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di Afrik.com
IL PATRIMONIO CULTURALE AFRICANO
in lotta con l'Occidente, con lo stimolo dell'identità nazionale


La questione del patrimonio culturale africano in Occidente è ancora in bilico. I preziosi manufatti di origine africana dovrebbero restare in Europa e Nord America, presso istituzioni che possiedono le tecniche di conservazione e i mezzi necessari, o dovrebbero essere rimpatriati nel loro paese d'origine dove potrebbero creare un senso di identità nazionale, del quale si sente molto il bisogno? L'eco creata dalla conferenza internazionale sulla protezione e restituzione dei Beni culturali "saccheggiati", che ha avuto luogo al Cairo, 8 aprile, e guidata da Zahi Hawass, segretario generale del potente Consiglio supremo egiziano delle antichità, ha riacceso un dibattito che è rimasto a lungo relegato a furtivi sussurri.
In un momento in cui il Museo Barbier-Mueller di Ginevra, noto per la sua notevole collezione di arte primitiva, ha deciso di ridare una maschera Makonde che era in suo possesso dal 1985 alla Tanzania, la questione della restituzione dei sacri manufatti africani non poteva essere più sensibile. Rubata da un museo di Dar Es Salaam, nel 1984, la maschera raggiunse il prestigioso museo svizzero dove fu tenuta per 25 anni! Riportata nel paese dell'Africa orientale ufficialmente come un "dono" in una cerimonia ufficiale svoltasi sotto l'egida del Consiglio internazionale dei musei (ICOM) a Parigi, la maschera è sulla buona strada del ritorno alla sua dimora ancestrale. Questo segna un ulteriore passo nel processo di restituzione dei reperti saccheggiati in Africa.
Postosi alla guida di questa lotta, Zahi Hawass, segretario generale del Consiglio supremo egiziano delle antichità, comincia a rendere la vita difficile ai musei occidentali. Dopo la mobilitazione di 25 paesi per combattere e ottenere la restituzione di artefatti "saccheggiati" durante la colonizzazione, in una conferenza internazionale che si è svolta al Cairo giovedi 8 aprile, il signor Hawass è intento a farsi sentire. Alla conferenza ha chiesto un rafforzamento della cooperazione internazionale e di quadri giuridici e di tutela giurisdizionale del patrimonio. Ma anche se ha riconosciuto che gli Stati che erano presenti alla conferenza "hanno deciso di combattere insieme", essi non hanno concordato un piano specifico di azione comune.
Tuttavia, Zahi Hawass, per l'Egitto, ha chiesto la restituzione di sei preziosi manufatti egiziani esposti in musei di tutto il mondo: "la stele di Rosetta al British Museum, il busto di Nefertiti a Berlino, il soffitto dello Zodiaco del Louvre, la statua dello Hemiunu a Hildesheim, la statua di Ankh-haf al Museum of Fine Arts di Boston, e la statua di Ramses II a Torino". Secondo lui, anche la Grecia "vuole che i marmi del Partenone siano restituiti dal British Museum." Questi manufatti, inutile dirlo, sono fondamentali per la rappresentazione storica e culturale dei loro paesi d'origine. Tuttavia, non tutti gli artefatti in mani straniere vengono rivendicati. "Chiediamo solo i manufatti che sono stati rubati, saccheggiati, che sono stati presi dal nostro paese illegalmente. I musei, sia occidentali sia africani, sono d'accordo con il Codice Etico istituito dalla ICOM. Se un museo acquista un oggetto rubato, si deve aspettarsi una richiesta di restituzione del paese privato della sua proprietà", ha detto Abdoulaye Camara, già curatore di arte africana a Dakar.

Nigeria e Libia
Diversi paesi hanno seguito le orme dell'Egitto e hanno chiesto il ritorno di alcuni dei loro manufatti. Un ritorno simboleggia una rinascita di identità in un momento in cui molti paesi africani stanno celebrando i loro 50 anni di indipendenza. La Nigeria ha fatto un elenco di desideri che comprende una maschera della regina Idia, attualmente al British Museum di Londra, e una testa in bronzo di Olokun a Francoforte. Nel caso della Libia, questa non è la prima volta che una tale azione è stata intrapresa. Nel 1989 il paese nord africano ha richiesto all'Italia la restituzione della Venere di Cirene, una statua in marmo bianco risalente al secondo secolo d.C. La Venere è stata restituita solo nel mese di aprile 2007. La Libia chiede ora al Museo del Louvre (Parigi) e al British Museum (Londra) di restituire diversi artefatti non specificati, tra i quali la statua di Apollo.
Il British Museum, il Museo di Tervuren, il Museo Metropolitano di Arte di New York, la sezione Arte africana del museo Smithsonian, il Louvre e, più di recente, il Musée du Quai Branly, detto anche "delle arti primitive", solo per citarne alcuni, hanno grandi sezioni dedicate all'arte africana. Anche se questi musei hanno ampiamente contribuito a valorizzare i manufatti africani in Occidente, il valore delle culture d'origine non è riconosciuto. Privati della loro contesto originale, o di qualsiasi spiegazione, la maggior parte di questi manufatti sono abbandonati a loro stessi come semplici oggetti inanimati, per mostrare esclusivamente il loro valore estetico e la storia agli occhi curiosi di visitatori inesperti.

Patrimonio culturale e identità nazionale
I rappresentanti delle grandi istituzioni erano comunque assenti dalla conferenza del Cairo, anche se erano stati invitati da Zahi Hawass. La loro assenza, secondo molti analisti, è stata probabilmente causata dal timore di perdere gli artefatti dalle loro collezioni museali. Colpite da un timore che è basato su una "mancanza di fiducia" verso i musei africani, mentre i paesi africani ora vogliono vedere restituiti i loro antichi tesori. E tutte queste richieste di restituzione sono basate su una premessa comune: ritrovare un pezzo di storia del paese, consolidare l'identità nazionale intorno a un patrimonio comune.
Ma questo leitmotiv, molti credono, non ha trovato una voce comune. I sudanesi, per esempio, "considerano l'opportunità di mostrare i loro tesori antichi", spiega Michel Baud, capo della sezione Sudan-Nilo, e curatore di della mostra su Meroe al museo del Louvre. Questo è accaduto dopo l'invito da parte del Sudan al museo del Louvre a "condividere le scoperte effettuate negli scavi di Meroe". Un'iniziativa che si propone di agevolare i prestiti per diversi anni e ad offrire una rara opportunità di restaurare gli oggetti scavati dal sito di Meroe in Sudan. Essi ritengono che l'accordo consenta loro di collocare "il loro patrimonio culturale in buone mani", mentre li mostra al pubblico occidentale. Gli analisti osservano che, mentre l'iniziativa egiziana riguarda la restituzione di artefatti "saccheggiati", l'iniziativa sudanese è basata sulla comprensione reciproca.
Le richieste di restituzione sono sempre state difficili da gestire e spesso senza successo. Alcune hanno avuto successo dopo lunghi negoziati, inutile dirlo. Nel 1991, lo staff dell'Eliseo (palazzo presidenziale francese) ha offerto l'ex presidente francese Jacques Chirac un magnifico Ariete di origine sconosciuta. Ma l'archeologo Jean Polet ha riconosciuto l'oggetto. In realtà, l'aveva visto alcuni anni prima sul sito archeologico di Thial in Mali. Il sito ha subito saccheggi massicci dagli abitanti del villaggio che hanno visto un'opportunità inattesa per guadagnare soldi. Più tardi, si è sviluppata nel Mali una campagna mediatica, che ha cercato di recuperare l'Ariete, con la parola d'ordine: "Chirac restituiscici le nostre pecore!". Oggi l'Ariete può essere trovato presso il Museo di Bamako, dove è stato riportato dal gennaio 1998.
Un secondo esempio, molto toccante, è il caso della Venere Ottentotta. Brutalmente strappata dalla sua terra natale, il Sudafrica, la giovane donna indigena Saartjie Baartman partì in tour in Europa, dove fu esposta in mostra come un animale esotico. Fu anche costretta a prostituirsi. Dopo la sua morte, fu fatto un calco in gesso del cadavere della donna sudafricana, e poi il corpo fu sezionato e le parti intime furono conservate in formalina. Era soprannominata la Venere Ottentotta e rimase esposta al Museo dell'Uomo (Musée de l'Homme) a Parigi. Solo nel 1994 il Sudafrica ha chiesto il corpo della giovane donna. Il paese dell'Africa australe era appena rinato alla democrazia delle urne e aveva bisogno di recuperare un pezzo del suo passato per forgiare un forte senso di identità comune.

Fonte: Afrik.com


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