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Liutprand - Associazione Culturale

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Articoli

di Alberto Arecchi

MOZAMBICO - IL PROGETTO MAXAQUENE

una periferia urbana risanata in autocostruzione

L'indipendenza del Mozambico fu conquistata nel giugno 1975 dopo una lunga e sanguinosa guerra contro le truppe coloniali portoghesi. L'economia era distrutta e occorreva costruire una nuova organizzazione statale. Il primo Governo indipendente si propose di costruire una societÓ di tipo socialista. Alle difficoltÓ economiche si aggiunsero l'aperta ostilitÓ del Sudafrica e la lotta di liberazione dell'ex Rhodesia, in cui il Mozambico forniva appoggio ai guerriglieri zimbabweani. Lo stato coloniale non esisteva pi¨. Molti posti nell'amministrazione furono occupati da cooperanti e uno sparuto gruppo di italiani si ritrov˛ a lavorare fianco a fianco con militanti della sinistra portoghese, brasiliana, cilena, del movimento socialdemocratico svedese, con funzionari dei Paesi dell'Est europeo, della Corea del Nord, cubani, con esperti e volontari di diverse Agenzie delle Nazioni Unite.
In tale contesto si incontrarono due giovani architetti trentenni: lo svedese Ingemar Sńvfors, incaricato dal PNUD-UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) dello studio di un progetto di rinnovamento urbano, e l'italiano Alberto Arecchi, cooperante presso la DirecšŃo Nacional de HabitašŃo. Il primo si era occupato, sin dalla tesi di laurea, di sistemi di tecnologia "appropriata", quali strutture reticolari realizzate con i legni della savana, anzichÚ con elementi metallici di tecnologia avanzata. Il secondo proveniva da esperienze di urbanistica con forte partecipazione popolare, aveva partecipato allo studio ed alla redazione del Piano Regolatore di Pavia ed aveva avuto il suo "battesimo africano" in Somalia, durante le traumatiche vicissitudini della grande siccitÓ e dell'esodo dei nomadi verso una sedentarizzazione pi¨ o meno forzata. Prese corpo un'interessante esperienza di risanamento urbano, nella periferia urbana della capitale Maputo. Le periferie "precarie", nel Mozambico, sono chiamate canišos, perchÚ di cannette Ŕ costruita la massima parte delle loro abitazioni.
La capitale Maputo, che in epoca coloniale si chiamava Lourenšo Marques, fu ribattezzata dopo l'indipendenza. Essa sorge lungo la costa orientale dell'Africa, all'estremitÓ meridionale del Paese. La cittÓ coloniale di cemento e la periferia spontanea erano dialetticamente indispensabili l'una all'altra, come aspetti antitetici della medesima realtÓ. I quartieri di abitazioni spontanee erano concepiti come zone di riserva destinata all'espansione graduale della "cittÓ di cemento", soprannominata in etÓ coloniale Xilunguine (pron. Scilunghine = "la cittÓ dei bianchi"). L'espansione del cemento non risanava le periferie, ma provocava piuttosto l'espulsione dei ceti sociali dipendenti verso periferie ancora pi¨ lontane, per costruire nuove zone residenziali destinate agli europei. Il sistema di trasporti pubblici era funzionale al pendolarismo della manodopera africana fra i quartieri indigeni e il centro urbano, mentre i piani regolatori puntavano all'espansione della rete di traffico privata, con una rete di arterie di trenta e quaranta metri di sezione. All'interno di queste maglie le societÓ immobiliari prevedevano lottizzazioni residenziali, mentre nel centro della cittÓ la densitÓ fondiaria raggiungeva indici molto elevati: sino a quindici o venti piani edificati su aree superiori alla metÓ dei lotti di pertinenza.

canico

La periferia di Maputo.

La periferia si trasformava gradualmente in ambiente semirurale nei sobborghi estremi della cittÓ. Nei centri dei vari quartieri e lungo le vie di attraversamento, la densitÓ delle aree di canišo superava i 400 abitanti per ettaro. Gli abitanti del canišo mantenevano legami stretti con le province e i villaggi di provenienza rurale. La mobilitÓ tra campagna e cittÓ era notevole, in particolare per l'alto numero di "falsi celibi", che avevano le famiglie in zone rurali.
Negli ultimi anni prima dell'indipendenza la CÔmara Municipal (ossia il Municipio) aveva iniziato il risanamento dei quartieri periferici. Ci˛ impedý che la situazione divenisse disastrosa, ma gli interventi attuati non erano ancora sufficienti. In particolare era molto scarsa la rete di distribuzione dell'acqua, sino a casi limite di un rubinetto per 1000 persone. Dopo l'indipendenza si rese necessario anche un riesame della viabilitÓ in funzione dei trasporti pubblici. Si imponeva una radicale modifica dei meccanismi di pianificazione, con l'avvio di piani di autocostruzione e di risanamento igienico di interi quartieri "precari". Era forte la domanda di strade, soprattutto per permettere l'accesso alle case con i mezzi d'emergenza (ambulanze, pompieri). Altra esigenza urgente era quella di drenare l'acqua piovana, poichÚ gran parte del canišo di Maputo insiste sull'area delle Lagoas, pantani naturali senza emissario che si creavano nella zona pianeggiante alle spalle della cittÓ. Il governo invit˛ le popolazioni delle periferie urbane a sospendere la sostituzione di capanne e baracche con edifici pi¨ stabili in muratura, per attendere le nuove linee direttive dello sviluppo urbano. Le difficili circostanze politiche ed economiche, si sono prolungate per oltre vent'anni (anzi, si sono persino aggravate), fecero rinviare sine die lo studio di un nuovo Piano Regolatore. Occorreva tuttavia definire nuovi assi di viabilitÓ e nuove aree per infrastrutture di servizio, e sostituire nuovi schemi d'intervento a quelli del vecchio Piano Regolatore, tutto orientato verso l'intervento delle grandi compagnie immobiliari di investimento e incentrato sulla mobilitÓ individuale automobilistica (grandi assi di penetrazione autostradale e forte sviluppo della viabilitÓ interna ai quartieri residenziali multipiani). Nell'autunno del 1976, un gruppo di studenti svedesi dell'UniversitÓ Tecnica Chalmers di G÷teborg condusse una ricerca conoscitiva sulle forme di abitare nella periferia urbana di Maputo. Il gruppo scelse alcune zone, comprese entro un'area di dieci ettari, per studiarvi l'uso dello spazio e i modi di costruzione. L'obiettivo era quello di individuare le linee per un risanamento urbano che non violentasse l'habitat tradizionale. Gli studenti giunsero alla conclusione che i mali del canišo, con i suoi materiali poveri e la sua precarietÓ, dipendevano maggiormente dall'instabilitÓ e dall'insicurezza della proprietÓ che non dalla carenza di mezzi economici.

Alla fine del 1976 presero avvio i progetti per dotare l'habitat della periferia di infrastrutture e di servizi (trasporti pubblici, urbanizzazioni primarie, servizi sociali e sanitari) e per definire, in un secondo tempo, un piano regolatore coerente con le nuove linee di sviluppo.
Della popolazione di Maputo, stimata approssimativamente nel 1977 in 600.000 abitanti, il 65-70% viveva nelle aree di canišo. Questo termine non indica soltanto le caratteristiche costruzioni fatte con canne legate alla bell'e meglio, ma si usa in generale per gli insediamenti periferici precari, non inquadrati nel Piano Regolatore e destinati dall'urbanistica del periodo coloniale ad essere progressivamente distrutti e sostituiti da abitazioni stabili.
Le strutture politiche e sociali che il Mozambico si era dato, costituite dai "Gruppi Dinamizzatori" e da cellule di organizzazione socio-politica di quartiere, permise un'azione strettamente coordinata fra i tecnici progettisti (cooperanti delle Nazioni Unite, coordinati con altri cooperanti stranieri in forza al Ministero delle Opere Pubbliche) e le assemblee e i comitati di coordinamento della popolazione, tramite le strutture di " azione esterna " costituite da tecnici intermedi polivalenti della DirecšŃo Nacional de HabitašŃo (D.N.H.) .
Il primo passo fu il disegno di uno schema urbano, che identificasse le aree da liberare, nel magma dell'insediamento precario, per destinarle a strade o a servizi. Il passo successivo era la costruzione d'una prima struttura tecnica di assistenza, per dare risposte almeno ai problemi pi¨ elementari. Il terzo passo fu l'assistenza, una volta costituite le prime strutture di servizio, per il miglioramento delle abitazioni (latrine, spazi aperti per uso familiare).

Maxaquene

Il quartiere di Malhangalene (poi chiamato Maxaquene).

L'area del primo intervento fu il quartiere di Malhangalene, che includeva la zona in cui gli studenti svedesi avevano compiuto la prima inchiesta. L'area, di quasi sessanta ettari, Ŕ composta di quattro differenti " cellule " dell'organizzazione politica degli abitanti, e la popolazione interessata era di oltre 10.000 abitanti. Il nome del quartiere fu mutato, proprio nel corso dei lavori, in quello di Maxaquene.
Furono organizzati incontri ed assernblee per spiegare e discutere con la gente l'idea base del progetto. Fu nominata una commissione, formata da rappresentanti delle quattro cellule interessate. La popolazione manifest˛ grande soddisfazione all'idea di un miglioramento del canišo che "diventava cittÓ", soprattutto per le strade di accesso e per i servizi di trasporto pubblico. La richiesta pi¨ frequente era quella di permettere l'accesso delle ambulanze a tutte le case. Particolarmente apprezzato fu il principio di non espellere nessuna famiglia dall'area interessata ai miglioramenti, anche se questo comportava di "stare pi¨ stretti" negli isolati ridefiniti, dopo avere definito le aree per le strade e per i servizi pubblici.
Non si poteva per˛ ancora sapere quale sarebbe stata la reazione di fronte agli inevitabili sacrifici: spostamenti di famiglie, abbattimento di alcune case, a volte giÓ ricostruite in muratura, riduzione degli spazi familiari, ecc. Gli abitanti avevano ancora sotto gli occhi l'esempio del governo coloniale: la parte meridionale del quartiere era stata urbanizzata negli anni passati. Gli abitanti del canišo erano stati in tale occasione indennizzati per la demolizione della casa e per il trasferimento forzato, dettato dagli interessi della speculazione privata. Perci˛ fu subito spiegato con chiarezza che il nuovo governo non disponeva di fondi per pavimentare le strade, nÚ - tanto meno - per indennizzare le case demolite. Il programma non era quello di costruire poche case, destinate a popolazione di redditi pi¨ alti, ma di porre le basi per migliorare l'habitat esistente, e in prospettiva l'intera periferia, trasformandola in cittÓ senza espellere i suoi abitanti. Tale spiegazione fu ben compresa e cre˛ mobilitazione negli abitanti, nonostante i comprensibili disagi provocati dalla riduzione delle aree di pertinenza di ciascuna famiglia. Gli abitanti speravano nella definizione di strade larghe e "diritte", nell'arrivo di servizi urbani. La Commissione di Urbanizzazione si riuniva settimanalmente in riunioni aperte, durante le serate e nei giorni di sabato e domenica. Per identificare le dimensioni dei nuclei familiari e la struttura familiare della popolazione, si organizz˛ un'inchiesta, consistente in un elenco generale e in un questionario socio-economico esteso a un campione casuale costituito sorteggiando una famiglia su dieci.

quartieri

Lo schema di lottizzazione del Piano.

Le linee principali del piano

L'analisi della situazione del canišo condusse ad alcune conclusioni fondamentali: - un piano urbano, o anche una semplice definizione degli usi del suolo, doveva essere rapidamente individuato, per incanalare gli interventi di autocostruzione nel miglioramento delle case esistenti, garantendo una loro collocazione con garanzie di stabilitÓ e senza distruggere le case giÓ rinnovate con materiali duraturi;
- per ottenere il miglioramento delle condizioni di vita per un gran numero di abitanti, bisognava realizzare alcuni servizi pubblici essenziali: distribuzione idrica, drenaggio, fognatura, strade di accesso, servizio di trasporto pubblico, raccolta dei rifiuti, elettricitÓ. - era necessario prevedere un miglioramento graduale, per fasi, degli standards costruttivi delle abitazioni, e non un rinnovo drastico e contemporaneo della edilizia del quartiere. Oltre al problema della disponibilitÓ di fondi.
Il primo obiettivo era quello di aprire un passaggio per il mezzo pubblico attraverso l'insediamento irregolare del canišo. Si decise di aprire una strada di 18 m e di studiare, ai suoi lati, nuove maglie di viabilitÓ. Quel tracciato fu l'unico non influenzato dalla preesistenza di costruzioni da risparmiare. Sui lati, l'kabitat fu organizzato in quarteir§es (isolati) di circa 300 abitanti ciascuno (70 - 80 famiglie) su un'area di 1-1,3 ha. Ogni isolato ha una strada a cul-de-sac larga 6 metri, che termina in una piazza di 400 - 500 m2, che permette l'installazione di fontana, lavatoio, telefono, un piccolo asilo nido con area di gioco, una presa per la corrente elettrica. La disponibilitÓ dalla partecipazione popolare per realizzare concreta delle piazzette e nell'organizzazione degli isolati fu generale.
Vie larghe 6 metri e lunghe 60 - 80 m congiungono la strada principale alle piazze e sono percorribili in automobile, per le necessitÓ di servizio o di emergenza. Il quartiere Ŕ attraversato da una rete di percorsi pedonali, larghi 3 metri, che collegano fra loro tutte le piazzette. In casi di emergenza, anche la sezione di 3 metri pu˛ permettere il passaggio di un'ambulanza o di un mezzo fuoristrada per qualsiasi occorrenza. Nell'impianto delle strade di 6 e di 3 metri, delle piazze, ecc., furono tenute in considerazione le case in muratura, cosý come gli alberi esistenti, per evitare, nei limiti del possibile, inutili distruzioni. Questo tipo di correzioni richiese un lavoro di dettaglio sul posto, poichÚ non era possibile prevederlo a tavolino nemmeno con l'attento esame di fotografie aeree. Il centro del quartiere Maxaquene fu attrezzato con una zona comprendente scuole, centro civico, parco verde, industrie leggere.
L'incognita principale era se l'alta densitÓ potesse consentire un assorbimento all'interno del quartiere delle famiglie che dovevano trasferirsi per lasciare spazio alle strade e ai servizi. Ci˛ dipendeva anche dal livello di mobilitazione e di coscienza socio-politica che le cellule e i Gruppi Dinamizzatori riuscivano a realizzare fra la base sociale. La densitÓ netta dell'insediamento doveva aumentare da 225 a 300 ab. per ettaro. Le assemblee organizzate nel quartiere espressero una risposta favorevole, sorprendentemente positiva, anche nei casi inevitabili che richiedevano la demolizione di alcune case in muratura. La realizzazione apparve molto meno problematica di quanto si potesse pensare. Con l'ausilio topografico della MunicipalitÓ si tracciarono le strade principali e la rete schematica delle strade secondarie e delle piazzette. Quindi si applicarono le correzioni necessarie per adattare, sul terreno, la maglia secondaria alla situazione reale. Fu cosý possibile completare il lavoro topografico senza toccare le case giÓ costruite "in duro", ma solamente smantellando le recinzioni precarie degli spazi aperti. Ci˛ permise a tutti gli abitanti d'intraprendere la ricostruizione delle loro case in materiali pi¨ stabili. La maglia era stata progettata di dimensioni tali, da permettere - nel futuro - la sostituzione del canišo con lottizzazioni di case in muratura. Si prevedeva una grande disponibilitÓ dekka popolazione a investire i propri risparmi in un programma di cooperative edili.

Polana

L'intero piano, esteso al quartiere Polana Canišo.

Polana Canišo

Dopo l'attuazione del Piano Maxaquene, i progetti di sistemazione furono estesi ai quartieri Polana Canišo, Inhagoia e Chamanculo. Nel dicembre 1977 iniziarono i lavori a Polana Canišo, che contava circa 36.000 avitanti.
I progetti sull'habitat degradato e sulle abitazioni spontanee hanno suscitato in ambito internazionale un ampio dibattito sull'"urbanistica provvisoria" o piuttosto sull'architettura povera. Altre esperienze "storiche" di tali modalitÓ d'intervento nelle periferie precarie si diffusero, soprattutto in America Latina, tra gli anni '70 ed i primi anni '80. Purtroppo, negli anni '70, le condizioni d'instabilitÓ del Mozambico resero difficile un bilancio complessivo di tale urbanistica "diversa".
In Africa, esperienze di "urbanistica popolare" autogestita si svolsero in quegli anni nel quartiere Nylon a Douala (Camerun), nel quartiere Grand Yoff di Dakar (Senegal) e in pochi altri casi. Quello di Maputo fu per˛ l'unico progetto nato da una collaborazione ufficiale e concorde tra un'agenzia delle Nazioni Unite ed un governo, con il coinvolgimento attivo della popolazione, e pienamente riuscito. I progetti finanziati in Africa, negli anni successivi, da diverse Agenzie di cooperazione (ed in particolare quelli della Banca Mondiale) hanno puntato maggiormente alla realizzazione "oggettiva" di urbanizzazioni ed infrastrutture, o talvolta delle stesse abitazioni, mentre il processo di partecipazione popolare alla costruzione dell'habitat troppo spesso Ŕ stato sottovalutato.

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Articoli apparsi sulla stampa mozambicana durante gli anni 1977 e 1978 (quotidiano "NotÝcias", settimanale "Tempo").

dal libro "Tamburi dell'Africa Australe", ed. Liutprand

Pubblicato 31/03/2008 15:36:38