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di Joseph Ki-Zerbo
LA STORIA DELL’IMPERO SONGHAI


Il popolo Songhai appartiene al gruppo di popolazioni dell’Africa Occidentale che fondò e resse nei secoli il grande impero del Mali. La lingua songhai presenta parentele con quella masai. La storia del popolo songhai comincia con diverse leggende.
La prima parla d’un antenato eponimo: Faran Makan Boté, figlio d’un pescatore Sorko e d’una madre “genio” o spirito delle acque. Faran risalì il fiume Niger e andò nella regione di Tillabéry, ad allearsi con i cacciatori Gow e i pescatori Sorko. Un appartenente a questa seconda etnia ricopriva la carica di Kanta (gran sacerdote).
Un’altra leggenda narra che verso l’anno 500 sarebbero arrivati alla grande curva del Niger dei principi berberi (un piccolo gruppo di commercianti, secondo Al Bakri, o, secondo altre versioni, tre principi arabi dello Yemen), i quali avrebbero liberato la regione dal terrore causato da un pesce-feticcio, che i pescatori sorko usavano per estorcere tributi ai coltivatori circostanti, i Gabibi. Sembre che questi clan fossero risaliti da valle, dal Ciad, dalla Bénoué, e infine dal Dendi. La riconoscenza dei Gabibi avrebbe portato il principe Za Aliamen sul trono.


I principi Za o Dia avrebbero regnavano sul popolo Songhai da Koukya, su un’isola del Niger, presso le rapide d’Ansongo. Verso il 1009, il quindicesimo re Dia Kossoi fissò la propria capitale a Gao, sulla riva sinistra del fiume, alla confluenza con l’oued sahariano Tilemsi. Egli sarebbe stato il primo della dinastia a convertirsi all’Islam. Nel sec. XI Gao era una città prospera, che poteva competere con Kumbi, la capitale del Ghana. Le sue ricchezze tentarono l’impero del Mali. Nel 1325, un generale dell’imperatore Kanku Mussa conquistò Gao. Tuttavia i principi Songhai, Ali Kolen (Golon) e suo fratello Suleyman Nar, riuscirono a fuggire e lottarono contro l’impero del Mali sino al 1337.
Ali Golon fondò la dinastia Si o Sonni. Il diciottesimo re della dinastia, Suleyman Daman o Dandi, avrebbe conquistato Mema e sembra da identificare col Semanangu citato nella lettera spedita dal Tuat da un italiano di nome Malfante.
Con Sonni Ali (1464-1493), le egemonie sulla curva del Niger vengono rovesciate. Sonni Ali Ber (il grande) fu un gran conquistatore. Fu soprannominato anche Dâli (l’altissimo). Era esperto in alta magia. Egli scosse la tutela del Mali e ampliò il proprio regno. La città cardine era Timbuktu, controllata allora dai Tuareg Akil che avevano scacciato i Mandinghi. Le tasse e il comportamento violento dei Tuareg indussero il governatore della città, Omar, a chiamare in soccorso Sonni Ali, che non aspettava altro.


L’esercito songhai si diresse verso la città raffinata e meticcia di Timbuktu. Gli abitanti si spaventarono al vedere un esercito di neri che avanzava alla conquista della città. La città si vuotò e persino lo stesso governatore che li aveva chiamati fuggì verso Walata. Irritato, Sonni ordinò di passare i notabili della città a fil di spada (1468).
Ciò attirò una terribile nomea sui Songhai, nelle cronache musulmane del tempo. Es Saadi, autore del Tarikh es Sudan, presenta Sonni Ali come un oppressore, un tiranno sanguinario e soprattutto un empio kharigita (una setta eretica, per la maggioranza dei musulmani). Racconta che egli perseguitava i sapienti e gli uomini di fede, e che aveva l’abitudine di rimandare le preghiere da un giorno all’altro. Poi, quando decideva di farle, le compiva in maniera molto sbrigativa, abbozzando qualche gesto.
Verso il 1473, Djenné, benché difesa dalle paludi circostanti e dai suoi abitanti, cadde dopo diversi anni d’assedio. Da allora rimase nelle mani dei songhai, nonostante i diversi tentativi (99, si dice) dei Maliani per riprenderla. Sonni Ali ebbe cura di prendere in moglie la regina madre del giovane principe di Djenné. Poi partì alla conquista del Massina. Scatenò dure campagne contro i Peul e li escluse da ogni incarico pubblico, nell’amministrazione e nella giustizia.
Sonni Ali fu il vero creatore dell’impero Songhai. In realtà, egli offrì benefici a molti marabù e affermò: “Senza i sapienti non ci sarebbe in questo mondo né gioia né piacere”. Inaugurò la stesura degli atti ufficiali del regno e accumulò un enorme tesoro, affidandolo spesso ai marabù. In alcuni luoghi, gli schiavi Mossi fatti prigionieri in guerra furono insediati su terre della corona.
Per contrastare i Tuareg, Sonni intraprese lo scavo d’un canale da Ras el Ma (ad ovest del lago Faguibine) verso Walata, utilizzando l’acqua di corsi e di bacini oggi disseccati, per valorizzare le risorse agro-pastorali e collegare Djenné a Walata, in modo da ridurre l’importanza di Timbuktu e favorire forse gli spostamenti rapidi delle truppe verso il nord.
Tuttavia i Mossi di Naséré, nel 1477, compirono un’incursione lampo con le loro piccole cavalcature nervose e saccheggiarono Walata. Sonni Ali li intercettò sulla via del ritorno, li disperse e li inseguì. Lanciò anche operazioni militari sulle falesie di Bandiagara e attraverso il Dendi, sino alla terra dei Bariba e dei Gurma. Al ritorno da una di queste spedizioni morì, nel 1492. Lasciò un solido impero, esteso a sud e ad ovest. Suo figlio, Sonni Bakary, abbandonò la fede islamica, ma regnò meno d’un anno.
Nel 1493 un generale del clan Sylla (tukuleur), Mohammed Torodo, che era governatore di Hombori, turbato dall’abiura religiosa di Bakary, prese il potere con l’aiuto degli ulema e assunse il nome di Askia Mohammed. Il nome Askia deriverebbe dall’espresssione songhai “a si kyi ya”: “Non è lui! Non può diventarlo!”, grido di sfida e di dispetto lanciato dalle figlie di Sonni Ali all’annuncio del colpo di stato del generale Sylla, e da lui adottato come titolo dinastico.
Askia Mohammed fu più metodico e più organizzatore del suo illustre predecessore, devoto e puritano: “Si dice che uomini di sicura fede fossero incaricati di sorvegliare giorno e notte, in modo segreto e discreto. Si arrestava chiunque fosse sorpreso a intrattenersi di notte con una donna a lui estranea, e lo si conduceva in prigione”. Inoltre compì un fastoso pellegrinaggio alla Mecca (1496) che rievocò quello del sovrano del Mali, Kanku Mussa. L’Askia, scortato da 500 cavalieri e 1000 fanti, portava con sé 300.000 pezzi d’oro e ne distribuì un terzo in elemosine, ma la sua presentazione al mondo arabo fu meno fiera e regale di quella del maliano Kanku. Forse complessato da problemi di legittimità, si preoccupò d’incontrare il Califfo dello Hijaz e di ottenerne la conferma del titolo di Califfo del Sudan.
Alla Mecca comprò degli immobili per i pellegrini sudanesi. Quando tornò, si lanciò in guerre di proselitismo islamico. Pretese la conversione dei Mossi. Il re di quel popolo gli rispose che occorreva innanzitutto sacrificare ai propri antenati, per chiedere il loro parere. L’Askia s’irritò per tale risposta e fece saccheggiare il paese. Poi rinunciò alla guerra santa, nonostante le ingiunzioni del fanatico riformatore berbero El Meghili, che egli aveva mandato dal Tuat. La decadenza del Mali gli permise di espandersi verso ovest, conquistando le province del Tekrur. Ad est, conquistò una dopo l’altra le città fortificate degli Haussa. Così arrivò a dominare un territorio che subiva le razzie periodiche dei Tuareg dell’Air. Ne risultò un conflitto che si concluse con l’annessione e la colonizzazione dell’Air da parte dei Songhai. Nel 1513 l’Askia di Gao sconfisse il sultano tuareg d’Agadès, con l’aiuto di Kottal, re di Kebbi. Agadès divenne, dopo l’espulsione dei Tuareg, un avamposto dell’impero verso il deserto. Un solo principe resistette vittoriosamente all’avanzata songhai verso est, e fu il Kanta del Kebbi. Da principio alleato a Gao contro l’Air, poi deluso dalla sua parte di bottino, proclamò la secessione del Kebbi. Nel 1517 si liberò vittoriosamente del vassallaggio e creò uno stato–tampone tra il Songhai e il Bornu. Le paludi che lo separavano dal Songhai e la feroce determinazione della sua gente dietro la colossale fortezza di Surame, le cui vestigia si vedono ancora, permisero a quel piccolo paese di spezzare l’ambizione imperialista del Songhai.
Erano gli anni in cui, lungo le coste del Golfo di Guinea, cominciava la tratta negriera verso le Americhe, ad opera soprattutto di portoghesi, inglesi e olandesi.
I contrasti familiari minavano già dall’interno il glorioso regno songhai. Mussa, figlio maggiore dell’Askia Mohammed, si mise alla testa d’un complotto. Non esitò a massacrare suo zio Yaya, chiamato alla riscossa da suo padre, e quest’ultimo ebbe la forza d’abdicare a suo favore (1528). L’Askia Mussa, un sanguinario, fu presto assassinato e sostituito dall’Askia Mohammed II (Bunkan Korei).
L’Askia Mohammed Bunkan (1531-1537) era un ercole, che non esitava a scendere da cavallo per combattere a piedi, al fianco dei suoi uomini, ma amava anche i fasti e i piaceri di corte. Le dame, liberate dall’harem, comparivano senza velo nelle udienze pubbliche. I cortigiani si vestivano con ampi drappi e ricchi bracciali. Un’orchestra assunta per il servizio personale del principe l’accompagnava dappertutto. Nuovi strumenti (tromba e tamburo) furono introdotti.
La sua guardia personale fu rinforzata con 1700 uomini. Mohammed Bunkan, però, commise l’errore di proseguire la politica di persecuzione contro il vecchio Askia, che fu relegato, ormai cieco, su un’isola del Niger infestata di bestie. I suoi parenti, indignati, si rivoltarono e costrinsero il principe a fuggire nel Mali. Fu sostituito dall’Askia Ismael, capo dei congiurati (1537-1539). Questi fece ritornare il vecchio Askia nel suo palazzo di Gao. Ne ebbe in cambio la benedizione e i titoli che quegli aveva riportato dalla Mecca. Il suo regno, però, fu afflitto da una grave carestia.
Il suo successore, Askia Ishak I (1539-1549), riprese vigorosamente in pugno il potere con abilità, al principio, e poi via via con durezza, contro i marabù e i propri fratelli. Sotto il suo regno si cominciò a sentire il pericolo dell’espansionismo marocchino. L’impero era al suo apogeo: si stendeva dal Tekrur ad Agadès per oltre 2000 km e da Teghazza sino al paese Mossi.
Nel 1544 la città stato haussa di Katsina si rese indipendente da Gao. La cavalleria songhai si rese famosa per aver opposto un’eroica resistenza contro i nemici, a Karfata. In cambio, nel 1549 l’Askia Daud occupò la capitale del Mali, ormai in decadenza, e l’intero Mali rimase soggetto all’impero Songhai sino al 1603.
Giunto alla sua massima espansione, il territorio dell'impero songhai si estendeva da ovest ad est su una lunghezza di circa 3000 km.


La tomba dell'Askia Mohammed a Gao.

Le strutture dell’impero songhai
L’organizzazione dell’impero songhai era più elaborata di quella del Mali. A capo c’era l’imperatore che riceveva, il giorno della cerimonia di accesso al trono, le insegne: un sigillo, una spada e un Corano. Conservava anche gli attributi tradizionali ereditati dall’epoca dei Tchi (Si, Ki): il tamburo e il fuoco sacro, detto dinturi. La corte era fastosa. In ciascuna udienza del venerdì, ogni funzionario manteneva per protocollo una posizione precisa, un ordine di apparizione, una divisa, una pettinatura e un numero di tamburi ben fissi. Se il principe sputava, uno dei settecento uomini vestiti di seta, dietro di lui, raccoglieva prontamente i suoi sputi con la propria manica. Davanti a lui tutti dovevano scoprirsi il capo, prosternarsi e cospargersi la testa di polvere (oppure, per alcuni privilegiati, di farina: era il caso del generalissimo).
Askia Mohammed creò un esercito professionali d’alto livello e lasciò libero il popolo dalla leva, perché si dedicasse all’agricoltura, all’artigianato e al commercio. L’esercito, sotto gli ordini del generalissimo (dyna koy), era diviso in corpi, uno dei quali costituiva la guardia imperiale, mentre gli altri erano distribuiti tra i governi delle province. I guerrieri portavano lance, giavellotti dalle punte avvelenate e sciabole. Certi reparti indossavano corazze di cotte di maglia e di scaglie di lamiera.
L’impero era diretto da alti funzionari, alcuni dei quali avevano competenze territoriali e altri competenze puramente funzionali. Gli uni e gli altri portavano il titolo di koy o di fari.
Solo le donne griottes (menestrelle) della corte potevano chiamare il sovrano col suo nome. Alcuni dei koy mantenevano diritti particolari, ereditati dalla storia passata.
I governatori o ministri non mantenevano la carica per ereditarietà, ma erano nominati o revocati a volontà dall’Askia. La loro posizione e il fatto di comandare contingenti militari poteva stimolarli a intervenire in casi di sede vacante ma, in tempi normali, l’Askia manteneva un potere superiore al loro, perché disponeva di contingenti d’élite e di tutta la regione di Gao, molto popolosa e prospera per allevamento e risicoltura.
Questo demanio reale, la cui gestione fruttava soprattutto ai capi di villaggio affrancati (fanfa), fu rivisto ai tempi dell’Askia Daud, che decise di recuperarne il possesso.
La struttura produttiva era diversa da quella dei feudi europei, più simile alla nozione di contro-dono sviluppata dai sociologi per il Nord Africa, poiché la struttura e la facies socio-economica rimanevano di tipo tradizionale. Al beneficiario interessava innanzitutto il numero di servi, di famiglie e di villaggi. Il motivo del dono è spesso di natura religiosa e il contro-dono molto spesso è simbolico. Tale nozione di tributo reciproco compare per esempio in occasione dell’affrancamento d’una schiava da parte dell’Askia Daud. La donna liberata gli dichiara: “Devo portarti un tributo che ti lasci un ricordo di me; saranno due pezzi di sapone, all’inizio d’ogni anno”. “E io – replicò l’imperatore – voglio, per ottenere il perdono di Dio l’Altissimo e la sua indulgenza, farti portare un tributo da parte mia, che riceverai all’inizio d’ogni anno e che si comporrà d’una barra di sale intera e d’un gran panno nero. Accettalo per amor di Dio” (Mahmud Kati, Tarikh el Fettach).
L’impero di Gao, a detta di Joseph Ki-Zerbo, fu il regno nero-africano che si avvicinò maggiormente ai modelli di produzione che si sviluppavano altrove, forse per lo sviluppo dell’amministrazione scritta, che favorì un’integrazione di superamento dei fattori tribali. Imam peul, generali tukuleur o songhai, professori berberi o malinké, cadi sarakholé, alti funzionari djerma o haussa, tutti cooperavano alle attività d’una comunità nazionale basata sulla fedeltà al principe e al riconoscimento delle capacità e dei talenti personali. Sulle proprietà concesse alle famiglie marabutiche (vaste regioni che ricordano le proprietà della Chiesa e dei monasteri nell’Europa medievale), il controllo economico del principe non si esercitava neppure.
Gli storici dell’epoca dicono che gli agenti fiscali dell’imperatore non chiedevano mai più di 30 misure di grano, anche quando il contribuente avrebbe potuto fornirne 1000. I surplus erano lasciati agli interessati, che fossero schiavi o uomini liberi. Dal regno dell’Askia Daud, però, alcune esazioni pretese da membri della sua famiglia scatenarono uno sciopero sociale, poi una serie di rivolte, in particolare presso i pastori peul e i contadini bambara.
I centri commerciali fiorenti erano città molto popolose.
“Una contestazione nacque tra gli abitanti di Gao e di Kano su quale delle due città fosse più popolosa. Alcuni giovani di Timbuktu e di Gao presero carta, inchiostro e penne, entrarono a Gao e si misero a contare le case, da ovest verso est. L’operazione durò tre giorni e si contarono 7626 abitazioni, senza contare le capanne di paglia”(Mahmud Kati, Tarikh el Fettach). Ciò corrisponde a circa 100.000 abitanti.
Quelle città erano anche centri di studi religiosi: Djenné, Timbuktu, Walata e Gao si resero illustri e ospitavano vere e proprie università, finanziate dal mecenatismo dei principi e del popolo.
Un testimone cita il caso del professore Ali Takaria che riceveva ogni mercoledì un modesto tributo dai propri allievi: uno, cinque, dieci cauri… in questo modo, il professore raccolse 1725 cauri dai suoi 123 alunni.


La città di Timbuktu, in un'immagine dei Viaggi di H. Barth (metà Ottocento).


A Timbuktu c’erano 180 scuole coraniche. Dottori e scrittori celebri del Maghreb attraversavano il deserto per insegnare o seguire i corsi dei colleghi a Timbuktu o a Djenné. L’università Al Azhar non esitò a chiamare per l’insegnamento Ahmed Ibn Abd er Rahim. D’altra parte, Abderhaman El Temini dello Hijjaz si trasferì nel Mali all’epoca di Kanku Mussa e si stabilì, si racconta, a Timbuktu. La città era allora piena di giurisconsulti sudanesi. Quando si rese conto che essi ne sapevano di diritto più di lui, partì per Fès per perfezionare i propri studi, prima di ritornare a Timbuktu.
L’Askia accordava privilegi e considerevoli beni a marabù e dignitari.
Mahmud, cadi di Timbuktu, ispirava un timore reverenziale agli Askia e ai loro ministri, che andavano spesso in visita da lui. Egli non si alzava per riceverli e non girava nemmeno la testa verso di loro. Nel consiglio del principe, i cadi sedevano al fianco dei generali e non esitavano a rimproverare Sua Maestà: “Hai dimenticato, esclamava Mahmud all’Askia Mohammed, o fingi di dimenticare il giorno in cui sei venuto a casa mia e mi hai afferrato per il piede e per i vestiti dicendomi: - Vengo a pormi sotto la tua protezione e ad affidarti la mia persona, perché tu mi salvi dalle fiamme dell’Inferno – ? Questa è la ragione per cui ho scacciato i tuoi inviati”. L’indipendenza e la fierezza universitarie si univano qui allo spirito clericale.
Uno dei più illustri letterati musulmani dell’epoca fu senza dubbio Ahmed Baba, del quale si conoscono una dozzina di opere, tra cui il suo famoso dizionario dei sapienti del rito malekita e il trattato sulle popolazioni del Sudan Occidentale; Apparteneva alla celebre famiglia di Mohammed Aqit, nato nel Massina all’inizio del sec. XIV. Numerosi cadi usciti da quel lignaggio esercitarono un’influenza enorme sugli uomini di stato songhai. Ahmed Baba nacque il 26 ottobre 1556 a Araouane, a dieci giorni di marcia verso il Nord da Timbuktu, sulla strada del Tuat. I suoi principali maestri furono suo fratello e suo zio, ma soprattutto Mohammed Baghyu, un Mandé. Con lui studio per dieci anni su livri che coprivano tutto il campo degli studi islamici dell’epoca: lingua araba, retorica, radici della legge, giurisprudenza, esegesi coranica, ecc. I più importanti di quei libri furono ripresi sino a otto volte. Ottenne così la licenza d’insegnamento e cominciò subito ricerche personali e saggi che il suo maestro giudicò degni per incorporarli nel suo stesso corso. Ahmed Baba scrisse circa settecento opere e la sua biblioteca era la più grande di Timbuktu, con 1600 titoli.
I corsi si svolgevano per tutta la giornata e talvolta per una parte della notte, con pause per le preghiere.
Si comprende perciò l’entusiasmo di Mahmud Kati: “A quel tempo, Timbuktu non aveva pari tra le città del paese dei Neri per la solidità delle istituzioni, le libertà politiche, la purezza dei costumi, la sicurezza delle persone e dei beni, la clemenza e la compassione verso i poveri e gli stranieri, la cortesia nei riguardi degli studenti e degli uomini di scienza e l’assistenza loro offerta”.

La conquista marocchina
Ismael, figlio d’Askia Mohammed, e il suo successore Ishak I mantennero alto il prestigio dell’Impero. Il secondo giunse a saccheggiare Niani, capitale del Mali. Il sultano del Marocco però ambiva ad espandersi verso il deserto, a conquistare le miniere di sale di Teghazza e a controllare tutto il commercio dell’Africa Occidentale. Nel 1546 il sultano Mahmud chiese a Ishak di cedergli le miniere di sale, ma quest’ultimo gli rispose: “Il Mahmud che chiede questo non è certo l’attuale sultano del Marocco e l’Ishak che accetterà non sono certamente io! È un Ishak che deve ancora nascere”. E mandò un contingente di 2000 tuareg a saccheggiare la regione dell’Oued Draa, nel Sud del Marocco.
Ishak morì tre anni dopo, nel 1549, e gli succedette Daud, che condusse vittoriose campagne militari al Sud, contro i Mossi e il Massina. Si dice che mandasse in segno di sfida ventiquattro cavalieri sotto le mura della città haussa ribelle di Katsina. Quattrocento cavalieri uscirono dalla città, uccisero quindici songhai e fecero prigionieri gli altri nove. Pieno d’ammirazione, il re di Katsina li liberò e li mandò a Daud con il seguente messaggio: “Uomini tanto intrepidi non meritano di morire”.
Nel 1555 l’Askia Daud sconfisse ancora una volta l’esercito del Mali.
I marocchini, però, premevano verso Teghazza e le sue miniere. In diverse incursioni, uccisero il governatore locale e diversi tuareg delle carovane che trasportavano il sale. Gli abitanti chiesero all’Askia di aprire nuove miniere più a sud, il che avvenne nel 1557. Le nuove miniere furono chiamate Teghazza el Ghislan (delle gazzelle). La situazione rimase calma nei decenni successivi, ma nel 1578 avvenne una crisi politica in Marocco. Il sultano Mohammed XI chiamò dom Sebastiao, re del Portogallo, per aiutarlo a riconquistare il trono contro suo zio Abdul Malick e gli promise in cambio una parte della costa marocchina. I portoghesi intervennero con un esercito di 17000 soldati, incluso un contingente dell’esercito papale, agli ordini del generale inglese Stukeley. Lo scontro avvenne a Ksar el Kebir e fu chiamato “la battaglia dei tre re”. Mohammed XI e dom Sebastiao morirono in battaglia e Abdul Malick morì poco dopo di malattia.
Divenne sultano del Marocco, a soli trent’anni, Mulay Ahmed al Mansur (il vittorioso), che riprese prontamente il progetto di sottomettere l’impero songhai.
L’impero songhai era in crisi intestina e nel 1588 esplose una guerra civile. Un certo Uld Krinfil, funzionario songhai mandato in esilio a Taudeni, si presentò al sultano marocchino sotto le mentite spoglie di un fratello d’Ishak II, chiedendo aiuto per conquistare il trono.
Il 16 ottobre 1590 partì da Marrakech il corpo di spedizione, agli ordini dell’eunuco spagnolo Djouder Pacha. Era composto di 5600 uomini, con un corpo d’artiglieri inglesi, 8000 dromedari e 1000 cavalli. 2000 archibugieri andalusi, 500 cavalieri armati di moschetti, 1500 arabi armati di lance. La metà degli uomini morirono durante il percorso nel deserto. Nel febbraio 1591 il corpo d’armata marocchino era quasi in vista di Gao. Lo scontro decisivo avvenne a Tondibi, una località che si trova lungo il corso del Niger, una cinquantina di km a monte di Gao. L’esercito songhai era composto di 12500 cavalieri e 30000 fanti (qualche cronista azzarda un totale di 80.000 uomini), ma non possedeva armi da fuoco, mentre i marocchini avevano fucili e cannoni. Fu una strage. I Sonna, corpo d’élite dell’esercito songhai, si fecero massacrare in una resistenza disperata, legati alle gambe, gli uni agli altri, da una corda che li rendeva solidali.


Il Marocco (bianco) contro l'impero songhai (scuro).


Fu la fine dell’impero di Gao. Ishak II si ritirò nel Gurma e offrì centomila pezzi d’oro e mille schiavi, come riscatto per il proprio regno. Djouder osò trasmettere tale richiesta al sultano Al Mansur il quale, furioso per la sua esiguità, lo sostituì con un altro generale eunuco, Mahmud Zarkin, che partì nuovamente all’attacco dell’esercito songhai e lo spinse in ritirata verso il Dendi. Ishak fu assassitano da alcuni rapinatori. Il suo successore, Mohammed Gao, si offrì di fare giuramento d’obbedienza al sultano del Marocco. Quando si presentò al campo di Zarkin, fu messo a morte col proprio seguito.
Il territorio songhai rimase allora diviso in due parti e il sultano del Marocco cercò di estorcere alla parte che aveva sottomesso la maggior quantità possibile d’oro e di ricchezze. Fu la fine del glorioso impero.
I soldati marocchini si adattarono al paese, fondarono famiglie miste e piccole dinastie con i loro generali, sino all’inizio del sec. XVIII, quando i Tuareg presero Gao e li respinsero a Timbuktu. Per le due città e per l’intera regione era cominciato il periodo d’una lunga decadenza.

Testo liberamente tratto, adattato e tradotto da: J. KI–ZERBO, Histoire de l’Afrique Noire.


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