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di Alberto Arecchi
L'EREMO DI SANT'ALBERTO DI BUTRIO


L’Eremo-Abbazia di Sant’Alberto di Butrio costituisce uno dei luoghi più affascinanti e al tempo stesso misteriosi nelle montagne dell’Oltrepò Pavese.
Essa sorge sull’alto versante meridionale della stretta valle del torrentello Begna, affluente del Nizza, che a sua volta scende da est verso ovest e confluisce nello Staffora, affluente meridionale del Po. La località si trova alla brevissima distanza di una passeggiata a piedi da Oramala, l’avito castello dei Marchesi Malaspina.

L’Abbazia, rimasta per lungo tempo abbandonata, è stata oggetto di recenti restauri. Si compone di tre chiese e racchiude affreschi della fine del Quattrocento, dipinti dai fratelli De Baxilio, i quali operarono anche a Samboneto, a Rivalta Scrivia e in altri luoghi che sentivano l’influsso culturale del Monastero di Bobbio. Nell’ordine in cui le vede il visitatore, le tre chiese del complesso sono: una a pianta trapezoidale, con una colonna al centro, dedicata a Sant’Antonio (sec. XIV), una con un’abside orientata, dedicata a Santa Maria (sec. XI), e la terza, stretta e allungata, dedicata a Sant’Alberto (sec. XI).

Sant'Alberto di Butrio

Orientamenti solari

Il 14 gennaio, in una bella mattinata di sole che trae bagliori luminosi dalla neve, arrivo all’Eremo di Sant’Alberto di Butrio, verso le 10 del mattino, e mi affaccio da una delle ultime curve della strada sulla splendida veduta del complesso monastico. Alle mie spalle, proprio in direzione dell’abside, il sole si sta affacciando anch’esso - proprio in quel momento - dal versante della montagna. Come avevo previsto dai calcoli effettuati a tavolino, con l’aiuto di un programma informatico, oggi è uno dei due giorni in cui il sole sorge dal versante della montagna lungo l’allineamento con la direzione dell’abside della chiesa.

La ricerca era iniziata quando, con l’uso della bussola, mi ero reso conto che l’orientamento dell’asse della chiesetta dedicata alla Vergine Maria (l’unica dotata di abside) era sensibilmente rivolto verso il sud, con un azimut geografico di 143°, ben più a sud dell’estremo solstiziale.

Ciò sembrava contraddire la consuetudine dell’architettura sacra medievale la quale, per motivi simbolici, gene­ralmente orientava al sole nascente le absidi dei luoghi sacri, per una scelta di consacrazione simbolica. Non “verso est”, come pure talvolta si dice in modo disattento e banale, ma verso Oriente, ossia verso la direzione del sorgere del sole, che può collocarsi all’interno di un ampio arco dell’orizzonte, a seconda del periodo dell’anno, in funzione del giorno di consacrazione della chiesa stessa. La scelta avveniva, pertanto, in funzione di un chiaro simbolismo solare, legato alla rinascita diuturna della luce e della vita, ma anche in base alla scelta di una data precisa: quella di consacrazione o di dedicazione del luogo sacro (la chiesa, appunto, in epoca cristiana).

orientamenti

Nell’arco dell’anno il punto del levante si sposta sull’orizzonte, ma soltanto entro i punti estremi segnati verso nordest dal solstizio estivo e verso sudest dal solstizio invernale, che alla latitudine di Sant’Alberto (44°50’ N) corrispondono rispettivamente agli azimut compresi tra 55° e 123°. In altre parole, alla nostra latitudine il sole non sorge mai sull’orizzonte della pianura con un azimut di 143°, perché in quella posizione esso è sempre alto, in tutti i giorni dell’anno.

La variabile aggiuntiva, nel luogo in cui fu fondata l’Abbazia di Sant’Alberto, è però costituita proprio dal profilo dell’orizzonte. Infatti l’Eremo è costruito sul crinale d’un pendio e l’orizzonte si chiude piuttosto alto su tutti i lati, ma in particolare verso est. Il sole non può sorgere ad alti­tudine zero, come al centro d’una pianura, ma si leva da una posizione ormai alta e spostata verso sud. Occorreva controllare se e quando, effettivamente, a Sant’Alberto di Butrio, vi fossero due giorni in cui il sole si leva sull’orizzonte apparente (sul profilo della montagna) con un azimut di 143°. Il versante della montagna, a chi lo guardi da Sant’Alberto, presenta un’altitudine di 14° sull’orizzonte ed è attraversato dall’arco apparente dell’orbita solare nei giorni prossimi alla metà di gennaio e ai primi di dicembre. Per meglio dire, circa 21-22 giorni prima e dopo il solstizio d’inverno.

La constatazione diretta confermava tali previsioni: nello splendore della neve candida che ormai rifletteva il pieno giorno, i primi raggi del sole che entravano nella stretta valle, alle 10 del mattino, colpivano esattamente l’abside di Sant’Alberto dalla direzione prevista.

Un ultimo fattore di correzione era però da inserire, per cercare di risalire alla data (giorno e mese) di consacrazione di Sant’Alberto. Poiché tale data apparteneva alla metà del sec. XI, quando presumibilmente l’Abate Alberto fondò il monastero, o a tempi poco posteriori, quando poté essere costruita l’abside della chiesa di Santa Maria, occorreva tener conto dei cambiamenti intervenuti nel calendario. Infatti oggi si usa il “calendario gregoriano”, mentre allora era in uso il calendario giuliano. Nel 1582, con l’adozione del nuovo calendario, si ebbe uno spostamento delle date di ben dieci giorni. Le posizioni del sole non corrispondono più ai giorni, mentre è rimasta uguale la convenzione di attribuire ai diversi giorni del mese le feste dei santi. Così il nuovo calendario non permette più di “leggere” esattamente le corrispondenze solari corrispondenti alle dedicazioni sacre.

Il modo più semplice per compensare le date in funzione degli al­li­neamenti solari è quello di fare riferimento ai solstizi, o alle date convenzionali d'“ingresso” del sole nelle diverse costellazioni zodiacali. Mentre oggi il solstizio invernale cade tra il 22 e il 23 dicembre, allora si collocava nel calendario il giorno 15 dicembre. Pertanto la definizione “22 giorni prima e 22 giorni dopo del solstizio” ci conduce a identificare con una buona approssimazione le date del 24, 25 o 26 novembre e del 6 o 7 gennaio.

Date significative, con ogni evidenza, poiché la seconda corrisponde all’Epifania; ma an­che la prima, come per caso, ci riconduce ad una festività consacrata a un Sant’Alberto. Non l’Abate di Butrio, che viene festeggiato nella data del 5 settembre, anniversario della morte avvenuta nel 1073, ma il 25 novembre si festeggia il suo omonimo e contemporaneo Sant’Alberto di Lovanio, vescovo di Liegi, assassinato a Reims nel 1180.

Sant'Alberto Abate

Un mistero della storia inglese rivelato in Italia?


Le arcate del piccolo chiostro di Sant’Alberto si reggono su capitelli recuperati e reimpiegati (si vede bene che sono stati ruotati di 90° gradi rispetto al piano verticale). In fondo, sotto un arcosolio vuoto che guarda a sud-ovest, si legge una scritta su un cartello attaccato al muro: “Qui è la tomba dove fu sepolto Edoardo II re d’Inghilterra, che sposò Isabella di Francia e al quale successe il figlio Edoardo III”. È singolare il fatto che, tranne quella del fondatore-patrono Sant’Alberto, solo quest’altra tomba esiste (ed esisteva) nella piccola abbazia. Essa doveva dunque essere riservata a un personaggio di conto, ospite del monastero e non monaco nel vero e proprio senso della parola.

La sepoltura d’un re dell’Inghilterra medievale tra i monti del nostro Appennino sembra una scoperta clamorosa, e certamente stupisce il fatto che non si trovi nulla sui libri di storia. Chi era quel re, e come mai è capitato tra questi monti?
Edoardo II fu il figlio del grande Edoardo I dei Plantageneti, re d’Inghilterra, crociato, dominatore della Scozia e conquistatore del Galles. Egli divenne perciò il primo Principe inglese del Galles. Fu il fondatore della celebre Università di Oxford. Le sue vicende s’intrecciano con quelle della fine dei Templari: quando – nell’ottobre 1307 – il re francese Filippo il Bello iniziò la persecuzione dell’Ordine cavalleresco, in un primo momento il re inglese lo accusò di avere agito in malafede e per motivi di avidità. Pochi mesi dopo, nel gennaio 1308, sposò Isabella, figlia di Filippo il Bello. Visti i rapporti di parentela acquisita, si tacque e ordinò l’arresto dei Templari anche sui propri territori. Da alcuni fu ritenuto uomo debole ed effeminato, succube dell’amico conte Peter Gavaston; fu osteggiato dalla nobiltà e dal clero, travolto dagli scandali.

La moglie Isabella un certo giorno lo abbandonò e tornò in Francia, portando con sé il giovanissimo figlio. Di là brigò per rovesciare il marito, con un gruppo di nobili inglesi, tra i quali Lord Roger Mortimer, che divenne suo amante. Allestirono una flotta, sbarcarono a Dover e suscitarono rivolte in Inghilterra. Edoardo cercò di fuggire con qualche partigiano ma fu preso, giudicato dal Parlamento di Londra, obbligato ad abdicare a favore del figlio ancor giovane, che prese il nome di Edoardo III. Alla fine fu rinchiuso nel castello di Berkeley ove, secondo la storia ufficiale, lo uccisero il 21 settembre 1327; si conoscono i nomi degli esecutori ma non è mai risultato chiaro per ordine di chi abbiano agito.
È invece fuor di dubbio che il figlio Edoardo III punì esemplarmente i traditori. Lord Mortimer fu trascinato a coda di cavallo e messo a morte, la regina Isabella fu risparmiata solo per intercessione di Papa Giovanni XXII, ma relegata a vita nel castello di Rising. Edoardo III eresse a suo padre un mausoleo, nell’abbazia di Gloucester, che è una delle più insigni opere dell’arte gotica normanna.

A prima vista, quindi, la tradizione che vuole Edoardo II morto penitente a Sant’Alberto di Butrio sembrerebbe una leggenda priva di fondamento.
Senonché la storia “ufficiale” fu scritta vent’anni dopo i fatti, e le cronache inglesi sugli ultimi giorni del disgraziato re sono le più diverse e strane; lo danno fuggito di carcere diverse volte, poi ripreso, parlano di tentativi armati di liberarlo e di suoi partigiani messi a morte. Moltissimi in Inghilterra, dopo il 1327, affermarono che Edoardo II non era morto ma faceva vita di penitente, e questo motivo del re penitente fu uno dei temi più in voga della poesia popolare del tempo.
Non solo: il fratellastro di Edoardo, Edmondo, Duca di Kent, fu messo a morte nel 1330 da Mortimer e dalla regina, appunto perché aveva asserito che Edoardo non era morto.

Nel 1877 un professore dell’Università di Montpellier, Alexandre Germain, trovò la copia di un documento latino senza data, ma con la firma di Emanuele Del Fiesco, notaio pontificio e poi vescovo di Vercelli tra il 1343 e il 1348, in cui, sotto forma di lettera diretta ad Edoardo III, venivano spiegati e congiunti con una precisa quanto impressionante narrazione gli elementi della tradizione che volevano Edoardo II fuggito di prigione e dedito a vita di penitenza.
Vi si afferma che il re...

“Andò in Normandia e di là per la Linguadoca ad Avignone... Giovanni XXII lo chiamò presso di sé, e onorevolmente lo albergò in segreto per quindici giorni... poi andò a Parigi, quindi nel Brabante e di là a Colonia per venerare le reliquie dei tre Re Magi.
Da Colonia, attraverso la Germania, si recò a Milano in Lombardia, e da Milano si ritirò in un certo romitorio del castello di Melazzo (presso Acqui) dove stette due anni e mezzo. Essendo poi sopraggiunta la guerra a quel castello, si recò presso il castello di Cecima, in un altro romitorio della diocesi di Pavia, in Lombardia, e ivi è rimasto per circa due anni, sempre recluso, facendo penitenza e pregando Dio per noi ed altri peccatori”.

L’autore del documento, Emanuele Del Fiesco, era cugino del vescovo di Tortona del tempo, stretto parente dei Malaspina (signori della regione e quindi protettori dell’abbazia di Sant’Alberto), e inoltre canonico di York, buon conoscitore dell’Inghilterra. Potrebbe avere appreso tali vicende dallo stesso Edoardo II, ed essere stato il latore di un suo messaggio al figlio lontano.

In Italia la questione sollevata dalla scoperta di questa lettera fu studiata da un diplomatico illustre, Costantino Nigra, il quale elencò un buon numero di valide ragioni per dimostrare l’autenticità del documento e quindi la realtà della dimora e della morte di Edoardo II Plantageneto in Val di Nizza.
Una sola sicura prova negativa poteva distruggere la tradizione, ma tale prova non è mai emersa, ed ogni nuova indagine ha invece dimostrato esatti particolari dei quali prima c’era motivo di dubitare, ha fatto apparire verosimili situazioni che in un primo momento apparivano assurde.

La dottoressa Anna Benedetti, nel 1930, credette di ravvisare la memoria di tali vicende nei capitelli del chiostrino. Ad esempio, nella figura della sirena (come quello del leone uno dei temi più ripetuti dei bestiari medioevali), ravvisò il segno araldico del primo Principe di Galles, e scrisse:
“Non desterebbe meraviglia che da un esame accurato e collettivo di queste sculture si giungesse a rilevare che lo stesso Edoardo II ha guidato la mano dell’artista. Il monarca, esiliato e penitente, adusato dalla regola benedettina alla contemplazione della morte, potrebbe... aver tentato di far riprodurre dall’artista figurazioni e motivi che potevano aver riferimento alle vicende della sua vita avventurosa”.

In rari casi la dispersione dei documenti e il decadimento degli edifici sono stati così assoluti, come in questo piccolo monastero della Val di Nizza. Il porticato dove si trova la tomba fece per secoli da ripostiglio e da legnaia. Qualche pergamena esiste ancora, qua e là negli archivi dei dintorni, ma dal 1317 al 1407, cioè anche per gli anni che interessano la nostra vicenda, non esiste un solo documento. Quanto poi alla tomba famosa – lunga due metri, larga ottanta centimetri e profonda sessanta, tutta segnata dai colpi dello scalpello – una ricognizione fu fatta nel 1923 dai contadini che erano allora sul luogo, col proposito di ripulire il sepolcro. Tolta la pietra di chiusura, fu trovata nell’interno la calotta di un cranio che fu trasportata nell’antico cimitero.

Apparteneva essa ad Edoardo di Caernarvon o, come è più probabile, a un mortale qualsiasi sepolto lì, nella tomba rimasta vuota, qualche secolo dopo? I resti del primo Principe di Galles che abbia avuto l’Inghilterra riposano realmente sotto il sontuoso monumento dell’abbazia di Gloucester o sono perduti nel terreno sacro dell’antico cimitero dei monaci di Sant’Alberto di Butrio? Nessuno forse potrà mai dirlo con certezza.


BREVE NOTA BIBLIOGRAFICA

TOUT, The Captivity and Death of Edward of Carnarvon, 1920.
A. BENEDETTI,
Una canzone francese di Edoardo II d’Inghilterra, “Nuovi studi medievali”, 3, Bologna, 1930, p. 201.
S. NEGRI,Un mistero della storia inglese rivelato in Italia?, “La Lettura”, a. XXXVIII, 12, Milano, dicembre 1938, p. 1119.
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R. GUÉNON, Symboles fondamentaux de la Science sacrée , Paris, Gallimard, 1962 (tr. it.: Simboli della scienza sacra, Milano, Adelphi, 1972).
A. ARECCHI, Spazi magici. Tracciati e geometrie a Pavia e dintorni,, Pavia, Liutprand, 1995.
L. AGNES, A. ARECCHI, Le ore dei Visconti, Pavia, Liutprand, 1996.
A.ARECCHI, Sant’Alberto di Butrio. I simboli nell’architettura, “Pavia Economica”, 4, 1997, p. 82.
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