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di Gene D. Matlock, B.A., M.A.
Tradizioni indù nella Bibbia?
E nell’antico Messico?


Quando ero un ragazzo, i miei genitori si fecero membri d’una setta fondamentalista cristiana chiamata “i Nazareni”.
Io avevo dodici anni e non ero particolarmente fedele, ma mi piaceva una canzoncina dei bambini della setta: “Gesù mi ama, lo so, perché la Bibbia me lo dice!” Avessi saputo ciò che so ora, avrei cantato: “La Bibbia proviene dall’India, lo so, perché i Veda e i Puana me lo dicono!”
Il racconto che segue, preso dalla Matsya Purana (Cronaca del Pesce, testo indù), descrive alcuni dei sopravvissuti ad un grande Diluvio, che partirono dall’India verso altre parti del mondo.
– Satyavarman, sovrano di tutta la terra, aveva tre figli: il primo si chiamava Shem; il secondo Sham; il terzo, Jyapeti. Erano tutti uomini di buoni costumi, virtuosi, capaci nell’uso delle armi; uomini coraggiosi, vittoriosi in battaglia.
Satyavarman preferiva dedicare la propria vita alla meditazione devota e, vedendo che i suoi figli combattevano per il potere, lasciò loro tutte le preoccupazioni del governo.
Benché egli stesse sempre ad onorare e pregare gli dei, insieme ai sacerdoti, un giorno il re si ubriacò e perse i sensi, e rimase nudo mentre dormiva. Così fu visto da Sham, che chiamò gli altri due fratelli, scoppiò a ridere e disse loro: “Che cosa è successo? In che condizioni si trova il nostro signore?”
Ma gli altri due lo coprirono con gli abiti e cercarono ripetutamente di rianimarlo. Recuperato l’intelletto, il re capì quanto era accaduto e maledisse Sham, dicendogli: “Tu sarai il servo dei servi”. E poiché hai riso in loro presenza, prenderai il nome proprio dalla tua risata.
Poi diede a Shem l’ampio dominio sulle terre a sud delle montagne nevose. E a Jyapeti diede tutte le terre a nord delle montagne nevose.
Poi, per il potere della contemplazione religiosa, raggiunse la beatitudine. –
Se avete letto la Bibbia, potrete indovinare chi fossero Satyavarman, Shem, Sham, e Jyapeti? Non erano altri che i nostri Noé, Sem, Cam e Japhet? L’Antico Testamento dice che Satyavarman (Noé) si ubriacò col vino delle sue vigne in quella che oggi si chiama Armenia, presso il Monte Ararat. Ma sono sicurissimo che i miei lettori indù sappiano dove veramente è nata questa storia.
In sanscrito, Satya-Varman significa “Protettore della Verità, Protettore della Giustizia”. Varman talvolta si aggiunge ai nomi Kshatriyas (una casta ereditaria di dirigenti indù). Shem/Sem significa “un’assemblea”. Secondo l’interpretazione dei razzisti bianchi, Cam divenne nero per punizione della mancanza di rispetto verso suo padre.
I Fondamentalisti cristiani insistono sul fatto che Sham fosse l’antenato degli Africani. Fu tale superstizione ad aiutare il perpetuarsi della schiavitù nel nostro Sud, prima della Guerra Civile. Jyapeti divenne il “Dio del Sole”, ossia, per i Cristiani, gli Ebrei, gli Assiri, i Greci ed i Romani, Zeus, Giove, Jahve o Jehovah. Per gli Indù, egli è Dyaus Pitar, prima manifestazione nota al genere umano del Dio Shiva. Satyavarman disse a Sham che avrebbe preso il nome dalla sua risata.
Due delle tribù discendenti di Sham erano gli Ha-Ha e gli Ho-Ho. Esse in seguito emigrarono verso altre parti del mondo. Gli Ha-Ha(am)/Ham, che significa “il popolo Ha”, furono tra i fondatori dell’Egitto. Altri discendenti di Sham, gli Hohokam, s’installarono del Sud–ovest americano. Cam o Kam deriva dal sanscrito Gana, che significa “Tribù”. Hohokam = “la tribù Ho-Ho”. Si osservi che entrambi i gruppi vivevano nel deserto. Un’altra tribù che anticamente viveva nel Sud–ovest americano erano gli Anasazi, conosciuti nell’antica India come Anaza-zi (il Dio vivente e indistrutttibile, Shiva). La leggenda ebrea dell’Arca di Noé appare come un intreccio di tre miti indù del diluvio: Satyavarman, Vaivasvata e Nahusha. Il Mahabharata racconta:
– La progenie di Adamis e Hevas (Adamo ed Eva) divenne ben presto così litigiosa, da non riuscire più a convivere in pace. Allora Brahma decise di punire le sue creature.


Vishnu ordinò a Vaivasvata di costruire una nave che contenesse lui e la sua famiglia.
Quando la nave fu pronta, e Vaivasvata vi entrò con la famiglia e con i semi d’ogni pianta ed una coppia d’ogni specie d’animali, giunse una gran pioggia e i fiumi cominciarono a gonfiarsi. –
Non solo i nomi dei principali interpreti della storia di Noé sono simili a quelli della famiglia di Satyavarman, ma, come nel racconto di Vaivasvata che gli autori dell’Antico Testamento copiarono dal Mahabharata, le piogge caddero per quaranta giorni e quaranta notti.
Nella storia di Vaivasvata, il nome di Sem è Manu; Cam o Sham è Nabhanedistha; Japhet è Yayati o Dyaus-Pitar (Giove o l’ebreo Jehovah).
Il terzo “Noé” era una divinità chiamata Dyaus-Nahusha. Noi occidentali lo chiamiamo Dioniso o Bacco. Bacco deriva dal sanscrito Bagha, che significa “il Dio Androgino”. Quando un gran diluvio distrusse il mondo, Nahusha lasciò l’India per ricostruire la civiltà umana. Lasciò l’India anche per un’altra ragione, di cui parlerò in seguito. Uno dei luoghi in cui si fermò era una città–stato su un’isoletta, chiamata Sancha Dwipa (isola Sancha), i cui abitanti facevano le case di conchiglie.
Lo storico Indù Paramesh Choudhury ha scritto nel suo libro “The India We Have Lost”, che Sancha Dwipa era un’isola dell’Egitto.

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C’è però l’isoletta messicana di Mexcaltitan, nello stato di Nayarit, lungo la costa del Pacifico, dove, prima della conquista spagnola, si facevano le case con le conchiglie. Secondo la mitologia tolteca, Mexcaltitan era il porto d’arrivo nel Messico del dio Quetzalcoatl.
Nella mitologia indù, Nahusha e il Dio Vishnu sono strettamente associati. Vishnu è spesso raffigurato mentre galleggia su una zattera di serpenti, oppure con una conchiglia in mano. Anche il dio messicano Quetzalcoatl era raffigurato mentre galleggiava su una zattera di serpenti, e le conchiglie ornavano i suoi templi. Un disegno mostra Quetzalcoatl che indossa una collana di conchiglie.


Le stranezze e anomalie che troviamo in Messico non si fermano qui.
I Toltechi, popolo più antico degli Aztechi, erano chiamati anche Nahoa e Nahua. Le tribù Nahua si estendevano sino in Sud America, dove le troviamo ancora. Poiché i Toltechi non sapevano pronunciare la “V”, mi chiedo se le parole Nahoa e Nahua non derivino dal sanscrito Nava, che indica una nave o una barca. Anche il nome dei Toltechi potrebbe derivare dal sanscrito e significare “Discendente dal popolo del mondo superiore”: Tal-Toka. La patria originaria di Quetzalcoatl era Tlapallan, un nome che può derivare dal sanscrito Tala-Pala (La terra del mondo superiore di Pala), ed è un altro nome dello stato indiano Bihar. Anche le storie delle vite di Dyaus-Nahusha e Quetzalcoatl sono simili. Dyaus-Nahusha fu bandito dall’India per essersi ubriacato ed aver violentato la moglie del leggendario filosofo indù Agastya. Quetzalcoatl fu bandito per essersi ubriacato ed aver violentato la propria figlia. Potrei addurre altre prove che Nahusha e Quetzalcoatl erano lo stesso individuo.
È facile provare che l’India in antico colonizzò il Messico. È difficile invece esserci fatti un lavaggio del cervello tale, da accecarci su tale evidenza!
Più di vent’anni fa, quando cominciai le mie ricerche su questi temi, alcuni Cristiani Fondamentalisti mi affrontarono: “Che cosa potresti guadagnarci a provare che tutte le religioni e le culture del mondo abbiano copiato le proprie tradizioni dagli Indù?”
Io risposi: “Bene, voi dite sempre che bisognerebbe andare in India per salvare le povere anime degli Indù. OK, avete vinto. Io lo sto facendo!”

Fonte: www.mondovista.com/noah.story.html


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