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Liutprand - Associazione Culturale

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Articoli

di Alberto Arecchi

I CROCIFISSI DELL'INQUISIZIONE


La grande “caccia alle streghe” prese avvio in Francia nel sec. XIII, dopo la crociata contro i Càtari. I primi processi si svolsero nel 1245 a Tolosa, capitale dell’Occitania, che era stata uno dei principali centri dell’eresia catara. L’ordine dei Domenicani si schierava in prima linea, a combattere contro ogni possibile devianza dall’ortodossia romana. Verso il 1335, si leggevano nella stessa regione i primi resoconti di Sabba delle streghe, ma notizie di simili eventi rimasero sporadiche, ancora, per più di un secolo. Il primo libro che descrivesse con abbondanza di dettagli il fenomeno della stregoneria, il Fornicarius di Johann Nider, fu scritto verso il 1435.

In Francia, la gran maggioranza dei processi dell’Inquisizione si tenne fra il 1450 e il 1670. Nella prima metà del sec. XV si ha notizia di processi per stregoneria in Svizzera, in Savoia e in Italia. In Germania iniziarono nel 1446, ma la maggior recrudescenza si ebbe dopo il 1570. La prima esecuzione per stregoneria in Spagna avvenne nel 1498, qualche anno dopo la grande ondata di espulsioni di ebrei e musulmani (andalusi) organizzata da Torquemada. L’Inquisizione spagnola mantenne un atteggiamento scettico e prudente nei confronti della stregoneria e i processi basati su tale accusa furono relativamente pochi. In Inghilterra e in Scozia i processi per stregoneria cominciarono nel 1566 e il pieno vigore delle persecuzioni si ebbe nei sec. XVI e XVII. In America la caccia alle streghe si aprì nel 1692 a Salem, nel Massachusetts (New England).

Molte streghe confessavano d’essersi recate al Sabba in volo, ma altre dicevano d’aver camminato o cavalcato. Alcune descrizioni dei “voli” fanno pensare a sarabande e ad altre danze rituali.

Fra Soleri da Quinzano

Purtroppo, di quasi tutti i processi dell’Inquisizione lombarda si sono persi i documenti e di molti persino la memoria storica, perché i relativi atti furono bruciati nel 1788, nel chiostro di Santa Maria delle Grazie a Milano. La documentazione d’alcuni processi, però, si è salvata ed è rimasta conservata nell’Archivio Storico del Comune di Pavia, come parte di una serie di cause civili intentate contro un frate inquisitore.

Fra Pietro Soleri da Quinzano fu nominato Inquisitore di Pavia nell’estate del 1567, ma fu destituito dall’incarico nel dicembre del 1568 con una lettera del cardinale di Pisa, perché il suo comportamento non aveva mantenuto “quella gravità et consideratione che si ricerca all’ufficio che tiene”.

(Archivio Civico di Pavia, fondo Inquisizione di Pavia, busta 520. Cfr. anche: E. ROTA, Per la storia della Inquisizione a Pavia nel secolo XVI, in "Bollettino della Società pavese di storia patria", 1907, pp.17 e ss., e: D. LANÈ, Una denuncia cittadina contro l’inquisitore Pietro da Quinzano, in "Bollettino della Società pavese di storia patria", 1974–1975, pp. 165 e ss.)

Che cosa aveva fatto il frate, per meritare la destituzione e gli arresti in convento, sino a che non fossero terminate le indagini sul suo conto?

La denuncia, presentata dalla città di Pavia contro di lui, è rimasta conservata in due copie, nelle buste 520 e 523 del fondo già citato, presso l’Archivio Storico Civico di Pavia. Secondo tale denuncia, l’Inquisitore si era reso responsabile d’una serie assai lunga di misfatti.

Ad esempio, subito dopo l’assunzione dell’ufficio, nel corso di una serie di prediche tenute nel settembre del 1567 nella chiesa domenicana di San Tommaso (oggi sede universitaria), “alla presentia de molto populo” aveva avuto l’ardire di affermare che Pavia era divenuta “un’altra Ginevra” e che “infette” erano soprattutto le persone “grandi”. Secondo i rappresentanti della città una tale accusa era completamente falsa e inopportuna, perché gli abitanti di Pavia erano sempre stati “catholici et alieni da ogni machia di heresia”.

Altre accuse concernevano specificamente aspetti della sua attività inquisitoriale: l’aver ad esempio esaminato i testimoni senza osservare le regole imposte dai sacri canoni; l’aver fornito ai consultori, chiamati ad esprimere il loro parere al momento della spedizione delle cause, dati diversi da quelli risultanti dalle carte processuali; l’aver “estorto da molti denari indebitamente”; l’aver passeggiato per la città con “volto minaccevole et furibondo”; l’aver compiuto arresti illegali; l’aver partecipato a “cavalcate” fuori della città, con molti seguaci, vestito di tessuti raffinati e “con zacchi et maniche di maglia” e archibugi a ruota; l’essersi fermato, durante le cavalcate, a mangiare in osterie, facendosi servire i cibi migliori, l’aver ordinato a delle donne di preparargli quaglie e tortore durante il tempo di Quaresima; l’aver estorto, durante le cavalcate, danari ad alcune persone, prima arrestandole e poi rilasciandole; l’aver commesso “adulterio, incesto et sacrilegio con molte donne costì in luoghi sacri et religiosi”; l’aver fatto soffrire la fame in carcere ad alcuni arrestati ecc.

Il “sindacatore” nominato da Roma fu il vescovo di Montefeltro, monsignor Francesco Sormano. Al principio egli si domostrò alquanto restio a trasferirsi da Milano a Pavia per svolgere le indagini. Infine però fu costretto a muoversi, per le insistenze provenienti dalla Curia romana, e a dare avvio all’inchiesta. Furono interrogate, come testimoni, numerose persone che erano state inquisite dal Soleri, furono scrupolosamente riesaminati tutti i processi da lui istruiti e lo stesso inquisitore fu ripetutamente interrogato.

Secondo i verbali, il frate aveva istruito una ventina di processi, per la maggior parte basati su accuse di sortilegi ereticali. Alcuni dei presunti eretici processati dal Soleri furono Andrea de Mattis, don Francesco Piccio, curato della parrocchia di Santa Maria in Betlem, Giulio de Ferrari da Grado, Giovanni de Ughetis, Fulvio de Ferrari da Chignolo, Paolo Panza di Binasco, e il pavese Giovanni Battista Peroni, “incantator et divinus ac rerum occultarum inventor”. Un giovane nobiluomo, della famiglia Tacconi, fu obbligato dal frate a bruciare tutta la propria biblioteca, perché conservava testi di magia, ritenuti ereticali.

Anche il mago Bernardo o Bernardino Cristiani, detto “della polvere”, fu perseguitato e processato dall’inquisitore Pietro Soleri da Quinzano, per la detenzione di libri magici e per l’esercizio delle arti di geomanzia, astrologia e alchimia. Egli stesso volle comporre un trattato d’arti magiche, in collaborazione con altri autori. Studiava il modo di trasmutare l’argento in oro e guariva gli spiritati. Era capace di prevedere “se una dona parturiva maschio o femina” e di “ritrovare qualcosa perduto, guadagnando in cambio un paio di scarpe”. Bernardino aveva subito un primo ammonimento da parte dell’Inquisizione, prima che arrivasse Fra Soleri, nel 1564 e gli fu imposto di smettere di operare. Nel novembre del 1567 Fra Soleri lo fece nuovamente arrestare. Fra i vari reperti sequestrati in casa di Bernardo si citano calamite, pezzi di ossi, un trattato per tingere i panni di lana, un “rimedio contra ogni puzor di bocca”, testi proibiti di Raimondo Lullo e la “Clavicola di Salomone”. Anche Bernardino fu tra coloro che presentarono ricorso contro l’Inquisitore presso la giustizia civile, ma gli atti processuali non ci dicono esattamente quale, alla fine, fosse la sua sorte.

(Cfr. A. ARECCHI, La Maledizione di San Siro. La verità pericolosa, Pavia, Ed. Liutprand, 1999).

I Crocifissi giudicanti

A rafforzare la teatralità dei giudizi d’Inquisizione, era divenuto di moda corredare i tribunali dell’immagine “animata” d’un crocifisso ligneo, in grandezza naturale, che doveva dominare la scena degli interrogatori e delle sentenze. La sua presenza sanciva gli atti dei giudici e soprattutto le condanne, con palesi cenni d’assenso del capo. Una funicella nascosta faceva annuire il manichino, grazie ad uno snodo del collo, ben dissimulato sotto la folta capigliatura. Capelli e barba, per rendere più verosimile l’aspetto della statua, erano veri, forniti dai barbieri, o dai becchini.

Uno di questi crocifissi, con la testa snodata, fa oggi bella mostra di sé nell’abside della Pieve romanica di Viguzzolo, a pochi chilometri dalla città piemontese di Tortona.

Proviene da un vicino Monastero, probabilmente sede di un Tribunale dell’Inquisizione, che era collegato alla Pieve da un passaggio sotterraneo, del quale sono state ritrovate le tracce. Il crocifisso, dei primi anni del sec. XVII, è di legno, in “grandezza naturale”, elegantemente realizzato e decorato.

Un altro crocifisso a grandezza d’uomo è conservato su un altare dell’Abbazia cistercense di Morimondo, presso Abbiategrasso, nella valle del Ticino. Questo conserva tutta la folta capigliatura di capelli naturali, ma non è dato sapere, allo stato attuale, se abbia o avesse anch’esso la testa snodata, per assentire alle sentenze. Il gusto drammatico del barocco è qui reso evidente dalla capigliatura scarmigliata, ancor più accentuata dall’effetto teatrale dell’illuminazione moderna, che ne proietta l’ombra sulla volta soprastante.

Un terzo crocifisso a grandezza naturale era quello della pavese Confraternita di San Rocco, davanti al quale passavano le loro ultime ore, in preghiera, i condannati a morte. Questo crocifisso è conservato a Pavia, nella chiesa del Carmine, mentre la cappella, nella quale esso era esposto in origine, è oggi inserita in una libreria, insieme a tutta l’ex chiesa di San Rocco.

Il grande crocifisso ligneo dei Domenicani di Sant’Eustorgio, a Milano, era ancora un’immagine tradizionale, medievale.

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Lo studio dell’anatomia umana si sarebbe sviluppato attraverso il percorso analitico e scientifico, seguito dai grandi artisti del Rinascimento. Rivediamo ad esempio la drammatica analisi del corpo umano sviluppata nei due celebri crocifissi di Michelangelo: il più celebre studio anatomico, di misure ridotte e quello a grandezza quasi naturale, conservato a Firenze, a Santo Spirito.

Contemporaneamente, la logica della Controriforma contribuì a sviluppare il dramma della croce in un contesto di rappresentazione teatrale. L’immagine trasfigurata del crocifisso andò trasformandosi in una figura il più realistica possibile, per soddisfare il senso drammatico del popolo: la figura d’un testimone, d’un giudice consenziente a latere che avallasse le sentenze dei tribunali, soprattutto quelle capitali, col proprio consenso, tacito ma espresso per mezzo di cenni del capo, comandato “a strappo”.

Un altro aspetto della teatralità, ammantata di realismo, che imperava nella realizzazione dei diorami dei Sacri Monti, sulle colline piemontesi e lombarde (per citare i principali: Varallo, Orta, Belmonte, Ossuccio, Domodossola, Crea, Varese).

Dai diorami alle raffigurazioni “viventi” il passo è breve. Non è il caso qui di presentare l’elenco di tutte le “Passioni” sceneggiate, che si possono ammirare in Italia e per il mondo. Solo due foto, a titolo d’esempio: quella della Passione di Melito di Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, e una plateale rappresentazione della crocifissione, come ancor oggi è riprodotta, nelle feste religiose delle Filippine.

Pubblicato 18/07/2009 13:36:11