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di Silvio Negri
SANT'ALBERTO DI BUTRIO - UN MISTERO DELLA STORIA INGLESE IN OLTREPO'


Non è senza profonda impressione, visitando in una valle inselvata dell’Appennino vogherese un poverissimo romitorio dove alcuni frati vivono custodendo la tomba di Sant’Alberto e lavorando pochi ripidi campicelli, che sotto un arcone, in quello che fu in passato un chiostro della Piccola abbazia montana ed ora è una specie di corridoio di comunicazione tra la chiesa e gli squallidi locali d’abitazione dei religiosi, si trova scritto sopra un cartellino attaccato al rozzo intonaco: “Qui è la tomba dove fu sepolto Edoardo II Re d’Inghilterra, che sposò Isabella di Francia e al quale successe il figlio Edoardo III”. Ci perdonino i buoni religiosi che vivono in quella solitudine pregando e rinnovando con il lavoro l’antica regola benedettina, ci perdoni Sant’Alberto, eremita del Mille, la cui tomba è conservata in una delle tre rustiche chiesette affrescate da un ingenuo pittore del Quattrocento, ma l’incontro di una memoria di quel genere, in quei paraggi, fa subito passare in secondo piano tutte le belle cose di religione, antiche e recenti, che il visitatore ha udite fino a quel momento, lo fa rimanere trasecolato e incerto a interrogare le sue lontane memorie liceali della storia dei Plantageneti e della guerra delle due Rose.

Edoardo II, chi era costui? E come mai è capitato in queste strettoie dei nostri monti? Il fatto dovrebbe essere clamoroso, e allora ‑ dice sempre tra se il visitatore ‑ com’è che non ne ho mai sentito parlare? Il cortese accompagnatore si limita a spiegare che quel Re inglese è morto qui eremita, tre secoli dopo il tempo di Sant’Alberto; che la sua tomba è lì, sotto l’arcone, e per vederla basta rimuovere questi grossi ciottoli dei quali è ora lastricato questo piccolo braccio di chiostro: quella tomba però è vuota, la salma del Re sarebbe stata trasportata in Inghilterra in un tempo imprecisato. C’è sì, anche sul luogo, chi ne sa di più, ma in questo momento è assente; il buon fraticello dalla nera barba, che ha appena lasciato l’aratro perché questa è la stagione della semina, può aggiungere solo che Edoardo fu un Re infelice e tradito, che aveva dovuto abbandonare il trono, che stette qui a far penitenza quando nel suo regno e nel vasto mondo lo credevano morto.

Inutile dire che l’ombra patetica di questo Edoardo, trovata sull’Appennino, accompagna da quel momento il visitatore, il quale, appena sceso dalla montagna, si getta sulla prima enciclopedia che gli capita sotto mano per trovare una risposta ai molti interrogativi. Edoardo II, gli dice finalmente un buon testo, fu il figlio del grande Edoardo I dei Plantageneti, Re d’Inghilterra, crociato, dominatore della Scozia e conquistatore del Galles. Suo figlio anzi, proprio quello che sarebbe morto nel romitorio di Sant’Alberto di Butrio, nell’Appennino vogherese, fu per quella conquista paterna il primo Principe di Galles dell’Inghilterra. Ma egli non aveva le qualità del padre; fu uomo debole ed effeminato, dominato da ignobili favoriti ai quali concedeva le redini del potere, oggetto di scandalo per il paese, fieramente osteggiato dalla nobiltà e dal clero. Aveva sposato Isabella, figlia di Filippo il Bello, colei che il popolo chiamò "la lupa di Francia", ma, disgustata della vita del marito, Isabella un certo giorno lo abbandonò e si recò in Francia portando con se il giovanissimo figlio. Di là, assistita da esuli inglesi della nobiltà, tra i quali Lord Mortimer, diventato poi l’amante della Regina, Isabella brigò per rovesciare l’imbelle marito. Allestì tra l’altro una flotta e un bel giorno sbarcò a Dover e mise in rivolta il paese. Edoardo, che era più amante delle mondane brigate e dello sport che delle armi (aveva toccato una dura sconfitta dagli Scozzesi ribellatisi), fu abbandonato da tutti. Cercò di fuggire con qualche partigiano ma fu preso, giudicato dal Parlamento di Londra, obbligato ad abdicare a vantaggio del figliolo ancor giovinetto che prese il nome di Edoardo III; alla fine fu rinchiuso nel castello di Berkeley ove, poco dopo, fu ucciso con barbaro e atroce tormento, cum veru ignitu inter celanda confossus.

Questa tragica conclusione, dice la storia, ha avuto luogo il 21 settembre del 1327; si conoscono i nomi degli esecutori ma non è mai risultato chiaro per ordine di chi abbiano agito. È invece fuor di dubbio che Edoardo III, liberatosi a diciotto anni, con un colpo di Stato, dell’ignobile tutela dell’amante della madre, punì esemplarmente i traditori. Lord Mortimer fu trascinato a coda di cavallo e messo a morte, la Regina Isabella fu risparmiata solo per intercessione di Papa Giovanni XXII, ma relegata a vita nel castello di Rising. Al padre, il cui cadavere era stato sepolto nell’abbazia di Gloucester, Edoardo III eresse un mausoleo che è una delle opere più insigni dell’arte gotica normanna.

Se così parla la storia, a prima vista parrebbe esclusa ogni possibilità di accordare fondamento alla tradizione appenninica che vuole Edoardo II morto penitente a Sant’Alberto di Butrio. Senonché, dicono i competenti, quella storia è stata scritta vent’anni dopo il fatto, quando già la leggenda se n’era impadronita; le cronache inglesi sugli ultimi giorni del disgraziato Principe sono le più diverse e strane; lo danno fuggito di carcere diverse volte, poi ripreso (o ritenuto ripreso), visto che raccontano il crudelissimo supplizio; parlano anche di tentativi armati di liberarlo e di gente messa a morte per questo. Basti dire, ad esempio, che, a proposito dell’asserito supplizio nel castello di Berkeley, c’è chi afferma che esso era stato ordinato dalla Regina, desiderosa di passare a nozze con il Mortimer, e chi lo spiega invece come avvenuto per iniziativa dei carcerieri i quali, vedendo che la Regina continuava a inviare messaggi al prigioniero, e argomentando che costui sarebbe stato presto liberato ed essi puniti delle loro sevizie, per salvarsi deliberarono di ucciderlo e poi fuggirono in Francia. Un fatto in ogni modo è certo: e cioè che ci furono moltissimi in Inghilterra i quali, dopo il 1327, affermarono che Edoardo II non era morto ma faceva vita di penitente. Quest’idea di darsi a vita religiosa per far dimenticare i suoi trascorsi, Edoardo II l’aveva effettivamente espressa in una canzone scritta in carcere, e questo motivo del Re penitente fu uno dei temi più in voga della poesia popolare del tempo. Non solo, il fratellastro di Edoardo, Edmondo, Duca di Kent, fu messo a morte nel 1330 da Mortimer e dalla Regina, appunto perché aveva asserito che Edoardo non era morto. La tradizione italiana appariva così già come la continuazione e il compimento di una tradizione inglese.

Che non esistesse a Sant’Alberto nessuna iscrizione neanche tombale relativa alla straordinaria vicenda, era comprensibile per il fatto che il Re non si considerava lì che un uomo qualsiasi in cerca di oblio; di più era singolare il fatto che, tranne quella di Sant’Alberto, nessun’altra tomba esistesse nella piccola abbazia oltre a questa misteriosissima, scavata nella viva roccia, sotto un arcone di quell’ala dell’antico chiostro, ora rabberciata alla meglio, che guarda a ponente. Quella tomba nel vivo sasso era una cosa del tutto singolare. I monaci infatti venivano sempre sepolti nella nuda terra anche di recente, durante lavori di sterro, si sono trovate ossa di quei cenobiti e vicino ad esse cilici e altri strumenti di mortificazione; essa doveva dunque essere riservata a un personaggio di conto, ospite del monastero e non monaco nel vero e proprio senso della parola. Nella piccola abbazia vi erano infine due preziosi candelabri di gran valore, tanto che oggi sono conservati nel Museo di Torino che la tradizione diceva portati in omaggio dall’Inghilterra quando erano venuti a prendere il corpo del defunto Sovrano. Erano due preziosi esemplari d’arte limosina del XIII secolo, a smalto turchino e rosso, provenienti dall’Aquitania, terra che in quel periodo non dipendeva direttamente dal Re di Francia, ma era feudo proprio della Corona inglese. Che in quel poverissimo romitorio esistessero due candelabri di quel genere, di gran valore e di un’arte quasi sconosciuta in Italia, era un documento che poteva valere a vantaggio della tradizione quanto una pergamena scritta.

Ma un fatto nuovo e inaspettato doveva venire a dar anche maggior credito alla tesi dell’abbazia di Sant’Alberto, nel 1877.
Un professore dell’Università di Montpellier, Alessandro Germain, rinveniva nel cartulario di Maguelone una trascrizione e raccolta di atti messa insieme nel 1368, per ordine del vescovo di Maguelone e tesoriere del Papa; la copia di un documento latino senza data, ma con la firma di Manuele del Fiesco, notaio pontificio e poi vescovo di Vercelli tra il 1343 e il 1348, in cui, sotto forma di lettera diretta dal prelato italiano ad Edoardo III, i due elementi della tradizione che volevano Edoardo II fuggito di prigione e dedito a vita di penitenza, quello inglese e quello italiano, venivano spiegati e congiunti con una precisa quanto impressionante narrazione:

In nomine Domini, amen, incomincia la lettera del Fiesco e prosegue: “Ciò che ho udito per confessione del padre vostro, di mia mano ho scritto ed ho disposto che alla Signoria Vostra venga comunicato. Egli dice primamente che, sentendo l’Inghilterra sollevata contro di lui per incitamento di vostra madre, si separò dalla sua famiglia riparando nel castello sul mare del conte Maresciallo (il conte di Norforlk) detto Gesosta (Chepstow). Poi, intimorito, si imbarcò con Ugo de Spencer col conte d’Arundel e con alcuni altri, e sbarcò in Glancorgan, dove fu fatto prigioniero dal signor Enrico di Lancaster insieme col detto Ugo e con maestro Roberto de Baldock. Egli fu chiuso nel castello di Kenilworth, e gli altri in altri luoghi”.

“Ivi, su richiesta di molti, perdette la Corona, che passò in seguito sul vostro capo nel giorno della Candelora. Infine lo tradussero nel castello di Berkeley. Qui, il servitore che lo custodiva. dopo qualche tempo, disse al padre vostro: Signore, i militi Sir Tomaso de Gornay e Sir Simone d’Esberfort sono venuti per uccidervi; se vi piace vi darò le mie vesti affinché vi sia più facile l’evasione. Allora, così travestito, nel crepuscolo della notte uscì di carcere e giunto senza essere conosciuto e senza ostacolo all’ultima porta, trovò il portinaio che dormiva e l’uccise; e, tolte le chiavi, aprì la porta e uscì con il servo. I detti militi che erano venuti per ucciderlo, accortisi della fuga, temendo l’ira della Regina e il pericolo della loro vita, deliberarono di mettere in una cassa l’ucciso portinaio, ed estrattogli il cuore, lo presentarono maliziosamente insieme col cadavere alla Regina. come se fosse stato del vostro padre. Così il portinaio fu sepolto invece del Re a Gloucester. Uscito dal carcere, il padre vostro fu accolto col suo compagno nel castello di Corf (Corte) dal castellano Sir Tomaso, all’insaputa del suo signore Sir Giovanni di Maltravers, e vi rimase incognito per un anno e mezzo. Saputo di poi che il conte (Duca) di Kent era stato decapitato perché aveva detto ch’egli era in vita, s’imbarcò. per volontà e consiglio del detto Tomaso, insieme col predetto suo servo, sopra una nave, e passò in Irlanda, dove rimase per nove mesi. Ma temendo d’esservi riconosciuto, preso l’abito d’un eremita, tornò in Inghilterra, scese al porto di Sandwich e, sempre travestito, si rese per mare all’Ecluse in Fiandra. Andò in Normandia e di là per la Linguadoca in Avignone dove, dato un fiorino ad un servitore del Papa, mandò un biglietto a Giovanni XXII che lo chiamò presso di sé, e onorevolmente lo albergò in segreto per quindici giorni. Finalmente, dopo varie trattative e considerata ogni cosa, preso congedo, andò a Parigi, quindi nel Brabante e di là a Colonia per venerare le reliquie dei tre Re Magi. Da Colonia, per la Germania, si recò a Milano in Lombardia, e da Milano si ritirò in un certo romitorio del castello di Melazzo (presso Acqui) dove stette due anni e mezzo. Essendo poi sopraggiunta la guerra a quel castello, si trasportò al castello di Cecima, in un altro romitorio della diocesi di Pavia, in Lombardia, e ivi è rimasto per circa due anni, sempre recluso, facendo penitenza e pregando Dio per noi ed altri peccatori”.

“In testimonio di che ho fatto apporre il mio sigillo in contemplazione di Vostra Signoria. Vostro Manuele del Fiesco, notaio del signor Papa, vostro devoto servitore”.

Post tractatus diversos, consideratis omnibus, dice il testo parlando delle conversazioni tra il Papa e l’ex Sovrano pellegrino, il che significa che ogni ipotesi e possibilità era stata discussa tra i due e che il Papa aveva finito, considerata bene ogni cosa, per confermare Edoardo, ch’era stato colpevole oltre che debole, nel proposito già manifestato e messo in pratica di viver sconosciuto e di far vita da penitente. Un castellano di Berkeley, dopo essere stato nel 1330 ad Avignone, riferì in Inghilterra che Giovanni XXII sapeva che Edoardo II era ancora in vita, in base a quella testimonianza il Papa fu interpellato da Edoardo III: rispose di non saper nulla, ma che se qualcosa avesse saputo avrebbe chiesto al Re di usare clemenza verso il suo genitore. Risposta singolare che ci pare più affermativa che negativa: non si vede infatti come il Papa avrebbe potuto svelare il segreto al quale era impegnato verso il regale penitente. E’ molto verosimile invece che Manuele del Fiesco, alto prelato della Curia papale, cugino del vescovo di Tortona del tempo, stretto parente dei Malaspina signori della regione e quindi protettori dell’abbazia di Sant’Alberto, di più canonico di York, buon conoscitore dell’Inghilterra dove i suoi avevano da varie generazioni canonicati e prebende, nipote di un consigliere stesso di colui che era stato Edoardo II, quindi presumibilmente ben conosciuto sia dall’ex Sovrano che dal suo successore, trovandosi in Italia abbia avuto sentore dai suoi parenti dell’eccezionale penitente che si trovava a Sant’Alberto di Butrio, che abbia voluto vederlo, che da lui abbia avuto la singolare narrazione e nello stesso tempo l’incarico di scriverne al figlio. Edoardo III avrebbe così appreso che il padre era ancora in vita ma lontano ormai da ogni idea di far ritorno in patria. Più tardi, morto il genitore. Edoardo III ne avrebbe fatto trasportare il corpo nel superbo sarcofago di Gloucester dove era stata fino allora la salma del guardiano ucciso dal Re, ed avrebbe mandato in dono ai monaci i due bellissimi candelabri. Tutto questo però Edoardo III l’avrebbe fatto in segreto per ottime ragioni, la prima delle quali era di non offrire, con la rivelazione che il padre era od era stato vivo anche dopo il 1327, pretesti a intrighi e a eventuali contestazioni agli atti del suo governo.

In Italia la questione sollevata dalla scoperta di questa lettera è stata studiata per primo da un diplomatico illustre, Costantino Nigra, il quale elencò un buon numero di valide ragioni per dimostrare l’autenticità del documento e quindi la realtà della dimora e della morte di Edoardo II Plantageneto in Val di Nizza. Il Nigra invitò anche alcuni storici inglesi ad occuparsi dell’argomento ma con scarsissimo risultato; alcuni fecero conoscere altre testimonianze per dimostrare come Edoardo II fosse ritenuto vivo in Inghilterra anche dopo il 1327, cosa che già si sapeva; altri giudicarono senz’altro la lettera di Manuele del Fiesco come una contraffazione o una fantasia messa in pergamena, senza accompagnare questo giudizio con una motivazione qualsiasi. Ma come sia il Nigra che la dottoressa Anna Benedetti (che ritornò più recentemente sull’argomento ed aggiunse alla causa dell’autenticità larga copia di altre ragioni) hanno già fatto osservare, non si vede quale mira avrebbe potuto avere una contraffazione, senza dire che il contraffattore non avrebbe potuto essere che il Fiesco stesso, cioè un personaggio ben conosciuto e un alto prelato perché nessuno come lui poteva essere in grado di parlare con assoluta esattezza di cose così lontane e diverse tra loro come la vicenda inglese di Edoardo. I suoi personaggi e luoghi da una parte, e dall’altra di località come Cecima, in Val di Nizza, e Melazzo nell’Alessandrino, erano tanto poco conosciute che lo scopritore francese della lettera nel 1877 le confuse addirittura con Cecina in Toscana e Milazzo in Sicilia, aumentando con questi errori la naturale diffidenza degli Inglesi per il documento. Più si approfondisce la questione, sulla scorta almeno degli elementi che si possono avere oggi, e più questa romanzesca vicenda di un Re inglese che chiude i suoi giorni in una valle romita della Lombardia, ignorato da tutti i suoi, appare fondata. Una sola sicura prova negativa poteva distruggere la tradizione, ma una prova di quel genere non è mai emersa, ed ogni nuova indagine ha confluito invece all’esito opposto: ha dimostrato esatti particolari dei quali prima c’era motivo di dubitare, ha fatto apparire verosimili situazioni che per la grande differenza dei tempi erano apparse assurde.
In alio heremitorio diocesis Papiensis dice, ad esempio, la lettera dopo aver nominato il castello di Cecima, luogo allora ben più importante di oggi che è semplice frazione, il luogo anzi più importante che si trovasse negli immediati paraggi dell’abbazia di Sant’Alberto. Ora Cecima non fa né faceva parte della diocesi di Pavia, dipendeva e dipende da Tortona; la contraddizione è palese; ma la stessa contraddizione non dura che un minuto: Cecima, infatti, pur dipendendo ecclesiasticamente da Tortona, era allora un feudo del vescovo di Pavia al quale paga ancor oggi, in memoria dell’antica dipendenza, un tributo. Non solo, ma questo particolare può anche spiegare perché da Melazzo, diventato rifugio non sicuro a causa della guerra, il Re penitente andasse proprio a Cecima: il fatto di appartenere all’autorità ecclesiastica era per i paesi una particolare difesa e in circostanze di guerra li garantiva dall’invasione e dagli eccessi della soldataglia.

Si è detto che sopra la tomba, scavata nel sasso vivo, è stato murato e si vede ancora a Sant’Alberto di Butrio un arcone a tutto sesto; esso risponde ad un uso che non è comune nei paesi meridionali ed è in sostanza un segno d’onore per i re e i guerrieri nordici; ora se si osserva la riproduzione del ricchissimo mausoleo gotico che Edoardo III costruì per il padre nell’abbazia di Gloucester, non si può non rimaner colpiti dal vedere un arco gigantesco girare anche lì sopra la selva di statue e di pinnacoli di quel funebre monumento. Ancora, al povero braccio claustrale, pavimentato di grossi ciottoli, dove si trova ora la tomba, danno luce verso occidente una trifora e tre bifore i cui capitelli, secondo l’uso dei tempo, sono intagliati con figure allegoriche e mostruose. La dottoressa Benedetti, studiando quelle rozze figurazioni, che hanno sofferto molto per l’opera del tempo, ha creduto di vedervi rozzamente tradotta la vicenda stessa della vita di Edoardo. La sua ipotesi, inutile dirlo, è molto seducente anche se, arrivato sul posto, il visitatore si trovi assai a disagio nel seguirla. Ecco, ad esempio, un leone che tenta di sbranare un agnello, addentandolo in mezzo alla schiena; ma esso si rivolta e cerca di mordere l’avversario (il fanciullo Edoardo III ‑ e Mortimer?): lo stesso leone, nel motivo ornamentale dell’altro spigolo, tormenta il capo di una donna avvolto da bende (Mortimer e Isabella?). Nel terzo spigolo il leone sbrana un capro che allarga nello spasimo la bocca (Mortimer e il Duca di Kent?); altrove un giovine, dalla tunica serrata ai fianchi da un cingolo, tiene in mano una mazza levata a colpire una donna atteggiata a dolore mentre contempla il capo reciso d’un uomo (il giovane Edoardo III, Isabella e la testa di Mortimer?). La Benedetti, che nella figurazione, ad esempio della sirena (come quello del leone uno dei temi più ripetuti dei bestiari medioevali), ha creduto di vedere il segno araldico del primo Principe di Galles, scrive: "Non sarebbe meraviglia che da un esame accurato e collettivo di queste sculture si giungesse a rilevare che lo stesso Edoardo II ha guidato la mano dell’artista. Il monarca, esiliato e penitente, adusato dalla regola benedettina alla contemplazione della morte, potrebbe aver fatto apprestare, o apprestato a sé medesimo il sepolcro e, sopravvivendo in lui il desiderio di svelare il segreto della propria esistenza (come apparirebbe dal messaggio affidato a Manuele del Fiesco), aver tentato di far riprodurre dall’artista figurazioni e motivi che potevano aver riferimento alle vicende della sua vita avventurosa e simboli a lui ben noti".

Queste non sono che alcune delle analogie e concordanze e interpretazioni che gli studiosi dell’argomento hanno riunito a sostegno della loro tesi. Chiamarle prove sarebbe probabilmente troppo; ma è da tener presente che nessuna prova seria esiste neanche nell’altro campo di tutta la questione, essendo impostata sulla domanda: l’individuo che fu sepolto nel 1327 nella abbazia di Gloucester fu Edoardo II od un umile portinaio vittima del destino? Il fatto solo che da tante parti e con tante e diverse tradizioni si sia parlato e scritto di Edoardo come vivo anche dopo quella data, è già un elemento a favore del portinaio, elemento significativo anche se non prova decisiva. Del resto l’incertezza relativa a quella sontuosissima tomba è stata sempre tanto diffusa che, cinquant’anni fa, essendo tornata a circolare la voce che essa era vuota, fu fatta una ricognizione ufficiale. Entro una cassa di zinco, rinchiusa a sua volta in una cassa di legno, furono trovati dei resti umani che il verbalista giudicò ben conservati; ma di chi fossero realmente nessuno fu in grado di stabilire; così dal nostro punto di vista l’appassionante questione non ha fatto per quell’indagine nessun passo. E che essa possa esser facilmente risolta, anche con studi e indagini sistematiche, è molto dubbio perché gli elementi della straordinaria vicenda hanno giocato in modo da assicurarle da una parte la congiura del silenzio‑desiderio di mortificazione religiosa e ragion di Stato e dall’altra quelle fatali amplificazioni o deformazioni del fatto reale che nascono sempre dall’appassionato interessamento dei popoli per le cose patetiche e misteriose. Se la lettera di Manuele del Fiesco è realmente venuta in mano di Edoardo III, che uso ne ha fatto il Re inglese? A parte il presunto trasporto segreto della salma del padre in patria, che cosa ha fatto egli del documento? È possibile che esso esista ancora in fondo a qualche archivio? O non è molto più giustificato pensare che il Re, per le ragioni stesse che gli consigliavano il segreto nel trasporto della salma, quel documento l’abbia distrutto?

Se l’Inghilterra offre perciò, quanto a nuove indagini poche prospettive, anche meno fruttuose appaiono le ricerche in Italia visto che dell’abbazia di quel Sant’Alberto che, secondo la leggenda, cambiò l’acqua in vino alla mensa di Alessandro II, (e il fatto si vede affrescato in una delle tre chiesette) non è rimasto che qualche muro malandato e qualche documento relativo a proprietà di terreni. In rari casi la dispersione dei documenti e il decadimento degli edifici sono stati così assoluti, come in questo monastero della Val di Nizza; questo si spiega col fatto che, appena tramontati i tempi della fede eroica, la piccola abbazia tra i monti non ebbe neanche più monaci; dal Cinquecento in poi i suoi beni furono dati in commenda. Al servizio divino attese un sacerdote. In condizioni di miseria estrema la parrocchia non conta che un centinaio d’anime, gli stabili subirono le più oltraggiose manomissioni, l’attuale sagrestia, ad esempio, servì da stalla e la galleria dove si trova la tomba fece per secoli da ripostiglio e da legnaia. Qualche pergamena esiste ancora, qua e là negli archivi dei dintorni, ma dal 1317 al 1407, cioè anche per gli anni che interessano la nostra vicenda, non esiste un solo documento. Quanto poi alla tomba famosa – lunga due metri, larga ottanta centimetri e profonda sessanta, tutta segnata dai colpi dello scalpello, – una ricognizione fu fatta anche li’, quindici anni fa, dai contadini che erano allora sul luogo, con il proposito, si disse, di ripulire il sepolcro Tolta la pietra di chiusura, non fu trovato nell’interno che la calotta di un cranio che fu trasportata nell’antico cimitero ed inumata. Apparteneva essa ad Edoardo di Caernarvon o, come è più probabile, a un mortale qualsiasi sepolto lì, nella tomba rimasta vuota, qualche secolo dopo? I resti del primo Principe di Galles che abbia avuto l’Inghilterra riposano realmente sotto il sontuoso monumento dell’abbazia di Gloucester o sono perduti nel terreno sacro dell’antico cimitero dei monaci di Sant’Alberto di Butrio? Nessuno forse potrà mai dirlo. E il mistero è reso anche più patetico dall’esotica grandezza di quella penitenza regale tra i nostri monti e dal rustico squallore odierno dei luoghi dove essa si svolse.

(da "La Lettura", Milano anno XXXVIII n. 12, dicembre 1938‑XVI, pag. 1119ss.)


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