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di Alberto Arecchi
L'ASTRARIO DEI VISCONTI
dal libro Il Tesoro dell'Antipapa


Nel 1360, Galeazzo II Visconti ordina di costruire il Castello Visconteo di Pavia, un gran quadrato di cento passi (140 m) di lato, con quattro torri agli angoli, tutto finemente elaborato, su progetti dell'architetto Bernardo da Venezia, come un capolavoro dello spirito geometrico dell'epoca.
La costruzione è fatta di mattoni, ce ne vogliono tanti che occorre aprire diverse fornaci, per garantire i materiali necessari nei tempi voluti. Si narra che la costruzione sia completata in cinque anni, dopo che il Duca ha fatto giustiziare almeno un impresario corrotto che ne rallentava i lavori.
Nel Castello viene installato uno dei più perfetti e famosi meccanismi dell'epoca: il meraviglioso orologio astronomico (astrarium) citato dallo storico Stefano Breventano, posto nella sala d'una torre, concepito e fabbricato dal medico, scienziato e artista padovano Giovanni Dondi, al quale è costato sedici anni d'intenso studio e lavoro (1365-81).
Secondo Philippe de Mezières, cancelliere del re di Cipro, autore di Le songe du vieil pélerin (1389), l'astrario sarebbe stato costruito negli anni 1348-64; tale datazione fu corretta da E. Poulle, nell'edizione critica del Tractatus astrarii, grazie all'osservazione che tutte le informazioni astronomiche utilizzate per il progetto facevano riferimento all'anno 1365 e che in quell'anno il Dondi iniziò i calcoli per la costruzione dell'astrario. Tale data si adatta maggiormente alla considerazione che, proprio allora, la costruzione del Castello Visconteo si avviava a compimento.
Giovanni Dondi, nato a Chioggia verso il 1330, studia medicina, astronomia, filosofia e logica a Padova.
Dal 1354 insegna medicina, astrologia e logica presso lo studio padovano.
Nel 1362 è chiamato a Pavia, come astrologo alla corte viscontea, e sino al 1365 insegna presso la locale Università, poi nel 1367 va ad insegnare a Firenze. Durante un viaggio a Roma, raccoglie notizie e abbozza descrizioni di lapidi e monumenti antichi, in una precoce curiosità di tipo archeologico. Giovanni Dondi si trasferisce definitivamente a Pavia nel 1379, come medico di corte e astrologo, e vi rimane sino alla morte.
Il complesso meccanismo ha sette facce, ciascuna delle quali descrive il moto d'uno dei pianeti conosciuti.
L'astrario del Dondi rimase in funzione nella residenza viscontea sino al 1440. In quell'anno si guastò e fu molto difficile trovare un orologiaio in grado di ripararlo. Finalmente si fece ricorso a un certo Guglielmo l'Olandese (Zelandenus), che abitava in Francia, a Carpentras. Egli riuscì a farlo funzionare ancora per qualche tempo, ma verso la fine del sec. XV esso giaceva abbandonato in una sala del castello di Rosate. L'imperatore Carlo V nel 1529 vide l'astrarium ormai irrimediabilmente in avaria e ne fece eseguire una copia dal maestro orologiaio cremonese Gianello Torriano. Questa è l'ultima notizia che possediamo di quel capolavoro originale. Esistono oggi almeno sei repliche dell'astrario; ne ricordiamo qui solo alcune. L'inglese Alan Lloyd ricostruì per primo nel 1960 l'astrarium sulla base dei progetti del Dondi e lo cedette alla Smithsonian Institution di Washington. L'esatta riproduzione, così materializzata, ci mostra un oggetto di alta tecnica, complesso e sofisticato come i più raffinati prodotti della nostra epoca.
Un'altra replica del capolavoro del Dondi fu realizzata nel 1963 dall'orologiaio milanese Luigi Pippa per il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano.
Nel 1989, nel sesto centenario della morte del Dondi, un gruppo pluridisciplinare, coordinato dal Poulle, realizzò presso l'Observatoire di Parigi l'unica ricostruzione esistente in dimensioni uguali all'originale.
È giusto definirlo un "deterrente strategico".
Siamo infatti in un'epoca in cui la capacità di sviluppare previsioni astrologiche è determinante, soprattutto per un principe potente.
Con l'astrario, la corte dei Visconti si dota d'una macchina capace di stabilire in ogni istante l'esatta posizione dei pianeti del cielo (e quindi di "fare un oroscopo in tempo reale", diremmo noi).

astrario


L'astrario anticipa di secoli diverse soluzioni meccaniche.
È mosso da contrappesi, con un sistema a scappamento per la regolazione esatta. Ciò permette di misurare 24 ore uguali l'una all'altra (ore equinoziali), lungo tutto l'arco del giorno e della notte, e di unificare la misura del tempo.
Si tratta d'una vera e propria rivoluzione meccanica, ma anche culturale, per le conseguenze a lungo termine sul modo di vivere, di pensare, di concepire il tempo, il lavoro e la vita stessa, sul commercio, sull'industria e sugli sviluppi sociali dell'Occidente. Prima d'allora si contavano dodici ore dall'alba al tramonto, e dodici dal tramonto all'alba. Le ore risultavano così di diversa durata, a seconda delle stagioni e delle latitudini.
Giovanni Dondi eterna il proprio orologio astronomico in un volume con 180 disegni, il Tractatus astrarii o Planetarium, in cui descrive tutti i progetti e le fasi di costruzione, nonché i metodi di regolazione dei vari quadranti, gli accorgimenti di lettura, le istruzioni per la manutenzione del meccanismo.
Mentre gli altri orologi dell'epoca sono di ferro, quello del Dondi è realizzato in ottone e bronzo.
Il manoscritto ne offre un esame dettagliato, indica lo spessore delle lastre, la lunghezza dei bulloni, la posizione dei fori. Esistono undici copie del manoscritto, realizzate in tempi successivi e sparse in diverse biblioteche europee.
Oltre ad essere medico, astrologo ed abile inventore, Giovanni Dondi è anche poeta.
Sono noti i suoi severi sonetti. È amico personale di Francesco Petrarca, il quale scrive di lui: "il maestro Giovanni de Dundis, il filosofo naturale e probabilmente il migliore degli astronomi, detto 'dall'Orologio' per via dell'ammirevole lavoro del planetario da lui costruito, che il volgo ritiene essere un orologio".
Giovanni "dall'Orologio" muore ad Abbiategrasso nell'ottobre 1388. In quel periodo la corte viscontea di Pavia è in pieno splendore, risuona di musiche e delle risa galanti delle dame.
Gian Galeazzo raccoglie la successione del padre Galeazzo II, estende il Parco Ducale e intraprende la costruzione della Certosa.

Cfr. V. BELLEMO, Jacopo e Giovanni de' Dondi dall'Orologio. Note critiche con le rime edite e inedite di Giovanni Dondi, Chioggia, 1894; N. SAPEGNO (a cura di), Poeti minori del Trecento, Milano - Napoli, Ricciardi, 1952, pp. 223-226.


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