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di Alberto Arecchi
COLONIALISMO IN AFRICA ORIENTALE
dai portoghesi agli inglesi


Alla fine del sec. XV il re del Portogallo promosse una spedizione, guidata dal navigatore Vasco da Gama, per stabilire una rotta marittima fra l’Europa e l’lndia. In Europa arrivavano spezie e altri prodotti dall’Oriente, ma il percorso terrestre li rendeva molto costosi. La rotta marittima avrebbe facilitato il commercio e ridotto il costo del trasporto. La spedizione di Vasco da Gama circumnavigò l’Africa, sostò in alcuni punti della costa mozambicana e giunse all’Isola di Mozambico (Moçambique) il 2 marzo 1498. In seguito, nel 1507, i portoghesi occuparono l’isola per farne una base d’appoggio alle navi di passaggio sulla rotta dell'India, da Lisbona a Goa. La navi attendevano qui il monsone più propizio. Vi furono costruiti la poderosa fortezza di São Sebastião (1558) e un ospedale.


La rotta di Vasco da Gama.


"L’isola di Mozambico non è affatto grande ed è separata da una mezza lega dalla terra ferma che incurvandosi avanza nel Mare verso Settentrione più dell’isola stessa. Davanti all’isola ce ne sono altre due più piccole chiamate San Giorgio e San Giacomo le cui estremità sono prossime alla terra ferma e che sono disabitate.
La Fortezza... è così robusta come nessun altra sulla strada delle Indie ma poco fornita di cannoni e di provvigioni da guerra, senza soldati essendoci solo il Capitano che vi dimora con il suo seguito...
Oltre a ciò nell’isola ci sono quattrocento capanne di paglia che tengono i Negri nativi del paese che sono dello stesso colore di quelli che abitano attorno a Capo Verde, all’isola di San Tommaso e in tutta l’Etiopia. Essi obbediscono ai portoghesi. Qualcuno è della setta di Maometto essendo stato convertito all’epoca del commercio che facevano i Turchi..."
(J.H.VAN LINSCHOTEN, 1599)

Nel Corno d’Africa, durante il sec. XV, il sultanato di Mogadiscio passò nelle mani della dinastia Muzaffar (nome che troviamo anche scritto M’dhoffer). La pressione esercitata da gruppi di popolazione somala sempre più forti andava bloccando gli interessi commerciali del suo porto. Nel contempo giungeva dal mare la nuova minaccia dell’espansionismo coloniale portoghese.
Nel 1499 le navi di Vasco da Gama, durante il primo periplo dell’Africa, giunsero in vista di Mogadiscio e la bombardarono, ma non ritennero opportuno tentare uno sbarco; lo stesso fece Tristão da Cunha nel 1507. Nel 1532 Estevão da Gama sbarcò per visitare la città.
Brava (Baraawe, la Berouat citata da Al Idrisi nel sec. XII) ebbe vita simile a quella degli altri scali della costa. La città, i cui abitanti sono di pelle chiara e ancor oggi conservano una lingua simile al kiswahili, cominciò a decadere quando i Somali ajuran furono scacciati da genti del gruppo Dighil. Nel 1507 sbarcarono Tristão da Cunha e Ruy Lourenço Ravasco con 400 marinai portoghesi, che incendiarono la città.
Nel 1586 Brava cadde sotto il dominio del turco Ali Bey, ma accorse da Goa una flotta portoghese per riprenderla. Nel secolo successivo passò, con Mogadiscio, sotto il dominio dei sultani di Oman.
La nuova rotta commerciale delle Indie, stabilita e controllata dai navigatori portoghesi, pose termine all’epoca di splendore delle città marinare swahili, lungo la costa orientale dell’Africa. Alcune caddero sotto il diretto controllo degli europei, mentre per altre cominciò il periodo della decadenza. I sultanati più forti, come quello di Kilwa, e le città della costa somala (Benadir), mantennero la propria autonomia, ma persero il flusso di traffici che li aveva resi ricchi e potenti. Nel corso del sec. XVI i mercanti portoghesi riuscirono a soppiantare gli arabi nel controllo dei commerci lungo la costa orientale africana. Eliminata l’influenza araba e stabilite basi strategiche sulle rotte commerciali, i portoghesi tentarono di penetrare nell’entroterra. Il declino delle città costiere fu inevitabile perché, dopo l’arrivo dei portoghesi, ci furono anche attacchi dall’entroterra: i pastori Galla e Somali invasero le regioni del nord e le scorrerie dei guerrieri Zimba distrussero il commercio nella regione swahili del sud.


L'Africa orientale in una carta del 1562.


I portoghesi s’insediarono stabilmente nell’isola di Mozambico, da dove partivano le rotte di collegamento con Goa, e più a nord a Mombasa. Particolarmente importante fu la conquista di Sofala, tolta agli arabi nel 1505. Da qui venivano imbarcati l’oro e l’avorio provenienti dal regno del Monomotapa (attuale Zimbabwe). In seguito i portoghesi s’impadronirono anche di altri porti e centri dell’attuale Mozambico: Angoche, Quelimane, Sena e Tete, sul fiume Zambesi. Vi stabilirono piccole basi commerciali, dove i mercanti si rifornivano per il commercio all’interno, e insediarono truppe per difenderne gli interessi. La costa settentrionale del Mozambico venne punteggiata da forti portoghesi, costruiti soprattutto sugli isolotti, meglio protetti da eventuali attacchi provenienti dall’interno. Citiamo fra i principali Ibo (Quirimba) e Nacala.
Nel sud dell’attuale Mozambico, i commercianti europei cominciarono a installarsi nel sec. XVI intorno alla Baia Delagoa e all’estuario del fiume Maputo, in una regione controllata dalle tribù ronga. Nel 1545 un commerciante d’avorio, Lourenço Marques, toccò la Baia Formosa, in seguito nota anche come Baia Delagoa, Baia da Boa Paz, Estuario do Espíritu Santo. Vi sboccano, in un grande estuario, le acque di tre fiumi: Incomati, Umbeluzi e Maputo. Sulle sponde di questa baia si affrontarono per secoli presidi coloniali portoghesi, olandesi e britannici, di volta in volta tra loro, contro le popolazioni locali o contro la grande invasione zulu. Febbri ed epidemie sterminavano i bianchi, che erano per lo più ergastolani, graziati in cambio del loro arruolamento "volontario" per l’Africa. Al principio del sec. XIX i portoghesi vi costruirono una fortezza stabile, che divenne il nucleo della futura capitale. L’insediamento, battezzato con il nome dell’antico esploratore, venne promosso al rango di città nel 1876, quando la grande corsa all’oro nel Lydenburg (la regione di Johannesburg) ne fece un porto di importanza strategica per il commercio internazionale.
Venivano scambiati utensili di rame, corni di rinoceronte, scudi di tartaruga e soprattutto avorio con stoffe indiane, conterie di vetro e bevande alcooliche. I Ronga si procuravano le merci da vendere tramite grandi cacce all’elefante e continue razzie all’interno, contro i popoli vicini. La posizione geografica della baia era talmente importante per il commercio da suscitare ben presto rivalità tra le potenze europee. Olandesi e Austriaci inviarono spedizioni a stabilire proprie basi. Solo nel 1781 i portoghesi riuscirono a scacciarli e costruirono una fortezza nell’estuario, per assicurarsi il controllo di tutto il commercio nel sud del Mozambico.
Come i Ronga nel sud, così pure gli Ajaua nel nord si specializzarono nel commercio di esportazione. Gli Ajaua abitavano tra il lago Niassa e il fiume Rovuma. Partivano in gruppi e attraversavano il fiume Lúrio per commerciare con i portoghesi a Mossuril, di fronte all’Isola di Mozambico. All’inizio i principali generi di commercio erano strumenti di ferro fabbricati dagli Ajaua, tabacco e pelli d’animali. Gradualmente vennero sostituiti da avorio e schiavi, che Europei e Arabi scambiavano con tessuti, perline, armi e polvere da sparo. La decadenza politico–economica del Monomotapa e la minaccia dei Rozwi fecero sì che il commercio di ricchezze minerali calasse a livelli insignificanti. Ciò spinse i commercianti a cercare traffici più redditizi; specialmente quello degli schiavi. Nel 1645 i coloni portoghesi e alcuni sultani arabi vendevano schiavi mozambicani in Arabia, nel Golfo Persico, in India. Il traffico si estese alle Isole dell’Oceano Indiano e al Brasile, altra colonia portoghese, le cui grandi piantagioni di canna da zucchero e cacao furono coltivate inizialmente da schiavi venuti dall’Angola e dalla Guinea (costa atlantica). Dopo il 1735 la domanda di schiavi si accrebbe, per le necessità delle nuove piantagioni francesi di spezie (vaniglia, chiodi di garofano e pepe) nelle Isole Mascarene.


La piccola isola tropicale di Zanzibar, situata a una trentina di chilometri dalla costa orientale dell’Africa, giocò una parte importante nella storia dei rapporti tra popoli di diversi continenti (Africa, Asia, Europa). Essa era di facile accesso per commercianti e avventurieri, che giungevano a questa costa, da tempi immemorabili, dall’Arabia e dall’India, spinti dai monsoni. L’Islam si era stabilito nella regione a partire dal sec. XI.
Nel sec. XVI essa fu raggiunta da sud dai navigatori portoghesi, in rotta verso le Indie. Essi stabilirono relazioni amichevoli con la popolazione locale. Alla fine del secolo esistevano a Zanzibar uno scalo commerciale portoghese ed una missione di frati agostiniani.
Nel Nord del Corno d’Africa, al principio del sec. XVI si svolse l’epopea dell’imàm di Adal, Ahmed Ibrahim Gurey, eroe tradizionale della storia somala. Con le sue truppe affrontò e vinse ripetutamente gli Abissini, che chiamarono in loro aiuto i portoghesi. Il Negus abissino Lebna Denghel (“incenso della Madonna”), in risposta a un attacco dell’emiro di Harrar, aveva scatenato una controffensiva sino alla costa, invaso l’Adal e distrutto il palazzo del sultano a Zeyla. Cedette il porto di Massawa, sul Mar Rosso, ai portoghesi, in cambio di artigiani, di medici e di un’alleanza contro i musulmani.
Zeyla cadde nelle mani dei Turchi nel 1500 e sedici anni dopo fu incendiata dai portoghesi. Appena questi ultimi ripartirono, riprese l’attacco musulmano contro l’Etiopia cristiana, condotto da Ahmed Ibrahim el Ghazi, soprannominato Gragne dagli Etiopi e Gurey dai Somali (entrambe le parole significano “mancino”). Grande combattente, aveva coagulato intorno a sé le speranze dell’Adal presentandosi come l’Imàm dei veri credenti, con il compito di risanare i vizi e il disordine tollerati dal sultano e di liberare i musulmani dalla minaccia etiopica. Uccise il sultano e rifiutò il tributo al Negus. Attaccato dal Governatore etiopico nel 1527, si batté con bande di somali, magnetizzati dal suo ardore, e con un piccolo contingente di moschettieri turchi, e iniziò un’avanzata irresistibile alla conquista degli altipiani, marcata dal saccheggio senza pietà monasteri e palazzi nobiliari. Le fortezze etiopiche cadevano l’una dopo l’altra, il 90% della popolazione era costretto a convertirsi all’Islàm. Il Negus riuscì a salvarsi a stento. Nel 1541, i portoghesi fecero sbarcare a Massawa un contingente militare, agli ordini di Dom Cristoforo da Gama. Lebna Denghel era morto di stenti in un monastero ed era divenuto Negus suo figlio Claudio (1540–1559). Ahmed Gurey ricevette dai Turchi un appoggio di 900 moschettieri e di 10 cannoni, e nel 1543 riprese le ostilità con successo. Il comandante portoghese fu catturato e ucciso sotto le torture e il suo corpo fu fatto a pezzi. Tuttavia l’esercito etiopico riuscì ad avere la rivincita e Ahmed Gurey fu ucciso con un colpo di moschetto dal domestico del comandante portoghese, mentre caricava alla testa delle sue truppe. L’emiro di Harrar, Nur ibn al Wizir, spinto dalla vedova di Ahmed Gurey, fortificò la propria capitale e nel 1559 ripartì all’attacco. Il Negus Claudio, alla testa d’un esercito composto per la maggior parte di monaci, fu da lui sconfitto il giorno di Venerdì Santo e la sua testa rimase esposta a Harrar per tre anni.


La bandiera dei conquistatori portoghesi.


Verso il 1570, il popolo guerriero degli Jaga–Zimba abbandonò il regno del Congo e si divise in diversi gruppi, alcuni dei quali giunsero sino in Abissinia e sulla costa degli Zengi, a Kilwa, dove passarono a fil di lancia tremila mussulmani. Poi presero Mombasa e attaccarono Malindi, ma il re di quella città si difese e riuscì a fare di loro una carneficina. Gli Zimba sopravvissuti ripartirono verso ovest. Zimbo in persona raggiunse il Capo di Buona Speranza e poi risalì la sponda atlantica, sino al Kunene, dove fondò un nuovo kilombo. Zimbo morì, insieme alla moglie Temba N’dumba, mentre preparava una nuova campagna militare. Anche i loro successori, Kulembe e la moglie Bombaikase–Kizura, lasciarono dietro di sé un alone di ferocia, tanto che Cavazzi ne parla come di "mostri assetati di sangue". La fama di crudeltà ereditata dagli Zimba li fece accreditare di cannibalismo, infanticidio, comportamento disumano in battaglia, e fu in gran parte alla base del terrore che le loro truppe ispiravano.
Gli fu mostrato al mercato il posto in cui i Jaga banchettavano con carne umana.
Gli Jaga si stabilirono e continuarono ad esercitare pressioni sui confini orientali del Congo. Sotto il regno di Alvaro II (1587–1614), tentarono una nuova invasione, e il regno del Congo si salvò solo grazie alle fortezze costruite dai portoghesi. Verso il 1660, gli Jaga (Ba–Yaka) furono duramente sconfitti da Anna Zingha, regina del Matamba, che confinava con loro a sud–est. Dal principio del sec. XVIII sino alla fine del XIX, essi continuarono ad occupare la riva destra del fiume Kwango e una zona estesa sino al Kwilu–Djuma.
Nel 1568 salì sul trono portoghese un bambino quattordicenne, che si propose di conquistare l’Africa e tutto il suo oro, di eliminare i commercianti arabi e di convertire tutto il continente con l’opera dei missionari. Fu perciò soprannominato "Sebastiano l’Africano".
Un esercito di mille volontari fu posto agli ordini di Francisco Barreto e inviato nel Mozambico, nel 1572, col pretesto di una spedizione punitiva per vendicare la morte del missionario Gonçalo da Silveira, che era scomparso presso la corte del Monomotapa, dopo averlo battezzato con tutta la sua famiglia. L’obiettivo strategico era quello di rinforzare la presenza commerciale portoghese e di cercare le regioni delle miniere d’oro e d’argento del Monomotapa. La colonna si scontrò con una forte resistenza armata da parte della popolazione e, impreparata al clima e al terreno, fu decimata lungo il cammino di avvicinamento. Rinforzata con nuove truppe ben armate, la spedizione portoghese finì per entrare in contatto con il Monomotapa. Questi era allora minacciato da uno stato rivale e decise di stringere un patto commerciale con i portoghesi, in cambio di armi e di aiuto militare, ma non rivelò loro dove si trovassero le miniere. Fu stabilito che i mercanti portoghesi dovessero versare un tributo per passare e commerciare attraverso le terre dei capi africani, come già facevano gli Arabi. Altri duecento uomini, lasciati a costituire una stazione commerciale, furono uccisi dagli africani.


Le rovine della città swahili di Kilwa.


Per facilitare il commercio i portoghesi organizzavano mercati periodici in luoghi fissi, chiamati feiras, dove le popolazioni dell’interno portavano i loro prodotti. Il rappresentante generale portoghese presso il Monomotapa aveva il titolo di capitano. Egli andava periodicamente a pagare il tributo nella capitale, dove non poteva entrare né armato né calzato, in segno di rispetto. Questo tributo si chiamava curva; se i portoghesi non lo rispettavano, il Monomotapa aveva diritto all’empata, cioè alla confisca dei beni di tutti i mercanti portoghesi che si trovassero sulle sue terre.
La conquista commerciale del Mozambico non fruttò al Portogallo tutto l’oro sperato. La corte di Lisbona sperava di trovare nelle "miniere di Re Salomone", l’equivalente dell’Eldorado trovato dagli spagnoli in America Latina. L’amministrazione locale però riusciva a sottrarre sino ai 3/4 dell’oro, tanto che nel 1526 il re João III si lamentava di non ricevere l’oro del Monomotapa, trattenuto a Goa dai governatori della colonia.
Alla fine del sec. XVI i portoghesi iniziarono a colonizzare le terre situate lungo il fiume Zambesi col sistema dei prazos (concessioni). Si trattava di grandi feudi di terreno che il Governo concedeva ai coloni venuti dal Portogallo (o dalla colonia indiana di Goa). Le terre date ai prazeiros (concessionari dei feudi) erano espropriate con le armi o ottenute col consenso dei capi locali e rimanevano di diritto ai figli dei coloni sino alla terza generazione, poi dovevano essere restituite al Governo portoghese. I prazeiros dovevano sposarsi con donne venute dal Portogallo, per innestare in Mozambico una popolazione coloniale che consolidasse l’occupazione del territorio.
I prazeiros controllavano spesso interi distretti, promulgavano leggi e solo occasionalmente pagavano i tributi al Re del Portogallo. Anche i missionari gesuiti e domenicani possedevano vasti territori, che amministravano come i prazeiros: obbligavano gli indigeni al pagamento di tasse, con il lavoro o con beni mobili. Quando il commercio negriero divenne più redditizio, non esitarono a trasformare i "sudditi" in schiavi. Con il passare degli anni i prazeiros adottarono le stesse forme di potere delle società tradizionali della valle dello Zambesi, caratterizzate dal governo su grandi estensioni di terreno di un Mambo, aiutato dai capi clan, i Mpfmu, e dai capi dei villaggi. Costoro raccoglievano le imposte e le versavano al prazeiro, che ne riconosceva loro una piccola quota.
Il sistema dei prazos fu praticato solo nelle regioni dello Zambesi tra Tete e Sofala e non ottenne mai i risultati sperati, per due ragioni fondamentali:
– il sistema era concepito per un controllo temporaneo della situazione e non rispondeva a un piano organico di colonizzazione;
– il sistema incontrò sempre una resistenza molto forte; nel 1675, per esempio, c’erano solo 50 prazeiros, mentre la maggior parte dei prazos erano stati occupati dai Mambos.
Le lotte fra il Monomotapa e i capi rivali furono spesso sobillate dai portoghesi stessi che, tramite l’intervento militare, potevano ottenere nuovi vantaggi. Talvolta lasciavano che il Monomotapa fosse attaccato senza prestargli gli aiuti previsti dagli accordi, per indebolirlo sempre di più.
Quando i portoghesi smisero di pagare le curvas il Monomotapa applicò il diritto di empata, ma si scontrò con una violenta reazione. Nel 1627 il Monomotapa Mavura ingaggiò un duro confronto con il rivale Capranzine e dovette ricorrere all’aiuto militare dei portoghesi, che lo pose in situazione di debito. Da allora fu il Monomotapa a pagare un tributo ai portoghesi, in cambio d’aiuto militare. Lo stato minerario cominciava a disgregarsi. Changamire, capo del clan Rozwi, si ribellò con un certo successo al Monomotapa e ai suoi alleati portoghesi e nel 1696 attaccò e distrusse le feiras della zona. La resistenza rozwi si oppose a lungo al controllo portoghese sull’altipiano e fu spezzata soltanto verso la metà del sec. XIX.

Oman e Zanzibar: 1698–1856

Verso la fine del sec. XVII, la presenza di missionari cristiani cessò, dopo una campagna di espulsione forzata diretta dai musulmani dell’Oman.Negli anni intorno al 1690 Saif bin Sultan, imam dell’Oman, intraprese la conquista della costa africana. Un ostacolo alla sua espansione era costituito dal Forte Jesus di Mombasa, in cui si trovava la guarnigione portoghese. Dopo un assedio durato due anni, il forte si arrese a Saif nel 1698. Dopo di che, gli Omaniti si sostituirono ai portoghesi nel controllo di Zanzibar e di tutta la costa swahili, a nord del Mozambico. L’espulsione dei portoghesi, da parte dei sultanati arabi della costa, diede un nuovo impulso per un breve periodo ai commerci di Kilwa e di Zanzibar.
Nel 1700 gli Inglesi approdarono a Mogadiscio. In quegli anni, durante le guerre coi portoghesi, gli Omaniti occuparono per un breve periodo alcune città della costa africana, tra le quali anche Mogadiscio.
Per razionalizzare e controllare meglio lo sfruttamento coloniale il Portogallo creò nel 1752 il Governo Generale coloniale del Mozambico. Sino ad allora il Mozambico dipendeva, come regione amministrativa, dal Governo coloniale di Goa, in India. Nel 1755 i portoghesi intrapresero una guerra contro le popolazioni del Nord del Mozambico, dove transitavano i mercanti ajaua sulla via di Mossuril. Questi pertanto scelsero strade più sicure e spostarono i loro commerci più a nord, nell’attuale Tanzania, ma anche su quelle coste si scatenarono conflitti per il controllo degli scambi con i popoli africani. Gli Arabi di Oman scacciarono i portoghesi da tutta la costa del Kenya e di Zanzibar, mentre in Mozambico la regione di Cabo Delgado passò sotto controllo francese e inglese.
Zanzibar era il principale mercato di schiavi della costa orientale africana e ciò la fece diventare sempre più importante nella sviluppo della presenza omanita sul continente, tanto che il più grande sultano omanita del sec. XIX, Sa’id ibn Sultan, vi stabilì dal 1837 la propria residenza principale.


Carta dell'Africa orientale, del 1737.


Sa’id costruì a Zanzibar un complesso di grandi palazzi con giardini. Sviluppò l’economia dell’isola introducendovi la coltura dei chiodi di garofano, dello zucchero e dell’indaco (ma al tempo stesso causò il principio della propria rovina, accettando un accordo di cooperazione con la Gran Bretagna che poneva fine al commercio degli schiavi).
La connessione della costa orientale africana con l’Oman si ruppe dopo il 1856, con la morte di quel sultano. La rivalità tra i suoi due figli si risolse, grazie all’intervento della diplomazia britannica, quando uno dei due (Majid) si stabilì definitivamente a Zanzibar, con il controllo della costa africana, mentre l’altro (Thuwaini) rimase sulla costa araba, con i possedimenti di Muscat e dell’Oman.
Alcune città della costa swahili riacquistarono allora una nuova importanza e furono protette da mura difensive. Lungo i sec. XVIII e XIX nel Corno d’Africa fiorivano diversi sultanati: a Luuq, sul fiume Jubba, a Obbia, in Migiurtinia e lungo lo Webi Shabeelli (quelli dei Gorgati e dei Geledi). I sultanati somali prosperavano grazie alle razzie di schiavi neri, nell’interno, che venivano poi venduti ai mercanti arabi della costa. Stava per iniziare l’epoca dei protettorati europei, presto trasformati in colonie. Nel 1825 la città di Brava fu occupata temporaneamente dal tenente britannico Owen. Nel 1825 e nel 1855 gli equipaggi di due navi britanniche furono massacrati lungo le coste somale. Nel 1839 gli Inglesi occuparono il porto di ‘Aden, di fronte alla Somalia, che assicurava il controllo dello stretto di Bab el Mandeb. Nel marzo 1862 i francesi comprarono per 10.000 talleri il porto di Obock nel Golfo di Tagiura, sul territorio di Gibuti.


Archi moreschi medievali, nella città di Brava (Baraawe).


L’intervento britannico a Zanzibar, dal 1856

Mentre Majid ereditava il trono di Zanzibar, gli inglesi erano sempre più interessati a questa prospera isola e ai suoi possedimenti. Nello stesso anno, 1856, Burton e Speke ne fecero la base per le loro esplorazioni nell’interno del continente. Il loro cammino verso il Lago Tanganyika seguiva le piste percorse dai commercianti arabi, attraverso il territorio appartenente ai sultani omaniti di Zanzibar.
Dal 1869 l’apertura del Canale di Suez trasformò il Mar Rosso in un’importante via di comunicazione. Dopo il 1871 gli Egiziani occuparono il sud del Mar Rosso sino a ‘Aden e alla costa settentrionale della Somalia; nel 1875 presero il porto di Zeyla e Harrar e nel 1876 cercarono d’installarsi anche a Brava e a Kismaayo. Nel 1884 le truppe britanniche li sostituirono nei presìdi di Berbera e di Zeyla. Dall’anno seguente navi italiane intrapresero rapporti commerciali con i sultani della costa e prepararono l’accordo del 1889, con cui i sultani locali accettavano il protettorato italiano su Obbia e la Migiurtinia.


Il sultano Barghash.


Quando il sultano di Zanzibar Majid morì, nel 1870, gli subentrò al potere il fratello Barghash. Gli Inglesi avevano stabilito un proprio console a Zanzibar, col compito principale di mettere fine al commercio degli schiavi. Tale proposito condusse a un definitivo trattato con Barghash nel 1873. Il console che firmò il trattato era John Kirk. In quello stesso anno 1873 David Livingstone, il grande esploratore anti–schiavista, moriva nell’interno dell’Africa. Il suo corpo imbalsamato fu portato a Zanzibar.
Kirk, che ricevette il corpo di Livingstone nelle sue funzioni di console, ne era stato un amico intimo. Per cinque anni, dal 1858 al 1863, egli accompagnò tutte le spedizioni di Livingstone come dottore e naturalista. Fu anche il primo a testimoniare le brutali attività dei mercanti arabi di schiavi nell’interno.
Zanzibar doveva sostituire i redditi della tratta schiavista con un’altra attività legittima e Kirk incoraggiò Barghash a mettere in piedi l’esportazione di gomma e d’avorio, dall’interno del continente verso l’estero.
Verso il 1885 il sultano ricavava una fortuna da tali commerci, ma Kirk non poté proteggerlo da una nuova minaccia. Negli anni 1884–5 un tedesco, Karl Peters, si era avventurato lungo le piste carovaniere dei Grandi Laghi. Nel marzo 1885 la Germania avanzò la pretesa d’un protettorato sulle regioni dell’interno.
Il 7 agosto 1885 cinque navi da guerra tedesche entrarono nella laguna di Zanzibar e puntarono i loro cannoni contro il palazzo del sultano. Portavano la richiesta di Bismarck al Sultano Barghash di cedere all’imperatore della Germania le regioni dell’entroterra, o di subirne le conseguenze.
Tuttavia, all’epoca dei telegrammi, la diplomazia delle cannoniere non era più di moda. La cristi raggiunse immediatamente gli uffici di Londra e la Gran Bretagna, per non offendere la Germania, propose un compromesso. I due stati si sarebbero ritagliati le proprie zone d’influenza sul territorio che si estendeva verso i Grandi Laghi.
Il console inglese dovette persuadere il sultano a firmare l’accordo e a cedere il potere sull’entroterra, come le due potenze pretendevano. In Settembre le cannoniere tedesche ritornarono a casa. Una commissione congiunta anglo–tedesca cominciò a delimitare i confini delle nuove colonie. Completò i lavori nel novembre 1886, con l’accordo anche della Francia. Al sultano sarebbe rimasta una striscia di dieci miglia lungo la costa. All’interno, nacquero la colonia tedesca del Tanganyika e quella inglese del Kenya.
Alla Gran Bretagna rimase anche la consolidata presenza del consolato di Zanzibar. Nel 1890 l’isola e il suo sultanato furono dichiarati protettorato inglese.


Venditore ambulante a Mogadiscio, primi del Novecento.


Dopo un accordo anglo–italiano (1892), l’Italia, col beneplacito inglese, “affittò” dal sultano di Zanzibar i porti del Benadir: Warsheekh, Mogadiscio, Merka e Brava.
Tra il 1888 e il 1897 una serie di trattati delimitava anche le zone d’influenza francese (Obock, Tagiura e Gibuti), inglese (Somalia del nord, detta Somaliland), italiana (Migiurtinia e Benàdir) ed etiopica (gli altipiani dell’interno).
Nel 1896 la Francia spostò da Obock a Gibuti il capoluogo del proprio territorio.
Nel 1897 iniziarono i lavori di costruzione della linea ferroviaria Gibuti – Addis Ababa, che fu ultimata nel 1915.


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