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di Alberto Arecchi
L'ARCHITETTO CARLO MACIACHINI
Restauratore lombardo del sec. XIX


Carlo Francesco Maciachini (Induno Olona, 2 aprile 1818 – Varese, 10 giugno 1899) nacque da una famiglia contadina del varesotto. Manifestò sin da giovane la sua attitudine per le opere d’intaglio. Nel 1838 si trasferì a Milano dove, dopo aver frequentato i corsi serali all’Accademia delle Belle Arti di Brera, ottenne il diploma d’architetto. Operò principalmente a Milano, ma anche nel resto della Lombardia, nel Veneto e nel Friuli–Venezia Giulia. Il cognome è abitualmente scritto Maciachini, ma si trova anche Maciacchini con due c. Sulla sua tomba è scritto con una sola c.
Giuseppe Merzario, nella sua poderosa opera sui Maestri Comacini (G. MERZARIO, I Maestri Comacini, Storia artistica di milleduecento anni (600–1800), 2 voll., Milano, ed. Amiedi, 1893), alle pag. 157/158 del II volume, scrive: “Carlo Maciacchini, da Induno Olona… deve la sua educazione e riuscita nell’arte a se stesso, cioè all’ingegno naturale e a una volontà tenace quale riscontrasi in parecchi dell’agro comacino. Incominciò a lavorare nel paesello natale in botteghe di ebanisti, e superando i maestri giunse a scolpire i grandiosi capitelli in stile corintio che sono ammirati nella chiesa di Bodio, e a compiere gli stupendi pergami del tempio di S. Vittore di Varese, lasciati non finiti sul principio del 1700 da Bernardino Castelli, varesino, uno dei più eccellenti maestri dell’intaglio e intarsio in legno. Allora il Maciacchini lascia i fioriti colli del suo villaggio e i suoi parenti; va a Milano e frequenta le lezioni dell’Accademia (di Brera); avanzatosi in età e cognizioni, accresce le dimensioni de’ suoi lavori ed entra a dar saggio, e presto a far sfoggio, del suo ingegno fecondo ed eletto nelle stanze, nei gabinetti, nelle sale di doviziosi signori lombardi; nei teatri, nelle chiese, nella reggia, un po’ dappertutto. Qual ebanista e decoratore ricercatissimo, e lodatissimo, sale su poi fino a divenire architetto e ad emulare nel disegno geometrico, prospettico ed ornamentale, i migliori. Nell’anno 1859 venne invitato a comporre il disegno di una chiesa per la comunità Slavo–Illirica di Trieste (San Spiridione), che riescì a meraviglia.


San Spiridione a Trieste.


Allora, dopo lunghe e fiere discussioni, fu prescelto il disegno del Maciacchini per il Cimitero Monumentale di Milano, apertosi nel 1866 su di una superficie di 20 ettari, recinto da colonnati, di aspetto severo e imponente, in uno stile lombardo–moresco, quale talvolta arieggiò anche il Pellegrini che, malgrado le critiche e forse le pecche, è uno dei più maestosi e solenni di tutta Italia.Si adoperò anche intorno alla volta centrale e alla cupola del Duomo di Pavia, che trasse, dopo quasi 400 anni di lavori sospesi, felicemente a compimento”.
A Trieste, nel Borgo Teresiano, è situata la Chiesa serbo–ortodossa di San Spiridione, costruita negli anni 1861–1868, in stile neobizantino, da Carlo Maciachini. È riccamente decorata in oro e si distingue per la cupola più alta dei quattro campanili, le ampie decorazioni a mosaico e gli sfarzosi interni.
L’opera senza dubbio più famosa del Maciachini è il Cimitero Monumentale di Milano, la cui costruzione gli fu affidata dal Comune della metropoli lombarda nel 1863 e fu completata nel 1866.


Il Cimitero Monumentale di Milano.


Questo importante incarico, con tutto il simbolismo laico che la costruzione contiene, hanno fatto aleggiare sull’architetto la fama di essere un adepto della Massoneria. Citiamo, ad esempio, dalla pagina internet di un adepto di Comunione e Liberazione: “Il Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, progettato dall’architetto Carlo Maciachini, è stato pensato senza il crocifisso sulle cappelle. Diciamocelo: è un tempio massonico. La morte è greve. I marmi sono lividi. Cercano di far durare nel tempo la gloria, ma si capisce che vince la morte. Nel Famedio giacciono i milanesi illustri degli ultimi secoli. Ci sono Antonio Maspes, favoloso corridore su pista, celebre per il surplace, e il cantante Giorgio Gaber. Tutte quelle tombe, incassate nei muraglioni, erano tetre, immusonite. Poi arrivò don Giussani…”


Il Cimitero Monumentale di Milano.


Tuttavia, nonostante chi voglia, nel bene o nel male, attribuirgli un’etichetta massonica, la maggior parte della sua attività professionale del Maciachini si svolse sulla base di incarichi attinenti ad edifici religiosi. Dopo il Monumentale, continuò ad occuparsi della costruzione o della ristrutturazione di edifici funerari e di chiese.
Gli architetti della seconda metà del sec. XIX non sfuggivano all’idea dell’integrazione stilistica e cercavano di ricostituire il monumento, compiuto e concluso nel suo originario stile. Tuttavia, nel periodo in cui operò Maciachini, la pratica precedente dell'interpretazione “stilistica” soggettiva era sostituita da una minuziosa ricerca dei documenti storici riguardanti l'edificio da restaurare.
Carlo Maciachini fu uno degli architetti dell'eclettismo milanese. Egli sostenne che il restauro è la conservazione di ciò che esiste e la riproduzione di ciò che è esistito; in restauro non si deve inventare nulla e quando le tracce dell'antico sono state perdute è più saggio copiare i motivi analoghi di un edificio dello stesso tempo per ottenere un risultato più “scientifico”, ovvero per inserire integrazioni simili il più possibile all'originale. Maciachini, nei restauri, a volte lasciava quanto trovava di più antiche opere, altre volte rifaceva ma sempre in base a quanto i documenti indicavano o di suo estro. L’impiego ex novo di simboli tradizionalmente attribuiti alle usanze dei Maestri Comacini è un elemento che si presta a svariate interpretazioni, teorizzazioni, speculazioni.
Maciachini restaurò molte chiese di Milano e d’altre città lombarde, sia tenendo conto delle tracce già esistenti e ritrovate, sia intervenendo con integrazioni e completamenti.


San Marco a Milano, prima e dopo l'intervento di Maciachini.


Le facciate degli edifici da lui restaurate sono: la basilica milanese di San Simpliciano (1869–1870), Santa Maria in Strada, a Monza (1870), San Marco a Milano (1871–1873), il Duomo di Voghera (PV) (1874–1881),


S. Maria in Strada a Monza, prima e dopo l'intervento di Maciachini.


La facciata del Duomo di Voghera.


La facciata del Carmine, Milano.


Santa Maria del Carmine a Milano (1880), Santa Maria in Piazza a Busto Arsizio – completamento della facciata (1886-89).


Santa Maria in Piazza, Busto Arsizio.


Per San Simpliciano, Maciachini elaborò un progetto di completamento della facciata con ampie integrazioni. Il restauro intervenne pesantemente sui portali minori e le finestre trifore e bifore furono ricostruite secondo criteri d’imitazione stilistica.


San Simpliciano.


Nella chiesa di San Marco furono ritrovate tracce delle strutture preesistenti, tra cui le trifore laterali e il rosone centrale. Le due bifore sottostanti furono riaperte. La facciata fu completata nella parte superiore con una cornice composta da una prima fascia di archetti, evidenziati da un fondo di intonaco bianco e da una seconda fascia costituita da un fregio ininterrotto di fogliami. In corrispondenza dei contrafforti e sulla cuspide centrale Maciachini collocò alcune edicole in cotto di sua totale invenzione, che racchiudono statue concluse da una copertura conica.
La facciata di Santa Maria del Carmine fu riprogettata ex-novo dal Maciachini. L'architetto propose una facciata in stile neogotico per esaltare i valori e il significato estetico dell'edificio. Furono aggiunti elementi di totale invenzione, come le ricche edicole terminali cuspidate, i complessi decorativi dei rosoni e delle cornici ad archetti pensili.


Santa Maria Assunta a Soncino.


La chiesa di Santa Maria Assunta di Soncino (CR) è tradizionalmente indicata come la Pieve più antica della diocesi cremonese. Pare sia stata fondata dai Goti nel V secolo, inizialmente officiata dal culto ariano. All’inizio del VII secolo fu anche sede vescovile a causa del forzato esilio del vescovo di Cremona. Nel IX secolo venne eletta a Collegiata, con un Arciprete di nomina pontificia. Fu distrutta e ricostruita varie volte durante la sua secolare storia, subendo anche gravi danni a causa di un terremoto nel 1802. Negli anni 1883–1888, l’architetto Carlo Maciachini diede alla chiesa l’attuale aspetto, costruendo l’imponente cupola ottagonale.
La prima pietra del Duomo di Pavia fu posta il giorno di San Pietro del 1488. Si cominciò a demolire le due storiche Cattedrali romaniche, fondate sin dal sec. VIII e poi ricostruite da Federico Barbarossa. La costruzione procedeva a rilento. Tuttavia, per oltre due secoli e mezzo, dal 1600 in poi, gli architetti decisero di non erigere la pesante cupola, perché non si fidavano della resistenza dei pilastri dell’ottagono centrale. Il profilo di Pavia nel paesaggio non era dominato dal pesante “testone” che oggi lo caratterizza, ma dalle snelle linee delle torri.
Poi, verso il 1880, il vescovo di Pavia decise che la cupola si poteva fare. I suoi consulenti concordarono e firmarono, per così dire, “carte false”, in cui dichiaravano che il cupolone avrebbe retto, e chiesero al Comune di demolire la chiesa romanica San Pietro in ciel d’oro, per recuperarne i pezzi di muratura come materiali da costruzione. La Basilica romanica, fortunatamente, si salvò. La cupola, invece, si fece, e Pavia, trionfante, ha dedicato persino una via al suo ideatore, l’arch. Carlo Maciachini, il quale anzi pensò bene di raddoppiarne il peso, realizzandola più alta del progetto originale e in due strati, con intercapedine interna.
Appena fatta, nel 1885, la cupola si spaccò, come un’anguria che fosse caduta per terra. Si realizzarono tre grandi cinture di ferro, che si vedono ancor oggi dalla Piazza, per legare la cupola ed evitare che scoppi. Una delle fasce di ferro però era fatta con materiali scadenti e sottodimensionata rispetto ai calcoli, e si spaccò di nuovo. Il Duomo rimase chiuso per oltre sette anni, perché dall’alto cadevano schegge di marmo sui fedeli. In ogni caso la cupola è come una campana rotta. Le spinte non si distribuiscono armoniosamente nelle sue strutture costruttive, ma vengono contenute dalle cinture di castità, come la pancia di cui è ingrassato troppo.
Negli anni 1893-1895, Maciachini diede avvio anche ai lavori di demolizione degli ultimi resti della basilica romanica di Santo Stefano, antica Cattedrale estiva, per realizzare la nuova facciata del Duomo di Pavia. L'architetto Luca Beltrami condusse invano una lotta disperata, per salvare quanto rimaneva della Cattedrale medievale.
Possiamo concludere con un'amara constatazione: il vescovo Agostino Gaetano Riboldi e l’arch. Carlo Maciachini hanno veramente impresso un’impronta indelebile nella storia di Pavia, lasciandole un mutuo inestinguibile da pagare, per mantenere sospese in aria quasi 15.000 tonnellate di muratura mal concepita e mal fatta!


Il cupolone del Duomo di Pavia.


Dopo la morte, avvenuta il 10 giugno 1899, Maciachini fu sepolto nel Cimitero Monumentale, da lui stesso edificato.
Nel necrologio comparso sull'Illustrazione italiana si accennava ad un "disastro edilizio" che aveva amareggiato gli ultimi anni della sua vita. Si presume che tale frase facesse riferimento proprio agli errori nella progettazione e nell'esecuzione della cupola del Duomo di Pavia.
A Carlo Maciachini è dedicata una piazza sulla circonvallazione esterna di Milano, da cui prende anche nome una stazione della metropolitana M3. Al suo nome è intestata anche una via di Pavia, nel quartiere Vallone.


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