Liutprand - Associazione Culturale

PETIZIONE MONUMENTO LA PALISSE, LEGGI E FIRMA ANCHE TU
sezione articoli
HomeArticoli dal Mondo › Articolo
di Alberto Arecchi
YENNENGA, REGINA GUERRIERA DEL BURKINA FASO


Il nome Burkina Faso significa "terra degli uomini integri" (nome attribuito dal presidente Thomas Sankara). Alla storia del Burkina Faso è strettamente legata la figura della regina Yennenga.
La storia dei Mossi, uno dei popoli più importanti del Burkina Faso, nasce con questa regina. Temibile guerriera che combatteva a cavallo, Yennenga nacque all’inizio del XII secolo nel regno di Dagomba, che si trovava a cavallo tra gli attuali territori del Ghana e del Burkina Faso. Il re Ndèga, noto anche con i nomi di Gbèwa e di Bawa, padre di Yennenga, era stato capace di riunire le popolazioni insediate lungo il corso dei tre fiumi di nome Volta: i Dagomba, i Mampursi ed i Nankana.
Addestrata all’arte della guerra, la principessa difendeva il suo regno dagli attacchi dei Malinké. Coraggiosa, fedele a suo padre e al suo regno, desiderava conoscere anche l’amore e la gioia d’essere madre, desideri incompatibili con il suo ruolo di capo dell’esercito.



IL MESTIERE DELLE ARMI


Nel XII secolo, dalla città di Gambaga, nel Nord del Ghana attuale, il re Nèdèga governava sui popoli Dagomba e Mampursi. Il suo regno era attaccato dai popoli vicini, soprattutto dai guerrieri Malinké. L’esercito del re difendeva il paese e respingeva gli assalitori.
Nèdèga aveva soltantouna figlia femmina, fuori del comune, che amava moltissimo per il suo carattere dolce ed equilibrato. La ragazza aveva ricevuto il nome di Poko ed era cresciuta in mezzo ai soldati di suo padre. Fu soprannominata Yennenga, "Esile", per il suo aspetto svelto e slanciato.
Sin dalla più giovane età, combatteva come il figlio maschio che suo padre nn aveva avuto, sino ad assumere il comando dell’esercito. Invece di ricevere l’educazione tradizionale riservata alle ragazze, Yennenga accompagnava suo padre a caccia, apprendeva il tiro con l’arco e l’uso della lancia.
Divenne così una cavallerizza molto abile. Sempre in testa nelle battaglie, la princopessa conduceva le operazioni con autorità e si vestiva in modo semplice, da guerriera, tanto che non si distingueva dai suoi compagni d’armi.
I griots (menestrelli, celebratori dei fasti di corte) cantavano così la sua figura:
"Si distingue come un parasole aperto, slanciata come un tronco di palma. La cima dei suoi capelli, acconciata in molte trecce, sembra un giovane rettile arrampicato su un muro. I suoi occhi brillano come la mattina rischiarata dall’argento, mentre va a fidanzarsi con l’oro".
La principessa era molto rispettata e i suoi ordini venivano seguiti scrupolosamente, come quelli del re suo padre. Yennenga amava molto gli animali e li curava, quando erano ammalati. Soprattutto era legata al suo cavallo, che reputava essere il miglior amico dell’uomo. Secondo la tradizione, solo gli uomini cavalcavano, ma Yennenga era una ragazza particolare, incurante delle consuetudini patriarcali e misogine.



MADRE FONDATRICE DELL'IMPERO MOSSI


Il re Nèdèga tendeva a dimenticarsi di avere una figlia femmina e non pensava affatto al suo matrimonio. Cercava soltanto di farne una guerriera conquistatrice, capace di succedergli sul trono, alla guida del suo popolo. La principessa a volte sembrava sognare un’altra vita, come quella delle sue compagne che si erano sposate e avevano una famiglia con figli, mentre lei si occupava soltanto della guerra. Quando sollevava la questione con suo padre, egli le rispondeva che ci avrebbero pensato, un giorno. I pretendenti di sangue importante si presentavano, ma il re negava sempre la mano della figlia con un veto categorico.
Yennenga cercò di dare una lezione a suo padre. Piantò davanti al palazzo un’aiuola di gombo (una pianta molto usata nella cucina africana e medio-orientale) e, quando fu il momento di raccogliere i frutti, li lasciò marcire sulle piante. Il re s’indignò per la trascuratezza e glie ne chiese ragione. Allora lei gli rispose che il campo era come la propria vita : "Se un frutto maturo non viene colto, si secca o marcisce sulla pianta", gli disse. Il re doveva rassegnarsi a trovarle un pretendente, secondo le regole del costume locale.
Suo padre non voleva separarsi da lei e si opponeva a un suo matrimonio. Sembra che la principessa abbia deciso di fuggire, o forse gli eventi presero casualmente un’altra piega. Un giorno non si sa bene come, Yennenga fu portata via da un cavallo focoso sino ad una gran foresta, dove le apparve, presso una capanna isolata, un giovane cacciatore d’elefanti di nome Rialé, figlio d’un sovrano mandingo, il quale riuscì a controllare il cavallo imbizzarrito.
Rialé era stato soppiantato nella successione da uno dei suoi fratelli e si era ritirato a vivere da eremita nella foresta. La principessa gli rivelò la propria vera identità. Nacque un amore tra i due ed ebbero un figlio, che chiamarono Ouédraogo ("stallone"), in ricordo del cavallo imbizzarrito che li aveva fatti incontrare.
La principessa aveva abbandonato suo padre, i suoi guerrieri, il suo regno, per vivere lunghi anni di felicità insieme al proprio compagno. Quando il figlio giunse all’età di dieci anni, lo inviò alla corte del padre, perché vi fosse educato sino al raggiungimento dell’età adulta. Prima di lasciarlo partire, gli disse:
"In quel villaggio troverai un vecchio che mi amava moltissimo, ma io sono fuggita lontano da lui. Gli darai mie notizie e al ritorno mi dirai se mi ha perdonata e se ti ha ben accolto".
La principessa sperava così di rimediare all’aver abbandonato il padre e il proprio paese.


Il vecchio Nèdèga, in effetti, preso dai rimorsi, l’aveva fatta cercare dappertutto, con battute, con l’invio di delegazioni nei territori vicini e persino presso i nemici. Invano, però. Il re aveva finito per rassegnarsi. Quando incontrò il nipote, fu colto da un’intensa emozione, perché riconobbe in lui i tratti della figlia perduta, e gli disse:
"Tu mi rechi una grandissima consolazione alla fine della mia vita, ringrazia per questo tua madre".
Aveva subito abbandonato ogni collera, ogni rimpianto. Colmò il ragazzo di doni e mandò una spedizione con una scorta di guerrieri Dagomba, per cercare la coppia nella foresta di Bitou e accompagnarla di ritorno al suo regno. Quei guerrieri finirono per stabilirsi nella regione dei Bussané e l’incrocio tra i Dagomba ed i Bussané diede origine al popolo dei Mossi. Il loro ritorno fu accolto con grandi feste di gioia, che durarono parecchie settimane. Il re era felicissimo di rivedere sua figlia e di conoscere il genero Rialé. Poi i due vollero ripartire per fondare un proprio villaggio e il re donò loro dei buoi, dei montoni, delle capre, diversi beni materiali, insime a trecento sudditi che andarono a installarsi nel sud del Burkina Faso attuale, per fondare il primo regno (Moagha, al singolare), il regno di Tenkodogo (La vecchia Terra).
Quando Yennenga morì nella sua amata foresta, dopo lunghi anni felici trascorsi con Rialé, le sue spoglie furono trasportate a Gambaga per un funerale grandioso. La sua tomba fu oggetto di profonda venerazione e devozione, divenendo un luogo di pellegrinaggio frequentato dai Mossi. Si vuole che il termine Mossi derivi da una celebre frase pronunciata da Rialé:
"Sono venuto da solo in questa terra, ma ora ho una compagna e avrò molti uomini".
In lingua bambara, "molti uomini" si dice "Morho-si" o "Mogo-si". "Moro" significa " uomo " et "Si" "molti". La provincia fu dunque chiamata Morosi, nome che poi rimase deformato in Mossi.



LA NASCITA DEI REGNI MOSSI


Quanto a Ouédraogo, il figlio della coppia aveva compiuto la propria iniziazione all’età adulta presso la corte del nonno e ritornò a vivere a Bitou dopo la morte di sua madre. Il vecchio re, suo nonno, gli offrì una scorta di cavalieri, cavalli, una cinquantina di vacche, un gregge di mecore e dell’oro.
La regione di Gambaga cominciava ad essere sovrappopolata e i terreni non bastavano più a nutrire tutti. Alcuni compagni di Ouédraogo colsero dunque l’occasione per partire con lui e andare a stabilirsi nella nuova regione. Con questo gruppo di pionieri, egli fondò la città di Tenkodogo. In seguito, si ampliò con la conquista di diversi territori nella zona dei Bussancé. Ouédraogo gettò le basi di un nuovo impero e iniziò la discendenza dei Moro Naba, la linea regnante che ha caratterizzato il potere tradizionale presso il popolo burkinabé.
Naba Ouédraogo ebbe due figli: Naba Rawa et Naba Zungrana. Naba Rawa si stabilì verso il Nord, dove creò il regno Mossi di Yatenga con la capitale Ouahigouya. Suo fratello Naba Zungrana rimase nella capitale di suo padre e la consolidò. Un cugino di Ouédraogo, Diaba Lompo, partì verso l'Est e creò il regno di Gurma, presso l’attuale Fada N'gourma.
Quest’ultimo regno non seguì le stesse vicende dell’impero Mossi, ma la sua storia rimane legata alla discendenza di Yennenga, figlia di Nèdèga, re di Dagomba.
Il nome "Ouédraogo" è ancor oggi uno dei cognomi più diffusi nel Paese.
Il cavallo, lo stallone bianco, è uno dei simboli più importanti, nel Burkina Faso. La squadra nazionale di football è soprannominata "gli stalloni".
La principessa Yennenga è rimasta uno dei simboli dell’unità nazionale burkinabé.
La regina Yennega del Burkina Faso può essere accostata ad altre eroine africane, forti e iconiche, come la regina Pokou della Costa d'Avorio, Ndaté Yalla Mbodj del Senegal, Amina Sarauniya in Nigeria, Kimpa Vita nel Congo, Solitude in Guadalupa, Nehanda Nyakasikana nello Zimbabwe, la regina Hangbé del Bénin... Ma la storia di Yennenga è particolare.
Nelle società africane tradizionali, la donna è da sempre il pilastro che regge la famiglia.


Associazione culturale Liutprand 27100 PAVIA      copyright ©1994-2018 e-mail: liutprand@iol.it