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di Alberto Arecchi
LALLA FATMA N’SUMER, EROINA ANTI-COLONIALE ALGERINA


La Kabilia, un’aspra regione montagnosa a sud-est d’Algeri, è sempre stata un nido, una patria per il popolo berbero, e il massiccio della Djurdjura, con cime che superano i 2300 metri d’altitudine, spesso coperte dalle nuvole, costituisce la loro “montagna sacra”. I Romani lo chiamavano “Mons Ferratus”, Monferrato, per l’asprezza, ma anche per il carattere della sua gente. Il nome “Kabilia”, dato dagli Arabi alla regione, significa “il paese delle cabile (gruppi tribali)”, per indicare il modo di vivere contadino e molto frammentato degli abitanti di queste valli. Un termine analogo a quello di barbari o berberi, usato dai greci e dai romani. Questa gente oppose una fiera resistenza alla conquista romana e - dopo la caduta dell’Impero - scese dai monti a distruggere le città di pietra e marmo, costruite dai legionari. In seguito ebbe a combattere contro altri invasori stranieri: i bizantini, gli arabi, i turchi ottomani.
Nel 1830 i francesi sbarcarono sulla costa africana, presso Algeri, scacciarono i turchi che governavano la regione e stabilirono la propria occupazione militare. Negli anni seguenti intrapresero una lunga, sanguinosa campagna di conquista e di repressione delle rivolte locali. Come sempre è accaduto in questi casi, la popolazione locale si divise e molti algerini si schierarono a fianco delle truppe d’occupazione. In quegli anni, nel villaggio di Werja, nasceva una bambina di nome Fatma. Aveva almeno quattro fratelli maschi: Tahar, Mohand Tayeb, Chérif, El Hadj. Il padre, Ahmed Mohamed, dirigeva la scuola coranica nel vicino villaggio di Sumer. Sin dalla tenera infanzia Fatma mostrò un carattere autonomo, deciso e spesso ribelle alle convenzioni. Apprese a memoria il Corano, come solitamente fanno solo i bambini maschi. Gli alunni di suo padre recitavano continuamente ad alta voce i versetti (surat) del Libro Sacro e anche la bambina li ripeteva. Era dotata d’una memoria stupefacente. Diventata negli anni una giovane di grande bellezza, fu promessa in sposa a un cugino materno. Fatma però non era d’accordo, non voleva accettare il matrimonio combinato. La famiglia, molto irritata, giunse al punto di chiuderla per punizione in un armadio, in cui la tenne per più d’una settimana. Dopo essere uscita da quell’armadio, Fatma sembrava trasformata. Accettò di celebrare le nozze e trasferirsi nel villaggio dello sposo, ma poi non volle consumare il matrimonio. Le discussioni durarono un buon mese. Infine, i parenti del marito la rispedirono alla famiglia d’origine, che la recluse in un isolamento forzato, come se fosse una lebbrosa. Fatma si raccolse in lunghe meditazioni e ciò la portò alla rivelazione (divina o no…) della propria missione. Trattata quasi come una pazza, la giovane si dedicava a lunghe escursioni solitarie sui monti, che duravano giornate intere. Divenne così un’esperta conoscitrice dei percorsi e degli anfratti di quelle montagne. Le accadde persino di scoprire una grotta, che custodiva i resti misteriosi di un uomo mummificato.


Un giorno, Fatma stupì tutto il villaggio con l’annuncio che intendeva raggiungere uno dei suoi fratelli, presso la scuola del loro padre a Sumer, e dedicarsi completamente all’attività di diffusione della fede religiosa. Il fratello comprese che lei aveva “un dono” e l’accolse ben volentieri. Da quel giorno, la giovane si dedicò interamente allo studio del Corano, alla pratica della religione e dell’astrologia, e fu conosciuta da tutti col nome di Lalla Fatma n’Sumer. Lalla è un titolo di dignità, indica un grande rispetto. Era considerata una tabudalit (donna posseduta dallo Spirito), dedita ad una vita ascetica, fatta di rinunce. Di notte sognava e riceveva visioni, quasi allucinazioni. Divenne in breve tempo molto apprezzata per la sua capacità di offrire consiglio nei litigi e nei casi personali più svariati. La chiamavano “la Profetessa”. Per queste ragioni, e per le successive vicissitudini guerriere, c’è chi ha voluto paragonarla a Giovanna d’Arco.
Alla morte del loro padre, a soli sedici anni, Lalla Fatma n’Sumer si trovò a dirigere la scuola coranica insieme al fratello Mohand Tayeb. Riceveva i pellegrini in un locale che esiste tuttora. Si occupava soprattutto dei bambini e dei poveri. La fama della sua saggezza, pietà e intelligenza, si diffuse rapidamente.


Un giorno, Fatma convocò nella piazza l’intero villaggio per annunciare: “Ogni notte, vedo orde feroci che vengono per sterminarci e renderci schiavi. Dobbiamo prepararci alla guerra!” La giovane aveva solo ventidue anni, ma la gente la prendeva molto sul serio. La sua profezia si diffuse per valli e monti e i villaggi si mobilitarono in massa contro l’esercito francese d’occupazione, che percorreva le valli agli ordini del governatore, Jacques Louis César Randon.
La presenza francese in Algeria stringeva sempre più d’assedio la Kabilia, la sola regione rimasta fieramente indipendente. Nel mondo berbero, sulle montagne, si accresceva sempre più la volontà di resistere e difendere la propria terra, anche a costo d’una guerra sanguinosa. A detta del maresciallo Randon, la famiglia di Lalla Fatma, in precedenza indifferente alle contese tra il partito filofrancese e quello antifrancese, passò nel campo dei resistenti a partire dal 1847, dopo la spedizione punitiva del maresciallo Bugeaud nel Wed Sahel.


Un evento decisivo per la vita di Lalla Fatma fu l’arrivo in Kabilia, verso il 1849, di un misterioso personaggio, noto come Bu Baghla. Si trattava probabilmente di un ex luogotenente dell’emiro Abdelkader (il primo ribelle algerino, sconfitto dai francesi nel 1847), e si era ritirato nella sola regione non ancora sottomessa, per proseguire le azioni di guerriglia. Bu Baghla era un combattente valoroso, molto eloquente in arabo e profondamente religioso, e gli si attribuivano doti di taumaturgo. Lalla Fatma fu attratta dalla forte personalità di quell’uomo, che si recava spesso a Sumer per consultare i capi della comunità religiosa. Anch’egli nutriva ammirazione per quella donna, che appariva ben determinata a contribuire alla guerra contro i francesi. Con discorsi infiammati, Fatma convinceva sempre più uomini a partire volontari. Ella stessa, con altre donne, partecipava ai combattimenti e procurava vitto, medicamenti, esortazioni e conforto ai guerriglieri. A ventiquattro anni, era diventata la “comandante morale” della resistenza. Comprava le armi dai turchi, che si erano ritirati dalla regione davanti ai francesi, e mobilitava i villaggi, le donne, i capi tribù. La figlia del marabù era a capo di oltre 7000 combattenti e riuscì a incutere nei berberi di Kabilia il senso d’orgoglio di un’identità nazionale, la volontà di resistere all’invasione. Nello scontro di Wed Sebaou, il 7 aprile 1854, Lalla Fatma, a capo d’un contingente composto di donne e uomini, sconfisse forze superiori per numero ed armamento. Registrò altre vittorie a Illeti, Tahlijt Nath, Burja, Taourirt Mussa e Tizi Buabir, dimostrando così che la resistenza degli algerini all’occupazione non era unicamente privilegio degli uomini, ma che anche le donne sostenevano un ruolo importante. Fatma fu spesso presente a molti dei combattimenti sostenuti da Bu Baghla, in particolare la vittoriosa battaglia di Tachekkirt (18-19 luglio 1854), in cui lo stesso generale Randon rischiò di cadere prigioniero e riuscì a fuggire solo per miracolo.


Tra Fatma e Bu Baghla nacque un forte sentimento, premessa d’un possibile matrimonio, che questa volta Fatma avrebbe accettato di buon grado, in quanto unione tra pari, e non imposizione tesa a trasformarla in custode del focolare domestico. Proprio in quegli anni Bu Baghla divorziò dalla prima moglie e rimandò al precedente padrone la schiava che aveva preso come concubina. Neppure Lalla Fatma era libera. Benché fosse una tamnafeqt (una donna che ha lasciato il marito per tornare alla famiglia di origine, secondo un’istituzione tipicamente cabila), esisteva ancora un vincolo matrimoniale che solo la volontà del marito avrebbe potuto sciogliere. Il marito, per quanto fosse sollecitato, si dice, anche con ricche offerte, non volle cedere.. L’amore tra i due rimase quindi allo stato platonico, anche se non mancarono pubbliche espressioni di questo sentimento. Si ricorda, ad esempio, l’espressione di pubblica ammirazione (“la tua barba non diventerà mai fieno”) che gli rivolse nel corso d’una battaglia, quando egli rimase ferito ad un braccio.


Lalla Fatma era costantemente informata dei movimenti delle truppe francesi. Durante gli attacchi e le battaglie fornì diverse prove di coraggio e riuscì anche a salvare la vita a Bu Baghla, che era stato ferito in uno scontro.
Il 26 dicembre 1854 Bu Baghla rimase ucciso, si disse per il tradimento di alcuni alleati, e la resistenza antifrancese si trovò privata d’un capo carismatico. Nei primi mesi del 1855, in un santuario arroccato sul picco di Azru Nethor, a 1880 metri d’altitudine, si tenne una grande assemblea di combattenti e notabili delle diverse tribù, che decise di affidare il comando delle azioni armate a Lalla Fatma, assistita dai suoi fratelli. La personalità di Fatma trascinava i combattenti di tutta la Kabilia. La giovane diresse parecchi scontri e inflisse gravi perdite alle truppe francesi. Il generale Randon cercò di rompere il muro del silenzio e di ottenere informazioni sul luogo in cui trovare e catturare la Profetessa, “per farla finita con la sua leggenda e i suoi misfatti”. Fatma non si arrendeva e si spostava da un villaggio all’altro, in zone impervie e di difficile accesso per l’esercito francese. La giovane insisteva a chiamare il popolo alla guerriglia in nome dell’Islam, della Patria e della Libertà.


Lo squilibrio delle forze sul campo condusse tuttavia alla sconfitta degli insorti. Fatma si ritirò sulla montagna e continuò a condurre azioni di guerriglia. Il generale Randon e Lalla Fatma raggiunsero un accordo per la cessazione temporanea delle ostilità. Nel 1856 Randon ottenne il grado di Maresciallo di Francia. Stanco delle continue azioni armate della resistenza, nella tarda primavera del 1857 decise d’intraprendere la “pacificazione” della Kabilia. Per prendere d’assalto la regione indomita, radunò un esercito di circa 45000 uomini (35000 soldati francesi più alcune migliaia di truppe indigene), divisi in varie colonne, per portare un attacco contemporaneo da tutti i lati. L’offensiva partì il 17 maggio. Fatma chiamò nuovamente a raccolta il suo popolo, per difendere il territorio.
Lo scontro contro un esercito più numeroso e con un armamento enormemente più efficiente sembrava ormai preludere a una sconfitta inevitabile. I villaggi caddero l’uno dopo l’altro, nel giro di pochi mesi. La prima grande tribù ad essere definitivamente sconfitta fu quella degli At Yiraten, sul cui territorio già il 14 giugno i francesi cominciarono a costruire un forte (battezzato Fort Napoléon, in onore di Napoleone III), come avamposto da cui controllare l’intera regione.
Una forte linea di difesa riuscì a respingere temporaneamente gli attaccanti a Icheriden, il 24 giugno 1857, infliggendo loro gravi perdite, grazie ad un improvviso attacco scatenato da trincee mimetizzate nel terreno. Fatma mostrò il proprio coraggio e un gran talento strategico. Le truppe francesi furono costrette alla ritirata.
La tradizione vuole che Lalla Fatma avesse ordinato ai combattenti di legarsi tra loro con funi perché nessuno fosse tentato dalla fuga. In pochi giorni, però, l’artiglieria ebbe ragione anche di queste difese e il 28 giugno quasi tutte le principali tribù si arresero.


Lalla Fatma era a capo d’un esercito composto da 7000 uomini e parecchie donne. Lo scontro decisivo ebbe luogo l’11 luglio 1857. Nonostante l’aspra resistenza opposta dai berberi, i francesi, molto superiori di numero, li sconfissero. Le donne berbere attaccarono i francesi, ma persero la loro ultima battaglia. Randon e Tahar s’incontrarono per stabilire un accordo e cessare il fuoco. I berberi si dichiararono disposti a cessare le ostilità, alle seguenti condizioni:
- lo schieramento delle truppe francesi fuori dei villaggi e dei gruppi di abitazioni;
- L’esonero dalle tasse;
- L’immunità per i capi della resistenza;
- La protezione dei beni e delle persone.
Il maresciallo Randon finse di accettare le condizioni, ma fece arrestare la delegazione algerina. Poi inviò il capitano Fouchoux ad arrestare Lalla Fatma che si era arroccata, insieme a un certo numero di donne, a Takhlijth n At Aadsu, un villaggio nascosto tra le cime più impervie della Djurdjura, nei pressi del colle di Tirurda. Le cronache degli eventi sono confuse. Si parlò di corruzione e di tradimenti, il che è altamente probabile (gli spostamenti senza guide in quelle regioni impervie sarebbero stati molto problematici). I resoconti di parte francese accusarono il fratello di Lalla Fatma, Mohand Tayeb, di aver venduto la propria tribù patteggiando in cambio il rispetto del villaggio dove era asserragliata la sorella con le truppe più fedeli. Nelle sue memorie, il maresciallo Randon accenna al fatto in modo vago, con l’affermazione che il giorno precedente l’attacco il fratello “era venuto ad inscenare una sottomissione”. Più probabilmente egli non fece che negoziare una resa, dopo la sconfitta militare. In ogni caso, i francesi invasero il villaggio, scacciarono con la forza gli uomini e costrinsero Lalla Fatma ad uscire dalla casa in cui si era rinchiusa insieme alle donne e ai bambini. Così le cronache del tempo descrissero l’evento:
“La casa che contiene la folla dei kabili è sempre chiusa. Dalle alte finestre a feritoia escono gemiti confusi di donne e bambini. L’ufficiale piazza davanti alla casa quattro zuavi, con l’ordine di far fuoco in caso di resistenza, e incarica due uomini di cercare un ariete improvvisato. In tre colpi i due battenti della porta cadono all’interno. Una donna kabila, piccola, piuttosto massiccia, ma bella, appare sulla soglia della casa. Il suo sguardo dardeggia. Il suo viso è tatuato alla maniera berbera. È vestita di fini burnus e ricoperta di gioielli.


Con un gesto imperioso, scosta le baionette degli zuavi, si fa avanti altera, quasi minacciosa: poi, d’un tratto, scorgendo Tayeb, fa un passo verso di lui e si getta tra le sue braccia. È Lalla Fatma”.
(Carrey 1858)
“In quel villaggio c’erano molte donne. Il delatore che vendette Fatma non la conosceva nemmeno. Fu lei stessa ad arrendersi, volontariamente, per salvare la vita d’altre donne. Questa donna di fuoco diceva alle altre donne: “sporcatevi con la cenere, per nascondere la vostra bellezza e preservare il vostro onore”. Fu condotta alla tenda del maresciallo Randon, che era impaziente di conoscere la misteriosa sacerdotessa che aveva saputo tenergli testa tanto a lungo, ed egli le domandò: “Che motivo avete mai per battervi per un paese tanto selvaggio?” La sua risposta fu sferzante: “Queste montagne ci hanno insegnato l’onore!”
Lalla Fatma fu catturata insieme a circa duecento donne e bambini, che furono inviati con lei in un campo di detenzione, nella zawiya di Beni Sliman, presso Tablat, sotto il controllo di Tahar ben Mahieddin, un bachagha (autorità locale) fedele ai francesi. I francesi pretesero un pesante tributo in argento, in bestiame e in oggetti di valore. I soldati s’impadronirono dei gioielli delle donne, di cinquanta fucili e di centocinquanta manoscritti scientifici e religiosi della zawiya di Sumer.
Con Fatma furono confinati i suoi quattro fratelli e altri membri della famiglia, in tutto una trentina di persone. Anche laggiù, la Profetessa continuò ad essere oggetto d’incessanti e nutriti pellegrinaggi dei devoti. Si contarono sino a trecento pellegrini in una sola giornata.
Una poesia composta pochi anni dopo recitava:
« Ahimè, o Fatma n’Sumer!
La Signora dalla chioma tinta di henné:
Il suo nome si spande per tutte le tribù.
L’hanno portata via, è scomparsa, non c’è più.
Eccola a Beni Sliman:
Colate, o lacrime, a torrenti ».
Lalla Fatma morì in prigionia a trentatré anni, a causa di un’infiammazione al basso ventre che provocò gonfiori e paralisi delle gambe: una malattia contratta nel campo d’internamento, in cui le condizioni di vita erano molto rigide. Nessuno, infatti, ne tornò vivo.
Lalla Fatma n’Sumer dovette sostenere una doppia battaglia: come donna, per guadagnarsi la propria libertà nella vita di tutti i giorni, e come combattente nella resistenza all’occupazione straniera. Toccò proprio lei, nata in una famiglia marabutica, in cui le donne sono soggette a controlli strettissimi di sottomissione, essere una pioniera della parità femminile.


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