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di Alberto Arecchi
LE MURA SPAGNOLE DI PAVIA


Gli storici e i cronisti scrivono generalmente che i bastioni di Pavia furono innalzati dal 1546 al 1569, per iniziativa di Ferrante Gonzaga, governatore della città. I lavori furono iniziati sotto il regno dell’imperatore spagnolo Carlo V, che aveva vinto nel 1525 la battaglia di Pavia e aveva conquistato gran parte dell’Italia. Il suo impero si estese su gran parte dell’Europa e dell’America (Indie Occidentali), tanto che si disse che “sui suoi domini non tramontava mai il sole”. Morto Carlo V nel 1558, il completamento delle bastionature di Pavia si proseguì sotto il regno del successore Filippo II.


Pavia, all'epoca della costruzione dei bastioni spagnoli (disegno di metà Cinquecento).

Il nome del Gonzaga è rimasto nella storia locale perché fece rafforzare le difese della città con una nuova, potente cinta, munita di baluardi, di bastioni appuntiti per la “difesa battente”, alle spalle di eventuali attaccanti delle cortine murarie, e di postazioni per i nuovi cannoni. Le nuove difese erano ben più adatte a resistere all’impeto delle artiglierie rispetto alle antiche cortine di mura merlate. Per i pavesi, oggi, la cinta dei bastioni che proteggevano il perimetro della città è nota col termine “le mura spagnole”, con un chiaro riferimento alla potenza imperiale che allora esercitava il dominio sulla città.
Stefano Breventano, nella sua Istoria di Pavia, edita nel 1570, parla dei nuovi bastioni come di un’opera possente, ancora in corso di realizzazione.
Il tracciato fondamentale di questo sistema di bastionature era quello già consolidato da alcuni secoli, noto come la cosiddetta “terza cerchia” delle mura di Pavia. La trasformazione delle mura merlate e turrite in un sistema moderno di bastionature - bastioni fatti dapprima di terrapieno, solo successivamente incamiciati con murature - era iniziata, però, molto tempo prima, come dimostra il prof. Pietro Pavesi in un suo dotto studio. Infatti Pavia era dotata di bastioni per la difesa, per l’uso delle artiglierie e la protezione da quelle del nemico, già all’epoca della celebre battaglia tra le truppe di Carlo V e quelle di Francesco I (24 febbraio 1525). Questo non diminuisce l’opera intrapresa all’epoca del Gonzaga, che completò il disegno della cinta difensiva su tutti i lati della città, dotandola di casematte e incamiciando con robuste murature, sorrette da fornici, tutti i bastioni di terra già realizzati.


Solo in seguito, nel corso del sec. XVII, anche il Borgo Ticino fu avvolto con un sistema di bastioni di terra.
Nell’agosto 1648 fu ulteriormente ampliato e completato il sistema delle fortificazioni esterne, tracciate dal “padre matematico”, il servita Giovanni Drusiani, professore d’arte militare all’Università. Delle mezzelune e batterie e spalti esterni, che occupavano una superficie di una ventina di ettari, si vedevano ancora importanti tracce sino ad una sessantina d’anni fa, nell’area dell’attuale “Città Giardino” e verso Montebolone, come si può ben vedere nei rilievi cartografici dell’Istituto Geografico Militare. Oggi rimane solo un imponente bastione in terra a Montebolone, che si affaccia dall’alto sul corso della Vernavola, minacciato - purtroppo - dal progetto di costruzione di una “strada di gronda”, prevista nella bozza di nuovo Piano Regolatore Generale. .


Pavia, durante l'assedio del 1655.

Grazie a tali opere di difesa la città di Pavia fu in grado di resistere, nel 1655, all’assedio delle truppe congiunte dei francesi, del duca di Savoia e del duca di Modena, che durò dal 24 luglio al 14 settembre, e venne poi abbandonato. In una vittoriosa sortita i pavesi fecero prigioniero il marchese Malvasia, generale delle artiglierie del duca di Modena.
A seguito di un decreto dell’imperatore austriaco Giuseppe II, che tolse Pavia dal novero delle piazzeforti, i fortilizi esterni furono in gran parte smantellati dopo il 1783 e furono devoluti a beneficio pubblico.


Durante le guerre d’indipendenza nazionale, l’amministrazione sabauda ripristinò con R. D. del 20 marzo 1859 la zona militare intorno alIa cinta muraria, che fu nuovamente fortificata, per motivi di sicurezza, in particolare verso nord-est (la direzione dalla quale poteva provenire un eventuale attacco austriaco).


Gli otto bastioni della cinta urbana furono riadattati dal Genio militare a scopi difensivi, così come le piattaforme del Brolio e del Castello. Il Comune, che era divenuto proprietario dei terreni, cedette allora all’amministrazione militare anche l’estremità meridionale della piazza d’Armi nei pressi del largo di porta S. Vito (oggi Borgo Calvenzano), il “campo degli appiccati” di fronte al baluardo di S. Maria in Pertica (area dell’ex Macello, oggi occupata dall’Istituto L. Cossa e da vari servizi urbani) ed un’area nei pressi del cimitero di San Giovannino.


Le fortificazioni di Pavia nel 1768.

Nel 1866, cessata l’emergenza difensiva, le servitù militari furono ritenute un vincolo pesante ed anacronistico, tanto che i Comuni di Pavia e dei Corpi Santi (proprietario anch’esso di una parte dei fondi fortilizi) presentarono al Parlamento una petizione per ottenerne la soppressione, dal momento che «i forti della Piazza di Pavia sono pressoché abbandonati».
Con il R. D. 29 giugno 1872, n. 901, l’Amministrazione militare cedette a titolo gratuito al Comune i baluardi, tranne quello delia Darsena che serviva «per usi militari e precisamente per il Bersaglio», con la piena facoltà per il Comune di operarvi qualsiasi modificazione.
Il bastione di porta Borgorato (oggi piazzale Minerva) e la piattaforma del Brolio (piazza Dante) furono capitozzati e trasformati in giardino a terrazzo, poi integralmente abbattuti per realizzare la circonvallazione ovest del centro urbano.
Negli anni seguenti furono abbattuti il bastione della Darsena e poi (1897-98) tutto il tratto di mura ed i bastioni compresi tra il Ponte coperto e l’attuale piazza Minerva, per realizzare una via di circonvallazione a sud-ovest, lungo il percorso degli attuali Lungoticino Visconti - viale Oberdan.


I Baluardi lungo il Ticino, in una veduta ottocentesca.


La Piazza d’Armi, antica zona d’esercitazioni militari e sede di opere fortilizie avanzate, era racchiusa tra i corsi dei due Navigli, a nord delle mura cittadine. Agli inizi del sec. XX, con la smilitarizzazione, essa divenne punto focale di vari interessi.
L’amministrazione militare, nel gennaio 1905, si dichiarò disposta a cederla al Comune, con tutti i fabbricati militari siti nella zona del Castello (caserma omonima, polveniere, magazzini ed infermerie), purché l‘Ente locale ricostruisse tutte le installazioni in un’altra zona più a nord, nell’area della cascina Caima. La zona richiesta dai militari era stata però scelta proprio in quell’anno per il futuro Policlinico, e il Comune decise di acquistare e proporre per lo scambio la tenuta Galbarini (Cascina Nuova dei Canonici).
Sul finire del 1906 le Ferrovie dello Stato decisero di dotare Pavia di un nuovo scalo merci - Piccola Velocità, nella parte meridionale della Piazza d’Armi, su un’area di nove ettari. Il Consiglio Comunale approvò il 20 giugno 1915 la lottizzazione della restante area ad uso industriale.
Un primo lotto di terreno fu ceduto al Sindacato Agrario di Milano. La Società Anonima Fonderie Ambrogio Necchi acquistò il 23 lugIio 1915 un’area di poco inferiore ai 9 ha. NeIl’aprile 1920 il Consiglio Comunale autorizzò la vendita al Consorzio Agrario Cooperativo Lodi-Pavia-Milano di parte del terreno compreso fra lo scalo merci e via Trieste, per un impianto di lavorazione e selezione di semi agrari.



Il Baluardo di Sant'Epifanio, visto dall'esterno. Le murature sono fortemente ammalorate a causa dell'assenza di manutenzione e degli alberi che vi affondano le radici (foto A. Arecchi, marzo 2017).


Oggi, solamente il baluardo di Sant’Epifanio rimane ancora riconoscibile in tutta la sua altezza. In origine, esso era anche chiamato "Baluardo di Porta Chiusa", perché aveva eliminato l'antica Porta Palacense, all'estremità orientale del decumano massimo; in seguito si chiamò anche "Baluardo della Botanica". Si salvò dalla distruzione perché serviva al Comune di Pavia per collocarvi il deposito degli autobus. Il suo piazzale ospita oggi il parcheggio posto a metà di viale Gorizia, alla fine di via Scopoli. Lo stato di conservazione delle opere cinquecentesche non è tuttavia buono, e opere di ripulitura dalla vegetazione infestante, nonché di restauro delle murature, appaiono sempre più urgenti. Altre fortificazioni rimangono visibili, benché “capitozzate”, lungo tutto il percorso piazza Dante - bastione della Rotonda - porta Milano - viale Argonne (girando dietro il fossato di città, ancora ben visibile dietro il Castello); e poi il bastione di Santa Maria in pertica, sul quale insiste il giardinetto di piazza Emanuele Filiberto, una parte del bastione di Santa Giustina con i giardinetti del piazzale di porta Garibaldi, una parte dei ruderi della punta finale di sud-est lungo il Ticino, con le chiuse del fossato delle mura, i ruderi della prospiciente Torre del Catenone in Borgo Ticino, e le parti basse delle murature dei baluardi che si affacciavano al Ticino, che emergono tuttora dai terrapieni del Lungoticino.


Pavia, in rosso i resti e le tracce tuttora esistenti dei bastioni spagnoli.



(Introduzione al volume “I Bastioni di Pavia”, Ed. Liutprand, 1999).


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