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di Alberto Arecchi
LE CITTA' DELL'ORO

La città di Timbuktù (Tombouctou) rappresentò un mito per gli esploratori europei dell'Ottocento. Gli Europei la conoscevano come "la città dell'oro".
Verso il 1470 il mercante fiorentino Benedetto Dei visitò la città e confermò i racconti che la descrivevano come un centro di opulenza e di cultura. Il viaggiatore parlò di una città ricca di mercanzie, portate da carovane che giungevano da lontano. All'ombra delle ricche moschee e delle lussuose dimore dei commercianti, nella città si ammassavano anche le piccole case e le capanne rotonde dei poveri. Una descrizione ancor più completa è quella scritta nel sec. XVI da Leone l'Africano.
Timbuktù, con i suoi mercati, la sua università, il suo grande palazzo, affascinò l'Europa per secoli. Diverse spedizioni tentarono di raggiungere la città, il cui accesso era consentito solo ai mussulmani.
Nel 1828 il francese René Caillié, travestito da pellegrino mussulmano, riuscì finalmente ad entrarvi, ma ormai la decadenza e le scorrerie dei predoni avevano ridotto la splendida metropoli a "un semplice ammasso di sordide case fatte di terra".
Posta nella zona in cui la grande ansa verso nord del fiume Niger penetra maggiormente verso il deserto, Timbuktù era un punto di scambio tra il trasporto per via fluviale e quello per via di terra. Ciò costituì il fattore principale del suo splendore.
Fu fondata probabilmente sul luogo di un accampamento per la stagione secca dei nomadi Tuareg.
Crebbe col commercio transsahariano dell'impero del Ghana e nel sec. XIV fu inclusa nel dominio del grande impero mussulmano del Mali.
Raggiunse il vertice della grandezza e della notorietà nel periodo del regno songhai (sec. XVI): la ricchezza della città si esprimeva in palazzi raffinati, in moschee e tombe monumentali dei signori, costruite da architetti famosi che venivano dalla Mecca, dal cuore del mondo arabo.
La produzione culturale nella sua Università di Sankoré e nelle scuole coraniche intorno alle moschee ne fecero un centro intellettuale rinomato in tutto il Sudan occidentale (ossia la fascia geografica a sud del Sahel, comprendente l'ex Sudan francese - oggi Mali - da non confondersi con l'attuale repubblica del Sudan).
L'invasione marocchina, alla fine del sec. XVI, interruppe il fiorente traffico transsahariano e ridusse Timbuktù a un piccolo centro di provincia, pallido ricordo del grande centro di scambio dei secoli d'oro. Del resto, ormai, L'epoca del commercio transsahariano era tramontata, sostituita dal traffico marittimo, monopolizzato dapprima dalle caravelle portoghesi e in seguito dalle altre potenze europee: per tutto il continente, era iniziata un'altra stagione storica.
Il carattere della città, all'epoca della sua maggior fioritura, era determinato da due fattori principali. Uno era il traffico stagionale: nella stagione secca (estate) il deserto era troppo soffocante per le carovane e i fiumi troppo secchi per la navigazione. I commercianti si fermavano a Timbuktù, che viveva i suoi periodi più brillanti. Le dimensioni della città erano molto più ampie di quanto fosse necessario per la sua popolazione permanente.
C'era un quartiere, Abaradyu, riservato all'accoglienza di cinquemila cammelli e degli uomini che li scortavano, per portare il sale nella stagione delle piogge. In secondo luogo, Timbuktù era ritenuta un luogo dove si poteva far facilmente fortuna. La classe commerciale, come in altre città sudanesi, era in parte composta da Arabi di passaggio, che andavano e venivano dal Marocco.
Timbuktù non fu mai una città indipendente con un'amministrazione propria. La sua fortuna commerciale era dovuta all'apertura di "città franca" e i suoi commercianti non ambirono mai a esercitare un ruolo politico. La città non aveva nemmeno una cinta di mura fortificate; furono le truppe di occupazione del Mali, e poi quelle del Marocco, a costruirle intorno qualche piccolo bastione. La totale dedizione al commercio dei suoi abitanti fu al tempo stesso la causa della sua ricchezza e la sua maggior debolezza. I quartieri dei commercianti arabi erano separati da quelli dei Songhai. Altri quartieri erano riservati ai Bela, "schiavi" dei Tuareg. Al centro, il grande mercato costituiva il luogo in cui si intrecciavano i rapporti tra le diverse etnie.


Chinguetti
La città di Chinguetti, in Mauritania.


La leggenda di fondazione della città fa riferimento al sacrificio di una donna (Tim Buktu), che avrebbe dato origine al prosciugamento delle paludi e all'emergere dell'isola di terraferma, con al centro l'albero sacro, dove doveva sorgere Timbuktù. Dovevano restare soltanto, nel territorio circostante, nove pozze o stagni sacri, con cui è identificato il corpo della donna sacrificata. L'uccisore di Buktu si dice fosse Sidi Mahmud, fondatore e protettore della comunità urbana, che con quest'atto prosciugò la zona e avviù l'attività agricola. La città rappresenta il suo corpo. Essa è divisa in cinque parti (quella centrale, doppia, e i quattro punti cardinali), a imitazione della divisione intervenuta nel momento della creazione; la zona centrale è il ventre, a nord è situata la testa, a ovest il braccio destro, a est il braccio sinistro, a sud gli arti inferiori.
A ognuna di queste zone sono associate una costellazione e un'attività particolare. A nord, all'esterno della città, è situata la tomba del fondatore Sidi Mahmud, identificata con la stella polare; sia a nord che nelle altre direzioni astronomiche principali una serie di altre tombe di personaggi storici concepiti come "protettori minori", formano "costellazioni" di centri sacri che proteggono la città dalle influenze malefiche. Tradizionalmente, sono 333 santi che, come il serpente sacro, circondano la città d'una cintura vitale.
Le cinque parti di Timbuktù originate dalle membra di Buktu e da quelle dello stesso Sidi Mahmud sono i cinque quartieri che, benché tra loro nettamente differenziati e storicamente sorti in periodi diversi, compongono l'immagine unitaria della città. Essi sono: a nord Sankoré, a est Bella Fanradji, a sud Sarekaena, a ovest Djinguereber, al centro Baga Jindo (Ba Jnde). Quest'ultimo, considerato il cuore (o il ventre) della città, comprende la moschea principale di Sidi Yayah. L'altra moschea, di Kankan Mussa, è situata nel quartiere di Djinguereber.

Sankoré Timbuktù
La moschea Sankoré a Timbuktù.


Ogni quartiere possiede una complessa suddivisione interna, in relazione alle residenze delle principali famiglie, delle unità etniche, delle corporazioni di arti e mestieri. Tuttavia solo per il quartiere centrale, nucleo vitale della città, composto di tre famiglie, è stato possibile risalire a una struttura ordinatamente connessa con il mito delle origini, e in particolare con "l'albero cosmico". Le tre famiglie si considerano rappresentanti il centro, il braccio destro e il braccio sinistro. In questa parte centrale è anche situato il mercato, a nord della moschea, il vero centro della città composta nella stragrande maggioranza da commercianti e artigiani.
Anche l'impianto delle due moschee è concepito secondo un'immagine antropomorfica. La moschea di Djinguereber rappresenta così un uomo in preghiera, con la testa rivolta a nord, quella di Sankoré una donna in preghiera, con la testa a sud, con perfetta simmetria.
Il modello di casa di Timbuktù è un rettangolo, orientato secondo i punti cardinali, cui si accede di solito da sud o da nord. Esso rappresenta, simbolicamente, il corpo del fabbro dal cui sacrificio ha avuto origine il mondo, e la tomba di Sidi Mahmud, anch'essa antropomorfica, il primo edificio in banco costruito nella città. L'immagine antropomorfica ha le braccia aperte e la testa rivolta a sud; essa corrisponde ai campi coltivati e alla suddivisione rituale attuata nel sacrificio primordiale. Delle pietre sacre e delle offerte sono interrate ai quattro angoli della costruzione, sotto gli stipiti della porta principale e sotto il pilastro centrale; sotto le pietre si dispongono oggetti propiziatori.
Secondo la tradizione, la casa doveva avere dodici (o nove) porte, essere costruita tutta in argilla, tranne i pilastri delle porte. All'interno del muro perimetrale lo spazio rettangolare viene suddiviso in nove scompartimenti rettangolari, corrispondenti ai pezzi dell'uomo sacrificato, la cui testa è il vestibolo. L'immagine antropomorfica è, come per la casa dei Dogon, androgina, rappresentando il fabbro e sua moglie.
La corte centrale è il ventre, le camere laterali sono le braccia e le gambe; L'identificazione di queste parti è diversa nei diversi tipi di casa. Ad esempio la divisione tra elementi maschili e femminili può coincidere con una divisione in due parti della casa, secondo l'uso islamico: si tratta allora di un uomo che "poggia" il piede (il sesso) sulla testa (il sesso) della donna". Questo esempio di casa di un marabù è interessante per la netta complementarità tra i due organismi: L'uomo ha un solo braccio, il destro, e un solo piede, il sinistro (= il sesso), mentre la donna ha il solo braccio sinistro e due piedi. Altre interpretazioni di case familiari fanno riferimento al serpente mitico (Cfr. PAQUES).
La facciata delle case, come di consueto, è considerata come il loro "volto"; il coronamento superiore è "il turbante". Nell'esempio citato da Paques, la facciata rappresenta l'albero cosmico, L'essere sacrificale suddiviso in parti (sottolineate dalla suddivisione in pilastri); la porta è una rappresentazione del viso; ma la facciata è anche, in ogni sua parte, rappresentazione di costellazioni e dei movimenti degli astri.
Il traffico a dorso di cammelli (o di cavalli e asini, o per via fluviale) aveva i suoi punti terminali nelle città ai bordi delle foreste; da qui, il trasporto proseguiva a dorso d'uomo. Nella regione più occidentale erano i commercianti Mandé (Malinké) che tenevano le fila del commercio. Nella loro lingua, commerciante si dice diula e ancor oggi nella Côte d'Ivoire e negli altri paesi costieri questo termine indica le genti di stirpe mandinga. Gran parte dei villaggi nati al bordo delle piste devono la loro formazione alle tappe, ai depositi, ai punti di vendita di questi commercianti. Nei villaggi e nelle città, veniva mantenuta la distinzione spaziale tra i gruppi etnici (per esempio, tra gli abitanti del luogo e i nuovi venuti, cioè i commercianti o talvolta i pastori semi-nomadi).
Anche Kumbi-Saleh, l'antica capitale del Ghana, era composta di due città distinte, a una certa distanza l'una dall'altra. Il cronista arabo El Bekri, poco dopo l'anno 1000, scriveva che c'era una zona disabitata di dieci km tra la città dei mercanti mussulmani e quella degli abitanti locali, pagani, organizzata intorno al palazzo reale (Cfr. AL BAKRI). L'Islàm andava diffondendosi con gli spostamenti dei commercianti e delle loro famiglie. La nuova religione s'impose a poco a poco e diede impulso alla nascita di nuovi Stati. Sembra che l'influsso dei commercianti mandinghi abbia avuto la sua parte nella formazione dei regni Akan, lungo la costa dell'odierno Ghana, e nello stato di Bariba, nella regione del Borku, sul fiume Niger, dove ancor oggi si parla un dialetto del ceppo mandé.


Djenné
La grande Moschea di Djenné.


Gli scavi archeologici compiuti nel 1977 e nel 1981 sul sito in cui sorgeva l'antica città di Djenné, nel Mali, hanno aggiornato molte nozioni sulla storia dell'Africa occidentale ed hanno fatto retrodatare di circa un millennio la nascita di questa città, che fu uno dei più fiorenti centri commerciali della regione.
Djenné-jeno ("Djenné l'antica", in lingua songhai) è situata tre km a sud della città attuale, nel delta interno del fiume Niger, in una pianura che ogni anno viene inondata, ricca di cereali e di corsi d'acqua pescosi, dove il riso, il miglio e il bestiame non mancano. La produzione alimentare di questa zona riforniva in viveri Timbuktù, collegata da 500 km di vie d'acqua navigabili. Di qui passava la "via dell'oro", dal Sahara alle foreste del Sud.
La zona principale dell'antica città è oggi un tell, cioè una collina di 33 ha formata dalle rovine degli edifici di terra cruda. Gli scavi compiuti e l'esplorazione delle aree circostanti su un'ampiezza di 1.100 km2 hanno convinto gli archeologi che Djenné fosse già abitata nel sec. III a.C., da una popolazione che sapeva lavorare il ferro e che praticava il commercio. Gli scambi commerciali a lunga distanza erano già allora la ragione per l'esislenza di una ciltà lungo il fiume Niger.
L'antica Djenné importava da lontano la pietra laterite, che non esisteva nei dintorni, necessaria per la lavorazione del ferro, praticata su scala industriale, del rame proveniente dal deserto e dell'oro, a partire dal sec. VII d.C. Intorno alla ricca città si produceva il riso (il riso africano, oryza glaberrima, vi era già coltivato nel sec. I d.C.) e si viveva di prodotti della pesca (compreso l'olio estratto dal pesce).
Tra l'anno 750 e il 1150, nel momento del suo massimo splendore, Djenné cra una prospera città cosmopolita di quasi 10.000 abitanti (20.000 coi villaggi circostanti: la densità della zona era dieci volte superiore a quella odierna). La città era circondata da una muraglia alta quattro metri, con undici porte; aveva da grandi viali con case a uno o due piani, circondate da mimose. Al posto del palazzo del governatore, distrutto nel sec. XI da Kumbanu quando si convertì all'Islàm, fu eretta una moschea che le cronache dell'epoca descrivevano come più bella della Kaaba della Mecca. Questa moschea fu poi distrutta nel 1830. Quella attuale, tanto ammirata da turisti e da architetti innamorati delle costruzioni in argilla cruda, è stata ricostruita nel 1905. Essa richiede una periodica manutenzione delle superfici corrose dalle piogge, come tutte le costruzioni di terra. La scoperta dell'anticacittà di Djenné-jeno ed altri ritrovamenti archeologici (specialmente quello di bronzi del sec. VIII a Igbo-Ukwu, in Nigeria) dischiudono nuovi orizzonti.

Ghana
Una moschea in Ghana.


Si sa ormai per certo che l'Africa occidentale intratteneva scambi commerciali con paesi mollo lontani e che già nel primo millennio della nostra era vi esistevano insediamenti urbani. La cultura del delta interno del fiume Niger richiede un'altra collocazione, mentre era stata ritenuta soltanto il retroterra del commercio del sale e dell'oro, per i secoli più vicini a noi.


NOTA BIBLIOGRAFICA
A.O. AL BAKRI (EL BEKRI), Kitab al Masalik; tr. fr.: Description de l'Afrique Septentrionale, Maisonneuve, Paris, 1911-1912.
H. BARTH, Travels and Discoveries in North and CentralAfrica, 1849-1855, Centenary Edition, London, 1965.
V. PAQUES, L'arbre cosmique dans la pensée populaire et dans la la vie quotidienne du nord-ouest africain, Paris, 1964.


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