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di Alberto Arecchi
PAVIA ROMANICA


Medioevo pavese
Pavia città di re, da Teodorico (sec. V) sino al periodo di Federi­co Barbarossa (sec. XII). Teodorico,all’epoca delle leggendarie saghe di Sigfrido e di Artù, si proclamò per primo re d’Italia. An­che a Pavia, come a Verona,costruì un  Palazzo Reale. Lo fece presso la porta orientale, al di fuori delle mura romane. Questo palazzo venne poi ingrandito, durante i secoli successivi, sino alla distruzione, a furor di popolo, nel 1024: ormai, il regno d’Italia era solo una delle tante corone poste sul capo degli impera­tori germanici. 




È interessante ricostruire la storia, nell’Alto Medioevo, di questa capitale barbarica arroccata su un terrazzo, ricca di fontane e sor­genti d’acqua e di un porto terminale per il commercio fluviale, che risaliva dai porti dell’Adriatico: possiamo immaginarci le am­bascerie, la vita di corte e gli intrighi di palazzo, ma anche la ric­chezza commerciale che fluiva e si concentrava proprio qui, dove ora vediamo un tranquillo capoluogo della provincia lom­barda.
Le torri segnavano il profilo della città e permettevano alle diverse famiglie l’avvistamento dei carichi di mercanzie, che si ap­prossima­vano lungo le strade o risalivano il fiume.

I re longobardi venivano nominati per acclamazione da parte dei guerrieri. Più tardi, nel periodo dei Franchi, invalse l’uso dell’inco­ronazione in chiesa. I re d’Italia (non quelli longobardi, ma quelli del periodo successivo) venivano incoronati o nel Duomo di Monza oppure qui a Pavia, nel San Michele, una Basilica costruita apposta per queste funzioni.

INCORONAZIONI REGALI
Come una grande macchina scenogra­fica, la Basilica di San Michele era pro­gettata per accogliere, anche con effetti di luce adeguati, il com­plesso rituale delle incoronazio­ni. Parliamo della ricostruzione at­tuale della chiesa, che possiamo collocare con ogni probabilità nel decennio 1130-1140. Federico Barbarossa vi fu incoronato alla metà di maggio del 1155. Negli stessi giorni, 151 anni prima, era stato incoronato Enrico II nell’e­dificio di più antica costruzione.

Verso la metà di maggio era il periodo delle incoronazioni, al passaggio del sole dal Toro nei Gemelli (il passaggio avveniva in­torno al 15 del mese, anziché intorno al 21, come è oggi). Dal pa­lazzo reale, posto a nord della chiesa, il re raggiungeva una piazza che ancor oggi si apre di fronte al transetto settentrionale. Tutto il transetto, nel San Michele, costituisce un volume proprio, come un’aula apposita, intersecata ad angolo retto con le navate della chiesa. Intorno alle 9 del mattino (ora solare di Pavia), il sole che entrava dalla cupola (se c’era sereno) veniva a colpire in pieno la testa del re, nel momento culminante dell’incoronazione. Per tutta la giornata i raggi del sole compivano un percorso simbolico tra i mosaici pavimentali e le sculture della chiesa.

La famosa corona ferrea, secondo la tradizione, fu donata dal papa Gregorio Magno alla regina Teodolinda e contiene al proprio interno il ferro di un chiodo della Croce di Cristo. La corona è fatta di sei piastre d’oro, alte cinque centimetri e mezzo,  incernie­rate a formare un cilindro del diametro di circa 15 cm. All’esterno è decorata da rosette a sbalzo, smalti e pietre preziose incastonate. Sull’origine storica di questo gioiello sono state formulate ipotesi diversissime: chi lo vuole un diadema bizantino, chi una fusione tra due bracciali romani, chi un’opera d’oreficeria barbarica. La data stessa di attribuzione oscilla dal sec. IV ai successivi. La corona ferrea fu usata per le incoronazioni dei re d’Italia, nella cattedrale di San Giovanni a Monza e nel San Michele di Pavia. Qui a Pavia ne vennero insigniti Berengario I (888), Berengario II con il figlio Adalberto (951), Arduino d’Ivrea (15 feb. 1002), Enrico II il Santo (15 maggio 1004) e infine Federico Barbarossa (17 mag. 1155). In seguito, la corona ferrea subì diverse vicissitudini e fu portata sino a Vienna. Ritornò in Italia nel 1866 e fu consegnata da Vitto­rio Emanuele II al tesoro del Duomo di Monza, dove può tuttora essere ammirata.

ITINERARI ROMANICI
Il percorso in Pavia romanica inizia nei Musei Archeologici del Castello, dove si conserva una ricca raccolta di sculture provenienti dalle chiese di Santo Stefano e Santa Maria del Popolo (antiche cattedrali “gemelle”, demolite per far posto al Duomo attuale) e di San Giovanni in Borgo, demolita nell’Ottocento per ampliare il Collegio Borromeo. I portali, le decorazioni policrome delle fac­ciate, le ricostruzioni, le sculture viste da vicino, anche in certi par­ticolari incompiuti. Dal Castello si raggiunge la vicina San Pietro in ciel d’oro (sec. XII), la cui facciata asimmetrica reca l’impronta di un antico porticato. Come in tutte le principali chiese romaniche pavesi, troviamo al centro della facciata un’inconsueta finestra a croce affiancata da due “occhi”. Le volte della navata, qui come a San Michele, sono state rifatte alla fine del Quattrocento, con tecni­ca nuova: qui, forse, in sostituzione di un soffitto in legno dorato; a San Michele perché quelle romaniche, troppo pesanti, stavano fes­surandosi e cominciavano a cadere. La cripta di San Pietro è stata rifatta ai primi del Novecento, durante i restauri seguiti a un secolo d’abbandono. Nel monumento dietro l’altare, capolavoro della scultura gotica, è sepolto Sant’Agostino. Nella cripta, in uno scri­gno moderno, giacciono i resti di Severino Boezio. Posteriormente si può vedere l’antico pozzo, alla cui acqua erano attribuite pro­prie­tà risanatrici: come in altri luoghi sacri, le acque sotterranee in­fluenzarono la scelta del sito del Santuario. Nella navata, a destra della scala che conduce all’altare, il luogo della tomba di re Liut­prando, il grande e saggio legislatore longobardo.

Attraversiamo l’ampio viale Matteotti, percorriamo piazza Petrar­ca. In via Malaspina scopriamo i ruderi delle absidi di San Zeno, ove era sepolto il nipote del Petrarca, prematuramente scomparso. Nella casa adiacente è conservata la navata laterale della chiesa. A San Giovanni Domnarum, seminascosta all’interno di un isolato, troviamo un bel campanile romanico, alcuni ambienti laterali con tracce di dipinti medievali e una cripta dalla pianta irregolare, estremamente affascinante, con colonne di recupero da monumenti romani e affreschi del sec. XI (Cristo in gloria, Battesimo di Gesù, Santi). Questa chiesa, voluta dalla regina longobarda Gundeberga, figlia di Teodolinda, fu eretta sul luogo di uno stabilimento terma­le romano ed era dotata di un Battistero, riservato alle donne. Nella piazza della Vittoria (Piazza Grande), è stato recentemente com­ple­tato il restauro di Santa Maria Gualtieri, una chiesa del sec. XI che ricorda il nome del suo fondatore. Ricca di affreschi, è stata destinata dal Comune a sala per concerti ed esposizioni. In fondo alla piazza, il Broletto, palaz­zo comunale dei sec. XII-XIII. La facciata è stata pesantemente restaurata nel 1928, ma il cortile me­rita una visita.

Percorrendo via Omodeo, fiancheggiamo le rovine della Torre Civica (sec. XI), caduta rovinosamente il 17 marzo 1989, e giun­giamo nella piazza del Duomo, l’antico atrio di San Siro sul quale si affacciavano le due cattedrali gemelle, che abbiamo conosciuto nelle sale del Museo.

Imbocchiamo la stretta via dei Liguri, in discesa, antico quartiere degli Ebrei, già chiamata Rovelecca.  In fondo, prendiamo a destra per via Cardinal Maffi e giungiamo a godere un meraviglioso scorcio delle absidi e del tiburio di San Teodoro (sec. XIII). La chiesa è tutta in mattoni, col tiburio a tre piani. All’interno, un ricco patrimonio di affreschi, dal sec. XIII al XVI, fra i quali le famose vedute di Pavia (1522), con la città dettagliatamente raffi­gurata a volo d’uccello. La cripta è larga come tutta la chiesa ed è molto interessante, con i capitelli dalle figurazioni quasi grottesche. 

Riprendendo la via Maffi e proseguendo diritti, raggiungiamo San Michele, il pezzo forte del Romanico pavese.

Oltre alla visita dell’interno, vale la pena di compiere un giro tutt’intorno alla Basilica, tra voltoni e mozziconi di torri, per ammi­rarne l’esterno e l’inserimento nel contesto urbano. Non dimenti­chiamo di entrare nel cortile della canonica dalla piazzetta Azzani (che conserva l’aspetto medievale su un intero lato e inquadra la possente facciata del transetto nord) per vedere da vicino la gran­diosa abside, coi segni della corrosione dell’arenaria. 

Dalla piazzetta Azzani si raggiunge il vicolo San Colombano. La chiesetta di San Colombano (sec. XII) è stata di recente restaurata, come abitazione privata.

Si raggiunge via Porta e si sale verso sinistra, fra le torri roma­niche costruite come ornamenti di palazzi signorili: non dimenti­chiamo che Pavia fu chiamata Città dalle cento torri (ma erano più di cento). Sulla destra della via è l’ex monastero femminile di Santa Mostiola, sconsacrato nel Settecento. Potremo apprezzarne le tracce romaniche girando a destra, più su, in via Adeoda­to Ressi. Ammireremo il tiburio ottagonale, le rovine della parte absidale e ciò che rimane del convento, attraverso una porta aperta sulla vista d’un vasto giardino, impropriamente conosciuto come “giardino dei re longobardi”.

Concludiamo il percorso cittadino a San Primo, dalla facciata romanica restaurata, che conserva preziosi dipinti dei sec. XIV-XV.


I DINTORNI DI PAVIA
Fuori città, alcune mete importanti:

a ovest (2 km, lungo la strada per Torre d’Isola), sulla riva del Ticino, troviamo la chiesa del Santo Sepolcro (San Lanfranco), iniziata nel sec. XI e rifatta nel XIII. Ad una sola navata, affiancata dal possente campanile, conserva begli affreschi e opere quattro­centesche dell’Amadeo (arca di San Lanfranco, terrecotte del chio­stro piccolo).

A sud della città, al di là del Ponte Coperto, si trova il quartiere di Borgo Ticino. Lungo l’asse principale (via dei Mille) è la chiesa di Santa Maria in Betlem (sec. XII; nel pavimento sono segnate le tracce perimetrali di un edificio più antico). La chiesa, con bei capitelli e sculture sulla facciata, è stata restaurata nel 1956, di­struggendo gli stucchi barocchi che la ricoprivano.

Proseguendo lungo la Strada Statale dei Giovi verso Genova, a San Martino Siccomario (km 2,5 dal Ponte Coperto) la chiesa par­rocchiale di San Martino conserva l’abside e parti della facciata della primitiva costruzione romanica. Più in là, a Travacò (seguire le frecce di indicazione e percorrere ancora km 2,5) possiamo visi­tare la Pieve dedicata a Santa Maria Nascente (sec. XIII, con cam­panile romanico ed affreschi).

Uscendo da Pavia verso est, in direzione di Cremona, troviamo San Pietro in Verzolo (km 1,2) una chiesa dall’apparenza settecen­tesca che un tempo aveva un lebbrosario per i pellegrini. Impor­tanti tracce di un chiostro romanico sono state ritrovate nel cortile interno, sulla destra della chiesa.

Più avanti, a destra, si vede la chiesetta di San Lazzaro (km 2, sec. XIII), tutta in cotto, ornata da loggette con una ricca varietà di capitelli e mensoline, con un interno affrescato coperto da tetto li­gneo. Anch’essa era legata a un ospedale per pellegrini, che si ri­conosce ancora nelle strutture della vicina cascina.

Si prosegue lungo la strada per Cremona, si esce dall’aggregato urbano di Pavia e pochi chilometri più avanti si raggiunge Motta San Damiano (km 5 da Pavia). Qui la chiesa di San Damiano, lungo l’antica Strada Romea, percorsa dai pellegrini, appartenne ai Cavalieri Templari e poi ai Cavalieri di San Giovanni (di Malta).

Si scende per Valle Salimbene, fino alla frazione Vaccarizza (km 9, da Pavia) ove esisteva la chiesa dei Templari che marcava la confluenza del Ticino nel Po. Qui, nel muro di una cascina, tro­viamo la scultura romanica del Cristo compianto (sec. XII), af­fiancato dalla Madonna, da San Giovanni, dal Sole e dalla Luna. La leggenda vuole che questo Cristo piegasse le ginocchia per non bagnarsi i piedi, durante le piene congiunte dei due fiumi, che al­lagavano tutto il territorio circostante.


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