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di Alberto Arecchi
ANTICHI CULTI - LA TARASCA
Magie e draghi nelle tradizioni pavesi


Antichi luoghi di culto sono rimasti sulle colline e sulle montagne, così come lungo i terrazzi fluviali ai lati della valle del Ticino, e si sono perpetuati nei secoli, acquisendo la dedica a nomi di Santi cristiani. Prima della cristianizzazione, ai culti “pagani” delle primitive popolazioni ebbero il tempo si sovrapporsi quelli dei Romani e quelli dei Germani (Goti e Longobardi), per cui spesso entità di diverso nome si sovrappongono in un intrico che ha lasciato tracce nella toponomastica, ma più spesso nelle caratteristiche del culto e delle credenze.
A lungo continuarono usanze e tradizioni collegate ai riti di fertilità della terra e alla credenza nella reincarnazione degli esseri viventi. Si riteneva che certi alberi avessero attributi divini o poteri magici. Si trovano tracce di queste credenze nei testi romani, che citano le divinità della quercia o del faggio, la divinità dei sei alberi, ecc. Anche certi animali (il cervo, il maiale) erano associati con divinità.
Le successive dominazioni dei Romani, dei Goti e dei Longobardi non modificarono profondamente la struttura, la religione, forse nemmeno la lingua corrente delle popolazioni contadine.
La cristianizzazione coprì e trasformò le credenze, acquisì alcuni culti - che vennero trasformati da culti naturalistici o feticisti in culti di santi - e ne condannò altri come stregonerie e come superstizioni.
Possiamo ipotizzare che una gran parte dei luoghi sacri, dove la transizione culturale si effettuò senza traumi, rimanessero immutati, mentre gli antichi santuari venivano trasformati in chiese. Gregorio Magno scrisse al monaco Agostino, inviato nel 595 a convertire gli Anglosassoni: «Non si distruggano assolutamente i templi, ma solo gl’idoli che vi si trovano. Si benedica dell’acqua e si riconsacrino i templi, costruendovi altari con reliquie... è giusto che passino dal culto dei demoni a quello di Dio».
Gregorio di Tours racconta come un vescovo celtico sostituì, sulle montagne d’Aubrac, il culto d’un dio delle acque col culto cristiano di Sant’Ilario. Ogni anno i contadini gettavano nel lago vesti, pelli, formaggi, cera, pani, facendo festa sulle rive. Il vescovo fece costruire una basilica dedicata a Sant’Ilario sulle rive del lago, e i contadini si abituarono a portare le stesse offerte nella basilica, anziché gettarle nel lago.
Un manoscritto di epoca incerta ricorda che ogni anno i Celti celebravano una festa chiamata ambarval, girando intorno ai campi in processione per implorare ricche messi dal cielo; ogni cinque anni si celebrava l’amburbal, cerimonia analoga svolta attorno alle città. L’amburbal divenne nella religione cristiana una festa annuale dedicata alla Madonna, il 2 febbraio, data corrispondente alla festa che in lingua celtica aveva nome Imbolc, e l’ambarval la cerimonia delle rogazioni, con processioni attraverso le campagne.
Un altro esempio di “esaugurazione”, cioè di scaramanzia applicata ad un luogo sacro divenuto cristiano, è l’uso frequente di applicare piccole crocette di legno in certi luoghi, bivi campestri o cappelle isolate, che ci può fare ipotizzare il tentativo di sopravvivenza, in tali luoghi, di pratiche magiche legate agli antichi culti. Anche i vecchi molini erano coperti di crocette di legno, come invocazione contro le disgrazie che vi potevano avvenire. Altre crocette erano invece quelle poste in prossimità delle antiche porte cittadine: a Pavia si svolgeva la processione delle Crocette e a Gerpinnes si svolge ancor oggi una processione detta “delle croci banali”.
A Torre de Torti, nel sito dell’antica Cabea, la pista proveniente dalle colline discendeva nell’alveo del Ticino per dirigersi verso la sponda nord, quella su cui oggi sorge Pavia. Qui sul ciglio del terrazzo, verso il 1920, fu ritrovata un’ara votiva di epoca celtica, portata ai Civici Musei di Pavia (Cfr. P. SAVIO, Storia popolare di Cava Manara, Pavia, 1923.).
In quello stesso luogo oggi c’è una cascina, che incorpora i resti del Monastero medievale di Santa Maria, forse collegato alla presenza dei Cavalieri Templari. Tetro e misterioso. Il pozzo del monastero era pieno di crani, forse infantili. La tradizione vuole che certe sere, sempre da una stessa finestra del monastero, esca una palla di fuoco, per percorrere un ampio giro nei campi e andare infine a gettarsi nella roggia Castellana, nello stesso punto in cui due antichi cavalieri, sfidatisi a duello, si uccisero l’uno con l’altro. Essi riappaiono ogni tanto come fantasmi e si ode di nuovo il clangore delle loro armi, come fossero condannati a ripetere nei secoli un episodio di duello ormai perso nel tempo dei tempi.


Il celebre calderone celtico di Gundestrup (Danimarca).

Nei secoli la civiltà della nostra pianura è cresciuta e ha vissuto a contatto con l’acqua: i fossi, le marcite, le cadute d’acqua dei molini erano elementi della vita di tutti i giorni, quando non erano le piene improvvise dei fiumi nella notte o nella mattina livida, che portavano via il bestiame e le case. Sfogliando gli archivi parrocchiali, quanti bambini si ritrovano, annegati nei fossi precocemente! Il flusso dell’acqua, l’unione di due o più correnti, sono stati da sempre un elemento magico e risanatore, che poteva dare la vita come poteva toglierla a chi annegava nel suo vortice; e i santuari “delle Grazie” furono fondati sui corsi d’acqua, o sui fontanili.
Tutta la nostra pianura è costellata di Santuari miracolosi, sorti presso sorgenti o correnti d’acqua e dedicati alla Madonna delle Grazie. Il più importante, lungo la valle del Ticino, è quello della Madonna delle Bozzole presso Garlasco, sorto su un’area sacrale che risale all’epoca celtica. Poi, citando un po’ alla rinfusa e saltando le cappelline minori, ricordiamo la Madonna della Neve di Torre d’lsola, la Madonnina di Motta Visconti, le due Madonne di Travacò Siccomario e le due (S. Maria in Betlem e S. Maria di Nazareth) che esistevano nel Borgo Ticino di Pavia, la Madonna dello Zocco (ceppo) di Velezzo Lomellina, la Fontana santa presso Arena Po, la Madonna presso Copiano la Madonna di Zinasco (oggi Zinasco Nuovo), la Madonna Assunta presso Trivolzio, la Madonna del Boschetto a Dorno, ecc. Ricordiamo anche i pozzi sacri o miracolosi, che esistevano in certe chieste, in prossimita dell’altare. A Pavia, il più famoso e certamente quello di San Pietro in ciel d’oro, la cui acqua veniva considerata come un taccasana (pozzo citato anche da Dante, dal Petrarca e dal Boccaccio). Un pozzo fu trovato anche, durante lavori compiuti qualche decina d’anni fa, nel presbiterio della chiesa del Carmine.
Qualunque incontro era possibile, per chi viaggiava di notte nei campi o fra le risaie illuminati dalla luce della luna, o trasudanti nebbie, per chi accelerava il passo ai bivi, dove di fronte alla cappellina consacrata venivano sepolti i suicidi, con un paletto piantato nel cuore, per chi vedeva i fuochi fatui muoversi nella brezza serale e traboccar fuori dai muri dei cimiteri. Generazioni dietro generazioni di bambini ascoltavano nella stalla, e poi rimanevano rigidi nel letto per tutta la notte, senza chiudere occhio, con la paura di vedere nel buio il lupo o il biscione che si avvicinava strisciando per portarli via.
I contadini continuarono a credere alle fate, alle streghe, a uomini che potevano trasformarsi in lupi, in volpi o in altri animali nelle notti di luna piena. Continuarono ad affidarsi alla magia per indovinare il futuro o per danneggiare i propri rivali e a seguire complessi rituali per le operazioni legate alla vita produttiva, come la semina, il raccolto, il mungere la vacca o il filare la lana. A Casottole, vicino a Torre d’lsola, esiste un campo chiamato “il campo delle streghe”. Il nome ricorda tempi in cui grande era il timore popolare rispetto a coloro che praticavano la magia. Forse il luogo fu legato in qualche modo a pratiche magiche, ancora prima che la religione cristiana s’imponesse. Il nome evoca sabba e riti diabolici, con tutto il corredo di cavalcate a dorso di scopa. Nella città di Pavia, sino al secolo scorso, si mantenne l’uso augurale pagano di far passare i bambini piccoli nel cavo fra i rami intrecciati di un albero, l’olmo di San Gervaso, per trasmettere loro energia vitale e resistenza alle malattie. L’olmo di San Gervaso veniva rinnovato, e forse si usavano artifici particolari per fare in modo che la pianta avesse sempre i rami intrecciati in modo da formare un buco. Quello piantato nel 1764 fu detto anche "olmo del Foscolo" perché il poeta, rifugiatosi a Pavia alla fine del 1808, era solito godere della sua ombra nei propri momenti di riflessione. La pianta morì ai primi di questo secolo.
I racconti fatti ai bambini, alla luce tremolante dell’ultima brace, quando ogni ombra poteva essere un gatto nero dagli occhi fiammeggianti o un lupo che si aggirava per gli angoli oscuri della casa, fanno parte del patrimonio culturale della nostra gente contadina, di gente abituata a vivere i lunghi mesi dell’inverno nella protezione di una casa accogliente, mentre fuori infuriano gli elementi: il freddo, il gelo, le piene del fiume, il buio che può nascondere ogni sorta di pericoli e d’imprevisti o la strana luce della luna piena, che fa pensare ad un mondo incantato dove le regole naturali possono essere sconvolte o dominate.
Non furono soltanto espedienti inventati per tenere a bada i ragazzi turbolenti: intere comunità linciarono “lupi mannari” e bruciarono streghe, teologi di fama si preoccuparono di spiegare come potesse il diavolo accoppiarsi con gli esseri umani. Molti episodi del genere sono documentati nei resoconti d’epoca.

LA TARASCA, DRAGO MANGIABAMBINI




Il più noto dei draghi o mostri mitici delle tradizioni celtiche è la Tarasca, ben nota in Provenza, dalla quale prendono il nome anche diverse città: la celebre Tarascona, patria dell’eroe letterario Tartarino, nell’Ariège, in una valle a nord dei Pirenei; l’altra Tarascona, presso Avignone, che reca proprio la Tarasca tra i simboli della sua mitologia; citiamo anche una Tarasca in Ucraina, presso Kiev, ricordando che il nome Taras è piuttosto frequente nella lingua russa.
Nell'iconografia popolare, la tarrasque ha sei zampe tozze e robuste, il corpo coperto da una solida corazza simile a quella di una tartaruga con sopra una cresta e vari aculei ossei. La lunga coda squamosa si conclude con una protuberanza cornea a forma di punta di lancia, mentre la testa è quella di un leone.




La leggenda vuole che la Tarrasque fosse originaria della Galazia, patria del mitico Onachus, un mostro capace di bruciare qualsiasi cosa entrasse in contatto con il suo corpo, e che proprio dall'unione tra l'Onachus e il Leviatano, fosse nata la Tarrasque. Quest'ultima giunse in Provenza, nei pressi del villaggio di Nerluc, dove imperversò nella regione uccidendone gli abitanti e devastando ogni cosa. Marta di Betania, assieme a sua sorella Maria di Betania, raggiunse le coste provenzali nel 48, in seguito alle persecuzioni in patria. Più precisamente approdarono nella zona della Camargue, nel paese attualmente chiamato Saintes-Maries-de-la-Mer.
La zona era infestata dalla Tarasca (Tarasque), un mostro che devastava le campagne, uscendo dalla sua tana situata nel letto del fiume Rodano. Essa fu ammansita da Santa Marta grazie alla preghiera: ad ogni Ave Maria recitata il mostro si rimpiccioliva sempre più.
Quando divenne completamente innocuo, Marta lo condusse nella città di Nerluc, che ora (in onore della Tarasque) ha preso il nome di Tarascon. Qui però i cittadini uccisero la creatura. Ancora oggi l'uccisione della Tarasque è celebrata a Tarascon l'ultima domenica di giugno e nell'emblema della cittadina è presente l'immagine della creatura mostruosa.
Nei disegni del prete pavese Opicino de Canistris, a lungo esule ad Avignone, la Tarasca ha sei zampe con artigli e una lunga coda. Spesso le pendono fra i denti le gambe di un uomo divorato (ricordo d’un sacrificio rituale?).

La Tarasca, nel disegno d’Opicino de Canistris.

Secondo alcuni ricercatori la Tarasca sarebbe un leone, trasformato dall’immaginazione dei Celti, che di tali animali possedevano forse solo le spoglie (qualche testa, più o meno disseccata o imbalsamata) e la descrizione di viaggiatori che erano stati in Nordafrica. Il mostro fu descritto nel sec. IV dallo storico Ammiano Marcellino, che parlò anche d’un mitico Taurisco, tiranno della Gallia, e in seguito, nel Medioevo, da Gervasio de Tilbury (sec. XII), dal vescovo di Genova Jacopo da Varazze, nella sua Leggenda aurea, e dal prete-disegnatore pavese Opicino de Canistris (sec. XIV).
Nella tradizione cristiana la terribile Tarasca fu domata da Santa Marta (festeggiata il 29 luglio), con l’acqua benedetta, la croce e la propria cintura. I tre oggetti sembrano richiamare le tre modalità tradizionali dei sacrifici umani presso i Celti: l’acqua = l’annegamento, la croce = il soffocamento con fumo entro contenitori formati con rami d’albero, la cintura = lo strangolamento.


Santa Marta e la Tarasca, dipinto del 1608 a San Michele, Pavia.

I festeggiamenti di Marta, di sua sorella, Maria Maddalena (22 luglio) e di Santa Brigida, che eterna il nome della grande divinità femminile celto-germanica (23 luglio), cadono in quel periodo molto importante, scandito (nel calendario cristiano) anche dalle celebrazioni della Madonna del Carmine (16 luglio) e del pellegrino Sant’Alessio (17 luglio) e di Sant’Anna (26 luglio), “madre della madre di Dio”. È il periodo nel quale la durata del corso solare si accorcia sensibilmente e si fa sentire il caldo canicolare, mentre la Via Lattea, alta nel cielo, apre uno dei ponti di transizione verso il “mondo delle anime”. Le “Tre Marie”, Maria Jacobé, Maria Salomé e Maria Maddalena, che secondo la leggenda sarebbero sbarcate in Provenza con tutta la “famiglia” di Gesù (San Lazzaro, Santa Marta, sorella della Maddalena, San Massimino e San Trofimo), sono venerate in Camargue in questo periodo. Esse ricordano ancora la triade delle tre Grandi Madri del Pantheon antico, aspetti diversi della femminilità, così come le tre Signore del Mare celebrate dagli zingari Rom. La Tarasca appare quindi come il mostro domato, fors’anche come il drago mitico che divora il Sole, ma si sa già che sarà costretto a restituirlo, grazie al controllo della forza rigeneratrice della natura.


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