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di Alberto Arecchi
LA BATTAGLIA DI ADUWA
prima vittoria africana contro un esercito coloniale moderno


Dopo la Conferenza di Berlino (1884–85), le potenze europee si spartiscono l’Africa e procedono all’occupazione effettiva del suo territorio. Sino allora, infatti, la presenza degli Europei si era limitata per lo più agli scali commerciali lungo le coste, o alla presenza in alcune zone interne di particolare valore minerario o strategico. Anche in Italia si sviluppano ambizioni coloniali e il nostro Paese si ritaglia una “opzione” sull’Africa orientale (Corno d’Africa). Qualche Governo nazionale pensa di risolvere i problemi sociali ed economici, derivanti dall’Unità politica da poco ottenuta, e della diversità sociale ed economica, molto accentuata tra le varie parti del Paese, incanalando le ambizioni popolari verso il sogno d’uno “spazio vitale” in Africa per la sovrappopolazione. L’avventura militare in Etiopia segue le imprese di missionari ed esploratori, che da tempo frequentavano quelle terre, proprio nel periodo in cui il principe abissino dello Shoah (ras) Makonnen si avvia ad unificare il territorio sotto il proprio potere. L’Italia intende procedere all’occupazione partendo da Massawa, sulla costa del Mar Rosso, dove si è già installata nella colonia Eritrea, forte d’una superiorità tecnologica che si presume facilmente vincitrice delle strutture sociali arcaiche d’un regno africano. Nel decennio successivo alla Conferenza di Berlino, una serie di trattati incrociati delineano le “aree d’interesse” delle varie potenze europee, e l’Italia si assicura accordi con l’Inghilterra, la Germania e la Francia che le garantiscano il “diritto” di annettersi uno dei pochi Paesi africani sul quale, in quel periodo, fosse sopravvissuto un regno autoctono. Nel 1887 i dervisci mussulmani del Sudan, in ribellione contro gli Inglesi, arrivano sino a Gondar e la saccheggiano.


Ras Makonnen si proclama negus (imperatore) e col nome di Menelik II regna dal 1889 al 1913. Gli Italiani appoggiano la sua ascesa e ritengono di avere in lui un alleato, quando nel 1889 egli firma il trattato d’Uccialli. Nel testo italiano, il trattato impegna l’Etiopia a ricorrere al protettorato italiano per gli affari internazionali, mentre nella versione amharica si legge che il Negus “acconsente” a ricorrere alla mediazione italiana.Ad ogni modo, Menelik riceve un importante prestito dall’Italia, e forniture di armamenti, poi nel 1890 dichiara ufficialmente: “Non ho intenzione di guardae con le bracia conserte le potenze arrivate d’oltremare con l’intenzione di spartirsi l’Africa”. Poi denuncia il trattato d’Uccialli, proclama l’arruolamento generale. Nel 1893 Menelik fonda Addis Ababa (“nuovo fiore”), la nuova capitale dell’impero etiopico.
La prima fase della colonizzazione italiana si chiude nel 1896 con la battaglia di Aduwa: una svolta storica, destinata a segnare tutta la successiva storia africana. Menelik ammassa migliaia di armati abissini sulle alture del nord, a fronteggiare la nuova colonia italiana dell’Eritrea. Il generale Oreste Baratieri, comandante delle truppe coloniali italiane, riceve un telegramma dal Ministro degli Esteri, Crispi, che gli chiede “una vittoria autentica, senza equivoci”. L’esercito italiano, composto di quattro brigate, per un totale di 17.700 uomini (10.600 di fanteria italiana e 7.100 askari), avanza verso sud con 56 cannoni, verso le ambe (montagne dalla cima tabulare) che delimitano l’altipiano etiopico. Nel febbraio 1896, le truppe italiane si fronteggiano per una quindicina di giorni con più di 70.000 combattenti etiopici che si sono raggruppati sulle montagne, alla distanza di circa trenta chilometri. Il generale Baratieri incontra difficoltà nell’orientamento sul terreno e nel piazzamento delle truppe, e finisce per trovarsi circondato da una marea umana.


Ripercorriamo le fasi della battaglia. Nella notte del 29 febbraio (era un anno bisestile) gli italiani avanzano dal campo base, posto presso Sauria, sino ad una linea difensiva composta di tre alture, che dominano il campo etiopico, presso Aduwa. Alle 2,30 del primo marzo il generale Baratieri e la brigata di riserva del generale Giuseppe Ellena prendono posizione sul Monte Eshasho. Alle 4,00 la brigata di fanteria del generale di Brigata Giuseppe Arimondi interrompe l’avanzata, per consentire il passaggio alla brigata di askari del generale Matteo Albertone. Le due brigate si sono trovate in difficoltà a causa del buio e della mancanza di conoscenza del terreno. Alle 5,30 un cavaliere shoano arriva ad Aduwa per informare l’Imperatore Menelik II che i ferangi (gli stranieri) sono stati individuati a nord di Abba Garima. Menelik II, l’Imperatrice Taitù e le forze regali dello Shoah si precipitano all’osservazione, verso la chiesa di Abba Garima. Alle 6,00 la brigata di Albertone, che ora procede regolarmente col resto dell’esercito italiano, si scontra con l’ala destra etiopica, al comando di ras Tekla–Haymanot, che era accampata presso Edna Chidane Meret. Alle 6,15 il generale Baratieri, basato presso il Monte Eshasho con la brigata di riserva, invia osservatori alla ricerca della brigata di Albertone. Alle 7,45 Baratieri invia al generale di Brigata Vittorio Dabormida l’ordine di sostenere il centro. Dabormida compie una deviazione e imbocca la valle di Mariam Shavitu. Ras Makonnen e ras Alula, al comando congiunto dell’ala sinistra etiopica, forte di 30.000 uomini, si avvantaggiano per l’isolamento di Dabormida. Alle 8,15 Albertone invia un messaggio a Baratieri per chiedere rinforzi urgenti. Alle 8,30 la brigata di Albertone comincia a spezzarsi. Baratieri osserva il fumo della battaglia dall’alto del Monte Eshasho. Alle 9,00 tornano da Menelik i 25.000 uomini della riserva shoana di ritorno dalla battaglia di Abba Garima. L’Imperatrice Taitù prende l’iniziativa e, con l’invio della sua stessa guardia del corpo (tremila fanti e seicento cavalieri), incoraggia Menelik a rimetterli in campo. Albertone è sopraffatto e viene fatto prigioniero. Gli askari superstiti delle sue forze cercano di ritornare al campo di Sauria. Alle 9,15 Baratieri riceve finalmente un messaggio di Albertone e avanza con la brigata di riserva. Osserva la ritirata degli askari della brigata di Albertone, che corrono giù per la valle a destra della sua posizione. Sfortunatamente non si accorge che tra di loro vi sono anche reparti etiopici. Alle 10,00 la brigata di Dabormida incontra l’ala sinistra degli Etiopici nella stretta valle di Miriam Shavitu. Intanto lo sperone settentrionale del Monte Bellah ha ceduto al centro delle forze etiopiche, comandato da ras Mashanga e ras Mikail: la brigata di Arimondi, attaccata da sinistra, si è sbriciolata. Arimondi cade in battaglia. Alle 11,30 Baratieri, dal versante meridionale del Monte Bellah, ordina la ritirata. Quasi immediatamente essa si trasforma in rotta. Alle 14,00 Dabormida si rende conto che la sua brigata è circondata, nella valle di Miriam Shavitu. Consulta il proprio comando di brigata: "Si tratta d’una cosa seria, molto seria. Nessun messaggio, nessun ordine, nessun rinforzo: nulla". Alle 15,00 Dabormida comincia una ritirata ordinata, verso nord. Nel tardo pomeriggio, gli askari sopravvissuti di Albertone e i soldati italiani che rimangono delle brigate di Baratieri e Arimondi si ritirano verso Sauria e poi Adigat. La maggior parte di loro non si ferma sino al confine. Così si conclude la giornata del primo marzo 1896 sui monti e nelle valli di Aduwa.


“Da ogni parte – racconta un testimone – gli Etiopi accorrono al fronte di combattimento. Dalle alture circostanti scendono masse impressionanti d’uomini, come una valanga fantastica e interminabile: si direbbe un immenso formicaio in attività. Quasi tutti gli Etiopi sono armati di fucili Gras. Il tiro relativamente rapido di tali armi avvolge il campo di battaglia d’una spessa nube di fumo, che nulla sopraggiunge a dissipare nella calma del mattino. Dopo alcune ore di combattimento accanito, le unità italiane si ritirano in un disordine e in una confusione totali. È la vittoria – la vittoria più totale, più inebriante”.
Secondo la testimonianza d’un ufficiale italiano, “gli Italiani cercarono la salvezza nelle proprie gambe, sbarazzandosi di tutto ciò che li poteva impacciare”.
La sconfitta militare fu dura, le perdite furono pesanti: 6870 caduti (oltre 4500 morti italiani e oltre 2000 indigeni, ausiliari delle truppe coloniali); oltre 2000 italiani prigionieri e tutta la loro artiglieria caduta in mano agli Etiopi.
Il 4 marzo il governo italiano rese pubblico un telegramma di Baratieri, che descriveva la sconfitta militare in Etiopia. Baratieri diventò il capro espiatorio e comparve davanti al tribunale militare di Asmara. Fu assolto, ma sollevato dal comando.
Il generale Baratieri (1841–1901) trasse la lezione dal disastro: “Guai a chi – scrisse nelle sue Memorie d’Africa, 1892–1896 – comincia una guerra con una sconfitta, pur se di piccole dimensioni. La forza morale, che è l’anima delle battaglie e la leva che offre il successo, si abbatte, la fiducia diminuisce; il piano d’operazioni scompare con l’iniziativa e tocca subire la legge del nemico. Quanto al nemico, guadagna ciò che perde il vinto, soprattutto in energia morale, in coesione militare e in libertà di manovra; detta legge alle nostre operazioni... Per noi la sventura fu ancora maggiore. Alle perdite morali e materiali che ci inflisse la sconfitta si aggiungeva la rovina ben più grave dell’edificio politico, costruito per anni con tanta cura, per assicurare la difesa della colonia contro l’Abissinia”.


La sconfitta di Aduwa portò alla caduta del governo Crispi in Italia e segnò tutta la storia coloniale italiana. Essa fu anche d’importanza mondiale, perché segnò il primo successo sostanziale d’un “popolo di colore” contro gli eserciti dell’invasore europeo. La notizia della battaglia di Aduwa si propagò per il continente nero con un’incredibile rapidità. Il suo ricordo servì da stimolo a tutte le resistenze anticoloniali e contribuì a rafforzare negli africani la coscienza che anche gli europei potevano essere sconfitti. Le conseguenze di questa battaglie superarono i confini dell’Etiopia per diventare panafricane. A causa di quella battaglia, i protocolli di Berlino, meno di dieci anni dopo la loro firma, si trasformarono in carta straccia. L’impero etiopico si affermava come una potenza, in un continente dominato da forze straniere, e proseguiva un’opera d’espansione e d’unificazione dei popoli circostanti, sino a raggiungere un’estensione di 1.200.000 km2.
Fu in parte per “regolare una volta per sempre il grande conto aperto dal 1896” e vendicare quella battaglia che Mussolini sin dal 1924 meditò la rivincita contro l’Etiopia, sino a che, nel 1935, si lanciò all’effimera conquista dell’impero africano. Solo per cinque anni però, dal 1936 al 1941, essa cadde sotto il dominio coloniale dell’Italia, che fissò ad Addis Ababa la capitale del proprio “Impero dell’Africa Orientale”. La conquista dell’”impero italiano” si trasformò per la seconda volta in un’esaltazione dell’indipendenza etiopica, come modello al riscatto anticoloniale di tutto il continente africano.

Dal libro: Popoli d’Africa, Liutprand ed.


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