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di Alberto Arecchi
DOV’ERA REALMENTE AQUISGRANA
La vera capitale di Carlo Magno?


Nei libri di storia si afferma che nel 786, dopo la conquista del Regno dei Longobardi, Carlo fondò la propria capitale ad Aquisgrana e che tale città corrisponderebbe alla moderna Aachen, nella Renania tedesca, ma nessuna prova storica dimostra con certezza che la capitale carolingia fosse collocata ad Aachen. Nessun autore dice in quale delle tre province dell’Impero (Germania, Francia o Italia) si trovasse Aquisgrana. Sino a che tutti sapevano dov’era, nessuno scrittore s’è preoccupato di localizzarla.
Il professor Giovanni Carnevale propone da oltre vent’anni una radicale revisione di quel periodo storico. Carnevale è un salesiano d’origini molisane, è stato insegnante di Latino, Greco, Storia dell’Arte, è esperto d’archeologia, ed oggi è in pensione. Egli è sicuro che Carlo Magno costruì Aquisgrana non ad Aachen, ma nel Piceno, in Val di Chienti, non lontano da Macerata, da Fermo e dal mare Adriatico.

La prima “Francia”

La storiografia medievale sostiene tre argomenti erronei e cioè che nel Medioevo esistessero una sola Aquisgrana (Aachen); una sola Francia (l’attuale); una sola Roma (quella dei papi). Invece nel Medioevo esistettero due successive “Aquisgrana”. Una prima in Italia, nel Piceno in Val di Chienti, ad Aquas grani appunto; una seconda su suolo germanico, ad Aachen. La prima fu fondata da Carlo Magno, la seconda fu fondata dal Barbarossa nel sec. XII, dopo la Translatio Imperii dall’Italia alla Germania. Dopo l’800 Carlo Magno fondò in Val di Chienti, a circa 10 km dalla Aquisgrana picena, una Nuova Roma, sede del rinato Impero Romano d’Occidente, da contrapporre a Bisanzio, nuova Roma d’Oriente. La storiografia non si è mai occupata dell’esistenza di questa “Nuova Roma”, perché l’ha confusa con la Roma dei Papi. Roma in Val di Chienti fu distrutta nel corso per la lotta per le investiture da Roberto il Guiscardo, il 29 maggio 1084. Quando infine Parigi sostituì l’Aquisgrana picena come sede dello Stato dei Franchi, verso il Mille, anche la Gallia perse il suo antico nome romano e divenne Francia.
Dalle fonti appare evidente che alle origini l’Aquisgrana carolingia sorgeva in “Francia” (Piceno), quando ancora la Gallia manteneva immutato l’antico nome romano. Ne deriva che non solo Aquisgrana ma anche la Francia era nel Piceno in Val di Chienti. Le fonti presentano anche tracce d’inquinamento, quando dell’Aquisgrana italiana s’era perso il ricordo. Occorre eliminare un dato leggendario. Lo scrittore Filippo Davoli di Macerata ricorda che sua madre Maria Celeste, nata a Fermo, parlava degli abitanti della sua Val d’Ete come di gente che viveva in Francia. Inoltre, ancora oggi, alcuni suoi amici che abitano in quella valle dicono con naturalezza: “io abito in Francia”. Allora la Gallia non era ancora Francia. Fu il territorio d’Aquisgrana la “prima sedes Franciae”, come riferisce Nitardo (IV,1) e nella tradizione popolare il Piceno ha continuato ad essere Francia sin dopo l’anno Mille. Fonti francescane riferiscono che la madre di San Francesco proveniva dalla Francia, che il padre Bernardone andava spesso da Assisi a vendere stoffe in Francia e vi andava Francesco, che ne conosceva la lingua, pur senza aver mai valicato le Alpi.
L’idea d’Europa andò prendendo forma nell’Alto Medioevo dal rapporto dialettico che si stabili fra Aquisgrana e la Roma dei Papi. Allentatisi i legami con Bisanzio, nel Piceno in Val di Chienti si andò affermando la “Nuova Roma” d’Occidente, sede politica e militare dei Carolingi. L’antica Roma, sede del papato e centro religioso della cristianità, continuò a dipendere dai Papi.
La mitica Aquisgrana, capitale del Sacro Romano Impero, che nessuno storico ha mai localizzato, la città in cui s’incoronavano i re dei Romani, città dei Carolingi prima e degli Ottoni poi, non era Aachen e non poteva essere a nord delle Alpi, ma doveva trovarsi in ambiente mediterraneo, nella picena Val di Chienti, tra le odierne città di Macerata e Fermo. Proviamo a ricostruire la situazione geografica d’Aquisgrana nel Piceno. Per esaltare il prestigio imperiale furono accolte a corte le migliori intelligenze d’Europa. Affluirono alla Francia del Piceno, al Palatium carolingio d’Aquisgrana, maestranze specializzate di origini orientali. Si ebbe in Val di Chienti una straordinaria fioritura delle arti e delle lettere, che la storia ha consacrato col nome di “Rinascenza carolingia”. In una lettera a Carlo Magno, Alcuino ne parla come se “in Francia fosse risorta una nuova Atene, persino superiore all’antica”.
Da quale termine deriva il nome Aquisgrana? Nell’anno 100 dopo Cristo San Marone morì martire nella Val di Chienti, presso l’attuale Urbisaglia, ove sorgeva un antico santuario di guarigione tramite le acque, dedicato al dio italico Granno, identificato anche col greco Apollo. All’interno del themenos o recinto sacro del tempio sgorgavano sorgenti d’acque calde, e i pagani credevano che il dio conferisse loro virtù curative; esso era quindi molto frequentato. Al santuario del dio Apollo–Granno inviò più volte doni, per ottenere la guarigione, l’imperatore romano Caracalla (212–217), che una volta vi si recò anche in pellegrinaggio. Lo riferisce lo scrittore greco Dione Cassio. Quando Carlo Magno costruì il suo Palatium ad Aquas Grani, in Val di Chienti persisteva ancora il ricordo del dio e delle sue salutari acque. Il termine Aquisgrana deriva perciò dall’antica locuzione. Le rovine del Palazzo di Carlo Magno in Val di Chienti erano ancora visibili nel 1550, quando Andrea Bacci, noto archiatra di Sant’Elpidio a Mare, scriveva che nella piana del Chienti “si vede ancora una parte d’un palazzo da campagna antico, che fino al dì d’oggi dalla memoria di sì gran fazione è chiamato il Palazzo di Re Carlo”. (1)
Nel sec. XIX il Romanticismo tedesco rivalutò il Medioevo. Risale ad allora il pregiudizio che Aachen fosse l’Aquisgrana carolingia. Ogni volta che nelle fonti ci s’imbatte in notizie in contrasto con tale affermazione, le stesse fonti sono considerate false o inesatte. Non esistono però prove concrete a suffragare la teoria che si tratti della sede di Carlo Magno. Nel sottosuolo si sono cercate, ma non si sono mai trovate, le tracce della Nuova Roma e del Palatium, che si suppone scomparso perché assorbito dalle fondamenta del gotico Rathaus. La planimetria del complesso carolingio, spesso riprodotta sui manuali, è solo una ricostruzione immaginaria, elaborata con dati presi dalle fonti scritte.



San Claudio in Val di Chienti

Proviamo a controllare in modo disincantato le strane anomalie che s’incontrano nelle fonti dell’epoca e cominciamo dalle biografie scritte da chi visse accanto a Carlo Magno: Eginardo, Vita Karoli Magni Imperatoris, e Notker, De Gestis Karoli Imperatoris.
A Natale dell’800 Carlo Magno fu incoronato imperatore a Roma, a marzo dell’801 era ad Aquisgrana, nell’aprile era a Spoleto. Non poteva dunque essersi allontanato dall’Italia.
Le date dei terremoti registrati escludono che Aquisgrana potesse trovarsi a nord delle Alpi. Le fonti storiche citano terremoti nell’803, 814, 823, 829, mentre Aachen, come tutta la Germania, non è zona di particolare rilevanza sismica.
“Ogni anno, a primavera, Carlo Magno adunava il suo esercito nel Campus Maius. In Val di Chienti c’è ancora oggi, un paio di chilometri alle spalle della chiesa di San Claudio, una località pianeggiante chiamata Campomaggio.
Notker (I,26) dice che un giorno Carlo Magno, nel ricevere a corte un’ambasciata bizantina, si lasciò sfuggire la frase che “se non ci fosse stato ille gurgitulus (quello stagno, quella pozzanghera), a separarlo da Bisanzio, ne avrebbe potuto condividere le ricchezze dell’Oriente”. L’espressione avrebbe senso solo se pronunciata in Val di Chienti, col braccio teso ad indicare l’Adriatico, e non certo sulle rive del Reno.
Vidukind (II,1) scrive che Aquisgrana era nei pressi di Julum. La storiografia tedesca ha identificato tale località con Jülich, ma in Val di Chienti c’è un centro che anticamente rispondeva al nome Julum ed oggi si chiama Giulo.
In Val di Chienti, a pochi chilometri da Macerata, si trova la chiesa di San Claudio, oggi chiamata abbazia per i suoi numerosi possedimenti. Un unicum per le sue caratteristiche architettoniche, che corrisponde alla basilica d’Aquisgrana vista da Vidukind nel 936 e da lui descritta con ricchezza di particolari. Secondo Carnevale questa chiesa era la vera Cappella Palatina, costruita per Carlo Magno nella famosa Aquisgrana.
Notker, che vide Aquisgrana, afferma che un terrazzo girava intorno alla cupola centrale della Cappella Palatina, come si può vedere ancora oggi nella chiesa marchigiana di San Vittore alle Chiuse, ispirata all’architettura di San Claudio.


San Vittore alle Chiuse.


Ad Aachen invece la cupola non lascia spazio per una terrazza che le giri intorno. Quella di Notker è un’annotazione precisa, che basterebbe da sola a mettere in dubbio l’ascendenza carolingia della costruzione di Aachen. Come si è potuta ignorare una notizia così importante? Semplice: si è detto che Notker raccontava bugie, perché ad Aachen la terrazza non esiste!” (2)


Assonometria di San Claudio al Chienti.


Nel Piceno esistono altri edifici stilisticamente e tecnicamente simili a San Claudio. Un caso fortuito ha fatto però scoprire al prof. Carnevale in Francia, nei pressi d’Orléans, un altro edificio simile a San Claudio. Si tratta della cappella di Germigny des Prés, che risale certamente all’epoca carolingia perché lo fece costruire Teodulf, un dignitario ecclesiastico della corte di Carlo Magno.


La Cappella di Germigny des Prés.


Teodulf afferma di averla fatta costruire instar eius quae in Aquis est, simile cioè alla cappella che è in Aquisgrana. La cappella di Germigny dovrebbe perciò essere simile alla cappella palatina di Aachen, se questa fosse l’Aquisgrana carolingia, mentre è strutturalmente simile a San Claudio.
Tra Germigny e San Claudio la somiglianza è nettissima, mentre una somiglianza con Aachen è da escludere nel modo più assoluto sia nella pianta, sia nell’alzato. La cappella vescovile di Hereford in Inghilterra (1079 – 1085) è pure citata per la sua somiglianza con la Cappella Palatina d’Aquisgrana. Ha una pianta quadrata, quattro pilastri nel mezzo e un’apertura centrale fra i due piani sovrapposti, com’era San Claudio prima che l’attuale volta a crociera separasse il matroneo dal piano inferiore. Hereford costituisce un ulteriore indizio a favore della chiesa marchigiana.
Appare evidente anche la somiglianza architettonica della chiesa di San Claudio con il Frigidarium del Palazzo omayade di Khirbet al Mafjar, presso Gerico, che dai documenti storici dell’epoca risulta essere stato il modello architettonico voluti da Carlo Magno per la costruzione della Cappella d’Aquisgrana. Deduce Carnevale: “È probabile, per le straordinarie analogie di strutture e di dettagli, che a progettare San Claudio sia stato lo stesso architetto di Khirbet al Mafjar, e che R. W. Hamilton ha identificato in Abd Allah ibn Sulaym. Dalle fonti risulta che presso la corte d’Aquisgrana vi fossero tanto un maestro orientale di spicco, il cui nome era Abdullah, quanto maestranze provenienti dalla Siria islamizzata”.


Il Frigidarium di Khirbet al Mafjar.


La Cappella di Aachen non ha niente in comune con questi modelli. La sua struttura è quella tipica dei primi tempi dell’arte gotica e offre riscontri con similari edifici renani, posteriori al Mille, e con l’ottagono di Ottmarsheim in Alsazia: si direbbe proprio che Ottmarsheim ne sia il prototipo. Tuttavia Aachen presenta l’accentuato verticalismo del Gotico, che Ottmarsheim non ha, né potrebbe avere, perché risale al 1030, quando il Gotico era di là da venire.



La Kaiserkapelle di Aachen mostra con evidenza le proprie caratteristiche gotiche.


È documentato fu Odo di Metz che a costruire la Cappella di Aachen, mentre Notker, biografo di Carlo Magno, dice che la Cappella d’Aquisgrana fu costruita da maestranze venute dall’Oriente. Se le fonti attribuiscono rispettivamente a maestri orientali la Cappella d’Aquisgrana, e a Odo di Metz la cappella di Aachen, dobbiamo logicamente pensare a due distinte cappelle.
Eginardo riferisce che le colonne e i marmi, impiegati nella costruzione della Cappella Palatina d’Aquisgrana, furono prelevati da antichi edifici di Ravenna e di Roma. Il trasporto di colonne e di marmi da Roma e da Ravenna ad Aachen, attraverso una Germania ancora priva di efficienti strade, con le Alpi di mezzo, appare inverosimile. Con Aquisgrana in Val di Chienti, a metà strada tra le due ex capitali dell’Impero romano, la cosa sarebbe diversa.
Nell’alta Val di Chienti esiste un edificio carolingio realizzato dalle stesse maestranze, giunte dalla Palestina. Si tratta della chiesa di San Giusto in San Maroto, le cui origini si perdono nel mistero per l’assoluta mancanza di documenti. “È a pianta centrale con 4 absidi, sormontato da una cupola che sembra essere stata costruita senza cèntine di sostegno, la cui calotta è costituita da anelli concentrici per un terzo di pietra cornea, con le generatrici dei piani di posa dirette verso il centro di curvatura e per i rimanenti due terzi girata a spirale, con conci di calcare spugnoso. Completamente disadorno, lo spazio è illuminato da strette monofore". (3)
Cupole del genere, realizzate con la stessa tecnica di costruzione e illuminate da nicchie a fessura, erano presenti anche nel complesso edilizio di Khirbet al Mafjar.
L’edificio è il risultato di un sottile gioco di rispondenze geometriche: il cerchio che delimita internamente la base del tamburo circoscrive un ottagono, di cui quattro lati sono le corde delle absidi, frontalmente contrapposte, e gli altri quattro le corde dei restanti segmenti circolari. La pianta d’insieme è un quadrato, trilobato su ogni singolo lato, le cui altezze tracciano gli assi Nord–Sud, Est–Ovest. L’interno potrebbe avvolgere una sfera ideale, perché la calotta è a pieno centro e l’altezza del cilindro di base ha la stessa lunghezza del raggio della calotta. Il toro posto a coronamento del cilindro divide la sfera in due perfetti emisferi.
L’edificio, ubicato su di uno sperone roccioso fra i boschi dell’Appennino, doveva essere in origine un padiglione di caccia della corte franca. Durante le battute di caccia offriva un sicuro riparo per la notte e le quattro absidi ricavate nel tamburo offrivano al riposo del sovrano e dei massimi dignitari di corte. È da escludere che possa trattarsi d’un edificio destinato al culto, se non altro per l’assenza di una adeguata illuminazione. Alle origini l’ambiente era decisamente buio. Anche oggi la luce che penetra è assai scarsa, nonostante la presenza di una tardiva monofora gotica. Il massimo di luce penetrava nell’ambiente all’alba perché quasi tutte le nicchie aperte nel muro perimetrale sono orientate verso Levante, solo due verso nord e solo una verso ponente. Doveva essere un ambiente destinato esclusivamente al riposo notturno.

La Cappella tra i vigneti

Verso il 790, quando Carlo Magno costruì la Cappella Palatina, Alcuino si recò da Aquisgrana in Inghilterra, suo paese natale. Da lì scrisse a Joseph, un suo alunno irlandese, lamentando che non disponeva di vino e che la pessima birra inglese gli stava rovinando lo stomaco. La lettera si chiude con l’augurio di poter tornare e rivedere la novam cappellam inter vineta. Gli sorrideva l’immagine della Val di Chienti, ove tra i vigneti stava sorgendo la nuova cappella d’Aquisgrana. L’espressione novam cappellam inter vineta è di cristallina chiarezza, in linea coi precedenti accenni al vino che in Inghilterra mancava, ma per i commentatori è un passo oscuro. In epoca carolingia esisteva una sola cappella, quella d’Aquisgrana, e derivava il nome dal fatto che custodiva la cappella o mantello di San Martino, il santo più venerato dai Franchi. Gli ecclesiastici preposti alla custodia della cappella si chiamavano “cappellani” per la stessa ragione. Se Aquisgrana fosse Aachen, l’espressione novam cappellam inter vineta non potrebbe alludere ad Aquisgrana, perché ad Aachen le viti non allignano. Dopo la morte di Carlo Magno, Ludovico il Pio affidò allo spagnolo Claudio la sede episcopale di Torino. Divenuto vescovo della civitas Taurinis, Claudio lamentava, in una lettera, che gli accresciuti impegni gli impedivano d’attendere con tranquillità ai suoi studi. D’inverno doveva correre su e giù per le strade che da Torino portavano al Palatium d’Aquisgrana. Da metà primavera doveva prendere, con le pergamene, anche le armi e muoversi lungo la costa, in guerra contro Saraceni e Mori. Di notte combatteva, di giorno maneggiava la penna e i libri.
Quando Carnevale lesse per la prima volta tale lettera, il passo gli apparve sconcertante. In inverno, su e giù fra Torino e Aquisgrana! Inconcepibile, ovunque si trovasse Aquisgrana, sia in Val di Chienti, sia ad Aachen. Ma poi Carnevale scoprì che in Val di Chienti c’era una civitas chiamata Torino, che oggi si chiama Pieve Torina, e Claudio poteva essere stato vescovo di quella sede. Tanto il Palatium d’Aquisgrana come il mare erano a breve distanza.
È storicamente certa la traslazione del corpo santificato di Carlo in Germania, voluta da Federico I Barbarossa. Dopo di lui si affermò che Aachen fosse la vera Aquisgrana, per affermare il primato germanico sul Sacro Romano Impero.
L’attuale cappella di Aachen fu probabilmente costruita dal cancelliere imperiale Rainald von Dassel, per accogliere i resti di san Carlo Magno. Il Barbarossa e il suo antipapa Pasquale III lo dichiararono santo in Aquisgrana, a Natale del 1165, e l’anno dopo lo fecero traslare dall’Italia in Germania. Seguì qualche anno dopo la Translatio Imperii, generalmente interpretata come un ideale trasferimento del “Romano Impero” dagli Italiani ai Tedeschi.
Poiché gli storiografi hanno sempre identificato Aquisgrana con Aachen, sono sfuggite le implicazioni politiche della Translatio Imperii. Non si trattò di un ideale, teorico trasferimento dell’Impero dai Romani ai Tedeschi, ma di un’effettiva traslazione della sede dell’Impero da Aquisgrana ad Aachen. L’Impero continuò ad essere romano ma Deutscher Nation, della nazione tedesca, e divenne “sacro” perché era santo il suo fondatore. Nacque così la denominazione ufficiale di “Sacro Romano Impero”.
Per capire le ragioni del trasporto della sede imperiale dall’Italia ad Aachen, occorre ricordare che i re dei Romani, cioè i re di Germania (da Arnolfo agli Ottoni, a Enrico II e successori), erano stati acclamati in Aquisgrana sul solium sovrastante la tomba di Carlo Magno e antistante la cappella palatina; il solium è definito da Eginardo arcus supra tumulum... exstructus, e la sua definizione si adatta perfettamente all’arcata che ancora sovrasta l’ingresso di San Claudio al Chienti. Tale acclamazione era la necessaria premessa per la consacrazione imperiale in Roma, sulla tomba di San Pietro.




La chiesa di San Claudio in Val di Chienti.


La Renovatio Imperii

Quando il diretto successore di Carlo Magno morì senza lasciare discendenti, il re di Germania Enrico I progettò un viaggio in Italia per operare coi Franchi e i Sassoni d’Aquisgrana la “Renovatio Imperii Francorum”. In Val di Chienti vivevano infatti insieme ai Franchi i discendenti di quei Sassoni che Carlo Magno aveva deportato nella “Francia” delle origini, cioè nel Piceno.
Enrico I era princeps per i Franchi d’Aquisgrana e re (non consacrato) in Sassonia, in condizione perciò di unificare sotto il proprio scettro l’intero Regno dei Franchi. Il viaggio in Italia (“a Roma”, scrive Vidukind, riferendosi forse alla Nuova Roma) fu approvato da Franchi e Sassoni e accuratamente preparato. Nel frattempo era stato scovato in Inghilterra e consacrato re in Francia Ludovico IV, un ultimo diretto discendente carolingio. Enrico I morì subito dopo, ma il previsto viaggio in Italia fu ugualmente realizzato dal figlio Ottone I, subito dopo il seppellimento del padre. Ottone I nel 936 venne dunque dalla Sassonia ad Aquisgrana per farsi proclamare “Re dei Romani” e raccogliere così nelle proprie mani l’eredità dell’Impero di Carlo Magno.
Deve essere ambientata in Italia e non in Germania anche la vittoria che Enrico I conseguì sugli Ungari a Reate o Riade, il 15 marzo 933. Gli storiografi tedeschi non sono in grado di localizzare Riade in Germania. Reate è il nome latino dell’attuale Rieti in Sabina, e di invasori Ungari nel centro Italia non si sente più parlare dopo l’annientamento nel 933 dei 36.000 Ungari di cui parlano gli Annales Flodoardi.
La Renovatio Imperii Francorum creò in Italia una situazione di conflittualità tra i locali Franchi e i Sassoni, impadronitisi del potere in Aquisgrana. Ai tempi di Ottone II la crisi si fece acuta.
Nell’aprile del 976, nei pressi di Montecastrilli (apud Montem Castrilocum, come riferiscono gli Annales Laub. et Leod.) ci fu una violenta battaglia tra i Franchi guidati da Carlo, fratello del re di Francia, e i Sassoni guidati da Godefrido e Arnolfo. Ne riferiscono con ampiezza di particolari gli Annales di Flodoardo che assegnano la vittoria finale ai Franchi, mentre i Gesta Pontificum Cameracensium (1,96) attribuiscono la vittoria ai Sassoni. Montecastrilli è stato confuso con la località di Mons, nel nord Europa, ma sembra proprio si tratti di Montecastrilli, in Umbria, non lontano da Spoleto.
È possibile identificare in Umbria anche il fiume Agna, oggi Aia, un affluente del Nera nei pressi di Narni, ove nel 974 i franchi Reginar e Lamberto erano stati assediati in Bossud dallo stesso imperatore. La modificazione di Agna in Aia può apparire non convincente da un punto di vista grafico ma da quello fonetico i due termini sono vicini, certamente molto più vicini che non nell’identificazione con Hainaut fatta dagli storiografi d’oltralpe.
Nel 978 lo stesso re di Francia Lotario organizzò una spedizione contro Aquisgrana per catturare Ottone, o ucciderlo, o metterlo in fuga. Il segreto dell’operazione fu così ben custodito che i partecipanti non sapevano verso quale obiettivo si marciasse. Dopo qualche giorno, ad Aquisgrana fu annunciato l’arrivo dell’armata di Lotario. Ottone, impossibilitato a difendersi, con la consorte Teofano e i Grandi del Regno abbandonò il Palatium e le insegne regali. Il Palatium fu messo a sacco e “l’aquila di bronzo che era stata sistemata da Carlo Magno sulla sommità del Palatium fu girata verso il Volturno. Infatti i Germani l’avevano girata verso i Franchi, insinuando che con la propria cavalleria essi potevano sconfiggere i Galli quando volevano...” Così scrive Richer nella sua Storia di Francia (III,67). Si noti come, anche in un racconto tanto dettagliato, manchi qualsiasi riferimento alla collocazione geografica d’Aquisgrana.
Il potere depistante di Aachen ha indotto qualche storiografo a ritenere il racconto di Richer un parto di fantasia e ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro per spiegare la nuova posizione dell’Aquila di Carlo Magno, girata verso il Volturno. Volturno è un fiume del territorio di Capua e di lì Ottone I aveva chiamato in Val di Chienti il principe longobardo Pandolfo Testa di ferro, facendolo marchese di Camerino e Spoleto e affidandogli così il controllo del territorio, a prevalente insediamento franco. 1 Franchi d’Aquisgrana erano stati assoggettati ad un potere militare longobardo, sentito come straniero, che si aggiungeva al predominio politico–militare dei Sassoni. Aver girato l’Aquila carolingia verso il Volturno era per i Franchi d’Aquisgrana un modo di esprimere la gioia per l’avvenuta liberazione da Pandolfo, respinto con le sue milizie longobarde sul Volturno, sua terra di provenienza.
Ottone III, di stirpe sassone ma di madre greca (e nonna italiana), fu consacrato re da bambino in Aquisgrana e ivi allevato dalla madre, dai Franchi e dal nobile sassone Bernward, come ha chiarito Carnevale. L’accettazione della sua sovranità non fu senza ostacoli. Enrico il Litigioso aveva prima strappato il piccolo Ottone alla madre e ai Franchi, per portarlo in Sassonia, poi era calato in Italia per farsi consacrare lui stesso re in Aquisgrana. I Franchi ne bloccarono la marcia a Bisinstidi, oggi Bisenti, in Abruzzo e il Litigioso, per poter tornare illeso in Germania, dovette promettere di riconsegnare il re bambino alla madre e agli stessi Franchi, come effettivamente avvenne il 29 giugno 985. In seguito fu accolta la richiesta della nobiltà sassone che in Aquisgrana, accanto al re bambino, ci fosse anche un nobile sassone.
Ottone III tentò di operare una radicale svolta politica con la Renovatio Imperii Romani in accordo con gli italici della Val di Chienti, chiamati Romani dai cronisti del tempo, e in disaccordo coi suoi stessi Sassoni. Pier Damiani, per definire questa nuova realtà politica, usò il termine illuminante di Firmensis Monarchia. Firmum, oggi Fermo, era un’antica città romana nei pressi d’Aquisgrana. L’impresa non riuscì. L’imperatore morì giovanissimo in Italia, nel gennaio del 1002, nel castello di Paterno, presso la “nostra” Aquisgrana, e fu fatto seppellire da Enrico II nel presbiterio della Cappella Palatina d’Aquisgrana. Effettivamente la sua mummia fu ritrovato nel 1926 a San Claudio al Chienti, nel preciso luogo segnalato dalle fonti, ma nessuno si rese conto che si trattava d’un imperatore.
Carlo Magno fu dichiarato beatus in Aquisgrana a Natale del 1165 da Pasquale III, un antipapa italiano di parte imperiale, che non mise mai piede in Germania. Per spiegare l’assenza del papa da Aachen, i manuali di storia ripetono che il papa fu sostituito nella beatificazione di Carlo Magno da Rainald von Dassel, legato imperiale per l’Italia e dal 2 ottobre 1165 arcivescovo di Colonia… ma questo significa inventarsi gli eventi storici! Il Barbarossa testimonia che Carlo Magno fu dichiarato santo ad Aquisgrana e dagli Annales Aquenses risulta che l’anno dopo, nel 1166, le spoglie del primo imperatore furono traslate. (4)
Oggi i suoi resti si trovano ad Aachen. Se il corpo fu traslato in quella città solo in tale data, dove era in precedenza e dove era la primitiva Aquisgrana? Stando ai documenti, l’Aquisgrana di Carlo Magno non coincideva con Aachen”.
Poiché la consacrazione a re dei Romani era un rito irrinunciabile e un requisito legittimante alla successiva consacrazione a imperatore, la monarchia francese aveva realizzato una sede alternativa ad Aquisgrana nella cattedrale carolingia di Saint Denis, a Parigi. Saint Denis si prestava ad ereditare presso i Franchi il prestigio e la funzione d’Aquisgrana, rimasta politicamente decentrata nel Piceno. Vi erano già stati sepolti Carlo Martello e re Pipino, ossia il nonno e il padre di Carlo Magno. Ricostruita in grandiose forme gotiche, aveva accolto venerande reliquie carolingie, quali la spada, la lancia e l’orifiamma di Carlo Magno. È probabile che il cistercense Suger, potentissimo a corte, intendesse trasferirvi anche i resti di Carlo Magno, incaricando della traslazione i cistercensi francesi da poco insediatisi ad Aquas Salvias in Val di Chienti. Qualcuno di area imperiale o comunque contrario alla traslazione di Carlo Magno, intuendo il pericolo, ne nascose forse i resti in una nuova tomba o in un nascondiglio segreto. Non sapremmo altrimenti spiegare uno scritto dell’8 gennaio 1166 redatto dallo stesso Barbarossa:
“Nel giorno di Natale abbiamo tenuto ad Aquisgrana una solenne corte per onorare, esaltare e proclamare santo l’imperatore Carlo. Là il suo corpo era stato prudentemente nascosto per timore di nemici stranieri o d’avversari politici, ma noi per divina rivelazione l’abbiamo ritrovato”.
Nello stesso giorno, l’Imperatore riconfermò Aquisgrana capitale e sede dell’Impero e vi furono dichiarati liberi tutti i residenti, cittadini, immigrati, nativi.
Per Rainald von Dassel, arcicancelliere per l’Italia e arcivescovo di Colonia, la canonizzazione serviva a bloccare i progetti di Parigi, con la contrapposizione d’un santuario carolingio tedesco, più prestigioso di Saint Denis. Dieci anni dopo, il Barbarossa, distrutta Fermo nel 1174 e non potendo più mantenere in Italia la sede dell’Impero, non trovò di meglio che trasferirla ad Aachen, facendo del santuario a San Carlo Magno la nuova Cappella Palatina. Si ebbe così la Translatio Imperii dall’Italia in Germania.
A Pasqua, il 24 marzo 1174, ci fu una gran festa di coronazione in Aquisgrana. Oltre al Barbarossa, all’imperatrice Beatrice e al figlio Enrico, erano anche presenti il cardinale di Tuscolo e inviati del sultano Saladino. Sei mesi dopo, il 21 settembre 1174, fu incendiata e distrutta Fermo. Fu smantellata anche la carolingia Cappella palatina e ne restò in piedi il solo perimetro murario. Non era più possibile mantenere in Aquisgrana la capitale dell’Impero e si procedette alla Translatio Imperii. Il santuario di San Carlo Magno in Aachen si prestava ottimamente a divenire la nuova Cappella palatina, Aachen la nuova Aquisgrana. Il Romano Impero diveniva deutscher Nation e, poiché era stato fondato da san Carlo Magno, si chiamò Sacro Romano Impero.
Alla fine di luglio 1215, Federico II di Svevia, probabilmente in esecuzione di direttive impartitegli dal papa Innocenzo III, trasferì ad Aachen e ai suoi cittadini gli identici privilegi che il Barbarossa l’8 gennaio 1166 aveva concesso in Italia ad Aquisgrana e ai suoi cittadini. La Translatio Imperii riceveva così solenne, ufficiale conferma per mano di Federico II, in accordo con la curia di Roma. In Aachen, la nuova Aquisgrana rinnovò il prestigio e la funzione dell’antica. Per la coscienza dei Tedeschi, la sua cappella rimane un luogo sacro al mito carolingio e alla Nazione tedesca. Il che complica non poco il ridimensionamento del suo ruolo storico.

La Nuova Roma

L’identificazione d’Aquisgrana in Val di Chienti permette di localizzare nel Piceno anche la “Nuova Roma” costruita da Carlo Magno, come riferiscono le fonti dell’epoca. La tradizione di Aachen non ha mai permesso di localizzarla nella Valle del Chienti, ma proprio qui potremmo pensare di cercarla, anche perché le fonti ne parlano con ampiezza di dettagli.
È sicura l’esistenza d’una Nuova Roma ad Aquisgrana, con una sua Arx dominante dall’alto, il Senatus, il Forum, le Thermae, i Balnea, il Theatrum, un Portus, un Templum, ma la storiografia ufficiale, non potendo additarne in Aachen alcun resto, e non sapendo in concreto cosa dire, ha preferito eludere il problema.
Ad Aachen il solo edificio che sia ritenuto carolingio è la cosiddetta Cappella Palatina, Duomo dal 1931, ma abbiamo già detto che l’edificio risale al Barbarossa. Invece, ciò che le fonti dicono sulla Nuova Roma carolingia trova riscontro nell’ambiente geografico e nei vistosi resti urbani antichi della Val di Chienti. Troviamo le rovine d’una città antica con le caratteristiche della Nuova Roma descritta da Angilberto: un’arx sulla sommità del colle, un teatro, terme, balnea o piscine, un anfiteatro, resti d’altri edifici. Le rovine coprono un’ampia zona e mostrano caratteri propri dello stile bizantino–orientale. La cultura ufficiale, fuorviata da Aachen, le ritiene rovine dell’antica città romana di Urbs Salvia e le fa risalire al sec. I dell’era cristiana, benché la popolazione locale mantenga vivo il tradizionale, antico nome di Roma.
Ricordiamo che la romana Urbs Salvia fu totalmente distrutta all’inizio del sec. V da Alarico. Durante la Guerra Gotica vi passò, con le truppe bizantine, Procopio di Cesarea e constatò che “dell’antico splendore non c’erano più che pochi resti d’una porta e della pavimentazione del suolo. Nient’altro”. Procopio precisa che le truppe bizantine avanzarono da Fermo “per una strada che si staccava dalla costa e andava verso l’interno, passando per Urbisalia”, dunque prima risaliva la valle del Tenna, e poi si portava da Falerone a Pian di Pieca, ove sorgevano le rovine della romana Urbs Salvia e ove, ancora nei sec. XVII–XVIII, le carte geografiche localizzavano Salvi rovinata; sulle stesse carte la romana Helvia Recina è detta Recina rovinata.
Oggi le imponenti rovine della Nuova Roma carolingia coprono nelle Marche la più estesa zona archeologica pervenuta dall’antichità. Abbiamo sicuri indizi che ancora dopo il Mille le rovine della città erano praticamente ancora in piedi: a partire dal 1140 i Cistercensi vi attinsero i materiali per costruire la loro abbazia “ad Aquas Salvias”, oggi abbazia di Fiastra, e nel 1300 Dante Alighieri si chinò in meditazione su quanto ancora ne restava: “Luni ed Urbisaglia come son ite, e come se ne vanno di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia…” (Paradiso, c. XVI)


Urbisaglia.


Dice Carnevale: “Non ho formulato una teoria astratta. Ho valutato i dati delle fonti da un nuovo punto di vista, ho sottoposto a riesame critico i dati archeologici, ho ambientato geograficamente il tutto. Non pretendo d’essere creduto sulla parola, mi auguro solo di suscitare interesse per un problema di enorme rilevanza culturale. So che i medievisti non dispongono di concreti elementi per rifiutare o confutare la tesi, che è inattaccabile perché vera. Essa scuote però le basi di tutte le discipline storiografiche relative all’Alto Medioevo. Questa tesi richiede nuove riflessioni sulla storia. Per la sensibilità dei tedeschi Aachen costituisce un mito. Non possono certo rinunciarvi a cuor leggero”.

Bibliografia
Sull’Alto Medioevo in Val di Chienti sono stati pubblicati:
G. Carnevale, San Claudio al Chienti ovvero Aquisgrana, ed. SICO, Macerata, 1993.
G. Carnevale, L’enigma di Aquisgrana in Val di Chienti, ed. SICO, Macerata, 1994.
G. Carnevale, Aquisgrana trafugata, ed. SICO, Macerata, 1996.
E. Mancini, Aquisgrana Restituta, Macerata, 1997.
G. Carnevale, La scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti, ed. Queen, Macerata, 1999.
G. Carnevale, San Marone e l’Alto Medioevo in Valdichienti, Biblioteca Comunale di Civitanova Marche, 2002.
G. Carnevale, La Val di Chienti nell’Alto Medioevo carolingio (fu la "Francia" delle origini e culla dell’Europa), Comitato per lo studio della presenza carolingia in Val di Chienti, 2003.
M. Graziosi, L. Natali, La tradizione orale su Aquisgrana e l'imperatore Guido, Macerata, Ass. Culturale "Aquis Chienti", 2006.

Note
1 – Andrea Bacci, Origine dell’antica città di Cluana, oggi Sant’Elpidio a mare. Riportato in Natale Medaglia, Memorie istoriche della città di Cluana, Macerata, 1692.
2 – Notker di San Gallo (840–912), abate, beatificato nel 1512, scrisse le Gesta Karoli Magni, fonte storica non trascurabile, insieme all’altra cronaca (Vita Karoli) scritta da Eginardo (775–840), il più celebre biografo di Carlo Magno.
3 – P. Cruciani, Campanili di montagna, in “Provincia di Macerata, Terra delle Armonie”, Anno III, 1, febbraio 1993, p.22.
4 – Cfr. Annales Aquenses, ed. Georg Waltz, in: Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, XXIV, Hannover, 1879.


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