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di Alberto Arecchi
L'URBANIZZAZIONE IN AFRICA


Le città africane moderne si sono formate e sviluppate come sede privilegiata delle attività e dei commerci della società coloniale. In quanto tali, esse hanno espresso la cultura, i modi di vita, il sistema di scambi economici di una realtà straniera, profondamente diversa da quella quotidiana della maggior parte delle società africane. In queste città e nelle scuole del continente europeo si sono formate le classi dirigenti destinate a gestire l'Africa moderna, dopo le indipendenze nazionali. Le città africane hanno mantenuto, anche dopo le indipendenze, le loro caratteristiche "esogene". Anzi, la crescita demografica abnorme ha sviluppato ancor più le caratteristiche di estraneità e di opposizione al mondo rurale, risucchiando al tempo stesso enormi risorse all'insieme del territorio.
In un primo momento si cercò di allontanare nel tempo l'urbanizzazione della società africana. Le autorità coloniali temevano il nascere di movimenti di rivolta, che partissero proprio dalle periferie urbane, e tentavano di limitare il processo di urbanizzazione. I lavoratori erano "cittadini stagionali", che dovevano lasciare le famiglie in campagna e trasferirsi da soli a prestare la propria manodopera in città. In Sudafrica, in Rhodesia, nel Congo Belga, queste migrazioni stagionali interessavano ampie regioni, si può dire tutta la parte australe del continente, come un nomadismo stagionale. I cittadini temporanei conservavano i propri legami con i villaggi d'origine, rimanevano proprietari di terreni agricoli e vi ritornavano in periodi di disoccupazione o alla fine del lavoro industriale. L'impiego in città era sempre precario. L'economia dei villaggi tradizionali, pur ricevendo un forte afflusso monetario, ne veniva condizionata negativamente: privati di gran parte degli uomini in età valida, i villaggi dovevano garantire ugualmente la produzione agricola per mantenere le città. Nelle periferie urbane si cercava di compensare il fabbisogno alimentare tramite la piccola orticoltura, il che, unito alla bassa occupazione dei suoli delle abitazioni povere, aumentava enormemente l'estensione delle aree semi-urbane.

La situazione moderna

La città africana è stata oggetto di molta attenzione per la letteratura, il teatro, la poesia e il cinema. I temi della vita urbana non sono stati risparmiati nemmeno dalla banalità e dalla retorica. Tuttavia, ancor oggi, la complessità delle situazioni e delle interazioni tra diversi fenomeni, la difficoltà di reperire dati significativi aggiornati, estesi all'intero continente, non permettono di tratteggiare grandi sintesi.
Secondo gli specialisti del Consiglio scientifico africano, riuniti nel 1961 a Abidjan, in tutta l'Africa vi erano 22 milioni di urbanizzati (il 10% della popolazione di allora). La popolazione di Dakar era passata da 18.400 abitanti (1904) a 383.000 (1960), quella di Accra da 17.900 (1901) a 325.900 (1960), quella d'Ibadan da 200.000 (1890) a 459.000 (1952), quella di Léopoldville (oggi Kinshasa) da 4.700 (1908) a 389.500 (1958), quella di Luanda da 11.600 (1860) a 220.000 (1960), quella di Nairobi da 11.500 (1906) a 250.800 (1960), quella di Salisbury (oggi Harare) da 20.100 (1927) a 192.800 (1958), quella di Bulawayo da 18.600 (1927) a 183.000 (1958).
Nel 1974 la popolazione dell'Africa a sud del Sahara era di circa 310 milioni d'abitanti, il 14% dei quali vivevano raggruppati in agglomerati urbani (ISNARD).
Oggi tale popolazione è cresciuta a 524 milioni, dei quali quasi 104 (il 19,8%) vivono ormai in città con più di 500.000 abitanti. La popolazione urbana, nel suo complesso, è del 33,4%, ma in certi casi, come nella Côte d'Ivoire, l'indice di urbanizzazione supera il 40% e in diversi paesi dell'Africa mediterranea è ormai superiore al 50%.
La prima città africana a raddoppiare la propria popolazione in meno di tre anni è stata Kinshasa (da 1.200.000 nel 1973 a 2.500.000 nel 1976).Un'abnorme crescita urbana si è poi manifestata nella fascia del Sahel e in misura minore negli altri paesi colpiti dalle carestie degli anni '70. Ouagadougou passò da 130.000 nel 1972 a 230.000 nel 1974 e a 350.000 nel 1978; Niamey da 138.000 (1975) a 207.000 (1980).
Nell'anno 2000, n tutta l'Africa, su 810 milioni di abitanti le persone insediate in città superiori al milione d'abitanti saranno 256 milioni (31,6%).
La città del Cairo, col suo grande agglomerato di 27 milioni, raggruppa da sola il 41% della popolazione egiziana, il 15% di quella nordafricana e il 3,3% di tutta l'Africa.
Nelle altre 32 città con più di 2 milioni d'abitanti vivono circa 182 milioni di persone (il 22,5% degli Africani)). Oltre 46 milioni (quasi il 6%) abitano le altre 34 città milionarie (1-2 milioni ciascuna).
La crescente urbanizzazione ha comportato per l'Africa un insieme di vantaggi e di inconvenienti. Da un lato, essa accelera gli sviluppi di un'economia di tipo moderno e riduce l'influenza dei particolarismi tribali, permette una maggiore specializzazione con nuove capacità tecniche e stimola la diversificazione dell'economia. D'altra parte, però, essa drena forze attive dalle campagne per farne degli emarginati cronici nelle periferie non strutturate, stimola inflazione, crea problemi di disoccupa/ione.
Dei trentasei paesi africani che si affacciano sul mare, solo otto non hanno la loro città principale sulla costa. Era logico che queste città venissero scelte come capitali al momento delle indipendenze nazionali. Queste città portuali sono anche grandi centri di consumo: Casablanca, Dakar, Abidjan, Luanda, Maputo o Dar es Salaam assorbono gran parte dei prodotti di importazione e dei prodotti agricoli dei loro paesi.
I porti interni, fluviali e lacustri, costituiscono una seconda categoria di grandi città. Sette tra loro - Bamako, Niamey, N'Djaména, Bangui, Brazzaville, Kinshasa e la grande Khartoum - sono centri economici e capitali nazionali. Il terzo gruppo di grandi città è costituito da importanti nodi stradali: ricordiamo Ouagadougou, Sokoto, Kano, Lusaka, Harare e Bulawayo. Alcune di queste città sono di antica formazione. Altre sono antichi centri di mercato locali. Stupisce il basso numero di grandi città di origine mineraria. La maggior parte si trovano nella "cintura del rame" (Copperlbelt), tra la provincia congolese di Shaba e la Zambia. Altre si trovano in Sudafrica, ma quelle come Johannesburg, che si sono sviluppate, lo devono ad attività diverse da quella estrattiva. In Africa la funzione politico-amministrativa non ha provocato, da sola, lo sviluppo di nessun centro importante. La maggior parte delle capitali africane sono ancor oggi nella sede delle vecchie città portuali dell'epoca coloniale, fatte non tanto per servire i bisogni del Paese quanto per esportare i prodotti agricoli e minerari verso l'estero (e per importare, di ritorno, la maggior parte dei beni manifatturati). Questo tipo d'interdipendenza economica si è accentuato, con il passare del tempo, e si sono aggravati i fenomeni di dipendenza economica. Gli stessi "aiuti allo sviluppo" hanno assunto caratteristiche tali da accrescere la dipendenza dei Paesi "beneficiari" da quelli "donatori".
Alcuni Paesi africani hanno intrapreso la costruzione di nuove capitali amministrative, poste in luoghi centrali rispetto al territorio nazionale (Dodoma in Tanzania, Abuja in Nigeria, Yamoussoukro in Côte d'Ivoire). Certamente, queste iniziative rivestono un importante valore simbolico, ma non riequilibrano automaticamente i pesi dello sviluppo urbano, poiché lasciano invariate le condizioni anormali di crescita economica e demografica delle grandi città portuali (rispettivamente, nei casi segnalati: Dar es Salaam, Lagos, Abidjan).
La città e la campagna, nella realtà africana odierna, rappresentano due mondi e due modi di vita antitetici, completamente diversi e talvolta "nemici" l'uno dell'altro. Nella città si raggruppano tutte le attività proprie di un`economia moderna, i centri amministrativi e decisionali dello Stato e delle grandi imprese pubbliche e private. Solo nella città è possibile usufruire di taluni servizi "civili" che noi Europei siamo abituati ormai a considerare come una rete diffusa su tutto il territorio: citiamo ad esempio la scuola diffusa, la sanità, la disponibilità di energia elettrica, la rete stradale, la posta, il telefono, l'acqua potabile.
La campagna, fuori, è tutto un altro mondo. Le vere basi dell'economia locale risiedono nello sviluppo produttivo del settore agricolo: si tratta di un'affermazione generalmente accettata. Tuttavia, un vero sviluppo dell'agricoltura dovrebbe appoggiarsi sulla consapevolezza e sulla partecipazione della realtà sociale contadina, con i suoi valori e le sue tradizioni. Invece, questi valori e queste tradizioni sono molte volte studiati dagli antropologi stranieri, ma sconosciuti o disprezzati come "primitivi" da coloro che presiedono all'elaborazione dei progetti di sviluppo economico e sociale. Da un lato, i funzionari degli uffici studi dei Ministeri ragionano con un'ottica contraria a quella dei contadini. Dall'altro, continua ad accrescersi il numero di abitanti rurali che, sempre più privi di mezzi di sussistenza e scoraggiati nelle speranze di un futuro migliore, emigrano verso le periferie urbane, alla ricerca di una diversa fonte di reddito. (questo fenomeno, ovviamente, incrementa l'emarginazione urbana, poiché la disponibilità di posti di lavoro "strutturati", nella città, non è certo equivalente all'attrazione quasi mitica che essa esercita sui diseredati.
La città è miticamente presentata come un mondo che offre ampie possibilità di riuscita, uguali per tutti. In realtà, essa è livellatrice di valori e tende a destrutturare il sistema di riferimento sociale dei nuovi immigrati. Accade naturalmente che, nelle periferie urbane, i nuovi arrivati tendano a raggrupparsi in unità di vicinato (chiamate spesso "villaggi") che si identificano con i villaggi rurali o i gruppi etnici di provenienza delle varie famiglie. Così, poco a poco, le periferie urbane diventano rappresentative del mosaico etnico e socio-culturale del Paese intero, molto più di quanto non possa esserlo l'Assemblea nazionale dei parlamentari. Da queste periferie emerge una nuova realtà socio-economica, che sempre più si sta cercando di conoscere e di valorizzare per uno sviluppo reale dell'economia: è quello che si chiama "settore informale", o "economia sommersa".
Anche se vive in un agglomerato di poche migliaia d'abitanti, l'operaio o l'impiegato africani hanno modi di vita urbani, ben diversi da quelli tradizionali di contadini, pastori, cacciatori, artigiani dei villaggi. La casa in città è comprata, affittata o comunque ottenuta su un mercato anonimo e impersonale. Quando si tratta di un'abitazione autocostruita, con meccanismi tradizionali di aiuto mutuo, si tratta di una baracca periferica, definita "precaria" o "abusiva".
La crisi degli alloggi è un fatto cronico, nelle realtà urbane, e costringe a rompere le tradizionali consuetudini di ospitalità. La vita urbana è incompatibile con la famiglia poligamica tradizionale. In campagna, l'agricoltore con più mogli era più ricco perché la sua famiglia poteva coltivare un numero maggiore di campi, mentre in città una famiglia con più mogli diviene un carico economico sostenibile soltanto da pochi (e quindi, in alcune realtà, rappresenta inequivocabilmente un'immagine di ricchezza e diviene un simbolo di stato sociale).
L'abbandono delle forme di vita tradizionali, chiamato con un brutto neologismo "detribalizzazione", trova la propria origine nelle nuove condizioni urbane, in cui vive una percentuale sempre più alta degli Africani d'oggi.
Giovani, donne, altre persone prive di un mestiere stabile, si inventano attività economiche transitorie e mutevoli, che vanno dai lavori più umili a quelle che noi oggi siamo arrivati a chiamare "società di servizi": dal lustrascarpe al colporteur (portabagagli, che trasporta pacchi pesanti a domicilio per le vie della città); dal taxista abusivo alla venditrice di sigarette e di frittelle; dal lavaggio delle auto alla custodia nelle aree di parcheggio, sino talvolta alla guida turistica, al venditore ambulante di oggetti di artigianato locale o di utensili per la casa, o di gadgets elettronici importati da Hong Kong, ecc.
Quale può essere il futuro di tutti questi nuovi mestieri non strutturati e non valutabili con i criteri tradizionali dei nostri economisti? È difficile dirlo, ma è importante rendersi conto che intorno ad essi e intorno ad attività nuove (come, ad esempio, l'approvvigionamento di frutta e verdura tramite la formazione di "orti urbani" nelle stesse periferie) passa l'evoluzione della città africana e forse, in un prossimo futuro, l'elaborazione di un nuovo modello di città. Così come nuove forme di solidarietà tra i "villaggi urbani" ed i corrispondenti villaggi rurali di origine riescono, in certi casi, a formulare proposte di sviluppo autogestito molto più valide di alcuni "piani di sviluppo" della cooperazione internazionale.

Gli insediamenti precari urbani

Il tasso annuale medio di crescita della popolazione africana si aggira intorno al 2,9%, mentre quello delle grandi città tocca l'8% e non sono più casi eccezionali quelli di città che crescono del 10% o più, là dove l'esodo rurale si accentui per calamità naturali o fenomeni legati allo sviluppo disuguale del territorio. Il tasso di crescita degli insediamenti urbani precari e marginali, poi, è mediamente superiore al 25% annuo. In Africa, ogni anno, oltre cinque milioni di persone cercano nuovo alloggio alla periferia delle città. La grande maggioranza di questa nuova popolazione urbana sembra destinata a sopravvivere nella totale incertezza, nella precarietà, nella ricerca (priva di speranze reali) di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, ai margini del "grande miraggio" costituito dalla città moderna.
I nuovi miti, le nuove sette religiose, le lotterie e le speranze riposte nei "moltiplicatori di banconote" che proliferano dappertutto, rendono solo superficialmente l'idea di questa perenne attesa dell'evento miracoloso, che possa trasformare la vita, così diffusa nelle periferie delle grandi città.
Oltre l'80% degli abitanti di Lagos, di Maputo e di Addis Abeba vivono in quartieri malsani, fatti di abitazioni precarie e privi di servizi civili.
Secondo stime recenti, la percentuale delle abitazioni marginali è del 65% a Bamako, 52% ad Accra, 63% a Kinshasa, 90% a Yaoundé, 65% a Ouagadougou. Il 40% degli abitanti di Nairobi e oltre la metà di quelli di Nouakchott conoscono situazioni analoghe nella lotta quotidiana per la sopravvivenza.
I quartieri marginali costituiscono un terreno di transizione tra il mondo rurale e quello urbano, abitato da gente che ha - il più delle volte - rifiutato definitivamente il primo e che non vivrà mai nel secondo. La qualità della vita decade rapidamente, a livelli inferiori di entrambe le altre due dimensioni (la rurale e l'urbana). Insufficienza economica, dipendenza, delinquenza, congestione abitativa, precarietà, sono solo alcuni dei fenomeni che caratterizzano l'habitat marginale urbano. Nei Paesi in cui tale fenomeno assume proporzioni più rilevanti, il decadimento fisico dei quartieri degradati crea slums, bidonvilles, caniço, musseque, tchika, baracche e paillottes. I materiali stessi usati per la costruzione, ridotti al minimo livello di protezione dell'intimità e di dignità, identificano la marginalità.
In altri luoghi (ad esempio a Capo Verde o in Guinea Bissau) non si percepisce differenza di stili e di materiali che caratterizzi l'emarginazione urbana. La soglia è quasi impercettibile, ma permane il fenomeno. Masse di abitanti che abbandonano le attività di produzione agricola per gravare sulle città, generano fenomeni di parassitismo e provocano il tracollo dell'organizzazione urbana tradizionale, costituiscono una realtà grave, anche in piccole proporzioni, quando tale fenomeno sia rapportato ad una media o piccola economia.
Persino a Libreville, nello stato più ricco dell'Africa nera, con un reddito medio pro capite superiore a quello di alcuni paesi europei, nei quartieri di Akébé-Plaine le baracche di tavole e di cartoni si allineano lungo le pozzanghere e gli scarichi di fogne a cielo aperto, veri nidi di topi. Sui giornali delle capitali africane non sono infrequenti notizie come questa riportata da "Fraternité-Matin" di Abidjan: "I bulldozer sono arrivati a Abobo-avocatier ed hanno raso al suolo mille alloggi costruiti senza autorizzazione".
Per i governi, l'habitat precario è essenzialmente questo: illegale, non autorizzato, oppure semplicemente "non censito, inesistente". La politica del bulldozer ha precedenti lontani: già nel 1906 si provvedeva a demolire lo slum di New Bell, nel Camerun. L'unico risultato è stato, per diversi deeenni, quello di far riprodurre le cinture di baracche ad una distanza via vìa maggiore dai centri urbani (SOULOU).

NOTA BIBLIOGRAFICA
"Cooperazione", Rivista del Ministero Affari Esteri, Roma.
A. ARECCHI, La casa africana, Milano, CittàStudi, 1991; Abitare in Africa, Milano, Mimesis-Liutprand, 2000.
Y. SOULOU, Bidonvilles: la politique du bulldozer, "Afrique Nouvelle", Dakar, 26 avril - 1er mai 1984.
H. ISNARD, Géographie de l'Afrique tropicale et australe, "Que sais-je?", PUF, Paris, 3. ed., 1974.


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