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di Alberto Arecchi
LA LEGGENDA DEI SANTI BOVI
e la magica tradizione del Dio Belino


San Bovo, il mitico protettore di Voghera, ha in realtà tre anime, ossia corrisponde a tre diverse figure storiche o mitiche: la prima è Borvo, entità sacra dei Celti provenzali e cisalpini, protettore dei bovini e dei loro allevatori (Voghera si distinse sin dall’antichità celto–ligure come centro di bovari); il secondo “Bovo” è un certo Bevons de Noyers, cavaliere della piccola nobiltà provenzale, che fuimpegnato nel sec. X in una crociata contro i Saraceni insediati a Fraxinetum, un porto della Costa Azzurra; il terzo è il pellegrino Bobo, morto di malattia e di consunzione fuori delle porte di Voghera. L’agiografia corrente tramanda addirittura che nell’anno 972 l’Imperatore Ottone II e la madre Adelaide gli abbiano offerto il Papato, ma che egli abbia rifiutato. Cfr. La vita di S. Bovo, Voghera, 1895, p. 29.
Quanto ai corpi del Santo, se ne conoscono almeno due: alla metà del sec. XV, fu infatti ritrovato il corpo di San Bovo (il pellegrino Bobo) nel convento di Sant’Apollinare, che sorgeva nella valle della Vernavola, presso Pavia, e compì un sacco di miracoli prodigiosi. Subito, come per ripicca, i Vogheresi, che avevano adottato San Bovo come patrono un secolo o due prima, ne ritrovarono anche loro le ossa e – anche queste – si misero prontamente a compiere miracoli.
Il corpo del Bovo pavese subì diversi trasferimenti: da Sant’Apollinare a Santa Caterina e poi a San Luca, dove dovrebbe trovarsi attualmente. Come per richiamo di magia, anche Luca ha come simbolo un bovino... I Pavesi hanno regalato anche un braccio, o qualche altra reliquia, a posti nel Veneto dove era sviluppato il culto di San Bovo.
E quello vogherese, dove riposa adesso? C’è qualche reliquia nel Duomo di Voghera?
Certamente l’adozione di un santo protettore dal nome che ricordasse i bovini fu conseguente, e non preliminare, all’esistenza di un grande mercato del bestiame.
D’altra parte, lo rivela il nome stesso del centro di mercato agricolo, che si doveva pronunciare all’incirca Vächera (nome trascritto dai notai medievali nella forma “colta” di Viqueria, da pronunciarsi – si badi bene – alla maniera provenzale, ossia Vicheria, Vichera, Vacchera, Vaccheria) ed è sempre stata il grande mercato delle vacche e del bestiame del basso Monferrato e dintorni; e vuoi vedere il simbolo originale non è l’aquila che sta adesso nello stemma, ma una testa rossa di vacca: la trovi negli affreschi di Sant’Alberto di Butrio. Fra i cognomi della zona sono molti i Boveri, Boerchio, Vaccari e simili (ricordiamo anche – perché no? – Severino Boezio).
Non ultimo in nome d’importanza, ricordiamo anche il toponimo di Bobbio, Bobium...
Alcuni studiosi hanno recentemente scoperto che quella che si credeva un’aquila, nello stemma dei Marchesi Malaspina, era in realtà un altro uccello rapace, proprio delle fiere tradizioni della gente ligure: il mitico Belinus, tante volte raffigurato nei bestiari medievali e da molti ritenuto - addirittura - un animale mitico, mai esistito.
In effetti, alcune tracce negli archivi della famiglia Malaspina, conservati a Pontremoli, ed i chiari riferimenti rintracciabili nelle poesie dei trobadors medievali che frequentavano Oramala, l’avito castello della casata marchionale, citano diverse volte il mitico uccello, identificabile con una rarissima specie di avvoltoio, tipico un tempo di questa parte dell’Appennino ligure, imparentato col più celebre Avvoltoio degli agnelli (specie mediterranea quasi estinta, per la spietata caccia datale attraverso i secoli).
Ora, gli studi rigorosamente scientifici condotti da una ristretta équipe multidisciplinare hanno condotto alla grande scoperta: l’uccello dello stemma Malaspina era proprio il Belinus, dalle grandi ali e dal becco possente, capace d’afferrare una pecora o un piccolo cinghiale e di lanciarlo ripetutamente sui sassi della montagna, sino a sfracellarlo e quasi a frollarne le carni, prima di offrirlo in pasto ai propri piccoli. I miti intorno a quest’uccello non si contano, tanto che le casate più nobili d’Europa lo vollero nel loro stemma: non solo i Malaspina, poiché pare che anche i rapaci effigiati negli emblemi degli Hohenstaufen, gli imperatori di Germania dal cui ceppo nacquero Federico Barbarossa e Federico II, non fossero aquile, ma in realtà dei belini. Il Belinus fu spesso simbolicamente associato, nei bestiari medievali, proprio alla pianta del rovo, dalle lunghe pungenti spine. Non solo: la scoperta si spinge più in là e alcune coppie superstiti di belini sono state rintracciate, ancora vive, in una remota plaga delle isole mediterranee.


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