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di Alberto Arecchi
PROFANO E SACRO NEL MEDIOEVO


Il Caffé San Tommaso si trova in uno dei luoghi storici più “magici” della città di Pavia, proprio nel suo cuore antico, vicinissimo al punto fondamentale in cui – secondo la tradizione raccolta da Opicino de Canistris –  la città stessa è stata fondata. Qui vicino, presso la chiesa di San Tommaso, che oggi ospita la Facoltà di Lettere, si trovava il Tribunale dell’Inquisizione. La sua sede, col carcere “maledetto” che la leggenda voleva popolato di diavoli e di streghe, si trovava a sinistra della facciata della Chiesa e fu abbattuta nel 1769. Anche gli archivi dell’Inquisizione furono distrutti.

Queste case delimitavano verso nord gli orti della chiesa di San Marino. Opicino de Canistris attribuisce la fondazione di San Marino al re longobardo Astolfo (Aistulf, 749-756), che la fece costruire come proprio mausoleo, vi raccolse numerose reliquie di Santi prese a Roma e vi fu sepolto. Una parte almeno della chiesa fu ricostruita in anni di poco successivi al Mille dai monaci Benedettini, il cui monastero si trovava negli edifici ove ora è insediato un complesso scolastico. Risale a quell’epoca il campanile tuttora esistente.

baciaculo

Di quel periodo – all’interno del Caffè – si è conservato un muro, con una porta che si apriva su un pavimento più basso dell’attuale. Nell’ultimo locale verso il giardino, sono state trovate tracce di un grande incendio. Qui doveva trovarsi il forno dei monaci che gestivano il complesso sacro. I Padri Gerolamini ressero la parrocchia di San Marino dopo il 1481 e nel sec. XVI ricostruirono la chiesa ed il convento. Non riuscirono però a ricostruire anche la facciata in forme rinascimentali, come avevano progettato. I Gerolamini rimasero proprietari dell’intero isolato, con questa casa, sino alla soppressione di quell’ordine religioso avvenuta nel 1799. I beni dei Padri passarono al Comune di Pavia e poi furono in parte alienati a proprietari privati. Le scuole furono ricostruite secondo le forme attuali nel 1863.

I due capitelli riprodotti nella sala verso il giardino raffigurano rispettivamente: una sirena a due code, con due serpenti che allattano al suo seno, e la scena del “baciaculo”. La sirena a due code è riprodotta da un capitello del sec. XII, che si trovava nella chiesa pavese di San Giovanni in borgo, ora presso i Civici Musei del Castello Visconteo. Il baciaculo è riprodotto da un altro capitello della stessa epoca, che si trova sul portale della cattedrale francese di St. Pierre, a Troyes.

L'usanza di porre riferimenti sessuali - o comunque “osceni”, per il sentimento comune odierno - sulle mura degli edifici, eredi­tata almeno dall'età romana, proseguì nel Medioevo, anche sugli edifici sacri, con un'insistenza che oggi può apparire blasfema. Se­gni di ugual natura erano usati anche in altre parti del mondo come tali­smani contro le influenze maligne, specialmente contro stregonerie e malocchi. I simboli di fertilità erano essenziali perché richiama­vano le basi della riproduzione del gruppo sociale e veni­vano raf­figurati per proteggere da incantesimi di ogni tipo: la pro­tezione avvolgeva i luoghi, coloro che li frequentavano, ma anche i passanti che avessero gettato uno sguardo fiducioso verso di essi. D'altra parte, il rito del “baciaculo” simboleggiava nelle società iniziatiche il trasferimento dell'anima e del potere vitale e concre­tizzava l'im­magine del ciclo universale, come l'Ouroboros che si mangia la coda. Non poche di tali immagini simboliche furono abolite e di­strutte in tempi posteriori, in nome del pudore repressi­vo. In questa rapida e incompleta rassegna di immagini vogliamo ripercorrere alcuni lampi di Medioevo europeo, certi di richiamare una certa curiosità sulle “stranezze” di un'iconografia per molti insospettata, nella speranza forse anche di stimolare approfondi­menti su una materia, quale quella dei simboli visivi, troppo spesso trascura­ta. Un richiamo a credenze analoghe si può trovare nella tradizione indiana, relativa alla kundalini.

“L'immagine degli organi maschili e femminili fu venerata duran­te il Me­dioevo dell'Europa occidentale più di quanto si possa pensare, collocata come talismano contro le influenze maligne e specialmente contro la stre­goneria e il malocchio... l'immagine dell'organo femminile è potuta dive­nire un ferro di cavallo... un triangolo, un nodo... L'antichità aveva fatto di Priapo un dio, il Medioevo ne ha fatto un santo sotto vari nomi. Nel mez­zogiorno di Francia san Fottino (Photinus, Foutin, primo mitico vescovo di Lione), cui era trasmesso l'attributo distintivo di un gran fallo di le­gno... Santi fallici analoghi erano venerati sotto il nome di di san Guerli­chon o Greluchon, a Bourg-Dieu nella diocesi di Bourges: di san Gilles, nel Cotentin, in Bretagna; san René nel­l'Anjou; san Regnaud in Borgogna; sant'Arnaldo e soprattutto san Guignolé, presso Brest e nel Berry. Molti di questi falli esistevano ed erano ancora venerati nel secolo scorso. In un luogo il fallo di legno fu distrutto dal continuo raschiamento praticato per ricavarne la segatura, altrove la perdita fu rimediata con un miracolo.
Miracolo facile: il fallo era un lungo pezzo di legno, che attraversava un foro, e quando cominciava a consumarsi veniva “allungato” con una spinta da dietro”.
Nel Berry esisteva la devozione a Saint Greluchon. Le donne, per concepire, si sdraiavano sulla sua immagine, distesa orizzontalmente, e raccoglievano per nove giorni consecutivi la polvere dei genitali dalla statua, che ne è orribilmente fornita...
A Varailles, in Provenza, si venera San Fottino, cui sono dedicati i modellini in cera dei due sessi, sparsi per terra nella cappella.

Il 27 settembre una festa annuale ha luogo a Isernia... dedicata ai santi Cosma e Damiano. Tra gli ex voto  di cera che rappresentano membra ma­late, i più numerosi sono i falli o membri virili, d'ogni dimensione, qualcuno persino della grandezza di un palmo. Dopo che è stata aperta la nuova strada la zona è più frequentata e sono stata date disposizioni affinché il “gran dito”  del santo non sia più esposto. Gli abitanti del Puy-en-Velay onoravano San Faustino (si noti l'assonanza Faustino-Fottino, quasi completa per la lingua francese). Le donne lo imploravano e raschiavano un gran ramo falli­co, che raffigurava il santo, credendo che la segatura, bevuta, le potesse rendere feconde... A Rocamadour la fecondità era ottenuta andando a baciare il chiavistello della chiesa o una sbarra di ferro, detta il Bracquemart  di Orlando. A Trani, nel regno di Napoli, si portava in processione una vec­chia statua di Priapo, chiamata “il santo Membro”, per il membro sproporzionato, che gli arrivava sino al mento.

Alcune rappresentazioni falliche e del sesso femminile sono passate indenni attraverso i fulmini di San Bernardo, la Controriforma, gli “abbellimenti” barocchi e i pudori del secolo scorso. Quelle che rimangono rendono la testimonianza di un culto delle forze gene­ratrici e del valore apotropaico dato a queste rappresentazioni. Gli esempi presentati sono quasi sempre di provenienza francese, ma anche in Italia non mancano casi interessanti. Ad esempio a Pavia, sulla facciata principale della basilica romanica di San Michele, ol­tre alle ricorrenti sirene, ai tritoni barbuti e agli erma­froditi, monsi­gnor Gianani ravvisava le immagini dell'impudica Tamar e della casta Susanna, una dall'atteggiamento sconcio e l'altra in posa pu­dica. Figure ormai cancellate o quasi, all'esterno, dall'erosione della pietra arenaria.
Sempre a Pavia, a San Lanfranco, vediamo sulla facciata (occorrono un'illuminazione adatta e un binocolo o un teleobietti­vo) tre formelle di terracotta che raffigurano due organi sessuali femminili e uno maschile.
Meno crude in apparenza, ma non meno profane, sono diverse scene di vita popolare, legate ai mestieri, ai mesi, alle stagioni.



Albaredo Arnaboldi
A Baselica, presso Albaredo Arnaboldi, a 15 km da Pavia, sul campanile, una piccola formella, di pietra bianca, rappresenta una copula in piedi.



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