Liutprand - Associazione Culturale

PETIZIONE MONUMENTO LA PALISSE, LEGGI E FIRMA ANCHE TU
sezione articoli
HomeArticoli su Pavia › Articolo
di Alberto Arecchi
LA LEGGENDA DI LIUTPRAND E IL PIEDE LIPRANDO

Re Liutprand (Liutprando o Liprando), longobardo, era il più forte, il più saggio, il più grande dei Re. Un giorno, mentre girava a cavallo, si narra che gli si avvicinassero alcuni abitanti a chiedergli di stabilire una precisa unità di misura, per evitare le frodi nel commercio. Infatti, senza una regola precisa, i più prepotenti potevano esercitare soprusi sui deboli. Si dice che allora il re appoggiasse il piede su una grande pietra, per fissare una misura, una volta per tutte, per la vendita equa di stoffe e di altri beni. L’impronta del suo piede rimase impressa sulla pietra senza l’intervento umano.
Quella misura rimase in uso per secoli. La sua capitale, Pavia, volle eternarne la memoria e adottò, come unità di misura principale, la lunghezza del suo piede. Ne scolpì la traccia sulla soglia del Palazzo e presso la porta della Cattedrale, e tutti i mercanti dovevano conformarsi a misurare le loro merci in “pè liprandi” (piedi di Liprando). Fu così che a Pavia l’unità di misura del piede (detta anche "piede agrimensorio") rimase a lungo di oltre 47 centimetri dei nostri, oltre una volta e mezzo quelli delle altre città ed in rapporto aureo (1,612 volte circa) col piede romano. Ricordiamo che il piede romano misurava cm 29,5, mentre il piede parigino, usato secoli dopo dai costruttori gotici nei cantieri edili di tutta Europa, misurava quasi cm 32,5.
"Ebbene, nel 1895 a Pavia si rinvennero pochi resti umani, che da accurate analisi storiche, anatomiche e storiografiche furono sicuramente riconosciuti come le ossa di Re Liutprando.





Minuziosi e pazienti rilievi antropometrici ricostruirono le misure del suo corpo ed in particolare dei piedi: la statura risultò di 1,73 m, e gli arti inferiori risultarono precisamente pari a 254 e 261 mm, rispettivamente per il piede destro e per il piede sinistro.
Si è notato che la somma delle due lunghezze è uguale a 515 mm e differisce per meno di 6/10 di mm dalla misura del Piede di Liutprando,definito in Piemonte dal 1818.
Alcuni studiosi ritengono probabile che il valore originario del Piede di Liutprando equivalesse a 0,4432 m, e corrispondesse quindi al cubito romano... altri sostengono invece che questo piede valesse originariamente 0,5138 m... sta di fatto che nel corso dei secoli il valore del Piede di Liutprando variò sensibilmente da luogo a luogo e da tempo a tempo, oscillando tra 392 e 544 mm...
In realtà il suo valore, precedentemente al 1818, era in Piemonte 513,76597 mm; ma su richiesta del Conte Prospero Balbo e parere dell'Accademia delle Scienze di Torino la misura fu modificata, con l'aggiunta di poco più di 6/10 di mm, nel valore definitivo di 514,40329 mm... misura del minuto terzo del grado medio del meridiano terrestre."
B. POMI, Delle antiche e più recenti misure lineari, in "I Quaderni", Club ingegneri milanesi, feb. 1998.

“[...] A Savignone (nell’entroterra genovese) si tramanda una leggenda che forse adombra una realtà accaduta in un tempo particolarmente avaro di documentazioni. E' la leggenda del passaggio e della sosta di Liutprando, Re dei Longobardi, ipotetico fondatore di un monastero ormai da tempo scomparso.
Liutprando, proveniente da Pavia, si sarebbe fermato a Savignone per attendervi la carovana che stava trasportando da Genova le spoglie di Sant'Agostino, destinate a solenne sepoltura nella Basilica pavese di San Pietro in Ciel d'Oro. I resti del Santo di Tagaste erano stati, per volontà e liberalità dello stesso Liutprando, sottratti a possibili profanazioni da parte dei Saraceni, che stavano allora dilagando in Sardegna (ove i resti stessi erano stati sepolti a Cagliari).
Del fatto si ha la precisa testimonianza tramandata da Beda il Venerabile, storico inglese vissuto dal 674 al 735 e quindi contemporaneo di Liutprando, nel trattato De sex aetatibus mundi.
Dalle parole di Beda si può ricavare la certezza della traslazione dell'urna a Pavia, in un ristretto lasso di tempo (722-726, a seconda dei computi), e l'approdo della galea recante l'urna non può che essere avvenuto nel porto di Genova: Liutprando dominava un territorio comprendente la costa italica da Ventimiglia alla Toscana e oltre, e Genova era la città portuale più prossima a Pavia.
Tutto il resto è leggenda: il viaggio del re incontro alla reliquia, il miracolo dell'urna, fattasi improvvisamente tanto pesante da non poter essere spostata, così da indurre Liutprando a promettere in voto l'erezione di un monastero sul luogo genovese ove accadde il prodigio, l'ipotetico sbarco a Sampierdarena (priva di attrezzature portuali), la sosta a Savignone con conseguente spostamento della sede del miracolo.

La fonte di tutto ciò si può forse trovare in Jacopo da Varagine, il quale trasformò lo stringato racconto di Beda in un capitolo agiografico come si legge nella sua Cronica, ove l'evento è spostato a dopo il 732:

"Viatore, sesto vescovo, salì in cattedra attorno al 732. Al suo tempo le ossa del beato vescovo Agostino, per ordine del cristianissimo re dei Longobardi di nome Liutprando, furono trasportate da Genova alla Sardegna. Quando il re seppe che esse erano giunte a Genova, partì da Pavia e giunse a Genova. Ma quando il re volle far portare le reliquie a Pavia, esse diventarono tanto pesanti che in nessun modo i portatori poterono sollevarle. Allora il re fece voto a Sant'Agostino che, se avesse consentito che le sue reliquie potessero essere sollevate e portate a Pavia, avrebbe fatto erigere una chiesa in suo onore nel luogo presso Genova ove egli era ospitato. Fatto il voto, subito i portatori agevolmente sollevarono l’urna e il re adempì a quanto promesso. Tuttavia non si sa dove sia tale chiesa. Alcuni dicono che sia la chiesa di san Teodoro, altri quella di san Tomaso, altri ancora dicono che si tratti del palazzo arcivescovile che si trova presso San Silvestro ove il suddetto re era stato ospitato. Così si edificò quel palazzo e la cappella di sant'Agostino che ancora vi si trova".
E' evidente che l'interesse di Jacopo da Varagine è concentrato sul miracolo. La sua prosa si fa incerta quando si tratta di collocare l'evento, ed è quanto meno strano che un arcivescovo genovese fosse all'oscuro di una così importante localizzazione. Comunque egli, premesso che l'evento prodigioso accadde presso Genova (e verrebbe fatto di pensare a Sampierdarena, ma Jacopo da Varagine non ne parla), cita due chiese dell'allora estremo suburbio di ponente (San Tommaso e San Teodoro), ma poi ripiega su San Silvestro che non era certo fuori Genova e identifica la chiesa votiva con una cappella la quale non corrisponderebbe alla chiesa-convento di Sant'Agostino, risalente al 1620, ma, come afferma il Giustiniani, al convento delle suore Domenicane di Pisa, poi detto di Santa Croce.

Il nome di Savignone si lega alla leggenda attraverso una lettera che l'arcivescovo milanese Pietro Oldrado scrisse a Carlo Magno nel 795: in essa si dice che il miracolo avvenne apud praedium quod dicitur Savirianense, ai confini del territorio di Tortona. L’indicazione sembra adattarsi a Savignone, allora soggetto al Vescovo di Tortona; ma il discorso si arresta subito perché la lettera dell’Oldrado è apocrifa. A parte le considerazioni tecniche, basta leggerla nel testo inserito negli Annali del cardinale Baronio, per giudicarla falsa: in essa la scarna e fin troppo essenziale notizia del Venerabile Beda diviene una ridondante narrazione di gusto barocco, una prolissa apologia trionfalistica cui partecipano, accanto al Re immenso gaudio perfusus, i vescovi di tutte le sue città e l’intero clero del regno che, ai tempi di Liutprando, salvo Roma e poche altre terre, comprendeva praticamente l’intera Italia continentale (ed è un po’ difficile pensarli tutti a Genova in Sarzano - tra l’altro la piazza allora neppure esisteva - o addirittura a Savignone), in un contorno fatto da immense moltitudini festanti.
La questione, quindi, è soltanto argomento di fede e tradizione. Ma, se non interessa la storia, resta interessante per la geografia.
Liutprando aveva grandi idee: dedicò il suo lungo regno al tentativo di fondere Germani e Latini in un unico popolo per superare la sterile situazione d’un paese nel quale la maggioranza costituita dagli autoctoni doveva sopportare il dominio di una minoranza violenta di invasori. Individuata nell’unità religiosa la spinta adatta ad ottenere tale fine, egli si mostra sempre devotissimo: in questa prospettiva va inquadrato il suo intervento a proposito delle spoglie di Sant’Agostino; ed è ovvio che una sua partecipazione diretta agli eventi politicamente gli avrebbe fatto gioco, specie se coronata da uno spettacolare miracolo e da un pio voto. E’ quindi nella logica - pur se non nella storia - un viaggio di Liutprando fino a Genova, o anche fino a Savignone: il potere sa sempre come modificare i fatti ed anche come crearli da nulla”.
PIETRO BAROZZI, Savignone: due appunti di carnet, Novinostra, n. 1, marzo 1996.
“Liutprand fu uomo di gran saggezza, prudente nel decidere, molto pio e amante della pace, molto forte m guerra e clemente coi delinquenti casto, pudico, oratore sempre pronto, generoso nelle elemosine, quasi ignaro di lettere e tuttavia degno di stare alla pari coi filosofi, benché quasi ignaro di lettere, nutrì il suo popolo e ne migliorò le leggi. Morì dopo trentun anni e sette mesi di regno”.
PAULUS WARNEFRID (Paolo Diacono), Historia Langobardorum, VI, 58.

 

L’Associazione Culturale liutprand è nata per raccogliere e diffondere testimonianze ed espressioni di vita, cultura e storia locale, nell'intento di scoprire e diffondere la storia e le tradizioni di Pavia e del suo territorio, sempre in un’ottica interculturale.



Associazione culturale Liutprand 27100 PAVIA      copyright ©1994-2018 e-mail: liutprand@iol.it