quelle enormi muraglie dovevano essere giustificate da necessità difensive e/o da un forte desiderio d’eternità. Il mistero circonda però le tecniche costruttive dei Pelasgi e il loro modo d’estrarre, trasportare, modellare e manipolare pietre d’enormi dimensioni. I mezzi e l’organizzazione di cantiere tuttora ci sfuggono, non meno che per le piramidi d’Egitto. Crediamo di sapere quali strumenti e quale organizzazione di cantiere potessero avere a disposizione gli antichi costruttori: legno, pietra, acqua e attrezzi metallici di bronzo, macchine lignee per il trasporto e il sollevamento di pesi. Tutto ciò che si è conservato sino a noi, delle antiche civiltà, era costruito con mezzi imponenti ed enormi sforzi, dai complessi megalitici alle piramidi, sino alle grandi opere d’ingegneria dei Romani.
Le mura ciclopiche presentano enigmi di natura tecnologica. Possiamo ipotizzare che fossero costruite in questo modo sia per ragioni difensive, sia per motivi antisismici. Non conosciamo però le tecniche che si usava per cavare i massi, i mezzi di trasporto e di sollevamento, né sappiamo come si potesse ottenere una tale precisione nella connessione tra massi di forme e misure diverse, squadrati secondo piani inclinati e non ortogonali. Usavano forse tecnologie a noi ignote?
Le nostre tecniche attuali sono brutali: alla durezza della pietra opponiamo materiali metallici di resistenze sempre crescenti e per sollevare pesi importanti non facciamo altro che potenziare i motori delle macchine impiegate per l’occorrenza. Non è lecito pensare che, in luogo della forza richiesta ad un macchinario moderno, in antico si supplisse con uno sforzo spropositato d’energia animale (fornita da uomini, buoi, asini, elefanti o da qualsivoglia altra specie vivente). In assenza di tecnologie che consentissero alte temperature e l’uso di fonti energetiche “massive” come quelle oggi consuete, dobbiamo ritenere che anticamente la raffinatezza dell’ingegno umano fosse in grado di risolvere – con successo – problemi d’ingegneria ai quali oggi non ci si degna più di applicarsi.
Nonostante le loro dimensioni, che hanno provocato la definizione di ciclopiche, le mura poligonali dell’Italia centrale sono comunque incomparabili, per la mole dell’impegno richiesto, ad altre colossali opere dell’Antichità. Ad esempio, nello zoccolo (stilobate) del tempio fenicio di Baalbek, in Libano, si trovano diversi blocchi di pietra enormi, lunghi più di 18 metri, del peso di oltre settecento tonnellate. Il blocco di dimensioni maggiori è però la cosiddetta Hajar el Hibla, o pietra della partoriente, solo sbozzata, pronta per essere estratta, ma ancora collocata nella cava. Le sue dimensioni sono enormi: 4,30 x 6,30 x 21,50 m, del peso stimato di 1200 tonnellate. Non sappiamo spiegare con quali strumenti e quali tecniche gli uomini di quelle epoche potessero lavorare, maneggiare, trasportare ed innalzare pietre di quelle dimensioni, date le conoscenze tecnologiche che presumiamo possedessero. L’archeologia materiale ha compiuto passi da gigante, ma molto dovrà ancora progredire, prima di riuscire a decifrare e comprendere gli sforzi costruttivi delle antiche civiltà.




Trilithion – Tempio di Baalbek, enormi pietre lunghe 18 – 20 m.






Baalbek, la pietra della partoriente, lunga oltre 21 m.


Alcuni scritti sono stati pubblicati anche per porre in evidenza certe corrispondenze della mutua disposizione degli insediamenti ciclopici con la disposizione e la forma delle costellazioni nella volta celeste. Nel caso delle città pelasgiche laziali tali ipotesi non appaiono per nulla credibili, poiché la disposizione degli insediamenti era resa obbligata dalla situazione geografica. Basta percorrere la valle dell’Aniene per rendersi conto che le rocche furono costruite sui picchi naturali d’una regione a caratteristiche vulcaniche. È ovvio che la loro distribuzione potesse dipendere solamente dall’orografia naturale ed ogni eventuale interpretazione, basata sulla somiglianza approssimativa con le forme puramente “simboliche” delle costellazioni, appare sicuramente – in questo caso – come frutto di fervida fantasia.

NOTE

1 – R. Graves, La Dea bianca, Ramo d’oro, Adelphi, 1992.
2 – Strabone, Geografia, V, 4.
3 – Guerra Persiana, I, 57.
4 – Tucidide, I, 3–11.
5 – Dionisio Periegete, in G.G.M., II, p. 124; R. Festo Avieno, Ora marina (Le coste marittime), v. 490–494, in G.G.M., II, pag. 181; Prisciano, v. 334–336; Niceforo, A Dionisio Periegete, 347, in G.G.M., II, p. 460; Eustazio, A Dionisio Periegete, 341, in G.G.M. , II, p. 277.
6 – Macrobio, Saturnalia, I, 7, 219.
7 – Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica; Eneide, VIII, V. 62–63.
8 – Trogo Pompeo, Epitome, XX, 1, 11.
9 – Cfr. J.–J. Prado, L’invasion de la Méditeranée par les Peuples de l’Océan, L’Harmattan, 1992; F. Chabas, in Mémoires de Académie des Sciences, Belles–Lettres & Arts de Lyon, XVI, 1874–1875; F. Chabas, Etudes sur l’antiquité historique, in Revue critique, 1875; W. F. Albright, The Sea Peoples in Palestine, rist. Cambridge, 1975; V. Georgiev, Sur l’origine de la langue des Pelasges, des Philistins, des Danaens et des Achéens, Jahrbuch für Kleinasiatische Forschung, 1, 2, 1950, pp. 136–141.
10 – A. Arecchi, Atlantide: Un mondo scomparso, un’ipotesi per ritrovarlo, ed. Liutprand, 2001.
11 – E. F. Berlioux, Les Atlantes. Histoire de l’Atlantis et de l’Atlas primitif. Une introduction à l’histoire de l’Europe, Lyon, P. Leroux, 1883.
12 – Cfr. G. Sergi, Origine e diffusione della stirpe mediterranea, ID., Gli Arii in Europa e in Africa; C. Citarella, I Pelasgi e la Grecia, Pan 22, 2004, pp. 25–49: A. Arccchi, L’antica scrittura libica ha più di 3000 anni, Archeo – I Misteri di Hera, V, 26, agosto 2008.
13 – Cfr. G.J.K. Campbell–Dunn, Black Classics. Per la lingua minoica cfr. ID., Minoan Linear Scripts: The Niger Congo Context, 2003.
14 – Z. Mayani, Les Etrusques commencent à parler, Les Etrusques parlent, La fin du mystère étrusque, Paris, 1961–1970.
15 – C. Malte–Brun, Annales des Voyages de la géographie et de l’historie, Paris, 1809; J.–G. von Hahn, Albanesische Studien, Bd. 1–3, Jena 1854, reprint Dion.Karavias, Athen 1981; E. Schneider, Une race oubliée. Les Pelasges et leurs descendants, Paris, 1894; A. Schleicher, Die Sprachen Europas in systematischer Übersicht, 1850, nuova ed. 1982.
16 – N. Vlora Falaschi, Patrimonio linguistico e genetico, probabilità della monogenesi embrionale delle parole, Tirana, 1997.
17 – Per le piramidi di Montevecchia, http://www/liutprand.it/Piramidi_Brianzole.pdf.
18 – G. Romano, Archeoastronomia Italiana, CLEUP, Padova, 1992.
19 – L. Sansi, Storia di Spoleto, Foligno, 1869.
20 – M. Candidi Dionigi, Viaggio in alcune città del Lazio che diconsi fondate da re Saturno profugo”, Roma, 1809.
21 – F. Gregorovius, Passeggiate in Italia, 1858.
22 – Erodoto, Storie, l. II.
23 – Tito Livio, Storie, I, 56.3.



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