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di Alberto Arecchi
GHEGARD (GEGHARD)
Un monastero armeno scolpito nella viva roccia




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Gli anonimi progettisti delle architetture popolari "scavate" in roccia non cercavano coscientemente di "modellare spazi di rappresentanza". Il loro obiettivo prioritario era la realizzazione di ambienti favorevoli alla vita quotidiana, con un microclima migliore di quello esterno. L'immagine di una casa dipende dalle tecniche e dal saper fare del momento in cui è stata creata, ma è anche il riflesso dei modi di vedere sociali, culturali e religiosi di chi l'ha costruita.
La scenografia cosciente degli spazi appare soprattutto nell'architettura religiosa e monumentale. Il suolo del luogo e la tecnica di scavo sono fortemente determinanti per gli spazi ottenuti. Le forme scavate oscillano tra due estremi. Da un lato l'affermazione, o almeno l'accettazione, dell'originalità conferita dal materiale e dalla tecnica impiegata. All'altro estremo, il desiderio di far dimenticare proprio tali elementi e di imitare l'architettura costruita in elevazione.
Tutte le capacità espressive dell’architettura scavata si ritrovano, con intensità ed enfasi forse senza eguali, nel complesso monastico di Ghegard (Geghard), in Armenia.
Non si conosce la data del primo insediamento, ma in una delle grotte sgorga ancora una fonte, ritenuta sacra sin da epoca precristiana. Intorno ad essa, al principio del sec. IV, fu fondato un monastero chiamato Airivank, ossia “il monastero scavato”, del quale non rimane più nulla. I monaci occuparono con le loro celle numerose cavità naturali, con pochissimi adattamenti che consentissero la regolarità della loro vita quotidiana. Sulla via d’accesso al monastero, la cappella di Grigory “l’Illuminatore” fu eretta prima del 1177, anch’essa in parte scavata nella roccia e in parte costruita, su pianta rettangolare, con l’abside a ferro di cavallo. In seguito, quando l’istituzione del monastero si sviluppò e divenne una potenza civile e sociale, furono costruite diverse chiese. Il nome attuale fu dato nel sec. XIII, quando la tradizione locale vuole che qui fosse portata la ghegard, la leggendaria lancia di Longino. Il monastero, danneggiato nei secoli da incursioni musulmane e da terremoti, fu allora ricostruito per iniziativa dei principi Proshian. La zona delle celle fu ripetutamente ricostruita in seguito, sino agli anni 1968-71.

pianta .

Monastero di Ghegard (Armenia). Pianta generale.
1 – Chiesa principale (1215).
2 – Vestibolo scavato della chiesa principale.
3 – Chiesa rupestre detta Avazan, “il catino” (con la firma dell’arch. Galdzag, 1240 ca.).
4 – Tomba di famiglia dei principi Proshian (1283).
5 – Chiesa rupestre di S. Astvazazin (1283).
6 – Sepolcro di Papak e Ruzukan (1288).
7 – Edifici di servizio.
8 – Grotta-biblioteca, crollata intorno al 1950.
(da: O. Kh. KHALPAKHCHIAN, Arkhitekturniye ansambli Armenii, Architectural ensembles of Armenia, Moscow, Iskysstvo Publ., 1980).

«Si capisce la ragione di questo accanimento a scavare la montagna, confrontato alla folle ricerca di nascondersi nelle viscere della viva roccia, per turbare il meno possibile l’equilibrio della natura. Non si tratta di una preoccupazione di salvaguardia dell’ambiente: è piuttosto il fatto che la cavità, naturale o artificiale, costituisce una specie di archetipo dello spazio sacro, come un germe intorno al quale si cristallizzano tutti gli interventi... L’eccezionalità di Ghegard nasce dal rapporto eterno e originale tra l’uomo e la terra (homo/humus). Prima l’uomo si è in qualche modo vestito della natura che lo circondava, quindi vi ha calato l’ispirazione a “inventare” nuovi spazi, nel senso etimologico del termine, ossia di porre in evidenza relazioni e significati nascosti, “ritrovati” nella natura».1 [1]

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Monastero di Ghegard: la cupola - Sezione d'una tradizionale casa armena sotterranea.



Da questa citazione emerge il rapporto tra il sacro e la terra, matrice tellurica. Sul piano strettamente architettonico, gli edifici di Ghegard presentano una qualità ed una precisione eccezionale nel lavoro d’intaglio della pietra, cesellata come un’opera di oreficeria. Ciò è reso possibile da un tufo più duro di quello della Cappadocia. Le sette chiese a pianta quadrata e i cimiteri dei nobili presentano, per la pianta rettangolare e l’abbondanza di elementi architettonici, come capitelli lavorati, decorazioni, bassorilievi, pennacchi a tromba delle cupole, caratteristiche legate in generale alla logica dell’architettura costruita. Perfezione degli intagli, dei tracciati, delle modanature che sottolineano le parti principali, finezza e complessità delle decorazioni in bassorilievo, trasformano completamente lo spazio interno. Il riferimento alla grotta passa in secondo piano, rispetto all’onnipresenza dei simboli della sacralità.
La lettura delle piante e delle sezioni mostra quanto sia armonica la transizione tra lo spazio scavato e lo spazio costruito, in una continuità senza rotture. Le chiese scavate, come quella costruita, rivelano un’omogeneità di concezione che unifica gli spazi interni, nel trattamento delle cupole a stalattiti, delle pareti, delle forme delle aperture e dei capitelli.

[1] A. MANOUKIAN, Ghegard, in “Documenti di architettura armena”, 6, Milano, Ares, 1978.

Da: La casa nella roccia, Liutprand, 2001.


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