Liutprand - Associazione Culturale

PETIZIONE MONUMENTO LA PALISSE, LEGGI E FIRMA ANCHE TU
sezione articoli
HomeArticoli dal Mondo › Articolo
di Alberto Arecchi
L’HABITAT DEI BASSARI (SENEGAL – GUINEA)



Il “paese bassari” abbraccia la regione sud–orientale del Senegal e quella nord–occidentale della Guinea Conakry, sui contrafforti delle montagne del Futa Jalon. I Bassari costituiscono un caso di studio di grande interesse per gli antropologi, per la loro struttura sociale e le loro concezioni cosmogoniche, poiché mantengono tuttora molti dei loro costumi ancestrali.
Quelli che vivono nel Senegal sono chiamati Bane (nome che indica le capanne coperte con foglie di palme a ventaglio) dai loro fratelli del sud, i quali, poiché abitano sulla montagna, sono detti Bir–dyang (quelli che stanno in alto).
Il modo di vita arcaico, primitivo, vicino alla natura, la spontaneità del loro rapporto con gli agenti naturali ispira reazioni di tipo diverso, ambigue nei loro riguardi. I popoli vicini vedono i Bassari secondo due schemi mentali: o come oggetto di curiosità, una specie di “riserva umana”, da mantenere intatta, come testimonianza d’un passato “primitivo”; o come oggetto di disprezzo, perché mantengono un modo di vita in riprovevole disaccordo con i valori e gli schemi della “modernità”.
Le difficoltà d’accesso alla zona abitata dai Bassari hanno limitato nel passato gli effetti della colonizzazione. Tuttavia essi hanno subìto nei secoli la pressione culturale dei Peul Futa, mussulmani guerrieri. Ancor oggi, nonostante la stretta coesistenza tra nuclei famigliari (i Peul danno latte ai Bassari, in cambio di arachidi), questi ultimi nutrono un sentimento profondo di soggezione verso i primi che, da parte loro, continuano a disprezzarli. Nessun peul futa si siederebbe alla stessa tavola d’un Bassari. Nessun Bassari islamizzato rimane ad abitare con la famiglia d’origine perché i peul, suoi “tutori”, gli impongono di trasferirsi nel loro ambiente.


I Bassari continuano a praticare la “religione degli antenati”, pur con modesti, graduali cambiamenti nelle loro credenze. Gli scambi si sono monetarizzati e i Bassari hanno adottato fucili, carrucole, pentole di ghisa, recipienti di plastica, vestiti fatti con stoffe importate. Anche le abitudini alimentari sono cambiate, con l’uso di prodotti d’importazione. I Bassari hanno conosciuto la tecnologia moderna e le regole sociali sono andate modificandosi. La società bassari era un tempo strutturata in forme matriarcali; poi s’impose il sistema patriarcale, ma la discendenza ereditaria matrilineare fu conservata. Oggi il sistema giuridico dello Stato senegalese li obbliga ad adottare uno stato civile patrilineare (cosa che l’Islam non era mai riuscito a imporre). Anche la loro cosmogonia si è aperta su orizzonti più vasti, le genealogie sacre hanno incluso nuovi lignaggi e certi feticci, un tempo esclusivi d’uno specifico gruppo famigliare, oggi rispondono anche alle preghiere di membri d’etnie diverse.
Nonostante tutti questi cambiamenti, i Bassari (che fra loro si chiamano anche Biliyane) si ritengono ancora e sempre figli dei Biyil, gli spiriti tutelari, assegnati a ogni essere umano o animale, che provengono da un mondo sotterraneo, dalla topografia in tutto simile a quella della terra. Il mondo visibile e l’invisibile interferiscono in un rapporto equilibrato di complementarietà. Un Bassari non può diventare adulto se non frequenta almeno l’iniziazione, che si svolge a Koré, nel Senegal, o a Dyenyé, in Guinea. La cerimonia, però, non è di per se stessa sufficiente. È necessario anche acquisire alcune particolari abitudini e dimostrare, con coraggio e costanza, la propria totale adesione, sia pure tacita e segreta, all’ordine sociale primitivo.
L’organizzazione sociale, fortemente coercitiva, spiega la continuità di tale cultura, nonostante le modifiche avvenute nel tempo. I principali problemi psicologici e sociali si nascono presso i Bassari che emigrano dal proprio territorio. L’emigrazione è divenuta un fatto di massa negli ultimi trent’anni, soprattutto in direzione di Dakar. L’esodo si amplifica. Andare in città in cerca di lavoro permette di sfuggire alle durezze della boscaglia e ai duri lavori della vita contadina. La città consente l’espansione di quell’individualismo che era frenato dalle convenzioni ancestrali. Dopo qualche anno di permanenza in città è pressoché certo che l’emigrante non ritornerà al “paese”, se non per qualche visita ai parenti; ma ormai il suo nuovo domicilio permanente si sarà stabilito in città.
I giovani Bassari che partono per ragioni di lavoro verso la città si cambiano il nome, per proteggersi da possibili discriminazioni, poiché alcune delle popolazioni circostanti mantengono un’opinione fortemente negativa dei Bassari, visti come un popolo primitivo e ateo, perché hanno rifiutato l’Islam.


D’altra parte, la conversione all’Islam costituisce una sorta di chiave con cui gli emigranti possono “accedere a un mondo nuovo”. Dopo le resistenze ancestrali a farsi convertire da parte dei Peul, il Bassari si accorge a Dakar che i suoi feticci e le sue maschere lo condannano all’isolamento totale e che gli sarà possibile riconoscersi in un gruppo soltanto se abbraccerà una delle religioni più diffuse. Certo, la conversione è carica di conseguenze, perché implica una rottura drastica col passato e la riprovazione da parte del mondo di provenienza.
Quanto ai Bassari che rimangono nel proprio territorio. essi sono evidentemente più protetti dalla presenza del gruppo, che assicura il mantenimento della tradizione e un certo grado di coesione. Tuttavia, gli amministratori provengono tutti “da fuori” e le leggi stesse sono estranee ai costumi bassari. Lo Stato, nell’intento di sviluppare i parchi naturali per il turismo esogeno, ha proibito il taglio dei bambù (materia prima per i pannelli intrecciati che servono da pareti nelle abitazioni e ha proibito la caccia per tutta la durata dell’anno. Qualche gendarme più intraprendente ha persino preteso che tutti i Bassari girassero provvisti di carta d’identità e ha imposto umilianti corvées, a proprio profitto, a chi ne fosse stato privo.
I Bassari coltivavano un tempo otto diverse varietà di riso. Alcune di queste erano capaci di crescere anche in stagioni prive di pioggia. Poi, gli esperti agricoli li convinsero che era meglio coltivare un’unica varietà. Oggi, in periodi di siccità, l’unica risorsa è quella di tagliare la legna per venderla. La politica di “sviluppo nazionale” ha cercato d’introdurre sul territorio dei Bassari l’arachide e il mais. Solo l’arachide ha resistito, mentre altre colture sono state progressivamente abbandonate, dopo un indicibile spreco di tempo e di terreni fertili.


Per costituire la riserva naturale di Niokolo–koba è stata addirittura evacuata una vasta area, costringendone gli abitanti (Bassari e Bola, altro gruppo dell’etnia Tenda) a spostare i loro villaggi all’esterno dell’area protetta. In particolare, sono state sottratte alla popolazione alcune zone fertili, nel bassopiano del fiume Gambia, che erano indispensabili per la loro sussistenza. In seguito i Bassari hanno chiesto al Governo senegalese la restituzione di quelle terre. Le nuove generazioni hanno scoperto infatti gli strumenti dell’opposizione legale e sanno usare le stesse “armi” degli espropriatori. I capifamiglia, che un tempo si opponevano alla scolarizzazione dei figli, si arrendono alla realtà: lo studio d’una lingua “straniera” (sia il francese, sia il wolof, lingua dell’etnia maggioritaria) serve a difendersi meglio dall’aggressione sempre più marcata che il mondo ufficiale senegalese pratica quotidianamente contro i Bassari.
Generalmente i turisti vengono nelle zone “selvagge” a cercare il colore locale. Chiedono che si ripetano per loro le danze tradizionali, vogliono vedere le maschere. Ignorano che ogni maschera partecipa, provoca, accompagna, controlla riti sacri e profani, nei momenti che marcano le attività principali dei villaggi, secondo le stagioni. Un solo tipo di maschera può essere esibito dai Bassari agli stranieri, che è detto lukuta ed è presente nelle loro feste per quasi tutto l’anno, salvo un breve periodo fra maggio e giugno.
Siccome i portatori di maschere non devono essere in nessun modo riconosciuti dalle donne del villaggio, il capo avrà cura di mostrare nella danza le maschere migliori, quelle che meglio coprono le fattezze di chi le indossa: da questo punto di vista, i turisti saranno soddisfatti. Tuttavia, non avranno capito gran che del significato della rappresentazione, della sua funzione spirituale e collettiva, di fusione fra i membri attuali e quelli storici delle famiglie e delle tribù.
Danni forse ancor maggiori sono provocati da certi antropologi che, per le loro necessita di “documentazione”, sono giunti, per esempio, a far anticipare d’un anno le feste d’iniziazione per poterle filmare... perturbando così tutti i cicli di vita e il significato sacrale dei gesti. La richiesta di rappresentare parti dei rituali iniziatici, i combattimenti degli odug, cioè dei futuri iniziati, con le maschere dei lukuta, potrà certo convincere i più venali a esibirsi in cambio d’un compenso, ma offenderà gravemente il costume tradizionale e tornerà a detrimento del significato sacrale dei gesti.
Si capisce come l’interesse e l’attenzione dei turisti e degli studiosi siano preferibili, per le popolazioni “selvagge”, all’esclusione si¬stematica dal mondo degli altri uomini, ma è forse questa l’unica via d’integrazione loro consentita?
Il problema si pone in maniera simile per le altre etnie minoritarie del mondo. Occorre affrontare i problemi della loro sopravvivenza con modernismo, con romanticismo, con spirito ecologico, o con quale altro atteggiamento?

I testi che seguono e le illustrazioni dell’articolo sono presi dall’interessante studio “L’habitat traditionnel au Sénégal”, edito nel giugno 1976 sotto la direzione del prof. Dujarric dall’Ecole d’Architecture et d’Urbanisme di Dakar.


I villaggi bassari sono molto dispersi e si trovano in un paesaggio mosso, di colline. Le diverse costruzioni sono talvolta distanti tra loro diverse centinaia di metri e un villaggio può essere composto da non più di 20-30 gruppi familiari, ma sparpagliati su diversi chilometri. Esiste tuttavia un “centro” del villaggio, presso l’abitazione del capo: la piazza pubblica ove si svolgono le feste e le bevute di birra di miglio. Tutt’intorno vi sono capanne che le famiglie occupano quando vengono per la festa. Ci sono anche le capanne dei giovani (ambofor), che essi occupano per dormire, anche se le loro famiglie abitano a chilometri di distanza. Le capanne sono costruite di pietra, ma si possono facilmente spostare per esigenze legate all’agricoltura.


La concession (lotto familiare)


La concessione dei Bassari, isolata tra i campi e spesso distante centinaia di metri da quelle dei “vicini”, è di piccole dimensioni. Spesso raggruppa solo una o due famiglie, imparentate tra di loro.



La capanna

Presso i Bassari le capanne sono piccole, fatte di pietra. I muri, fatti dagli uomini, sono di blocchi di laterite sovrapposti a secco. La porta è consolidata da due cornici.
Quando gli uomini hanno completato i muri, le donne fanno gli intonaci con malta di fango e chiudono ogni fessura. Le donne costruiscono anche i granai, fatti come giare di terra cruda, presso le loro stanze.
L’ossatura del tetto è costruita al suolo, poi innalzata sopra le murature e ricoperta di paglia, con giri a spirale che partono dalla base. All’interno, il letto è fatto con barre sciolte di bambù, appoggiate su due traverse.
Molto spesso c’è un granaio all’interno del tetto, appoggiato su quattro pali.
I granai esterni possono essere grandi panieri intrecciati, posti su piattaforme alte sul suolo, a cui si accede tramite una scala.



L’organizzazione della casa


Ogni donna dispone d’una capanna personale, che condivide col marito e con i figli piccoli.
I giovani vanno a dormire per classi d’età, nei diversi ambofor posti al centro del villaggio.
Le altre costruzioni sono ovili e la capanna per la birra di miglio, e sono disposte in tondo, intorno a un cortile centrale. Tuttavia, presso i Bassari, la concessione non ha mai una recinzione protettiva e “isolante”.


Associazione culturale Liutprand 27100 PAVIA      copyright ©1994-2018 e-mail: liutprand@iol.it