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di Alberto Arecchi
SAN MICHELE – PAVIA: IL VOLO DI ALESSANDRO


Il “Volo di Alessandro Magno” fu un’immagine utilizzata nelle facciate esterne delle chiese medievali, tra quelle che maggiormente si ritenevano idonee ad illustrare il tema della regalità.
Il tema ricorre, ad esempio, nelle sculture antelamiche del Duomo di Fidenza (PR), e di Santa Maria della Strada a Matrice (CB - Molise), chiese entrambe collegate al periodo di Federico II di Svevia. Troviamo l’immagine di Alessandro, in volo tra i due grifoni, anche sull’esterno nord della Basilica di An Marco a Venezia. Ci siamo chiesti: è mai possibile che Alessandro Magno non apparisse anche sull’esterno della Basilica pavese di San Michele, chiesa ricostruita da Federico I Barbarossa, proprio come icona della regalità, visto che era destinata ad accogliere le incoronazioni dei Re italici? Offriamo, a seguire, alcuni brani di citazioni delle immagini più conosciute del Volo di Alessandro.


Duomo di Fidenza (PR), sec. XIII.


Sulla fronte della torre di destra del Duomo di Fidenza, la cosiddetta Torre del Trabucco, si trova incastrata una formella “tanto consunta da apparire ormai come un fantasma di pietra”. Vi si distingue, seduta fra due grifoni, una figura umana che con la destra e la sinistra sorregge due aste, simili a due rocche per filare. Tale somiglianza indusse più d’uno a scorgere nella lastra il motivo della proverbiale “Berta che fila”. Vi fu chi identificò Berta con la madre di Corrado II, uno degli imperatori da cui Borgo San Donnino avrebbe ricevuto particolari privilegi. Altri videro nel bassorilievo una rappresentazione simbolica della Chiesa, mentre la spiegazione popolare individuò nell’enigmatica figura l’immagine di una strega che cerca di salire in cielo. E tra tutte è proprio quest’ultima l’interpretazione meno lontana dalla realtà.


Alessandro Magno in volo, mosaico pavimentale nella Cattedrale di Otranto (LE), 1163-65. Foto Elio Paiano.


Come ben vide il De Francovich, la formella presenta una raffigurazione del “Volo di Alessandro”, analoga ad altre attestate altrove: mi limito a ricordare San Marco e la cattedrale d’Otranto. Come fonte di tale scena, il De Francovich cita un testo della fine del XII secolo, ampiamente diffuso nel Medioevo francese, Li Romans d’Alexandre. Ma quello citato dal De Francovich non è l’unico testo francese che contenga la leggenda del volo di Alessandro Magno; ve ne sono altri, che sono ancora più rispondenti al rilievo borghigiano.
… Per il tramite di alcune traduzioni latine, i testi francesi ci rimandano al Romanzo di Alessandro dello Pseudocallistene, dal quale riferisco il passo attinente al volo di Alessandro.
“Ordinai – è Alessandro a rievocare l’avventura – che fossero catturati due degli uccelli che v’erano in quel luogo: erano enormi, bianchi, fortissimi e mansueti, tanto che stavano a guardarci senza scappare. Ne feci catturare una coppia e ordinai che non fosse dato loro cibo per due giorni: al terzo giorno diedi ordine di preparare un giogo di legno e di legarlo al collo di quegli uccelli; feci preparare quindi una sorta di grande canestro di pelle di bue e ci montai dentro, tenendo in mano una lancia lunga sette pechi, sulla cui punta avevo infilzato del fegato di cavallo. Gli uccelli subito si alzarono in volo, tesi per mangiare il fegato, e io andai su con loro, nell’aria, tanto in alto che mi sembrava di essere vicino al cielo: tremavo tutto perché l’aria si era fatta fredda, per il moto delle ali degli uccelli. Ed allora mi si fa incontro un essere alato, antropomorfo, che mi dice: – O Alessandro, è forse perché non riesci a far conquiste sulla terra, che cerchi quelle celesti? Torna giù in fretta, sulla terra, se non vuoi diventare pasto di questi uccelli!”.
Ma l’episodio rappresentato dall’Antelami ricorre anche in aree culturali diverse (e talora molto lontane) da quelle cui si rapportano lo Pseudocallistene e i racconti francesi. In una leggenda etiopica, Alessandro monta su una specie di Pegaso e “vola attraverso il paese delle tenebre fino al Paradiso, dove ritrova Enoch ed Elia”.
Nell’Oriente persiano, una storia come quella di Alessandro ha per protagonista il re Kay Kâ’ûs, il quale, volendo estendere al cielo il proprio dominio, fece legare al suo trono quattro aquile e le incitò al volo con lo stratagemma della carne infilzata sulle aste, ma alla fine dovette atterrare in un luogo deserto e dal fallimento dell’impresa ricavò disonore e vergogna.
È stato notato che alcune tra le imprese leggendarie di Alessandro si trovano precedentemente riferite a eroi babilonesi come Gilgamesh e come Etana. “La figura di Gilgamesh circondato da animali – osserva Baltrušaitis - assume un nuovo significato. (…) a Fidenza (è) Alessandro che compie l’ascensione in cielo”. L’archetipo dell’ascensione di un sovrano è attestato in un poemetto mitologico paleobabilonese che racconta come il re Etana salì al cielo supremo, tenendosi aggrappato ad un’aquila, per riportarne la pianta della vita. Ed è interessante che alcuni sigilli paleomesopotamici rappresentino la scena di questa ascensione: remoti prototipi della lastra di Fidenza…
Ora, prescindendo da ogni questione relativa all’origine storica della scena rappresentata a Fidenza da Benedetto Antelami, cerchiamo di affrontare un quesito più sostanziale: qual è il significato che il linguaggio artistico antelamico connette al motivo dell’ascensione di Alessandro?
Se è vero che talvolta il senso attribuito nel Medio Evo cristiano al leggendario volo di Alessandro è quello dell’orgoglio umano, tanto che un teologo del sec. XII giunse a paragonare Alessandro al serpente del paradiso terrestre, è parimenti vero che la leggenda medioevale conobbe anche un’interpretazione “in positivo” della leggenda. Un libro assai diffuso nell’area francofona, il Cy nous dit, attribuiva il tentativo ascensionale del Macedone a un insaziabile desiderio di conoscenza e lo presentava come un modello esemplare per l’uomo che aspiri al possesso perpetuo della bellezza celeste: è in questo spirito che un capitello della chiesa di Saint-Médard a Thouars ci presenta la scena del volo. D’altronde, l’arte medioevale sembra aver espresso, in genere, proprio questo significato positivo della leggenda. L’arte del Medio Evo, dice Charbonneau-Lassay, “intendeva fare di questo monarca, malgrado il fallimento della sua audace impresa, l’immagine dell’anima trasportata verso Dio dall’animale aquilo-leonino”, cioè dal grifone, che appare spesso, in coppia, accanto ad Alessandro, come avviene nell’immagine antelamica di Fidenza. Il grifone, come altri animali alati dell’iconografia tradizionale eurasiatica, generalmente svolge una funzione psicagogica, e questo basterebbe per riconoscere una valenza positiva anche nella scena antelamica.
Però, in base a quanto altrove ho avuto modo di rilevare circa l’orientamento dell’arte antelamica e in base anche al contesto iconografico dello stesso Duomo fidentino, si può affermare che la scena rappresentata a Fidenza non si limita ad esprimere un significato di tipo psicagogico, ma riveste un senso più complesso e più profondo, analogo a quello che Denis Roman ha intravisto nelle versioni etiopiche della leggenda allorché ha scritto: “Alessandro il Bicorne è arrivato, secondo la storia, alle estremità dell’Oriente. Secondo la tradizione islamica, giunse ‘là dove tramonta il sole’. A questa espansione nel senso della ‘ampiezza’ può aggiungersi una ‘esaltazione’, simboleggiata dall’ascensione del conquistatore (…). La figura di Alessandro può essere così rapportata a una dottrina completa del Sacro Impero, integrante le due dimensioni, individuale e sopraindividuale, del simbolismo della Croce”.
L’arte di Benedetto Antelami, che sulla facciata del Duomo di Fidenza come sullo zooforo del Battistero di Parma ha scritto con simboli di pietra i princìpi di una dottrina integrale del Santo Impero, attribuisce alla funzione imperiale rappresentata da Alessandro Magno il massimo grado della dignità. Come l’Alessandro “esemplare” del mito greco e della ierostoria islamica ha realizzato sia la dimensione dell’”ampiezza” sia quella dell’”esaltazione”, così l’Imperatore ideale delineato dall’arte dell’Antelami non è solo rex, ma è anche pontifex. È rex, in quanto “regolatore” dell’ordine cosmico e sociale: in rapporto al mondo umano egli rappresenta la sintesi integrale dell’umanità, considerata sia come natura specifica sia come totalità degli esseri umani. Ma è anche pontifex, in quanto “fa un ponte” tra la terra e il cielo, anzi, è lui stesso il “ponte”, l’asse tramite il quale lo stato umano comunica con gli stati superiori dell’essere.

Fonte: Rivista Eurasia

Proprio questo testo induce a pensare: poteva mancare a San Michele l’immagine di Alessandro, in volo tra i due grifoni? Poté Federico I lasciare ignorare una tappa importante nella simbologia del potere regale, tanto usata poi dal suo successore Federico II?


Franco Valente
Santa Maria della Strada a Matrice (CB - Molise), sec. XII.

Tutti sono concordi nel vedere nella scena inserita nella lunetta del portale laterale il cosiddetto volo di Alessandro.
Gli elementi presenti nella rappresentazione non lasciano dubbi, perché dell’episodio abbiamo varie versioni che nella sostanza ripetono sempre lo stesso modello.
Due grifoni alati sono posti a destra e sinistra di una grande cesta intrecciata di vimini.
In essa è rappresentato in posizione frontale Alessandro Magno che è vestito di una tunichetta pieghettata e si regge tenendosi aggrappato a due manici con terminazione a forma di cubo. Nelle edizioni più dettagliate alla punte delle aste sono infilzati pezzi di carne verso i quali si volgono i grifoni che, nel tentativo di raggiungerla, agitano le ali determinando il volo della macchina. Nella nostra nessuna cinghia lega i grifoni alla cesta.
Secondo un’antica leggenda il re di Macedonia, recatosi su un alto monte nei pressi del mar Rosso, pensò di volare incatenando due grifoni alati ad una sorta di cesto. Le mitiche bestie, cercando di afferrare la carne infilata su due aste, cominciarono a salire finché una divinità con la propria ombra li fece precipitare a terra senza danno. Dopo il volo, l’esercito, che aveva assistito alla scena, acclamò il proprio re.
Nel Medioevo la figura di Alessandro Magno assunse significati simbolici a volte antitetici che ebbero, comunque, grande diffusione nella cultura religiosa cristiana.
In genere, nella tradizione cristiana, il tentativo di Alessandro Magno fu considerato nel suo aspetto negativo della sfida al cielo, utilizzato come simbolo dell’orgoglio. Come tale veniva spesso associato ad altri gesti peccaminosi come la lussuria, solitamente rappresentata da sirene bicaudate. Nell’Italia meridionale il tema si sviluppò soprattutto in epoca normanna vedendo in Alessandro un esempio contrario ai principi cristiani.
Probabilmente, però, nel nostro caso il significato non è negativo. Una serie di elementi fa ritenere, contrariamente al solito, che Alessandro Magno nella lunetta di S. Maria della Strada debba essere considerato solo ed esclusivamente per il suo desiderio di ascendere verso il cielo.

Fonte: Franco Valente.


Una figura regale, un carro, due alati grifoni.
Monica Centanni
Il lungo volo di Alessandro (Venezia, San Marco, facciata nord, sec. XII).


Sulla facciata volta a settentrione della Basilica di San Marco a Venezia, nella fascia superiore, è inserito un bassorilievo: si tratta di una figura rappresentata frontalmente che porta sulla testa una mitra regale; le braccia sono aperte e la figura sta in piedi sopra un carro a cui sono aggiogati due animali fantastici: corpo di leone, testa e ali di grifo. I grifoni alati, rappresentati di profilo, sono in posizione araldica: rivolgono lo sguardo in direzione opposta, verso l'alto, tesi verso le prede infilzate sulle punte di due pertiche che la figura regale tiene nelle mani.
Fonte: Engramma

...E A SAN MICHELE DI PAVIA?


Pensiamo di aver potuto finalmente identificare l’immagine di Alessandro Magno in volo, tra i due grifoni, ancorché figurativamente resa in maniera diversa dalle precedenti, anche sui rilievi che ornavano la facciata della Basilica pavese di San Michele (prima metà del sec. XII).
Abbiamo utilizzato la serie di fotografie realizzate nel 1942 da Gino Chierici, al fine di meglio salvaguardare i rilievi della chiesa contro possibili danni recati dalle azioni belliche (G. CHIERICI, Le sculture della Basilica di San Michele Maggiore a Pavia, Edizioni de l'Arte, 1942 - 189 pag). Dalla sua pubblicazione sono tratte le immagini che seguono, che mostrano una figura umana “in volo” su una base d’appoggio, in mezzo a due grifoni, nel settore di sinistra della facciata principale, appena sopra il portale.
Mancano qui gli "spiedini" di fegato usati come esche per il volo dei grifoni. Oggi tale immagine è appena distinguibile, fortemente danneggiata dall’erosione che – soprattutto nel corso degli ultimi settant’anni – ha ormai praticamente cancellato quasi tutti i rilievi esterni.




Disegno di F. De Dartein, 1882.



Foto 1928.

Ricordiamo infine la leggenda del volo di Alessandro, nell’opera teatrale di Dario Fo e Franca Rame.
17 aprile 1998

"L'ascensione di Alessandro Magno portato in cielo da due grifone"
(dal romanzo greco dello pseudo-Callistene vissuto ad Alessandria d'Egitto nel IV sec.d.C.)


Alessandro Magno era un imperatore molto potente. La sua passione era scoprire il mondo, ma non faceva del normale turismo che gli desse la possibilità di conoscere i paesi nuovi, la gente nuova. Il suo turismo era molto particolare; voleva scoprire tutto per conquistare, possedere a costo di distruggere. Per lui la conoscenza significava potere, significava imporre sottomissione. E laddove ne fosse ostacolato risolveva con un massacro, una strage.
In verità non gli importava più di tanto gestire, governare un regno – gli bastava poter dichiarare "Lo posseggo!", anzi, "L'ho posseduto, è stato mio!". Tant'è che spesso dopo averli rapinati per bene, abbandonava quei luoghi per buttarsi a nuove conquiste; quindi dalla Persia - suo regno principale - conquistò l'Egitto e scese fino all'India.
Sulla carta possedeva il più grande impero che uomo al mondo avesse mai conquistato. Ma per gestire e governare un impero del genere Alessandro avrebbe dovuto risiedere a lungo su ogni territorio: conoscerne i problemi, organizzare un'amministrazione, le vie di comunicazione, i mercati; occuparsi dei terreni agricoli, quindi delle acque, dell'irrigazione e dei fiumi navigabili; per non dire dell'emanare leggi e farle rispettare. Ma Alessandro Magno non aveva tempo, doveva sempre proseguire, andare altrove, alla conquista d'altre terre; sottomettere altri popoli, abbattere mura e torri, soggiogare.
Ancora giovane e avendo collezionato un immenso impero, seppur aleatorio, si dedicò alla raccolta e selezione di animali di ogni tipo e razza. Si dilettava a incrociare animali di specie diversa, ottenendone strane creature, spesso eleganti e curiose, talvolta chimere e mostri. Possedeva un serraglio smisurato. Il suo sogno era di riuscire a far accoppiare i due animali considerati più potenti: il leone e l'aquila. Provò con mille espedienti, ma era difficile riuscire a fargli fare l'amore: quei due animali non provavano nessuna attrazione sessuale tra di loro. Infine, li ubriacò di cibi e bevande altamente afrodisiache, quindi ordinò ad una troupe di danzatori maschi e femmine, specializzati in figurazioni d'amplessi al limite dell'osceno, di esibirsi per quelle due bestie, coinvolgendole entrambe nel gioco di accoppiamenti contorti ed acrobatici. E qui la cosa cominciò a funzionare: la leonessa si dimenava all'impiedi come un'odalisca; l'aquila svolazzava intorno sbattendo le ali come mantelli e avviluppando la leonessa che sputacchiava penne ad ogni amplesso.
"Ci ho addosso una voglia bestia! - starnazzava roco il re degli uccelli - Mi rotolerei come una scrofa addosso a te bella zozzona... ma perdio!, tu puzzi come una fogna!"
"E' bella la tua di puzza... A parte che quelle tue piume che mi sventoli addosso riescono solo a farmi vomitare".
Ma dagli e dagli, i due animali, alla fine, si accoppiarono, con ruggiti e ululati di piacere. Da quel folle amplesso, nacquero due "grifoni", i mitici esseri con il corpo di leone e la testa e le ali d'aquila. Ognuno sfoderava quattro splendenti ali. I due esemplari, ancora cuccioli, erano già abbastanza imponenti e terrificanti.
Alessandro aveva un programma: crescerli in fretta e poi servirsene per farsi trasportare in volo più in alto possibile nel cielo. La madre leonessa li allattava, ma il nutrimento che quei due cuccioli riuscivano a poppare dalle sue sei zinne non era sufficiente a soddisfare il loro appetito. Alessandro diede ordine che venissero allattati anche da donne; ogni giorno, due a due, diecine di giovani nutrici offrivano le loro poppe ai due mostri-cuccioli... Le più svenivano durante la poppata. Dopo un anno i grifoni erano cresciuti e possenti, ognuno sbatteva le sue quattro ali e si alzava in volo con grande facilità. Alessandro impose un largo giogo al collo dei due grifoni accostati, quindi vi appese al centro una grande cesta, nella quale si sistemò comodo. Si era procurato una canna molto lunga, sulla cui cima aveva infilzato un fegato di cavallo, che era cibo assai appetito dai grifoni, e da dentro il cesto la issò in alto, sopra le teste delle bestie, che allungarono golosi il collo verso il malloppo di fegato, sbattendo le ali, per raggiungerlo. Così i due mostri volanti trasportarono su, sempre più su nel cielo, lo scaltro Alessandro.
Ormai lo strano carriaggio aveva superato le cime dei monti più alti... Alessandro Magno scrutava l'orizzonte e ammirava le terre a lui ancora sconosciute... Fra sé commentava: "Splendide davvero, ma ne ho abbastanza di regni, territori, guerre e conquiste…".
"Certo... che vantaggio ne hai tratto, poi?!"- gli fece eco una voce imponente.
"Chi è che mi parla?". Alessandro si guardava intorno ma non vedeva nessuno.
La misteriosa voce continuava: "Ti capisco. E chi non si scoccerebbe di far massacrare il proprio esercito, solo per riuscire ad annientarne due o tre altri dei nemici".
"Si può sapere chi mi parla? - urlava quasi isterico Alessandro.
"Noi!"- risposero all'unisono i due grifoni.
"Voi? Da chi avete appreso a parlare con voce e linguaggio da uomini?".
"Le nostre nutrici, da loro, col latte abbiamo succhiato anche le parole... Ad ogni modo... Ti stavamo dicendo, caro imperatore... Visto che ti sei scocciato ormai di conquistare terre, dopo averle insozzate di sangue, adesso t'è preso lo sfizio di conquistarti il cielo?! ".
"No, veramente io ero solo curioso di vedere... osservare dall'alto il mondo... "
"Taci, impostore" - lo insultano sempre all'unisono i due grifoni - e tanto per incominciare tira giù quella canna con quella schifezza di fegato che ci hai appeso!".
"Che schifezza? Non è il vostro cibo più appetito?".
"Macché, te l'abbiamo fatto credere... Il nostro cibo più appetito sono gli uomini".
"Come?"-"Sì! Noi ci abbuffiamo solo della carne degli umani. E il prossimo pasto ce lo faremo con te! Ti spiace?".
Alessandro sbiancò in viso per lo spavento e, forse per la prima volta in vita sua, si sentì tremare: "Voi volete mangiarmi... divorare me che vi ho creato?!".
"Hai ragione - risposero i grifoni - prima ci pare giusto che ti si permetta di terminare il tuo viaggio. Ti porteremo fin sulla luna!".
Detto, fatto, sbattendo le ali ad un ritmo forsennato, i grifoni raggiunsero la luna e planarono su una gran distesa di polvere. Venne subito loro incontro una processione vociante di strani esseri. Erano uomini e donne che assomigliavano a statue mutilare, alcuni erano senza testa, altri senza braccia... altri ancora col corpo divelto, squarciato, eppure si muovevano quasi senza impaccio.
"Ma chi sono? Chi li ha ridotti a 'sto modo?" domandò sconvolto Alessandro.
"Non li riconosci? In gran parte è opera tua e di altri magnifici conquistatori al par tuo. Forse ti sei scordato di quante teste hai fatto mozzare? E donne squartare coi loro ragazzini?".
I tronconi d'uomini, quasi danzando, si fecero intorno al tre e, chi possedeva ancora una testa sputò in faccia ad Alessandro. Altri gli orinarono addosso, altri ancora, dinfrà le natiche, sparacchiarono smerdazzi orrendi. Alessandro si trovò concio e impanato d'ogni zozzeria. Ma la processione non era finita. Si videro venire avanti mostri orrendi, bestie con teste umane, uomini con capocce d'animali e strane creature con due teste, tronchi di caprone con seni di donna e faccia di maiale. Bestie che strisciavano sul ventre come serpenti ma mostravano volti da scimmia e, sul dorso, gobbe da cammello.
"Ma questa non è solo opera mia!" cercò di difendersi Alessandro.
"Infatti non sei il solo al mondo che si diletta a crear mostri. Ma osserva tu con i tuoi compari pazzi fanatici, che avete combinato!".
Quindi, sghignazzando, i due grifi sollevano Alessandro e lo scaraventano giù dalla luna.
L'imperatore rotola nel vuoto, scomparendo ogni tanto fra le nuvole. Era talmente terrorizzato che non gli riusciva nemmeno di far sortire un gemito. La terra gli veniva incontro a velocità incredibile... stava già per schiantarsi al suolo... quando i due grifoni lo raggiunsero e lo abbrancarono, evitando che si riducesse a una marmellata. Ma per tanto spavento ormai Alessandro era del tutto impazzito: gli occhi spalancati come di vetro, biascicava parole senza senso apparente, si muoveva a scatti, con fatica. Era ormai ridotto ad un vecchio canuto. Dov'era finito l'incedere possente e il magico sguardo del divino imperatore? A parte qualche suo fedele ufficiale, nessuno ormai riconosceva in quel relitto il grande Alessandro. Lo nascosero in una grotta dove visse come animale in gabbia fino alla fine dei suoi giorni.
Affinché l'Impero non crollasse e non fosse invaso dai tanti nemici che Alessandro Magno si era creato con le sue guerre ed invasioni, si dovette mentire e dire che egli era in piena salute. Si trovò un contadino che vagamente gli somigliava, non certo colto, ma furbo e abilissimo a recitare gesti e atteggiamenti dell'imperatore. Lo si mise in sella al cavallo regale e lo si fece sfilare per le città per mostrare che l'impero di Persia aveva ancora il suo capo. Ma il vero capo in realtà si era autodistrutto per le sue brame di dominio. Da quell'antro, osservava quello che era stato il suo regno e nei pochi sprazzi di lucidità che gli restavano, meditava sul tragico errore d'aver confuso la conoscenza con il potere.

Dario Fo



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