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di Abduljabbar Mustafa Baghawan
KARKUK - KIRKUK - KERKUK
Il futuro della pace in Iraq


Il problema iracheno è emerso in modo evidente all’opinione pubblica mondiale solo negli ultimi anni, precisamente dopo l’invasione del Kuwait, piccolo stato confinante con l’Iraq, il 2 agosto 1990. Quest’invasione fu una nuova follia del dittatore iracheno, appena uscito sconfitto da un’altra guerra con l’Iran durata otto anni, con più di un milione di vittime nei due paesi belligeranti, oltre danni economici incalcolabili. In questa guerra l’Iraq aveva avuto un appoggio più che totale da parte di tutti paesi occidentali, in modo particolare gli USA, e di tutti i paesi del golfo, perché l’Iraq facesse lo scudo per impedire l’espansione della rivoluzione islamica sciita iraniana.
L’occupazione del Kuwait fu un’altra follia del dittatore iracheno e provocò una svolta della politica degli USA nei confronti dell’Iraq: questa volta per l’occidente il dittatore è diventato il nemico numero uno.
Gli Stati Unti d’America e i loro alleati hanno cercato di eliminare Saddam dal potere in Iraq. È stato un bene per i popoli iracheni liberarsi da un regime che non ha fatto altro che disastri per il proprio popolo, massacri di massa, bombardamenti chimici, fosse comuni, privazione dei diritti umani e della libertà… ecc.
Il 9 aprile 2003 Baghdad è caduta, l’esercito americano passeggia con i carri armati nel centro della città, non esistono più né guardia repubblicana, né Fidaeen Saddam, polizia segreta, il dittatore con i suoi seguaci fanno perdere le loro tracce. I popoli iracheni festeggiano, l’incubo è finito: possiamo vivere e respirare liberamente. L’esercito americano e le forze alleate non conoscono bene la realtà irachena, non gestiscono bene la situazione del dopo guerra, un paese di 25 milioni d’abitanti da 35 anni sotto la dittatura è allo sfascio, senza esercito, senza forze di sicurezza, privo di acqua potabile, di luce, di tutto. Crescono i problemi, uno di questi, che è sicuramente la più importante il problema della provincia di KARKUK.

KARKUK (Kirkuk, Kerkuk) è la quarta provincia irachena per la sua demografia e la più grande della regione kurda, è il cuore economico di tutto l’Iraq per i suoi giacimenti petroliferi. Situata 250 km a nord di Baghdad, attualmente ha più di un milione di abitanti, un provincia-mosaico di etnie e religioni. Ci vivono Kurdi, Turkumani, Arabi di religione musulmana (sunnita e sciita), Assiri, Caldei e Armeni di religione cristiana (cattolica e ortodossa). Circa metà della produzione petrolifera irachena viene da questa città sin dal lontano 1927. Tutti i documenti che appartengono al periodo prima della nascita dello stato iracheno (1921), che sono documenti in prevalenza ottomani, e i documenti di dopo la nascita dello stato iracheno sino al 1963, con una sicurezza assoluta confermano che la maggioranza assoluta della popolazione della città di Karkuk è kurda, al secondo posto i turkumani e poi gli arabi e gli assiri, caldei e armeni. Prima della nascita dello stato ebraico ci viveva anche una comunità consistente di ebrei. Anche dal punto di vista geografico, il territorio di Karkuk, secondo questi documenti, appartiene al Kurdistan.

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Per la sua posizione strategica ed economica, i governi che sono arrivati al potere in Iraq hanno cercato di togliere la città al Kurdistan. Ricordiamo in modo particolare la politica di arabizzazione, cominciata dal 1963, con il primo governo basista, durato soltanto 9 mesi (8 febbraio–23 novembre 1963), che ordinò la deportazione di tutti gli abitanti dei villaggi vicini ai campi petroliferi ed insediò al loro posto gli arabi. Con il secondo governo basista (17 luglio 1968–9 aprile 2003) questa politica si è ampliata in modo massiccio, cominciando con il trasferimento di tutti gli operai e impiegati della compagnia petrolifera dalla città verso il sud dell’Iraq (furono migliaia), poi gli impiegati dell’ufficio anagrafe e quelli dell’istruzione e il resto dei dipendenti pubblici. Fu proibita l’assunzione di nuovi diplomati o laureati kurdi o turkumani in questa città, anche come dipendenti di privati, quindi tutta la popolazione non araba non poteva costruire, comprare o addirittura restaurare i propri beni immobili, e dall’altra parte agli arabi che si trasferivano qui dal sud veniva elargito un dono di 10.000 dinari iracheni (con il cambio di allora $30.000 USA), più il terreno per costruire una casa (per questo motivo essi vengono chiamati localmente gli arabi di 10.000 dinari), il lavoro assicurato, o veniva assegnata loro una casa sequestrata dai kurdi.
Dopo la caduta di Baghdad, il 9 aprile 2003, è caduta anche la città di Karkuk il giorno dopo: cresce la speranza della popolazione deportata per il rientro nelle proprie case e per riavere il proprio lavoro, ma l’autorità militare americana ferma subito il processo, il problema esiste ancora. Sono migliaia le famiglie kurde profughe che attendono ai bordi della città, che vivono nelle tende o nelle caserme abbandonate o nel grande stadio della città. Una certa parte di loro hanno cominciato a costruire abusivamente alla periferia della città, il che crea grossi problemi per la nuova amministrazione della città.
Bisogna ricordare che quasi tutte le forze politiche, culturali e sociali kurde sono d’accordo che la città non è una città kurda, bensì una città della fratellanza tra tutte le etnie e religioni che ci vivono, pur essendo indiscutibile la sua appartenenza alla regione kurda.
Il governo provvisorio iracheno ha rinviato l’effettuazione di un censimento giusto e reale a dopo le elezioni del 2005.

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La caserma ottomana (1863).

Sul piano sociale, tradizionale e culturale, si possono toccare diversi aspetti: quelli dei Kurdi, dei Turkumani, degli Arabi e dei Cristiani. Si possono vedere per esempio in una casa da té i diversi costumi tradizionali delle diverse etnie, nei ristoranti si possono assaggiare piatti diversi, ascoltare la musica e parlare diverse lingue, vedere i luoghi di culto, le moschee del culto musulmano sunnita, la hussainiah, luogo di culto musulmano sciita, le chiese nei vari quartieri della città, i cimiteri islamici e il cimitero cristiano, quartieri abitati da una sola etnia o quartieri con popolazioni di diverse etnie.
I rapporti tra le popolazioni sono normali, vi sono casi di matrimoni misti, affari commerciali, frequenze dei luoghi di culto, di cultura, le scuole, e soprattutto nello sport. L’unico problema è stato costituito dal regime con la sua politica, che ha cercato di cambiare il volto della città con la discriminazione di una parte in favore all’altra, e di creare problemi anche tra le popolazioni autoctone.
La città capoluogo della provincia si estende, ad est e ad ovest, sulle due sponde del fiume Khassa. Ad est del fiume sorge l’antica cittadella, unica testimonianza storica rimasta dell’antica città. Questa cittadella era abitata, ma nel 1998 il regime dittatoriale ha raso al suolo tutte le abitazioni e l’ha trasformata in una caserma militare per controllare la città. Questi beni, che appartengono all’umanità, devono essere protetti dagli organismi internazionali, in modo particolare l’UNESCO, perché si tratta d’un bene archeologico prezioso e unico.
La deportazione dei kurdi e l’insediamento degli arabi ha provocato uno sviluppo orizzontale selvaggio della città, sono stati costruiti quartieri enormi alla periferia sud e sud-est, senza un minimo rispetto per il fatto urbanistico o per l’importanza storica della città, inoltre una buona parte delle case o degli immobili storici, con le caratteristiche architettoniche della tradizionale locale, sono crollati per mancanza della manutenzione, o sono stati rasi al suolo con la scusa di costruire qualche strada. Il vero motivo era unico: deportare i kurdi al di fuori della città ed insediare gli arabi al loro posto.


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