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di Alberto Arecchi
IL POPOLO MAKONDE
Un mondo d'artisti tra Tanzania e Mozambico


I Konde o Makonde (il ma– è üna particella che indica il plurale) vivono nella regione del fiume Rovuma, fra la Tanzania e il Mozambico. Costituiscono uno dei gruppi etnici più numerosi del nord del Mozambico: circa trecentomila, verso il 1980. Parlano una lingua bantu e vivono in un ambiente di foreste tropicali asciutte, intervallate da zone steppose. Si limano i denti a punte triangolari, per apparire più belli. Le loro maschere sono chiamate mapiko, dipinte di giallo, con gli occhi a mandorla, e sembrano più cinesi che africane. Essi scolpiscono per tradizione nell’ebano composizioni mostruose, spesso molto complesse, che ricordano incubi medioevali ed espressionisti, con uno stile estremamente moderno, talvolta decisamente surrealista, tanto da essere fra gli artisti più apprezzati di tutta l’Africa. La loro arte è rimasta esteticamente immune da influenze straniere.


Maschera del Mapiko.


I Makonde vissero completamente isolati sino alla seconda guerra mondiale. Negli anni ’60 furono fra i primi ad iniziare la guerra di liberazione contro i Portoghesi, ma poi si ribellarono anche al regime socialista del FRELIMO (ex partito unico) che non aveva soddisfatto le loro speranze di libertà e di autonomia. Questo popolo non si è mai dato un’organizzazione gerarchica di tipo tribale, ma vive ancor oggi in piccoli gruppi familiari, in completa autonomia gli uni rispetto agli altri. Si conosce poco delle loro origini. Si ritiene che provengano dall’interno, dalla regione del lago Niassa–Malawi. Le differenze linguistiche esistenti fra i Makonde che vivono in Tanzania e quelli che abitano in Mozambico, e fra questi e il “sotto–ramo” dei Matambwe, sembrano rivelare una migrazione antica. Fra questi gruppi, si sono differenziati anche i riti d’iniziazione dei giovani alla pubertà. L’accentuato individualismo li fa dividere in molti sottogruppi, ciascuno dei quali dice degli altri: “quelli non sono veri Makonde”. Alcuni hanno usanze particolari: molti s’infilano per bellezza dei pezzetti di legno nel labbro superiore, ma solo il gruppo Andonde ha l’usanza di allargare i lobi delle orecchie delle donne, con enormi rotelle di legno, mentre gli uomini non si praticano nessuna mutilazione rituale.
La regione ha conosciuto le razzie e l’influsso culturale degli Ngoni, il popolo che sciamò dal Sudafrica nel periodo della costituzione dell’impero zulu. Una parte di loro, nel sec. XIX, sfuggì all’arruolamento forzato imposto dai dominatori e si spostò con una lunga migrazione sino alla regione del Malawi.
i Makonde hanno alcune usanze che li apparentano alle popolazioni del bacino meridionale del Congo–Zaire, come la scultura dell’ebano, l’uso di maschere nelle cerimonie d’iniziazione, le danze sui trampoli. Secondo la loro tradizione orale, quando si trasferirono nel loro attuale territorio, v’incontrarono dei nani (forse resti di popolazioni pigmee), ma non dovettero sostenere guerre per insediarsi nella zona, che era quasi disabitata. La presenza, fra i Makonde, di alcuni con fattezze pigmoidi fa pensare che essi abbiano potuto assorbire dei gruppi di Pigmei incontrati nel corso della loro storia.


Maschera del Mapiko.


La società Makonde è poligamica. Un uomo può avere anche una ventina di mogli, ciascuna delle quali aumenta la forza lavoro e la ricchezza della famiglia. Sono infatti le donne che coltivano i campi. La necessità di procurarsi donne da sposare ha spinto in passato i Makonde a compiere incursioni verso il sud, sul territorio dei vicini Makwa. Queste incursioni permettevano loro anche di procurarsi degli schiavi, che nella loro società costituiscono il prezzo da pagare in caso d’omicidio. È molto diffusa tra i Makonde la presenza d’un sesto dito nelle mani, oltre il mignolo. Spesso atrofizzato, ma ben visibile, questo dito è una particolare “mutazione genetica”, che si è mantenuta in una società endogamica ristretta.
In Mozambico, i Makonde occupano un altopiano dotato di forti difese naturali, circondato da dense boscaglie. Inoltre, essi hanno imparato a nascondere i villaggi e a proteggerli con vie d’accesso fatte a labirinto, quasi impenetrabili. I villaggi sono tutti fortificati con palizzate e hanno soltanto una o due entrate, ben protette. Tutt’intorno, nella foresta, essi scavano buche dotate sul fondo di pali aguzzi. Non si tratta delle grandi fosse, solitamente usate come trappole per gli animali, tuttavia sono armi di dissuasione sufficienti per eventuali aggressori a piedi nudi. Gli Ngoni tentarono diverse volte, senza successo, d’invadere l’altipiano. Secondo i ricordi dei vecchi, anticamente i Makonde erano dediti alla caccia. Facevano trappole per gli elefanti e organizzavano grandi battute collettive. Questa attività cessò nel periodo in cui gli Arabi compivano razzie nell’interno per procurarsi schiavi da vendere sulla costa. I Makonde dovevano organizzarsi in gruppi armati, quando scendevano al mare per vendere gomma e comprare stoffe, ferro, fucili e polvere da sparo: rischiavano sempre qualche imboscata da parte di gruppi di negrieri. Successivamente la regione subì anche le razzie degli Ngoni, un popolo sudafricano che faceva parte dell’impero zulu, una parte dei quali, nel sec. XIX, sfuggì all’arruolamento forzato imposto dai loro imperatori e si spostò con una lunga migrazione sino al Malawi. L’arrivo degli Ngoni peggiorò ancora la situazione e costrinse i Makonde a organizzarsi in piccoli gruppi, sempre sulla difensiva, sull’altipiano. Uscivano dai loro villaggi solo per compiere incursioni contro le tribù vicine e procurarsi delle donne. La loro aggressività e l’isolamento in cui vivevano fornì loro un’aura d’invincibilità.
L’amore d’indipendenza contribuì a mantenerli isolati e a farne un popolo “ribelle” per eccellenza ai domini esterni, tanto a quello coloniale come a quello del governo centrale mozambicano, che negli anni ‘70 tentò d’imporre loro la monogamia.


Elefante.


I Makonde vivono in villaggi dalla struttura familiare complessa, il cui capo è chiamato manoe. I villaggi sono a pianta rotonda o ovali; dal centro, che si chiama shitala, si diramano i vari spazi riservati alle famiglie. Hanno imparato a nascondere i villaggi e a proteggerli con vie d’accesso fatte a labirinto, quasi impenetrabili. I villaggi sono tutti fortificati con palizzate e hanno soltanto una o due entrate ben protette. Tutt’intomo, nella foresta, essi scavano buche dotate sul fondo di pali aguzzi. Non si tratta delle grandi fosse, usate come trappole per gli animali, tuttavia sono armi di dissuasione sufficienti per eventuali aggressori a piedi nudi. Gli Ngoni tentarono diverse volte, senza successo, d’invadere l’altipiano. L’amore per l’indipendenza contribuì a mantenere i Makonde isolati e a farne un popolo “ribelle” per eccellenza ai domini esterni, tanto a quello coloniale come a quello del governo centrale mozambicano, che ha tentato d’imporre la monogamia.
La furia allegra dei tamburi del mapiko, l’euforia dei bambini, la danza degli uomini, la caccia collettiva dei grossi ratti costituiscono una fonte d’ispirazione dei ritmi della cultura makonde. La natura non generosa degli altipiani ha spinto il popolo ad un’esistenza non conformista e ha obbligato ogni persona ad avere un ventaglio polivalente di conoscenze, perché i gruppi di popolazione potessero sopravvivere.
I Makonde hanno vissuto completamente isolati sino alla seconda guerra mondiale e anche la loro arte è rimasta esteticamente immune da influenze straniere. Solo dopo, il commercio europeo e asiatico ha introdotto altri canoni estetici, insieme al richiamo e all’imposizione d’un tipo diverso d’economia. I Makonde sono uno dei rari gruppi di popolazione che hanno mantenuto un rapporto con la natura particolarmente fecondo e conoscono tecnologie di costruzione esclusive ed originali.


Quando lo scultore makonde “parla” del proprio clan familiare, ricordando nell’ebano avvenimenti passati o raffigurando indovinelli e proverbi tradizionali, lo fa con espressioni armoniose; e quando “parla” dei clan rivali distorce i tratti nel grottesco e nel ridicolo, ma sempre con un senso plastico eccezionale, creando e montando linee e volumi in una “armonia della bruttezza”. La scomposizione di piani e di volumi ricorda le correnti d’avanguardia dell’arte moderna europea, il cubismo, il surrealismo e l’espressionismo.
Nelle sculture complesse e intrecciate dei Makonde dominano sempre ventri e seni femminili, di donne giovani o vecchie. Donne che ritornano dalla fonte, che cucinano, con il bambino appeso al dorso, o che pilano i cereali nei mortai. Forse perché la donna è la fonte essenziale della produzione e della riproduzione, in tutte le società umane. Altre immagini contorte, nelle colonne umane dell’arte konde, sono quelle di vecchi e mostri dal ghigno orribile. Immagini di sogni e talvolta d’incubi, che si trasformano in materia scolpita.
La figura d’una donna dal volto tagliato da un aratro, le braccia spesso piegate e le mani tese orizzontalmente all’altezza del petto, gambe leggermente aperte, ginocchia ad angolo acuto, ricorre molto spesso nelle sculture konde. La tradizione mitica vuole che il popolo konde avesse origine dalla statua d’una donna, divenuta viva. Un uomo che non si era mai lavato né tagliato i capelli, che mangiava e beveva appena il minimo per sopravvivere, apparve un giorno nelle selve degli altipiani. Scolpì l’immagine d’una donna nel legno d’un albero e non se ne separò mai più, ma la tenne sempre presso di sé. Una notte la statua prese vita. Si diressero insieme verso il fiume, dove la donna partorì un bambino, che nacque già morto, poi nel fondo d’una valle, dove nacque un secondo bambino, anch’egli morto. Ritornarono allora nella foresta, sugli altipiani, dove alla donna nacque un terzo figlio. Stavolta era vivo. Tutti i figli che la coppia ebbe da quel momento furono gli antenati dei Makonde. Le statue della prima madre sono i feticci, ai quali vengono sottoposti tutti i problemi relativi alla vita del gruppo, alla felicità delle famiglie e degli individui. I feticci stanno ritti presso tutte le case e c’è chi porta con sé i propri, quando deve partire in viaggio.
Tutta la struttura sociale dei Makonde si basava un tempo sul ruolo della donna, che sosteneva un ruolo essenziale in ogni settore della vita. Le associazioni maschili, con le loro maschere, i loro riti d’iniziazione, costituirono una forma di reazione a questo stato di cose. L’uomo, con il corpo coperto e il viso mascherato dalla maschera di legno, si trasforma in un essere soprannaturale che può spaventare le donne e avere il sopravvento sulla loro personalità e il loro potere. Le maschere riproducono molto spesso, con gran naturalezza, dei volti femminili, con le loro scarificazioni geometriche (cicatrici rituali) e le labbra tinte con carbone di legna. Molte maschere esasperano i tratti del viso, mentre altre li affinano e li schematizzano. Figure d’animali o di mostri minacciosi, altre maschere emergono da ossature di bambù vestiti di stoffa, a rappresentare esseri terribili.
Nel 1958 la coppia Dias, che studiava i Makonde, descrisse la pantomima della “vecchietta”:
“A un certo punto un nalombo imita una donna vecchia, molto curva, con un bastone, avvolta in una coperta. Nel labbro superiore, con un pezzo di manioca secca fissato con un filo nero, imita il labbro della vecchia, perforato dalla ndona (un pezzo d’ebano che s’infila per deformare il labbro e allargarlo, in modo da potervi inserir i tradizionali “piattini”). Ai fianchi, una pelle di gazzella come quelle che una volta si usavano per avvolgervi i bambini, ma al posto del bambino c’è un grande corno di antilope. Poi, si mise a girare imitando il passo d’una vecchia”.
I vanalombo (plurale di nalombo) erano preti–stregoni che organizzavano le cerimonie d’iniziazione dei ragazzi konde (likumbi). Erano loro che facevano la circoncisione, prescrivevano ai ragazzi e alle madri i tabu da rispettare e fornivano ai giovani gli amuleti magici, per resistere alle insidie della foresta. Erano sempre loro che animavano le feste del likumbi con danze rituali, pantomime, intermezzi comici. Perciò dovevano sottostare a un lungo apprendistato e diventare abili nella danza, nella musica e nelle acrobazie. Seguiamo un altro racconto: “il nalombo mette a terra diverse monete, raccolte fra il pubblico, e le pone seminterrate a distanze regolari. Poi si accovaccia e fa una serie di salti, e improvvisamente si lancia all’indietro e appoggia le mani, formando una specie di ponte, e piega il collo in una capriola “a rovescio” sino a raccogliere le monete fra le labbra e trattenerle in bocca. Poi compie delle candele verticali sulla testa, appoggiato sugli avambracci, e in questa posizione esegue esercizi con le gambe e si mette anche a saltare. Un’altra volta si mette a imitare gli animali, preferibilmente la scimmia, con contrazioni, salti e smorfie”. L’esecuzione di danze, acrobazie e pantomime occupava un posto particolare nella cerimonia ed era molto importante.


Le cerimonie duravano diversi giorni e per i partecipanti, soprattutto per le madri dei giovani da iniziare, rappresentavano un forte coinvolgimento emotivo. Per alleggerire i momenti di maggior tensione e creare un intermezzo, senza tuttavia allontanare il pubblico, i vanalombo ricorrevano a spettacoli da giocolieri. Le pantomime, come nei nostri teatrini popolari, riproducevano ironicamente aspetti della vita quotidiana. Gli aspetti comici e ludici non rompevano il senso religioso della cerimonia, ma spostavano soltanto l’attenzione del pubblico su un momento meno drammatico.
Momento centrale dei riti d’iniziazione, tanto maschili che femminili, era il mapiko, una maschera che rappresentava il morto vivente, ossia lo spirito d’un antenato. Era uno strumento degli uomini per imporsi al mondo delle donne, le quali dovevano credere che i ballerini fossero davvero morti, evocati dagli uomini e “ritornati” dall’altro mondo. L’esigenza maschile d’impaurire le donne nasceva dal ruolo dominante di queste nella vita sociale e religiosa (I’antenata di legno). Poiché la donna riproduce e trasmette la vita e, al tempo stesso, coltiva i campi, il suo prestigio nella comunità è superiore a quello delI’uomo. Il mapiko serviva a ristabilire un certo predominio “esoterico” della componente maschile. In questa manifestazione i ballerini sono completamente coperti da panni e rimangono visibili solo le punte delle dita di mani e piedi. Sulla testa indossano maschere colorate di giallo, che possono rappresentare uomini o donne, con segni iniziatici. Il ballerino può vedere attraverso la bocca della maschera. Quelle femminili hanno la ndona. I ballerini che rappresentano donne portano un finto seno di legno e raffigurazioni di tatuaggi non soltanto sulla maschera, ma anche sul ventre.
Alla fine delle cerimonie likumbi appariva anche lo shilo. “Si ode il ruggito d’un leone vicino e gli iniziati non devono indietreggiare, anzi sono obbligati ad avvicinarsi al luogo di provenienza del ruggito. Quando arrivano li, trovano un uomo coperto d’un mantello di paglia, erba e panni, che imita il ruggito del leone soffiando in un tubo di bambù o in uno stelo di banano immersi in un vaso pieno d’acqua”. Superata questa prova, gli stessi iniziati apprendevano a costruire altre maschere che rappresentavano gli spiriti d’animali: iene, leopardi, rinoceronti, bufali, scimmie e facoceri. Le più grandi avevano un’armatura di pali rivestita di panni e la testa era un vaso di coccio, avvolto di paglia. L’armatura poteva contenere due iniziati. Di notte queste figure facevano il loro ingresso nel villaggio per terrorizzare donne e bambini. Ormai queste figure hanno perduto ogni richiamo mitico e si sono trasformate in maschere d’un carnevale divertente, seguono il suonatore di tamburo e distribuiscono ai ragazzi fagioli, arachidi o monetine.
Nello shilo appariva anche un’altra figura, detta nandenga o mashapilo (che significa “trampoli”), uno spirito cattivo che diffondeva malattie e desolazione. Il ballerino che lo rappresentava danzava su trampoli altissimi, legati ai piedi e alle gambe. Più recentemente i trampoli hanno fatto la loro comparsa anche in feste normali, al di fuori delle cerimonie rituali, e i Makonde li chiamano “mapiko da gioco”. In un antico villaggio chiamato Naupyopyo si chiamava così anche una danza intorno a un falò, in cui i partecipanti si tingevano la faccia di bianco con la cenere. La danza ricordava quelle che un tempo i Makonde facevano fare ai loro prigionieri di guerra. In quello stesso villaggio, alla fine degli anni ‘50, si usava un’altra danza priva di contenuti religiosi, fatta di nascosto, in cui i ballerini imitavano i coloni portoghesi. Si mettevano in testa una parrucca fatta con bucce di banana e si tingevano le facce di bianco, indossavano nasi finti di legno, lunghi e appuntiti, usavano le scarpe e gli uomini si mettevano una specie di vestito di foggia coloniale (“sahariana”), mentre le donne usavano il seno finto di legno e un vestito all’europea, con la cintura. I vestiti e i passi stessi della danza servivano a mettere in ridicolo le usanze dei coloni bianchi.
In tutti questi esempi si può notare il cambiamento delle diverse rappresentazioni (pantomime, danze, musiche, canti, acrobazie), corrispondente al passaggio dalla società di tipo tradizionale a quella moderna. Alle funzioni religiose e ai riti d’iniziazione si sono via via affiancate e quindi sostituite rappresentazioni di divertimento, di critica, con riferimenti agli avvenimenti quotidiani.
Il cambiamento è stato accompagnato dall’apparizione di caratteri comici. Anche ciò è avvenuto dapprima all’interno delle cerimonie religiose. La comunità prendeva così un certo distacco da alcuni aspetti della propria stessa vita. Gli aspetti comici si sono presto evoluti con funzione di critica sociale. Il comico e il ridicolo sono stati due temi potenti di sensibilizzazione e di critica, prima nei riguardi degli aspetti totalitari del colonialismo e poi del regime centrale.


Tatuaggio facciale Makonde.


I Makonde hanno acquisito grande notorietà come abili artisti, sanno scolpire nel legno figure di donne danzanti con un gusto del movimento raro nell’arte africana. Da molto tempo si è diffusa la produzione della cosiddetta “arte da aeroporto”: oggetti d’ebano e d’avorio destinati ai turisti, ma ugualmente scolpiti con grande varietà di forme e apprezzabile qualità.

Dal libro: Popoli d’Africa, Liutprand ed.


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