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Liutprand - Associazione Culturale

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Articoli

di Ignatius Donnelly (1882)

LEGGENDE AMERICANE SUL DILUVIO


“Un fatto molto notevole", afferma Alfred Maury, "è che nelle tradizioni d’America si trovino narrazioni del Diluvio estremamente simili a quelli della Bibbia e della religione caldea, ancor più che tra le altre tradizioni del Vecchio Mondo. È difficile supporre che l’emigrazione, che certamente ha avuto luogo dall’Asia in America del Nord dalle Isole Curili e Aleutine, e prosegue anche ai nostri giorni, abbia potuto portare con sé questi ricordi, in quanto non se ne trova traccia tra le popolazioni mongole e siberiane che si sono fuse con i nativi del Nuovo Mondo. I tentativi fatti per rintracciare in direzione dell’Asia l’origine della civiltà messicana non hanno ancora condotto ad alcuna conclusione soddisfacente. Inoltre, anche qualora il Buddismo si fosse fatto strada in America, cosa di cui abbiamo dubbi, non avrebbe potuto introdurre un mito che non si trova affatto nelle sue scritture. La causa di queste somiglianze tra le tradizioni del diluvio delle nazioni del Nuovo Mondo e la Bibbia rimane quindi inspiegabile".

Le cause di queste somiglianze possono essere facilmente spiegate: le leggende del Diluvio non passarono in America attraverso le isole Aleutine, o attraverso i buddisti dell’Asia, ma sono state ottenute da una conoscenza reale di Atlantide posseduta dai popoli americani.

Atlantide e il continente occidentale avevano mantenuto rapporti l’uno con l’altro sin da un’epoca immemorabile: le grandi nazioni d’America erano semplicemente colonie di Atlantide e ne condividevano la civiltà, la lingua, la religione e il sangue. Le colonie di Atlantide si estendevano dal Messico alla penisola dello Yucatán, dalle coste del Brasile all’altezza della Bolivia e del Perù, dal golfo del Messico sino alle sorgenti del fiume Mississippi, e quindi non è strano trovare, come dice Alfred Maury, tradizioni americane del Diluvio più simili a quella della Bibbia e al racconto caldeo di quelli di qualsiasi popolo del Vecchio Mondo.

"La più importante fra le tradizioni americane è quella messicana, perché sembra essere stata definitivamente fissata in immagini simboliche e mnemoniche prima di qualsiasi contatto con gli europei. Secondo tali documenti, il Noè del cataclisma messicano era Coxcox, chiamati da alcuni popoli Teocipactli o Tezpi. Si era salvato, insieme alla moglie Xochiquetzal, su una corteccia, o, secondo altre tradizioni, su una zattera fatta di legno di cipresso (Cupressus disticha). Dipinti che ricordano il diluvio di Coxcox sono stati scoperti tra gli Aztechi, Miztechi, Zapotechi, Tlascaltechi e Mechoacaneses. La tradizione di questi ultimi è ancora più sorprendente, per la sua conformità con la storia raccontata dalla Genesi e dalle fonti caldee. Vi si racconta come Tezpi s’imbarcò su una nave spaziosa con la moglie, i figli, e animali vari, e il grano, la cui conservazione è essenziale per la sussistenza del genere umano. Quando il grande dio Tezcatlipoca decretò che le acque si ritirassero, Tezpi inviò un avvoltoio dalla sua corteccia. L’uccello, nutrendosi di carcasse delle quali la terra era piena, non tornò. Tezpi inviò altri uccelli, dei quali ritornò solo il colibrì con un ramo verde nel becco. Poi Tezpi, avendo visto che la vegetazione aveva ricominciato a crescere, lasciò la sua corteccia sulla montagna di Colhuacan.

"Tuttavia, il documento che fornisce le informazioni più preziose" dice Lenormant, "per quanto riguarda la cosmogonia dei messicani è quello noto come ‘Codex Vaticanus’, dalla biblioteca in cui è conservato. Esso è costituito da quattro immagini simboliche, che rappresentano le quattro età del mondo, che precedettero quella attuale. Esso fu copiato a Chobula da un manoscritto anteriore alla conquista, e accompagnato dal commento esplicativo di Pedro de los Rios, un monaco domenicano che nel 1566, meno di cinquanta anni dopo l’arrivo di Cortez, si dedicò alla ricerca di tradizioni indigene in quanto necessarie per la sua opera missionaria".

Ci sono state, secondo questo documento, quattro età del mondo. La prima fu un’epoca di giganti (i grandi mammiferi?) che sono stati distrutti dalla fame, la seconda finì in un incendio, la terza fu l’età delle scimmie.

"Poi venne la quarta età, Atonatiuh, ‘Sole d’acqua’, il cui numero è 10 x 400 + 8, ossia 4008. Finì con una grande inondazione, un vero e proprio diluvio. Tutti gli uomini furono trasformati in pesci, con l’eccezione di un uomo e sua moglie, che si salvarono in una corteccia ricavata dal tronco di un cipresso. L’immagine rappresenta Matlalcueye, dea delle acque, e consorte di Tlaloc, dio della pioggia, che guizzano giù verso la terra. Coxcox e Xochiquetzal, i due esseri umani salvatisi, si vedono seduti su un tronco d’albero e galleggianti in mezzo alle acque. Questa alluvione è rappresentata come l’ultimo cataclisma che abbia devastato la terra ".

Il dotto abate Brasseur de Bourbourg tradussee dalla lingua azteca il "Codex Chimalpopoca", con la seguente leggenda relativa al Diluvio:

"Questo è chiamato il sole Nahui–atl, ‘4 Acqua.’ Ora l’acqua rimase tranquilla per quarant’anni, più dodici, e gli uomini vivevano nei periodi terzo e quarto. Quando venne il sole Nahui–atl, erano passati quattrocento anni, più due secoli, più settantasei anni. Allora tutta l’umanità andò perduta e annegata, e si trovarono trasformati in pesci. Il cielo si avvicinava all’acqua. In un solo giorno tutto era perduto, e il giorno Nahui–xochitl, ‘4 fiori’, distrusse tutti i nostri simili di carne.

E quello fu l’anno di ce–calli, ‘1 Casa’, e il giorno Nahui–atl tutto era perduto. Anche le montagne affondarono in acqua, e l’acqua rimase tranquilla per cinquantadue primavere.

Ora, alla fine dell’anno il dio Titlacahuan aveva avvertito Nata e sua moglie Nena, dicendo: ‘Non fare il vino più d’agave, ma inizia a scavare un cipresso grande ed entra in esso, quando nel mese Tozontli l’acqua si avvicinerà al cielo’.

Allora vi entrarono e quando il dio ebbe chiuso la porta, disse: ‘tu mangerai una sola pannocchia (orecchio) di mais, e una anche tua moglie’.

Ma non appena ebbero finito, uscirono e l’acqua rimaneva calma, il legno non era più mosso, e, aprendolo, cominciarono a vedere i pesci.

Poi accesero un fuoco, strofinando insieme pezzi di legno, e arrostirono il pesce.

Gli dèi Citlallinicué e Citlalatonac guardarono in basso e dissero: ‘Divino Signore, che cos’è quel fuoco che sta ardendo lì? Perché sale il fumo sino al cielo?’ Allora Titlacahuan–Tezcatlipoca discese. Cominciò a rimproverarli, dicendo: ‘Chi ha fatto questo fuoco?’ E afferrò il pesce, lo modellò con fianchi e teste, e lo trasformò in cani (chichime)".

Qui si nota una notevole approssimazione al racconto di Platone della distruzione di Atlantide. "In un giorno e una notte fatale", dice Platone, "vennero potenti terremoti e inondazioni che travolsero la gente bellicosa". "In un solo giorno tutto era perduto", dice la leggenda azteca. E, invece di una pioggia di quaranta giorni e quaranta notti, come rappresentata nella Bibbia, qui si vede "in un solo giorno... anche le montagne affondarono in acqua, "Non solo il terreno e la gente che vi abitava fu trasformata in pesci, ma la montagna stessa di quella terra affondò nell’acqua. Non è descritto così il destino di Atlantide? Nella leggenda caldea "la grande dea Ishtar gemette come un bambino", dicendo: "Io sono la madre che ha dato vita agli uomini, e, come la razza dei pesci, essi stanno riempiendo il mare”.

Nel racconto della Genesi, Noè "costruì un altare al Signore, prese ogni sorta di bestie pulite, e di tutti gli uccelli mondi e offrì olocausti sull’altare. E il Signore percepì il soave odore, e il Signore disse nel suo cuore: ‘io non maledirò mai più il suolo per amore dell’uomo’. "Nella leggenda caldea è detto che anche Khasisatra offrì un sacrificio, un olocausto", e gli dèi si raccolsero come mosche sopra il padrone del sacrificio". Ma Bel raggiunse un elevato stato di indignazione, proprio come il dio azteco, e stava per finire l’opera del Diluvio, quando il gran dio Ea fu toccato da pietà nel suo cuore e intervenne per salvare il resto del genere umano.

Queste somiglianze non possono essere casuali, né possono essere le interpolazioni dei missionari cristiani, perché si osserverà che la leggenda azteca differisce dalla Bibbia nei punti dove somiglia al racconto di Platone da un lato, e dall’altro alla leggenda caldea.

Il nome del protagonista della storia azteca, Nata, Pronunciato con il suono di massima per le a, non è lontano dal nome di Noè o di Noe. Il Diluvio della Genesi è una leggenda fenicia, semitica o ebraica, eppure, strano a dirsi, il nome di Noè, che si trova in essa, non ha alcun significato appropriato in quelle lingue, ma è derivato da fonte ariana, la sua radice fondamentale è Na, a cui in tutte le lingue ariana è allegato il significato di acqua: in greco naein = scorrere; nama = acqua, Ninfa, Nettuno = divinità delle acque. (Lenormant e Chevallier, "Ancient History of the East", vol. I, p. 15). Troviamo la radice Na ripetuta nel nome di questo Noè centroamericano, Na–ta, e probabilmente nella parola "Na–hui–atl ": l’età dell’acqua.

Ancora più sorprendenti sono le analogie esistenti tra la leggenda caldea e la storia del Diluvio narrata nel "Popol Vuh" (il Libro sacro) dei popoli dell’America Centrale:

"Allora le acque furono agitate dalla volontà del Cuore di Cielo (Hurakan), e una grande inondazione arrivò sulla testa di queste creature.... Furono travolte, e uno spessore resinoso scese dal cielo... Il volto della terra fu oscurato e iniziò una pioggia pesante che oscurava l’aria – pioggia di giorno e pioggia di notte... Ci fu un gran rumore sopra le loro teste, come prodotto da un incendio. Poi si videro gli uomini correre, spingersi l’un l’altro, pieni di disperazione, volevano salire sulle loro case, e le case, cadendo, erano abbattute a terra, volevano salire sugli alberi e gli alberi crollavano loro addosso, volevano entrare in grotte e le grotte si chiudevano davanti a loro... L’acqua e il fuoco contribuivano alla rovina universale, nel momento dell’ultimo grande cataclisma che ha preceduto la quarta creazione".

Osservare qui le somiglianze con la leggenda caldea. C’è nelle immagini la descrizione di un medesimo evento terribile. La "nuvola nera" in entrambi i casi, ed anche i rumori spaventosi. L’acqua alta, il terremoto che scuote gli alberi, abbatte le case, e la frantumazione anche delle caverne di montagna:

"Gli uomini correvano e si spingendo l’un l’altro, pieni di disperazione", dice il "Popol Vuh", "il fratello non vide più il suo fratello", dice la leggenda assira.

E qui posso osservare che questa parola hurakan – Lo spirito d’abisso, il dio della tempesta, l’uragano – è molto suggestiva, e testimonia di un rapporto precoce tra le sponde opposte dell’Atlantico.

Troviamo in spagnolo la parola Huracan, in portoghese, furacan, in francese, Ouragan, in tedesco, danese, svedese e tedesco, orcan, e tutte queste parole significano una tempesta: mentre in latino furo, o furio, Significa rabbia. E il vecchio svedese Hurra, per dire: essere trascinati, la stessa parola inglese hurried, con fretta, la parola islandese Hurra, essere scosso dal terreno ghiacciato, tutte derivate dalla stessa radice da cui il dio degli abissi, Hurakan, ha ottenuto il suo nome? L’ultima cosa che un popolo che dimentica è il nome del proprio dio, e abbiamo mantenuto sino ad oggi, nei nomi dei giorni della settimana, i nomi di quattro divinità scandinave e d’una divinità romana.

Mi sembra chiaro che alcuni dei fatti sopra menzionati siano semplicemente due versioni dello stesso evento, che mentre le navi da Atlantide portavano i passeggeri terrorizzati che raccontavano la storia della terribile catastrofe, che aveva colpito il popolo delle rive del Mediterraneo, altre navi, che sfuggivano alla tempesta, portavano simili terribili notizie per le razze civilizzate di tutto il Golfo del Messico.

Lo storico nativo messicano, Ixtlilxochitl, ha così riferito la leggenda tolteca del diluvio:

"Si trova nelle storie dei Toltechi che questa età e primo mondo, come la chiamano loro, è durata 1.716 anni, che gli uomini sono stati distrutti da piogge e fulmini enormi dal cielo, e anche tutto il paese, senza eccezione di nulla, e le montagne più alte, sono stati coperti e immersi in acqua per quindici cubiti (Caxtolmolatli), e qui hanno aggiunto altre favole di come gli uomini si sono moltiplicati dai pochi che sono sfuggiti a questa distruzione in un "toptlipetlocali" (questa parola significa quasi una stretta al petto), e come, dopo che gli uomini si sono moltiplicati, hanno eretto uno "zacuali" molto alto, che indica oggi una torre di grande altezza, al fine di rifugiarsi in esso qualora anche il secondo mondo (di età) fosse distrutto. Allora le loro lingue furono confuse e, non essendo in grado di capirsi l’uno con l’altro, essi andarono in parti diverse della terra.

"I Toltechi, composti da sette amici, con le loro mogli, che usavano la stessa lingua, vennero a queste parti, dopo aver superato grande estensione di terra e di mari, avendo vissuto in caverne, e avendo subito grandi difficoltà per raggiungere questa terra... vagarono 104 anni in diverse parti del mondo, prima di raggiungere Hue Hue Tlapalan, che era in Ce Tecpatl, 520 anni dopo il diluvio".

("Relaciones Ixtlilxochitl," in Kingsborough’s "Mex. Ant." Vol. IX, pp. 321, 322).

Occorrerà naturalmente dire che questo racconto, in particolare nei passaggi che ci sono, in accordo con la Bibbia, è derivato dagli insegnamenti dei preti spagnoli, ma occorre ricordare che Ixtlilxochitl era un indiano, nativo di Tezeuco, un figlio della regina, e che le sue "Relaciones" furono tratte dagli archivi della sua famiglia e dagli antichi scritti della sua nazione: non aveva motivo di falsificare documenti che in quel momento erano probabilmente nelle mani di centinaia di persone.

Qui vediamo che l’altezza delle acque sopra la terra di "quindici cubiti," di cui parla la leggenda tolteca, è proprio la stessa di quella citata nella Bibbia: "quindici cubiti verso l’alto ha fatto prevalere le acque". (Genesi, cap. VII, 20).

Nelle due immagini, storie curiose degli aztechi conservate nella collezione Boturini, e pubblicate da Gamelli Careri e altri, vi è una registrazione delle loro migrazioni dal luogo di partenza originale attraverso varie parti del continente nord americano, sino al loro arrivo in Messico. In entrambi i casi il loro punto di partenza è un’isola, da cui salpano in barca, e l’isola contiene in un caso una montagna, e negli altri un alto tempio nel mezzo della stessa. Queste cose sembrano essere reminiscenze d’una loro origine in Atlantide.

Il punto di partenza degli Aztechi, secondo il MS illustrato Gamelli Careri.

Il punto di partenza degli Aztechi, secondo il MS illustrato Boturini.

In ogni caso si vede che la montagna storta della leggende azteca, Calhuacan, somiglia alla montagna piegata descritta dal monaco Cosmos.

Nelle leggende dei Chibcha di Bogotà ci sembra di riscontrare altri distinti ricordi di Atlantide.

Bochica era la loro divinità principale. Egli impiegò duemila anni per elevare i suoi sudditi. Viveva sotto il sole, mentre la moglie Chia occupava la luna. Questa sembra essere un’allusione al culto del sole e della luna. Sotto Bochica nella loro mitologia c’era Chibchacum. In uno stato d’animo iroso egli scatenò un diluvio sulla popolazione dell’altipiano. Bochica lo punì per questo gesto, e lo costrinse per sempre, come Atlante, a sopportare il peso della terra sulla schiena. Occasionalmente egli sposta la terra da una spalla all’altra, e questo provoca terremoti!

Qui abbiamo allusioni a un popolo antico che, nel corso di migliaia di anni, fu elevato nella scala della civiltà, e fu distrutto da un diluvio, e con questo viene associato un dio di Atlantide che reca il mondo sulle spalle. Troviamo anche l’arcobaleno, che appare in relazione a questa leggenda. Quando Bochica appare in risposta alla preghiera per sedare il diluvio è seduto su un arcobaleno. Ha aperto una breccia nella terra a Tequendama, attraverso la quale si sono svuotate le acque del diluvio, proprio come abbiamo visto loro scomparsa attraverso la fessura nella terra vicino a Bambyce, in Grecia.

I Toltechi riferivano le loro migrazioni ad un punto di partenza chiamato "Aztlan", o "Atlan". Questo potrebbe non essere altro che Atlantide. (Bancroft, "Native Races", vol. V, p. 221).

"La patria originale dei Nahuatlaca era Aztlan, la cui posizione è stata oggetto di molte discussioni. Le cause che hanno portato al loro esodo da questo paese si può solo ipotizzare, ma si suppone che possano essere stati cacciati dai loro nemici, perché Aztlan è descritta come una terra troppo bella da lasciare volentieri, nella speranza di trovarne una migliore". (Bancroft, "Native Races", vol. V, p. 306). Gli aztechi inoltre affermavano di essere venuti in origine da Aztlan. (Ibid., p. 321.) Il loro stesso nome, Aztechi, deriva da Aztlan. (Ibid., Vol. II, p. 125). Erano Atlantidei.

Il "Popol Vuh" dice che, dopo la migrazione da Aztlan, tre figli del Re del Quiché, alla morte del padre, "decisero d’andare come i loro padri avevano ordinato a est, sulle rive del mare da dove i loro padri erano venuti, per ricevere la regalità, ‘diedero l’addio ai loro fratelli e amici, e promisero di tornare.’ Senza dubbio attraversarono il mare per recarsi in Oriente per ricevere la regalità. Ora, questo è il nome del Signore, del monarca del popolo d’oriente dove andavano. E quando sono arrivati davanti al signore Nacxit, questo è il nome del gran signore, l’unico giudice, il cui potere era senza limiti, ecco egli concesse loro il segno di regalità e di tutto ciò che essa rappresenta... e le insegne della regalità... tutte le cose, infatti, che hanno portato al loro ritorno, e che andavano a ricevere dall’altra parte del mare – l’arte della pittura da Tulan, un sistema di scrittura, hanno detto, per ricordare gli eventi nelle loro storie". (Bancroft, "Native Races", vol. V, p. 553" Popol Vuh ", p. 294).

Questa leggenda punta non solo all’Oriente come luogo di origine di queste razze, ma dimostra anche che questa terra d’Oriente, questa Aztlan, questa Atlantide, esercitava il dominio sulle colonie in America Centrale, e le attribuisce gli elementi essenziali della civiltà. Come tutto questo concorda con l’affermazione di Platone che i re di Atlantide avevano il dominio su parti del "grande continente opposto"!

Il professor Valentini ("Maya Archaeology", p. 23) descrive un quadro Azteco dall’opera del Gemelli ("Il giro del Mondo", vol. VI) della migrazione degli Aztechi da Aztlan:

"Su una superficie d’acqua si proietta la cima di una montagna, su cui sorge un albero, e sull’albero un uccello spiega le ali. Ai piedi del picco montuoso escono dall’acqua le teste d’un uomo e d’una donna. Uno dei due indossa sulla testa il simbolo del suo nome, coxcox, un fagiano. La testa dell’altro è ornata da una mano con un mazzo di fiori (xochitl, un fiore, e quetzal, che brillante nel verde dorato). In primo piano è una barca, dalla quale esce un uomo nudo che stende la mano implorante al cielo. Ora guardiamo la scultura nella tavoletta del Diluvio (sulla grande pietra del Calendario). Vi troverete rappresentato il diluvio, e con grande enfasi, con l’accumulo di tutti quei simboli con cui gli antichi messicani esprimevano l’idea dell’acqua: una vasca d’acqua immobile, dalla quale sprizzano gocce – non due, come finora nel simbolo per Atl, ‘l’acqua’ – ma quattro gocce, l’immagine dell’umidità, una lumaca; al di sopra, un coccodrillo, il re dei fiumi. In mezzo a questi simboli si nota il profilo di un uomo con un nastro intorno al capo, e una più piccola di una donna. Non vi può essere dubbio: questi sono il Noè messicano, Coxcox, e sua moglie, Xochiquetzal, e al tempo stesso è evidente (la pietra del Calendario, si sa, è stata fatta nel 1478 d.C.) che la loro storia, e le immagini che rappresentano la storia, non sono state inventate dal clero cattolico, ma in realtà esistevano tra queste nazioni molto tempo prima della conquista".

La figura qui sopra rappresenta la tavoletta del Diluvio sulla grande pietra del Calendario.

Quando ci rivolgiamo agli indiani selvaggi d’America, pur se troviamo ancora leggende che si riferiscono al Diluvio, esse sono, con una sola eccezione, confuse in forme rozze, e possiamo vedere solo intravedere la verità che che brilla attraverso una massa di favole.

La tradizione seguente era corrente tra gli Indiani dei Grandi Laghi:

"In passato il padre delle tribù indiane dimorava verso il sole nascente. Dopo essere stato avvertito in sogno che stava arrivando un diluvio sopra la terra, costruì una zattera, su cui è si salvò, con la sua famiglia e tutti gli animali. Galleggiò così per diversi mesi. Gli animali, che in quel momento parlavano, si lamentavano a gran voce e mormoravano contro di lui. Finalmente una nuova terra apparve, alla quale approdò con tutti gli animali, che da quel tempo hanno perduto il potere della parola, come punizione per i loro mormorii contro il loro liberatore".

Secondo padre Charlevoix, le tribù del Canada e della valle del Mississippi riferiscono nelle loro rozze leggende che tutta l’umanità era stata distrutta da un’alluvione e che lo Spirito Buono, per ripopolare la terra, aveva mutato gli animali in uomini. E a J.S. Kohl dobbiamo la conoscenza della versione dei Chippeway – ricca di elementi grotteschi e imbarazzanti – in cui l’uomo salvato dal diluvio si chiama Menaboshu. Per sapere se la terra si asciuga, manda un uccello, il tuffatore (Martin pescatore), dalla sua imbarcazione di corteccia; diventa così il restauratore del genere umano e il fondatore della società esistente.

Un religioso che visitò gli indiani a nord–ovest dell’Ohio nel 1764 incontrò, a un raduno, un gruppo di indiani provenienti da ovest del Mississippi.

"Lo hanno informato che una delle loro più antiche tradizioni era che, molto tempo fa, avevano un padre comune, che viveva verso il sorgere del sole, e governava il mondo intero, che tutti i capi dei bianchi erano sotto i suoi piedi, che aveva dodici figli, con i quali gestiva il governo, che i dodici figli si comportarono molto male, e tiranneggiavano la gente, abusando del proprio potere, che il Grande Spirito, essendo così in collera con loro, tollerò che i bianchi introducessero bevande alcooliche tra di loro, li facessero ubriacare, e togliessero loro lo speciale dono del Grande Spirito, e in questo modo i bianchi usurparono il potere su di loro, e da allora i capi degli indiani furono sottomessi ai piedi dei bianchi". (Boudinot, "Star in the West”, p. 111).

Qui notiamo che guardavano "verso il sole che sorge" – verso Atlantide – per indicare la patria originale della loro razza e che questa regione governava "tutto il mondo", che conteneva i bianchi, che erano in un primo momento una razza soggetta, ma che successivamente si ribellarono, e acquisirono il dominio sulle razze più scure. Vedremo la ragione per concludere che Atlantide aveva una popolazione composita, e che la ribellione dei Titani nella mitologia greca era l’insurrezione d’una popolazione sottomessa.

Nel 1836 C.S. Rafinesque pubblicò a Philadelphia, Pennsylvania, un’opera chiamata "The American Nations", in cui riportava le canzoni storiche o canti di Lenni–Lenapi, ossia degli indiani Delaware, la tribù che originariamente abitava lungo il fiume Delaware. Dopo aver descritto un tempo "quando non c’era altro che acqua di mare sulla parte superiore della terra", e la creazione del sole, della luna, delle stelle, della terra e dell’uomo, la leggenda ricorda l’età dell’oro e la caduta con queste parole:

"Tutti di buon grado erano contenti, tutti erano di facile pensare, e tutti erano colmi di gran felicità. Ma dopo un po’ un serpente–sacerdote, Powako, portò sulla terra segretamente il culto del serpente (Initako), del dio dei serpenti, Wakon. E venne cattiveria, criminalità, e infelicità. E vennero brutti tempi, giunsero guai, arrivò la morte. Tutto questo è accaduto molto tempo fa, nella prima terra, Netamaki, al di là della grande oceano Kitahikau". Segue poi la canzone del diluvio:

"C’era, tanto tempo fa, un serpente potente, Maskanako, quando gli uomini erano diventati esseri cattivi, Makowini. Questo forte serpente era diventato il nemico dei geni (spiriti buoni), ed essi divennero turbati, odiandosi l’un l’altro. Si combattevano, si causavano danni, avevano scordato la pace e combattevano, anche il piccolo uomo Mattapewi con colui che afferra i morti, Nihaulowit. E il forte serpente prontamente decise di distruggere o combattere gli esseri viventi e gli uomini. Portò l’oscuro serpente, portò il mostro (Amanyam), portò il serpente dell’acqua che scorre. Molta acqua è corsa, molto è andata alle colline, molta è penetrata, e molto ha distrutto. Allora a Tula (è la stessa Tula delle leggende dell’America centrale), a quell’isola, Nana–Bush (la grande lepre Nana) divenne l’antenato degli esseri viventi e degli uomini. Essendo nata strisciante, era pronta a muoversi ed abitare a Tula. Gli esseri viventi e gli uomini sfuggirono tutti al diluvio strisciando in acque poco profonde o nuotando a galla, chiedendo quale fosse la strada per il dorso della tartaruga, Tula–pin. Ma ci sono molti mostri lungo la strada, e alcuni uomini furono divorati da loro. Ma la figlia di uno spirito li aiutò in una barca, dicendo: ‘Vieni, vieni’, stavano arrivando e furono aiutati. Il nome della barca o zattera è Mokol... Le acque piovane che scorrono via indicano il terreno che si asciuga; nelle pianure e le montagne, lungo il percorso della grotta, la potente azione o movimento è andata dappertutto. "Segue la terza canzone, che descrive la condizione dell’uomo dopo il diluvio. Come gli ariani, anche qui i sopravvissuti si trasferirono in un paese freddo: "Laggiù c’è il gelo, nevica, fa freddo". Si mossero verso una regione più mite per cacciare il bestiame, divisero le loro forze tra coloro che dissodavano il suolo (coltivatori) e cacciatori. ‘Il bene e il santo era tra i cacciatori’, essi si diffusero verso nord, sud, est e ovest". Nel frattempo tutti i serpenti avevano paura nelle loro capanne, e il prete–Serpente Nakopowa disse a tutti: ‘andiamo’. Essi procedettero verso oriente sino alla Terra dei Serpenti (Akhokink), e se ne andarono sinceramente addolorati. "Dopo i padri del Delaware, che "sono sempre stati in barca a navigare", trovarono che il popolo dei Serpenti aveva preso possesso di un bel paese, e si raccolsero insieme le persone provenienti da nord, sud , est e ovest, e tentarono di "passare le acque del mare ghiacciato per impadronirsi di quella terra". Essi sembrano viaggiare nel buio di un inverno artico, sino a che arrivano a un braccio di mare aperto. Non si può andare oltre, e perciò alcuni si fermano a Firland, mentre il resto ritornano da dove sono partiti, "la vecchia terra della tartaruga".

Qui scopriamo che la terra che è stata distrutta era la "prima terra", che si trattava di un’isola "al di là del grande oceano". In tutte le età primitive, la gente era felice e pacifica; sono diventati malvagi; il "culto del serpente" è stato introdotto, ed è stato associato, come nella Genesi, con la "caduta dell’uomo"; Nana–Bush divenne il capostipite della nuova razza, e il suo nome ricorda il tolteco Nata e l’ebraico Noè. Dopo l’alluvione avvenne una dispersione del popolo, e una separazione in cacciatori e coltivatori (dissodatori del suolo).

Tra gli indiani Mandan non solo si trovano leggende relative ad un’alluvione, ma, più notevole ancora, troviamo un’immagine dell’Arca conservata di generazione in generazione, e la celebrazione d’una cerimonia religiosa che si riferisce chiaramente alla distruzione di Atlantide, e all’arrivo di uno di coloro che si salvarono dalle inondazioni, portando la terribile notizia del disastro. Si deve ricordare, come vedremo in seguito, che molti di questi indiani Mandan erano uomini bianchi, con occhi nocciola, grigio, e azzurri e tutte le sfumature di colore dei capelli dal nero al bianco puro, che abitavano in città con case fortificate, e fabbricavano pentole di terracotta in cui far bollire l’acqua – un’arte solitamente sconosciuta agli indiani, che fanno bollire l’acqua mettendo in essa pietre riscaldate.

Cito il racconto molto interessante di George Catlin, che visitò i Mandan quasi cinquant’anni fa (anni 1830–40), recentemente ripubblicato a Londra in "North American Indians", un’opera molto curiosa e preziosa. Egli dice (vol. I, p. 88):

"Nel centro del villaggio c’è uno spazio aperto, o piazza, di 150 piedi di diametro e di forma circolare, che viene utilizzato per tutti i giochi pubblici e festival, spettacoli e mostre. Gli alloggi fronteggiano questo spazio aperto, con le porte rivolte verso il suo centro, ove si trova un oggetto di grande venerazione religiosa, a causa dell’importanza che esso riveste in relazione con le cerimonie religiose annuali. Questo oggetto ha la forma di una botte di grandi dimensioni, di circa tre metri d’altezza, fatta di assi e cerchi, e contiene alcuni dei loro misteri o farmaci più scelti e segreti. La chiamano la ‘Grande Canoa’".

Questa è una rappresentazione dell’Arca, gli ebrei antichi veneravano un’immagine simile, e in alcuni degli antichi Stati greci si seguiva in processione un modello dell’Arca di Deucalione. Ma è davvero sorprendente trovare questa pratica perpetuata, ancora ai nostri tempi, da una razza d’indiani, nel cuore dell’America. Alla pagina 158 del primo volume della stessa opera, Catlin descrive i grandi misteri annuali e i cerimoniali religiosi di cui quest’immagine dell’arca era il centro. Egli dice:

"Il giorno prescelto per l’inizio delle cerimonie, si vedeva una figura solitaria avvicinarsi al villaggio. Durante il frastuono assordante e la confusione all’interno dei picchetti del villaggio, la figura scoperta nella prateria continuava ad avvicinarsi con passo dignitoso e in linea retta verso il villaggio, tutti gli occhi erano su di lui, e lui finalmente fece la sua comparsa entro i picchetti, e procedeva verso il centro del villaggio, dove tutti i capi e guerrieri erano pronti a riceverlo, cosa che fecero in modo cordiale, con strette di mano, riconoscendo in lui una vecchia conoscenza, e pronunciando il suo nome, Nu–mohk–fango–a–nah (il primo o solo uomo). Il corpo di questo strano personaggio, che era quasi completamente nudo, era dipinto con argilla bianca, in modo da somigliare da lontano ad un uomo bianco. Egli entrò nella Casa della Medicina e si mise a praticare alcune cerimonie misteriose.

Durante tutta questa giornata Nu–mohk–fango–a–nah (il primo o unico uomo) si mosse per il villaggio, fermandosi davanti ad ogni casa, e piangendo finché il proprietario della casa non usciva e gli chiedeva chi era, e che cosa voleva. Al che rispondeva narrando la triste catastrofe che era accaduta alla superficie della terra per lo straripamento delle acque, dicendo che era l’unica persona ad essersi salvata dalla calamità universale, che era approdato con la sua grande canoa su un alto monte, in Occidente, dove ora risiedeva, e che era venuto ad aprire la Casa della Medicina, e doveva necessariamente ricevere un presente di uno strumento da taglio da parte del proprietario di ogni tenda, da sacrificare all’acqua, perché, diceva, ‘se ciò non avviene ci sarà un altro diluvio, e nessuno sarà salvato, come è stato con gli strumenti con i quali era stata fatta la grande canoa’.

Dopo aver visitato ogni casa del villaggio durante il giorno e dopo aver ricevuto un regalo da ciascuno, come un’accetta, un coltello, ecc. (che erano senza dubbio lì preparati e sempre pronti per l’occasione), li collocava nella Casa della Medicina e, l’ultimo giorno della cerimonia, essi erano gettati nell’acqua del fiume, come sacrificio allo Spirito delle Acque".

Tra gli oggetti sacri conservati nella grande Casa della Medicina c’erano quattro otri d’acqua, denominati Eeh–teeh–ka, cuciti insieme, ciascuno di essi nella forma di una tartaruga sdraiata sul dorso, con un mazzo di penne d’aquila attaccato alla coda. "Queste quattro tartarughe", mi hanno detto, "contenevano le acque dai quattro angoli del mondo – e quelle acque erano state in esse contenute sin dall’acquietamento delle acque". "Non ho pensato", dice Catlin, che non sapeva nulla della teoria di Atlantide, "che fosse opportuno chiedere altro riguardo a tale ridicola convinzione". Catlin cercò di acquistare uno di questi otri d’acqua, ma non riuscì ad averlo a nessun prezzo, perché gli dicevano che erano "una proprietà della società".

Egli descrive poi una danza compiuta da dodici uomini intorno all’arca: "Essi si dispongono secondo i quattro punti cardinali, due sono dipinti perfettamente di nero, due sono di colore vermiglio, alcuni sono dipinti in parte di bianco. Si danza un ballo chiamato ‘Bel–Lohck–na–pie’", con le corna sulla testa, come quelli praticati in Europa per celebrare Bel, o Baal.

Potrebbe esserci qualcosa di più evidente del collegamento di queste cerimonie con la distruzione di Atlantide? Abbiamo l’immagine dell’arca, abbiamo un uomo bianco che arriva con la notizia che "le acque hanno inondato la terra", e che tutte le persone che sono state distrutte, tranne lui stesso, c’è il sacrificio per placare lo spirito che ha causato il diluvio, così come si trova che il diluvio si chiude con un sacrificio nelle tradizioni ebraiche e caldee, e nelle leggende del Centro America. Anche in questo caso abbiamo l’immagine della tartaruga, che troviamo in molte altre leggende degli indiani, e che è un simbolo molto naturale per un’isola. Come uno dei nostri poeti ha espresso:

"Molto bella e piena di promesse

Giaceva l’isola di St. Thomas;

Come una grande tartaruga verde dormiva

Sul mare che essa ingombrava".

Qui abbiamo, anche le quattro parti di Atlantide, divise dai suoi quattro fiumi, come vedremo più avanti, rappresentate in una danza, dove i danzatori si dispongono secondo i quattro punti cardinali, i ballerini sono dipinti a rappresentare le razze nera e rossa, mentre "l’uomo primo e unico" rappresenta la razza bianca, e il nome della danza è una reminiscenza di Baal, l’antico dio delle razze provenienti da Atlantide.

Ma questo non è tutto. I Mandan erano evidentemente della razza di Atlantide. Essi avevano un’altra leggenda singolare, che troviamo nel racconto di Lewis e Clarke:

"La loro credenza in un futuro Stato è collegata a questa teoria della loro origine. Tutta la nazione risiedeva in un gran villaggio sotterraneo, nei pressi d’un lago sotterraneo. Una pianta di vite estendeva le proprie radici sino a sotto la loro abitazione, e dava loro una visione della luce. Alcuni dei più avventurosi salirono sulla vite, e si rallegrarono con la vista della terra, che videro coperta di bufali e ricca d’ogni tipo di frutta. Ritornarono con i grappoli d’uva che avevano raccolto, e il loro popolo era così soddisfatto del gusto di quelli che tutta la nazione decise di lasciare la propria residenza noiosa per il fascino della regione superiore. Uomini, donne e bambini salirono arrampicandosi sulla vite ma, quando circa la metà della nazione aveva raggiunto la superficie della terra, una donna corpulenta, che si stava arrampicando sulla vite, la ruppe con il suo peso e chiuse su se stessa e sul resto della nazione la luce del sole".

Questa curiosa tradizione significa che gli antenati dell’attuale nazione abitavano in un grande insediamento sotterraneo, al di là della terra. Il mare è rappresentato dal "lago sotterraneo". Un tempo la gente aveva un rapporto libero tra questo "grande villaggio" e il continente americano, e fondarono colonie estese su questo continente, sino a che alcuni contrattempi non li tagliarono fuori dalla madrepatria. Questa spiegazione è confermata dal fatto che nelle leggende degli indiani Iowa, che erano un ramo dei Dakota, o Sioux, e imparentati con i Mandan (secondo il maggiore James W. Lynd), "tutte le tribù di indiani esistevano in precedenza, e tutti abitavano insieme su un’isola, o comunque al di là della grande acqua verso est o il sorgere del sole. Attraversarono quest’acqua in una canoa di pelle, o nuotando, ma non so quanto tempo impiegassero nella traversata, né se l’acqua era salata o dolce". Invece le leggende dei Dakota, secondo il maggiore Lynd, che visse in mezzo a loro per nove anni, parlavano di "un’imbarcazione enorme, in cui i vecchi Dakota galleggiavano da settimane, sino a raggiungere finalmente il terreno asciutto", una reminiscenza delle navi e lungo mare viaggi.

I Mandan celebravano la loro grande festa religiosa sopra descritta nella stagione in cui al salice spuntano le prime foglie, e una colomba era mischiata alle cerimonie, ed essi riferivano inoltre in una loro leggenda che "il mondo era un tempo una grande tartaruga, portata sulle acque e coperta di terra, e che quando un giorno, nello scavare il suolo, una tribù di uomini bianchi, che aveva fatto profondi buchi nel terreno per dare la caccia ai tassi, arrivò a trafiggere il guscio della tartaruga, affondò, e l’acqua che coprì il guscio annegò tutti gli uomini, ad eccezione di uno, che si salvò in una barca e, quando la terra riemerse, mandò una colomba, che ritornò con un ramo di salice nel becco". Le buche scavate per trovare tassi erano ricordo di selvaggi delle operazioni minerarie, e quando il grande disastro venne, e l’isola affondò nel mare in mezzo a convulsioni vulcaniche, senza dubbio gli uomini dissero che era dovuto alle miniere profonde, che avevano aperto la strada ai fuochi del centro della terra. Ma la ricorrenza di "uomini bianchi" come minatori, e di un uomo bianco come "l’ultimo e solo uomo", e la presenza di sangue bianco nelle vene della gente, sono tutti punti a favore della stessa conclusione: che i Mandan fossero coloni di Atlantide. Mi permetto di aggiungere che Catlin ha trovato le seguenti singolari somiglianze tra la lingua Mandan e il gallese:

Il maggiore Lynd ha trovato le seguenti somiglianze tra la lingua Dakota e le lingue del Vecchio Mondo:

Secondo il maggiore Lynd, i Dakota - o Sioux - appartenevano alla stessa razza dei Mandan, e si spiega così l’interesse che egli attribuisce a queste analogie verbali.

"Tra gli Irochesi c’è una tradizione che il mare e le acque inondarono la terra, in modo che tutta la vita umana fu distrutta. I Chickasaw affermano che il mondo una volta fu distrutto dall’acqua, ma che una famiglia si salvò, e due animali di ogni specie. I Sioux dicevano che c’è stato un tempo in cui non c’era terra asciutta, e tutti gli uomini erano scomparsi dall’esistenza". (Vedi Lynd, "MS. History of the Dakotas", Biblioteca della Società storica del Minnesota).

"Gli Okanagau hanno un dio, Skyappe, e anche uno chiamato Chacha, che sembrano essere dotati di onniscienza, ma la loro divinità principale è la loro grande sovrana mitica e eroina, Scomalt. Molto tempo fa, quando il sole non era più grande di una stella, questa forte donna–medicina governò quella che sembra essere ormai un’isola perduta. Finalmente la pace dell’isola fu distrutta dalla guerra, e il rumore della battaglia era tanto forte che fu sentito da Scomalt, la quale si adirò, dopo di che si alzò nella sua forza e guidò i suoi sudditi ribelli ad un’estremità dell’isola, e staccò il pezzo di terra su cui erano rifugiati e lo spinse verso il mare, alla deriva. Quest’isola galleggiante fu sballottata qua e là e squassata dal vento sino a che tutti, tranne due, morirono. Un uomo e una donna fuggirono in canoa, e arrivarono sulla terraferma, e da questi gli Okanagau discendono". (Bancroft, "Native Races", vol. III, p. 149).

Qui abbiamo una leggenda del Diluvio chiaramente collegata con un’isola perduta.

Gli abitanti del Nicaragua credevano "che tempo fa il mondo fu distrutto da un’alluvione, in cui la maggior parte degli uomini morirono. Poi i teotes, o dèi, ripristinarono la terra come era all’inizio". (Ibid., p. 75).

Gli Apache selvaggi, "selvaggi sin dall’ora della loro nascita," hanno una leggenda che "i primi giorni del mondo erano giorni felici e pacifici", poi venne un gran diluvio, da cui sfuggirono solo Montezuma e il coyote. Montezuma fu allora molto cattivo, e tentò di costruire una casa che avrebbe dovuto raggiungere il cielo, ma il Grande Spirito la distrusse con i suoi fulmini. (Bancroft, "Native Races", vol. III, p. 76).

I Pima, una tribù indiana alleata dei Papago, hanno una singolare leggenda sul diluvio. Il figlio del Creatore si chiamava Szeu–kha (Ze–us?). Un’aquila annunciò il diluvio al profeta del popolo per tre volte consecutive, ma il suo monito fu disprezzato, "poi in un batter d’occhio si udì un tuono e si verificò un incidente terribile, una montagna verde d’acqua si sollevò sulla pianura. Sembrava stare in piedi per un secondo poi, tagliata incessantemente dal fulmine, come spinta da una grande bestia, si gettò sulla capanna del profeta. Quando giunse la luce del mattino, non si vedeva più niente in vita, ma solo un uomo – se pure effettivamente poteva essere un uomo: Szeu–Kha, il figlio del Creatore, si era salvato galleggiando su una palla di gomma o di resina". Questa catastrofe istantanea ricorda la forza della distruzione di Atlantide. Szeu–kha uccise l’aquila, riportò le sue vittime alla vita e ripopolò la terra con loro, come Deucalione ripopolò la terra con le pietre.

Fonte: I. DONNELLY, Atlantis, the antediluvian World, 1882, Parte II, Cap. V

Pubblicato 15/05/2010 09:01:14