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di Joseph Frank, Atlantis Rising
ANTICHI ROMANI IN AMERICA?
L’ortodossia ha perso su un’altra storia importante?


Anche se gli archeologi ortodossi respingono qualsiasi possibilità che viaggiatori europei siano giunti in America dal Vecchio Mondo prima di Cristoforo Colombo, hanno parecchie difficoltà a spiegare la scoperta, solo quest’anno, di almeno diciannove antiche monete romane in due distinte località, nel Kentucky.
Poco tempo dopo che i primi europei moderni arrivarono sulle sponde del continente americano, essi cominciarono a raccogliere strani reperti nei campi appena arati dai contadini o sulle rive dei fiumi vicini. Secondo l’archeologo americano Gunnar Thompson, Ph.D., nel suo libro enciclopedico sugli arrivi precolombiani del Nuovo Mondo, American Discovery (WA: Misty Isles Press, 1989), "Due monete romane furono trovate vicino a Fayetteville, Tennessee, nel 1819. Una era di Antonino Pio (138–161 d.C.), l’altra era dell’imperatore Commodo (180–192 d.C.). Esse furono trovate a diversi metri in profondità, sotto alberi che erano ritenuti vecchi di diverse centinaia di anni. Gli archeologi hanno trovato una moneta romana del sec. IV in un tumulo a Round Rock, Texas. A Beachcombers vicino a Beverly, Massachusetts, hanno raccolto numerose monete in rilievo con i volti i imperatori romani che regnarono tra il 337 e il 383 d.C... Altre monete, databili tra il 50 a.C. e il 750 d.C., sono state trovate in North Carolina, Ohio, Georgia e Oklahoma".
David Wells compì la scoperta più recente alla fine dello scorso gennaio, quando scoprì accidentalmente nel Kentucky otto monete romane, alcune delle quali mostravano le sembianze dell’imperatore Claudio II. Ricordato anche come Claudio il Gotico per la sua splendida vittoria sui Goti invasori, il grande Cesare governò per meno di due anni, dal 268 al 270 d.C. Appena cinque mesi dopo tale scoperta, lo stesso Wells portò alla luce altre undici monete, analogamente datate al regno di Claudio II, lungo le rive del fiume Ohio vicino a Louisville. Sempre sul fiume Ohio, nei pressi della foce del fiume Tennessee, venuto alla luce una spada corta (gladio) romana, presso Paducah, nel 1999. Queste scoperte stupefacenti furono documentate da un realizzatore di film d’archeologia, Lee Pennington, nella sua presentazione, prima della quinta conferenza annuale della Ancient American Preservation Society a Marquette, nel Michigan, nel mese di settembre. Pennington descrisse le condizioni in cui Wells aveva trovato le monete, non lasciando alcun dubbio sulla loro origine antica.
Ma c’è altro, oltre le monete, a raccontare l’impatto della Roma imperiale sull’America precolombiana. Per più di cento anni, dopo che gli spagnoli arrivarono in Cile all’inizio del sec. XVI, correvano molte voci sull’esistenza de La Ciudad de los Césares. Questa "Città dei Cesari" era indicata anche come la "città della Patagonia", presumibilmente fondata da antichi marinai romani fuggiti a causa dei disordini civili, scoppiati dopo l’assassinio di Giulio Cesare, e poi naufragati presso lo Stretto di Magellano. La città perduta doveva essere stata piena d’oro, argento e diamanti donati dagli indiani, grati ai romani per la loro consulenza nella costruzione dell’ampia rete stradlae degli antenati degli Inca. A sostegno di questa leggenda, un acquedotto Inca in Rodadero, in Perù, utilizza ancora "due ordini di arcate in pietra, spesso chiamate ‘archi veri‘". Secondo il Dott. Thompson: "Questo stile di architettura è una caratteristica dell’antico Mediterraneo. Di conseguenza, l’acquedotto Rodadero costituisce un argomento forte a favore della diffusione culturale greco–romana".
Mentre La Ciudad de los Césares non è mai stata trovata, essa può avere però fatto eco ad altre scoperte di una presenza romana sulle coste orientali dell’America, come un relitto individuato da un archeologo subacqueo, Robert Marx, al largo di Rio de Janeiro, nel 1976. Le anfore recuperate dalla nave furono analizzate scientificamente da Elizabeth Will, professoressa di Storia greca classica presso l’Università del Massachusetts, che le identificò positivamente come parte di un carico partito dal porto nord africano di Zilis intorno al 250 d.C. Marx trovò persino una fibula di bronzo, per gli indumenti, in Brasile, nella Baia di Guanabarra. Più a nord, lungo la costa del Golfo del Messico, i mattoni usati per la costruzione della città Maya di Comalcalco furono stampati con i segni di muratori romani del II secolo, mentre le tubazioni di terracotta, uniche in tutta l’America Centrale, erano identiche ai tubi trovati in Israele, occupata in quegli stessi anni dai romani. Questi ed altri reperti, come la raffigurazione in ceramica di un uomo barbuto dai lineamenti europei, con un taglio di capelli in stile romano, che indossa un berretto tipicamente romano, recuperata durante lo scavo di una piramide del secondo secolo a Caliztlahuaca, Messico, indicano che i racconti della "Città dei Cesari" possono avere avuto qualche fondamento, per quanto riguarda i contatti pre–colombiani.
Le scoperte di Marx erano così convincenti, che anche un paio archeologi ortodossi a malincuore dovettero ammettere che le prove sottomarine effettivamente dimostravano che i marinai fossero riusciti a compiere almeno una traversata transatlantica, da Roma imperiale sino in Brasile. Quegli studiosi convenzionali si affrettano ad aggiungere, però, che i marinai della metà del terzo secolo dovevano essere solo un paio di naufraghi, senza alcuna influenza sulla preistoria del Sud America, e non avrebbero potuto stabilire un importante collegamento con il mondo romano.
A contraddire questa ipotesi ortodossa c’è un umile artefatto, che ha raccolto più polvere che non attenzione nel corso dei decenni ed è stato esposto al pubblico in Missouri, nel Saint Louis Museum of Art. Esso è stato descritto nel numero 2007 di The Midwestern epigraphic Journal (volume 21), quando il dottor John White scrisse che "La figurina di guerriero–maiale dei Moche sembra piuttosto una volpe, dopo tutto". Con il termine "figurina" il Dr. White si riferisce all’effigie di un uomo–volpe, con la testa coperta da un elmo conico e le mani giunte sopra un disco. Una banda rossa che corre intorno al disco, come uno scudo, è punteggiata da quindici punti color crema, equidistanti, e circonda una croce rossa centrale, uncinata, su sfondo color crema. Questi elementi fanno parte di un vaso di 29 centimetri di altezza con un manico vuoto curvo, semicircolare, sulla parte posteriore. Un tubo è collegato ad esso e sporge in un angolo dal manico ricurvo, per consentire a qualcuno di bere o inalare il contenuto della bottiglia.


Nella scheda dell’artefatto si legge, "Bottiglia che raffigura una volpe con lo scudo, Perù, Costa settentrionale, cultura Mochica IV, Primo Periodo Intermedio, 200–500 d.C., dipinta con ocra in colori rosso e crema. Su questo recipiente a becco nave troviamo una volpe antropomorfa nella parte superiore di un grande scudo rotondo, dipinto sulla fronte. La volpe indossa un elmo conico con sotto–mento. Lo scudo ha una maniglia che circonda il recipiente di forma conica. Le zone dipinte sul retro sono separate da incisione scanalate".
Questa buffa descrizione può solo servire ad innescare qualcosa di meno della passione nei visitatori della Galleria di Archeologia americana, in cui è esposto l’oggetto. Essi non sono informati del fatto che si tratta di qualcosa di più di un artefatto piuttosto curioso, realizzato da alcune culture sconosciute che precedettero di tredici secoli l’ascesa dell’Impero Inca. Invece, è trascurata l’evidenza fisica dell’arrivo di viaggiatori indoeuropei in Sud America dal Vecchio Mondo nell’antichità, più di mille anni prima che Cristoforo Colombo sbarcasse sulla spiaggia di Hispaniola. Il vaso con l’uomo–volpe fu fatto dai Mochica, più comunemente chiamati Moche, un popolo marinaro che abitava nella pianura costiera del nord del Perù. Verso l’anno 100 d.C., essi stabilirono una rete commerciale fiorente che alla fine si trasformò in una civiltà potente, grazie in larga misura alle loro flotte d’ampio raggio fatte di zattere in legno di balsa e barche. Anche se nessuna di queste imbarcazioni è rimasta, esse sono comunemente raffigurate sulle ceramiche contemporanee. I Moche erano anche abili orafi e crearonoo una vasta gamma di articoli con raffigurazioni, ritraendo su ogni cosa dèi e demoni impegnati in guerre, il lavoro, l’attività sessuale, la navigazione per mare, l’ubriachezza e i sacrifici umani.
Esperti di gestione delle acque su larga scala, essi fecero fiorire il deserto peruviano con le loro vaste reti d’irrigazione. Nel cuore della loro capitale si trovava la Huaca del Sol, la Piramide del Sole, composta da oltre 130 milioni di mattoni, disposti a formare la più grande struttura precolombiana del genere costruita in tutte le Americhe. Originariamente essa dominava da un’altezza di 50 metri il Rio Moche, e serviva come un tempio per i drammi rituali e come residenza imperiale che conteneva camere di sepoltura reale piene di tesori d’oro. Questi furono rapinati nel XVII secolo dagli Spagnoli, che deviarono il fiume contro la piramide.
È interessante notare che il vaso con l’uomo–volpe del Saint Louis Museum è stato datato al primo periodo intermedio, un momento di grande espansione per i Moche. Essi erano anche ricettivi alle influenze esterne, e ne conseguì un periodo intermedio (300–600 d.C.) di fioritura culturale. Non doveva durare, tuttavia, e cedette in gran parte agli effetti di un super El Niño. Trent’anni di piogge intense, e le inondazioni furono seguite da altri tre decenni di siccità. Prima di questa serie di eventi calamitosi, da cui i Moche non erano in grado di risollevarsi, un primo Periodo Intermedio di ampliamento delle interazioni con il mondo esterno coincise con la creazione del vaso in oggetto, con l’uomo–volpe.
Secondo il sito internet del Museo dell’Oro precolombiano: "I Moche consideravano la volpe un simbolo lunare, a causa delle sue abitudini notturne".
Presso la piramide più piccola di quella del Sole, meglio conservata, la Huaca de la Luna, la Piramide della Luna, gli archeologi hanno trovato una maschera cerimoniale di lega di rame–oro, configurata in modo da simulare una testa di volpe, decorata con simboli lunari. Questa maschera era indossata da un sacerdote o sciamano che personalmente si sforzava di fondersi con l’identità o anima dell’animale, assumendo in tal modo i suoi poteri. Tra queste la guarigione e una vasta gamma di abilità psichiche – in particolare profezia e la chiaroveggenza – legate all’energia lunare.


A pag. 65 del suo libro autorevole sulla Civiltà delle Ande, Pre–Inca Art and Culture (NY: The Press Orion, 1960 traduzione di Mervyn Savill), il professore svizzero Hermann Leicht (Università di Zurigo) ha riprodotto un’illustrazione d’un vaso proveniente dalla costa settentrionale del Perù, raffigurante la divinità della luna seduta su una lettiga portata da due uomini che indossano maschere e code di volpe. Questi erano gli uomini–volpe, preti in servizio alla divinità lunare, il cui avatar sulla Terra i Moche credevano fosse la volpe". Perché non avrebbero poi dovuto guardarlo come un servo della luna", Leicht si è chiesto, "visto che osservavano abbastanza spesso come la bestia tenesse colloqui con essa in lunghi ululati?"
Noi non conosciamo né il nome della divinità lunare Moche, né la sostanza del suo culto. Ma durante lo stesso periodo, dall’altra parte del mondo, la dea della luna era venerata a Roma come Diana, divina signora della caccia, che allo stesso tempo proteggeva gli animali selvatici, un’apparente contraddizione resa chiara dal suo precetto: Gli uomini devono esercitare il gioco della caccia per uccidere e alimentarsi, ma con moderazione. Diana era sinonimo di Artemide greca, patrona nell’Olimpo delle donne che lavorano e dei bambini. Nell’arte greco–romana, entrambe le versioni erano in genere ritratte in compagnia di una volpe, che di solito seguiva la dea, in tal modo indicando i suoi "fedeli", cioè i sacerdoti, sacerdotesse e / o iniziati del suo culto lunare. Ma questo animale non è l’unico collegamento convincente tra l’antico Vecchio Mondo e il Sud America pre–Incaico.
Il fratello di Artemide–Diana era Febo–Apollo, il dio–sole, il cui simbolo era una croce uncinata orientata verso sinistra, la svastica. Il nome è sanscrito e significa "segno buona fortuna", ed essa è emblematica di tutte le divinità solare – invariabilmente maschili – note a tutti i popoli indo–ariani, di cui i romani facevano parte. La sua inversa, la Sauvastika orientata verso destra, era anche associata con la sorella gemella del dio–sole, la dea della luna. Le pitture vascolari dell’Era Classica e le statue di Artemide e Diana erano generalmente ornate con la Sauvastika. La comparsa di questo simbolo nell’effigie di un vaso Moche, che raffigura lo stesso animale identificato con un’antica divinità lunare europea, è sottolineata dai quindici punti intorno alla croce uncinata, che corrispondono alla metà del numero di giorni in un mese lunare.
Inoltre, la fabbricazione di questo vaso durante il primo periodo intermedio si è verificata tra il 200 e il 500 d.C., proprio quando l’imperialismo romano si espandeva nella sua massima estensione, proprio quando furono coniate la maggior parte delle monete romane trovate in Nord America. I romani eccellevano nella costruzione di strade, nell’irrigazione e nella scienza militare, le virtù civili che parimenti principalmente caratterizzarono i Moche.
Questo non per sostenere che essi stessi fossero antichi romani. Erano più probabilmente un popolo nativo del Sud America, il cui sviluppo sociale fu fondamentalmente influenzata da visitatori provenienti dal mondo mediterraneo, sia come naufraghi, sia membri di spedizioni agli ordini del loro Imperatore, per riportare qualcosa di valore da Cattigara, il nome romano per il Sud America, secondo il Dott. Thompson, l’antropologo argentino Dick Ibarra–Grasso, e altri studiosi indipendenti.
L’impatto di stranieri potenti influenzò non solo la cultura materiale Moche, ma lasciò un’impronta durevole sulla metafisica andina, come dimostra il vaso con l’effigie dell’uomo–volpe. Fu quasi certamente, all’inizio, proprietà di un sacerdote della dea lunare, e potrebbe essere stato usato come contenitore per qualche pozione allucinogena o droga, che gli permettesse di entrare in uno stato alterato di coscienza, nell’esercizio delle sue funzioni rituali. In ogni caso, il piccolo artefatto del Saint Louis Museum comporta una sorta di prova fisica per l’arrivo nell’antico Perù di portatori della cultura romana, che lasciarono un loro identificabile, duraturo segno sulle prime civiltà sudamericane.

Da Atlantis Rising Magazine, gennaio 2010.


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