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di Alberto Arecchi
TUAREG
Un popolo all’attualità della cronaca


Stiamo seguendo in questi giorni (aprile 2012) le vicende del nord del Mali, ove i Tuareg hanno conquistato militarmente un’area grande come tre volte l’Italia e hanno proclamato il loro stato nazionale, chiamato Azawad.


A partire dal momento in cui il territorio sahariano cominciò a diventare un deserto, la vita dell’uomo vi si organizzò in forme nomadi. Interi gruppi di popolazioni s’incaricarono di garantire i trasporti e i commerci fra le “rive” nord e sud della grande distesa “vuota”, fra le steppe dell’altipiano settentrionale, bordato dai monti dell’Atlante, e le altre steppe che si estendono a sud del grande vuoto, nel Sudan (termine arabo che significa letteralmente “il Paese dei Neri”, mentre Sahara significa “il vuoto” e Sahel significa “la sponda”: la sponda, appunto, del gran deserto).
Progressivamente, nel corso degli ultimi duemila anni, la necessità geografica ed economica (il deserto e il bisogno di trasportare oro, sale, schiavi, altre mercanzie da una parte all’altra) ha fornito la base alla vita dei nomadi. Rapidamente, invece, lo sviluppo di nuovi mezzi di trasporto, come le navi e gli aerei, e l’organizzazione dei nuovi Stati nazionali, con le loro frontiere, hanno causato in anni recenti un fenomeno opposto: hanno “sedentarizzato i grandi nomadi”, ossia le popolazioni berbere e arabe che detenevano il commercio carovaniero.


Gli stati moderni, ancorati a territori ben definiti e marcati da confini, tendono a “normalizzare” i nomadi, con l’assegnazione d’una nazionalità e d’un luogo di residenza. Già nel 1963, il governo centrale del Mali, presieduto allora dal socialista Modibo Keita, inviò al nord le truppe per controllare le popolazioni nomadi. Furono massacri di tribù e di bestiame, incendi di accampa¬menti. Negli anni ‘70 i Tuareg e gli altri popoli pastori del deserto furono i primi a soffrire delle grandi ondate di siccità. Una parte di loro emigrò verso le città del sud, un’altra parte verso il nord (Algeria). Le città ai bordi del deserto si riempirono di Tuareg, costretti alla mendicità o alla vendita ambulante dei loro oggetti di artigianato. La loro fierezza tradizionale, che mal li adatta a lavori dipendenti, impediva un inserimento nella società dei sedentari e ne faceva dei “marginali”.
Nel 1985 l’Algeria espulse circa 10.000 Tuareg al di là delle frontiere del Mali e del Niger. Nel 1990 il presidente del Niger, Ali Saybou, lanciò un appello alla comunità internazionale per aiutare le popolazioni colpite dalla siccità. Furono raccolti 14 milioni di dollari, la Francia inviò 400 tende. Come in altri casi, però, ben poco di questi aiuti giunse ai reali destinatari. Ciò provocò scontri tra i Tuareg e la gendarmeria, con centinaia di morti e di prigionieri (fra i Tuareg), a volte persino torturati. Nel giugno 1990 alcuni nomadi, fuggiti dal Niger perché accusati di aver fomentato i disordini, furono catturati dai gendarmi nel Mali. Anche in questo Paese iniziarono gli scontri fra le forze governative e i nomadi del nord. Tutto il territorio a nord del fiume Niger venne interessato dalle rivolte, con centinaia di morti. Fu dichiarato lo stato d’assedio e i medici stranieri dovettero abbandonare la zona. Nel settembre 1990, in un vertice tra i capi di stato di Algeria, Libia, Mali e Niger, i presidenti dei primi due Stati si schierarono a favore dei Tuareg e contro il massacro, mentre gli altri due sostennero la necessità di “frenare le migrazioni clandestine” (il che valeva come un’accusa ai Paesi maghrebini di fomentare le rivolte, con gruppi armati di nomadi provenienti dai loro territori). Il ministro francese all’Azione umanitaria, Bernard Kouchner, si recò nel Mali e nel Niger e rilasciò dichiarazioni di sostegno alla loro politica repressiva.
Nel Mali la resistenza tuareg assunse le forme d’una vera e propria secessione. I nomadi reclamarono l’indipendenza dell'Azawad, ossia delle tre province di Timbuktù, Kidal e Gao (oltre metà della superficie nazionale), una zona desertica ricca di risorse minerali, da sempre abitata quasi solo da loro, pastori nomadi. Le frontiere furono chiuse. Alla fine del 1990, la stampa algerina denunciava il “genocidio” dei Tuareg nel Mali.
Ancora una volta, oggi, i nomadi terrorizzano i governi dei “sedentari”, a causa della loro libertà di movimenti, perché sfuggono a censimenti, statistiche, controlli dei funzionari governativi. Solo due Stati, in tutta l’Africa, hanno una classe dirigente d’estrazione nomadica: la Somalia e la Mauritania. Si tratta di realtà in cui la nozione di Stato è molto lontana da quella che la storia moderna ha codificato. Lotte per il potere, instabilità cronica, rivalità etniche, condizioni croniche di sottosviluppo hanno dipinto tragicamente in questi anni le realtà dei “popoli pastori”. Nonostante le ricche risorse minerarie, difficilmente la creazione d’uno Stato in mezzo al deserto potrebbe offrire la prosperità al popolo tuareg, come la mitica Atlantide dei romanzi francesi dell’epoca coloniale.
I Tuareg velati, abitatori dei grandi spazi deserti, le cui schiere montate a dorso di dromedario, nei secoli passati, scendevano verso sud a conquistare le città del Sahel, sono oggi - secondo le stime Unesco - da uno a tre milioni, sparsi tra Algeria, Mali, Libia e Niger. Altre stime propongono una popolazione di circa 1,5 milioni, così ripartiti: 7-800.000 in Mali, 600.000 nel Niger, 50.000 in algeria, 30.000 in Libia e piccoli gruppi nel Burkina Faso.


I Tuareg (singolare targhi) sono una popolazione berbera che discende forse dagli antichi abitanti del Sahara, i Garamanti. Di tradizione guerriera, per secoli hanno dominato incontrastati le distese del deserto e hanno razziato le carovane e i villaggi dei sedentari. Il geografo arabo Ibn Battuta, nel sec. XV, parlava della tribù targa di berberi sahariani. Installati ad Agadès, capoluogo dell’Aïr, essi compivano scorrerie contro i regni del sud. Nel sec. XVI si scontrarono con il regno Songhaï e, in seguito, con quello del Bornu (nel nord dell’attuale Nigeria).
Il nome “tuareg” è usato per designarli da parte delle popolazioni circostanti, ma essi s’identificano con il nome della propria famiglia o, al massimo, con quello della lingua parlata (tamahàk al nord e tamashèk al sud). Il loro originale alfabeto, il tifinarh, simile nei caratteri alle antiche scritture dei popoli Libici, un tempo era conosciuto solo dalle donne. Poi divenuto uno dei simboli mitici dell’indipendentismo berbero.
È nota anche l’esistenza d’un “linguaggio muto” usato per messaggi segreti, in trattative commerciali e amorose, trasmesso tramite segni tracciati col dito sul palmo della mano dell’interlocutore.
La stratificazione sociale tra i Tuareg è quella tipica dei popoli pastori guerrieri. La nobiltà di sangue è ritenuta di suprema importanza. Il capo supremo (amenokàl) aveva un tempo potere di vita e di morte sui sudditi, benché rimanesse sempre esposto alle insidie degli altri nobili (imuhar) e le sue decisioni più importanti dovessero essere avallate dal consiglio dei capi (arollan). L’insegna del potere è costituita dal gran tamburo regale, il tobòl, di oltre 80 cm di diametro.
Dopo l’indipendenza, l’amenokàl è stato eletto all’Assemblea Nazionale algerina e ne è stato anche rappresentante. Tuttavia, la struttura gerarchica della società tradizionale è fortemente mutata nel corso degli ultimi cinquant’anni.
Quella dei tuareg era una società feudale, in cui nobili fornivano i guerrieri e assicuravano protezione ai vassalli. Cinque erano i gruppi sociali fondamentali e non c’era possibilità di ascendere a classi superiori a quella di nascita. Sotto i nobili imuhar erano i vassalli (imrad), addetti alla pastorizia e alla guida delle carovane, che a loro volta scaricavano i lavori più gravosi sulla casta dei domestici, ex schiavi (iklan). La casta più bassa era costituita da una specie di servi della gleba (bella o harratin, di pelle nera). Infine, c’erano gli inaden, artigiani “fuori casta” del ferro e del cuoio. Questi ultimi non praticavano il nomadismo, ma giravano da un villaggio all’altro, da un accampamento all’altro, per offrire i propri servizi.
Prima il colonialismo e poi la “modernizzazione” hanno distrutto l’economia tradizionale basata sul commercio carovaniero. I Tuareg che ancora nomadizzano nel Sahara o vivono sui massicci montuosi (Ahaggar, Tassili, Aïr) sono oggi circa centomila, mentre gli altri si sono trasferiti più a sud, nel Sahel o nelle città (Bamako, Niamey, N’Djaména, Kano), spinti soprattutto dai lunghi periodi di siccità. Qui i più ricchi vivono come un ceto elevato della borghesia urbana, mentre non è raro che i più poveri traffichino davanti alle porte degli alberghi e cerchino di vendere oggetti artigianali di legno e cuoio e che le ragazze si dedichino alla prostituzione. Alcune tribù continuano a guidare le greggi in transumanza e si spingono talvolta sino al Burkina Faso. Altri hanno scoperto professioni più moderne, come il camionista o la guida turistica.


I Tuareg delle caste superiori sono generalmente alti e slanciati, di pelle chiara, col viso stretto e lungo, il naso lungo, gli occhi scuri e profondi. Sono monogami, ma è consentito a un uomo in viaggio il concubinaggio temporaneo con donne di casta inferiore. Nella società tuareg, un tempo matriarcale, la donna gode di maggiore importanza che in altre società mussulmane e le è consentito chiedere il divorzio di propria iniziativa.
La religione dei Tuareg è un intreccio dell’Islam con credenze magiche ancestrali, legate agli spiriti di natura (junn, plurale di jinn).


Nomadi pastori, vivono per lo più in tende (imahàn) o capanne trasportabili. Costruiscono anche diversi tipi di case stabili, con blocchi di terra pressata con paglia (tub). La zeriba (recinto, in arabo) è una resi¬denza temporanea di frasche, il dahmùs una casa fresca per l’estate, parzialmente scavata nel terreno (il nome è lo stesso dei dammusi di Pantelleria, massicce case di pietra fatte per difendersi dai grandi caldi).
Contrariamente ad altre popolazioni berbere, i Tuareg non portano tatuaggi. Uomini e donne si anneriscono gli occhi con la polvere di solfuro d’antimonio (kohl). I ragazzi si radono i capelli e lasciano solo una cresta al centro, che deve servire ad Allah per trascinarli di peso in paradiso. Le donne si lasciano crescere i capelli e li annodano in treccine. In particolari occasioni le donne si dipingono il volto con ocra rossa o gialla e le labbra con indaco, in modo da farsi una specie di mascherina (le donne Peul usano l’indaco intorno alla bocca, ma con un tatuaggio permanente). Si tratta d’un uso estetico che ha anche un significato di scongiuro e di protezione dal malocchio. Talvolta sia gli uomini, sia le donne si praticano due o tre cicatrici lineari sulla fronte e le tempie che, a contatto con l’indaco dei veli, si trasformano in una specie di tatuaggio permanente. Ciò nella convinzione che tali segni irrobustiscano chi li porta e tengano lontane le emicranie.
L’alimentazione si basa sul latte e sui suoi derivati, miglio e datteri acquistati o coltivati dai servi. Le bestie sono uccise solo in occasione di grandi feste. Il dromedario è l’animale più pregiato, data la sua resistenza nel deserto, ma i Tuareg allevano anche ovini e cavalli (mai i bovini). Gli asini si riproducono in libertà e non hanno valore commerciale.
L’immagine degli “uomini blu”, che non si scoprono mai il volto e hanno la pelle tinta dall’indaco dei propri mantelli, è diventata mitica per il viaggiatore occidentale alla ricerca d’esotismo, come quella delle loro donne, libere e senza veli. Sono purtroppo immagini che rivelano oggi un retroscena di miseria progressiva e di mancato sviluppo.


La bandiera del Fronte di Liberazione dell’Azawad.


L’Algeria respinse, anni fa, i Tuareg fuori delle proprie frontiere, quando erano sprovvisti di mezzi di sussistenza, con la scusa che erano cittadini del Mali. Negli ultimi anni, la situazione si è ripetuta più a sud. I Tuareg sono da decenni in rivolta e in conflitto aperto con i governi del Mali e del Niger e non è facile vedere la soluzione dei loro problemi.
Inoltre oggi si registra nel loro territorio, al di fuori di ogni controllo degli Stati organizzati, la forte presenza del movimento jihadista (integralismo islamico) e di organizzazioni legate al commercio internazionale della droga.
Il Sahara è diventato una zona proibita per i turisti e i viaggiatori che un tempo l’attraversavano.


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