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di Ignatius Donnelly (1882)
TRADIZIONI DI ATLANTIDE
Le mitologie del Vecchio Mondo sono il ricordo di Atlantide


Troviamo allusioni agli Atlantidei nelle tradizioni più antiche di molte razze diverse. Il gran re di prima del diluvio, per i musulmani, si chiamava Shedd–Ad–Ben–Ad, ossia Shed–Ad, figlio di Ad, o di Atlantide. Tra gli Arabi, i primi abitanti del loro paese erano noti come Aditi, dal nome del progenitore Ad, nipote di Cam. Questi Aditi erano probabilmente gli abitanti di Atlantide o Ad–lantis. "Sono impersonati da un monarca a cui tutto viene attribuito, e che si dice sia vissuto per diversi secoli". (Lenormant e Chevallier, "Ancient History of the East", vol. II, p. 295).
Ad proveniva dal nord–est. "Sposò un migliaio di mogli, ebbe quattromila figli e visse milleduecento anni. I suoi discendenti si moltiplicarono notevolmente. Dopo la sua morte i suoi figli Shadid e Shedad regnarono in successione sugli Aditi. Al tempo di quest’ultimo, il popolo di Ad era composto da un migliaio di tribù, ognuna composta di diverse migliaia di uomini. Grandi conquiste sono attribuite a Shedad, e si dice che gli fossero sottomessi, tutta l’Arabia e l’Iraq. La migrazione dei Cananei, il loro insediamento in Siria, e l’invasione dei Pastori in Egitto sono attribuiti, secondo molti scrittori arabi, a una spedizione di Shedad". (Ibid., p. 296).
Shedad costruì un palazzo ornato di colonne superbe, e circondato da un magnifico giardino. Si chiamava Irem. "Era un paradiso che Shedad aveva costruito a imitazione del paradiso celeste, delle cui delizie che aveva sentito parlare". ("Ancient History of the East", p. 296).
In altre parole, un’antica, potente razza conquistatrice, che praticava il culto del sole, invase l’Arabia agli albori della storia, erano i figli di Adlantide: il loro re cercò di creare un palazzo e un giardino dell’Eden come quelli di Atlantide.
Gli Aditi sono ricordati dagli Arabi come una razza grande e civile. "Essi sono rappresentati come uomini di statura gigantesca, la loro forza era pari alle loro dimensioni, e spostavano facilmente enormi blocchi di pietra". (Ibid.) Erano architetti e costruttori. "Innalzarono molti monumenti al loro potere, e quindi, fra gli arabi, nacque l’usanza di chiamare le grandi rovine "costruzioni degli Aditi". Ancora oggi gli arabi dicono "vecchio come Ad". Nel Corano si fa allusione agli edifici costruiti su "alti luoghi per usi vani", espressioni che dimostrano che si ritiene che la loro "idolatria fosse stata contaminata con il Sabeismo o culto delle stelle". (Ibid.)
"In queste leggende," dice Lenormant, "troviamo tracce di una nazione ricca, che erigeva grandi costruzioni, con una civiltà avanzata, analoga a quella della Caldea, che professava una religione simile a quella babilonese, una nazione, in breve, nella quale il progresso materiale si congiungeva ad una grande depravazione morale e a riti osceni. Questi fatti devono essere veri e strettamente storici, perché si ritrovano dappertutto tra gli Etiopi, come tra i Cananei, i loro fratelli per l’origine comune".
Non manca neppure in questa tradizione una grande catastrofe che distrugge l’intera nazione Adite, ad eccezione di pochissimi che scappano perché avevano rinunciato all’idolatria. Una nuvola nera invade il loro paese, da cui procede un uragano terribile (il getto d’acqua?), che spazza via tutto.
I primi Aditi furono seguiti da una seconda razza di Aditi, probabilmente i coloni scampati al Diluvio. Il centro del loro potere era nei dintorni del paese di Saba. Questo impero resse per mille anni. Gli Aditi sono rappresentati nei monumenti egiziani come molto simili agli stessi Egiziani, in altre parole erano una razza rossa o bruciata dal sole: i loro grandi templi erano piramidi, sormontate da edifici. ("Ancient History of the East", p. 321).
"I Sabei", dice Agatarchide ("De Mari Erythræo", p. 102), "hanno in casa un numero incredibile di vasi e utensili d’ogni genere, letti d’oro e d’argento, e tripodi d’argento, e tutti i mobili di straordinaria ricchezza. I loro edifici hanno portici con colonne rivestite d’oro, o sormontate da capitelli in argento. Sui fregi, gli ornamenti, e le cornici delle porte, mettono targhe d’oro incrostate di pietre preziose".
Tutto questo ricorda una delle descrizioni fornite dagli spagnoli dei templi del sole in Perù. Gli Aditi adoravano gli dèi dei Fenici, ma con nomi leggermente cambiati, "la loro religione era soprattutto solare ... In origine era una religione senza immagini, senza idolatria, e senza un sacerdozio”. (Ibid., p. 325.) Essi "adoravano il sole dalle cime delle piramidi". (Ibid.) Essi credevano nell’immortalità dell’anima.
In tutte queste cose vediamo rassomiglianze con gli Atlantidei.
Il grande Impero Etiope o Cuscita, che nei primi secoli prevalse, come dice Rawlinson, "dal Caucaso all’Oceano Indiano, dalle sponde del Mediterraneo sino alla foce del Gange", era l’impero di Dioniso, l’impero di "Ad", l’impero di Atlantide. El Edrisi chiama la lingua parlata ancora oggi da parte degli arabi di Mahrah, in Arabia Orientale, "la lingua del popolo di Ad," e il Dr. J.H. Carter, nel Bombay Journal di luglio 1847, dice: "E’ il linguaggio più morbido e dolce che abbia mai sentito". Sarebbe interessante confrontare questa lingua primitiva con le lingue del Centro America.
Il dio Thoth degli Egiziani, che proveniva da un paese straniero e che inventò le lettere, era chiamato At–hothes.
Ci rivolgiamo ora a un’altra razza antica, la famiglia indo–europea, la razza ariana.
In sanscrito Adim significa in primo luogo. Tra gli indù il primo uomo si chiamava Ad–ima, la moglie era Heva. Essi si stabilirono su un’isola, che si dice essere Ceylon; lasciarono l’isola e raggiunsero la terra ferma, quando, a causa d’un sommovimento terrestre di grande importanza, la loro comunicazione con la terra madre fu tagliata per sempre. (Vedi "Bible in India").
Qui sembra di vedere un ricordo della distruzione di Atlantide.
Bryant dice: "Ad e Ada significano il primo. "I Persiani chiamavano il primo uomo "Ad–amah". "Adone" era uno dei nomi del Dio Supremo dei Fenici, da esso è derivato il nome del dio greco "Ad–one". L’Arv–ad della Genesi era l’Ar–Ad dei Cusciti, ora conosciuto come Ru–Ad. Si tratta di una serie di città collegate su dodici miglia di lunghezza, lungo la costa, piene di rovine massicce e gigantesche.
Sir William Jones fornisce la tradizione dei Persiani, sin dalle epoche più antiche. Egli dice: "Moshan ci assicura che, a giudizio dei persiani più informati, il primo monarca dell’Iran e di tutta la terra fu Mashab–Ad, che ricevette dal Creatore, e promulgò tra gli uomini, un libro sacro, scritto in un linguaggio celeste, a cui l’autore musulmano dà il titolo arabo di ‘Desatir,’ o ‘Regolamenti’.
Mashab–Ad era, a giudizio degli antichi persiani, la persona soprevvissuta alla fine dell’ultimo grande ciclo, e di conseguenza il padre del mondo attuale. Lui e sua moglie erano sopravvissuti al ciclo precedente, furono benedetti con una prole numerosa, piantarono giardini, inventarono ornamenti, forgiarono armi, insegnarono agli uomini a prendere il vello di pecora per farne capi d’abbigliamento; costruirono città, palazzi, borghi fortificati, e intrapresero le arti e il commercio". Abbiamo già visto che le divinità primordiali di questo popolo sono identiche ali dèi della mitologia greca, ed erano in origine i re di Atlantide. Ma sembra che queste antiche divinità raggruppate fossero note come "gli Aditya”, e in questo nome "Ad–itya" troviamo una forte somiglianza con il semitico "Aditi" e un altro ricordo di Atlantide, o Adlantis. A conferma di questo punto di vista troviamo che:

1. Gli dèi raggruppati sotto il termine Aditya sono i più antichi della mitologia indù.
2. Sono tutti dèi della luce, o dèi solari. (Whitney, “Oriental and Linguistic Studies", p. 39).
3. Sono dodici. (Ibid.)
4. Questi dodici dèi presiedevano i dodici mesi dell’anno.
5. Sono un debole ricordo di un passato molto remoto. Whitney dice: "Sembra qui che ci sia stato un tentativo da parte della religione indiana di assumere un nuovo sviluppo in una direzione morale, sforzo del quale un cambiamento del carattere e delle circostanze del popolo causò il fallimento, e la caduta di nuovo in oblio, mentre era ancora a metà e indistinto". (Ibid.)
6. Questi dèi erano chiamati "i figli di Aditi", proprio come nella Bibbia abbiamo allusioni ai "figli di Adab", che furono i primi metallurgisti e musicisti. "Aditi non è una dea. Lei è riconosciuta come figlia di una regina, ed ha dei figli".
7. Gli Aditya "sono elevati sopra ogni imperfezione, perché non dormono né chiudono occhio". I greci rappresentavano i loro dei come altrettanto vigili e onniscienti. "Il loro carattere è tutto per la verità, odiano e puniscono ogni colpa". Abbiamo visto gli stessi tratti attribuiti dai greci ai re di Atlantide.
8. Il sole è a volte definito come un Aditya.
9. Tra gli Aditya c’è Varuna, l’equivalente di Urano, la cui identificazione con Atlantide ho dimostrato. Nei Veda, Varuna è "il dio del mare".
10. Gli Aditya rappresentano una prima forma e più pura della religione: "Mentre negli inni alle altre divinità gli oggetti per cui comunemente si prega sono la lunga vita, la ricchezza, il potere, agli Aditya si implorano purezza, il perdono dei peccati, la libertà dalla colpa e il pentimento".
("Oriental and Linguistic Studies, p. 43).
11. Gli Aditya, come gli Adites, sono identificati con la dottrina dell’immortalità dell’anima. Yama è il dio della dimora oltre la tomba. Nel racconto persiano egli appare come Yima, e "è sovrano del periodo d’oro e fondatore del Paradiso". (Ibid., P. 45). (Vedi "Zamna", p. 167 ante).

In considerazione di tutti questi fatti, non si può dubitare che le leggende dei "figli di Ad", "gli Adites" e "gli Aditya," facciano tutte riferimento ad Atlantide.
George Smith, nel racconto caldeo della creazione (p. 78), decifrato dalle tavolette babilonesi, mostra che vi era una razza originale di uomini, all’inizio della storia caldea, una razza oscura, chiamata Zalmat–qaqadi, o Ad–mi, o Ad–ami, ed erano la razza "che era caduta", e si distinguevano dai "Sarku, o la razza della luce". La "caduta" si riferisce probabilmente alla loro distruzione da un diluvio, in conseguenza del degrado morale e dell’indignazione degli dèi. Il nome di Adamo appare chiaramente in queste leggende, ma come il nome di una razza, non di un uomo.
La Genesi (cap. V, 2) dice chiaramente che Dio ha creato l’uomo maschio e femmina, e "gli ha dato il nome di Adam. "Vale a dire, quella gente si chiamava Ad–ami, la gente di "Ad", o Atlantide.
"L’autore del Libro della Genesi", dice Schœbel, "parlando di uomini che erano stati inghiottiti dal diluvio, li chiama sempre ‘Haadam’, ‘umanità Adamita’". La razza di Caino visse e si moltiplicò lontano dalla terra di Seth, in altre parole, lontano dal paese distrutto dal diluvio. Giuseppe Flavio, che ci dà la primitiva tradizione degli ebrei, dice (cap. II, p. 42) che "Caino viaggiò per molti paesi", prima di arrivare nella terra di Nod. La Bibbia non dice che la razza di Caino perì nel diluvio. "Caino si allontanò dalla presenza del Signore”, non chiamò il suo nome, le persone che furono distrutte erano i "figli di Geova". Tutto questo indica che colonie di grandi dimensioni erano state inviate dalla madrepatria, prima che affondasse nel mare.
Al di là dell’oceano si trova che il popolo del Guatemala rivendica la propria discendenza da una dea chiamata At–tit, o nonna, che visse per quattrocento anni, e per prima insegnò il culto del vero Dio, che poi fu dimenticato. (Bancroft, "Native Races", vol. III, p. 75). Mentre la famosa pietra messicana del calendario mostra che il sole era comunemente chiamato Tonatiuh, ma quando ci si riferisce ad esso come il dio del Diluvio esso è chiamato Atl–tona–ti–uh, o At–onatiuh. (Valentini, "Mexican Calendar Stone", art. Maya Archaeology, p. 15).
Si trovano così i figli di Ad alla base di tutte le razze più antiche di uomini, cioè gli Ebrei, gli Arabi, i Caldei, gli Indù, i Persiani, gli Egizi, gli Etiopi, i Messicani e i Centroamericani; testimonianza che tutte queste razze facessero riferimento per le loro origini ad un vago ricordo di Ad–lantis.

Fonte: I. DONNELLY, Atlantis, the antediluvian World, 1882, Parte IV, Cap. I.


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