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Liutprand - Associazione Culturale

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Articoli

di Alberto Arecchi

LA VAL VERNASCA E IL PARCO DELLE ABBAZIE


Il nome della Val Vernasca ricorre nei documenti storici pavesi, a proposito del’antica fondazione di due complessi ecclesiastici: la chiesa e il monastero di San Vittore, fondati nei primi anni del secolo VI dal vescovo Ennodio “fuori Porta Borgorato”,1 e il monastero del Santo Sepolcro, ove fondarono la loro sede i monaci Vallombrosani nell’anno 1090, prima di edificare, nella metà del secolo XIII, l’attuale complesso di San Lanfranco.

Alcune cose appaiono chiare, di questo toponimo oggi scomparso. La prima è che si trattasse di una valle, facilmente riconoscibile, posta a occidente delle mura di Pavia. La seconda, desumibile dal nome, è che vi si trovasse acqua in abbondanza, poiché “Vernasca” è un toponimo che indica l’abbondanza di piante di ontano, che crescono in ambiente umido. Verna, infatti, è il nome di questa pianta in parecchi dialetti lombardi, derivato dall’antico idioma celtico, ed è un termine che si ritrova in diversi toponimi.2 C’è una località chiamata Vernasca in Val d’Arda, in provincia di Piacenza. C’è l’altra valle, che abbraccia Pavia, in cui scorre un corso d’acqua che ancor oggi si chiama Vernavola.

Dunque, i nomi Vernasca e Vernavola indicavano con chiarezza le caratteristiche del luogo, umido e ricco di corsi d’acqua. Ciò detto, la Val Vernasca altro non può essere che la profonda incisione valliva in cui ancora oggi scorre il corso d’acqua che conosciamo col nome di Navigliaccio.

Il toponimo di San Vittore era inerente ad un antico monastero che sorgeva al di là dell’attuale linea ferroviaria, presso la valle del Navigliaccio. L’edificio sacro fu demolito in un periodo ancora antico, non ben precisabile. Il nome rimase alla ex cascina San Vittore (edificio tuttora esistente, al principio dell’attuale via Lovati) e alle “Case Basse San Vittore”, complesso che sorgeva più in basso, lungo la via Borroni, verso la sponda del Navigliaccio.

1 – La Valle del Navigliaccio nell’affresco di San Teodoro (1522)

Rileggiamo quanto scrisse il Padre Romualdo, alla fine del XVII secolo:

“Sant’Ennodio, quando fu Vescovo di Pavia (511–521), costruì quella chiesa in onore di San Vittore Martire, del quale era particolarmente devoto; e nelle strutture in seguito costruite, adiacenti a quella chiesa, le Monache si installarono e vissero sotto la loro Regola, dall’anno 1178.3 Quel luogo era anche detto Val Vernasca.4 Quel luogo era stato amministrato da Chierici secolari, dal del fondatore Sant’Ennodio, che vi ebbe il suo primo sepolcro, sino all’arrivo di quelle Monache, e vi si cantava in modo alternato con due cori, e all’uno che cantava in latino l’altro rispondeva in lingua greca, come aveva voluto Sant’Ennodio. La Sede Apostolica insignì quelle Suore e il loro Monastero di diversi Privilegi e grazie, a firma del Pontefice Giovanni XX, nel 1316. Francesco Sottoripa, che divenne Vescovo di Pavia prima del 1387, fece trasferire quelle Monache in città e Guglielmo III Centuario da Cremona concesse loro la chiesa di Santa Cristina... Al tempo in cui il Vescovo Centuario aveva concesso alle Monache un Monastero nuovo entro la Città, erano rimaste altre Monache nel più antico Monastero di San Vittore, e nel 1452 il Vescovo di Pavia Giacomo Borromeo unì il Monastero San Vittore “fuori e presso le mura” a questo Monastero Nuovo. Quest’unione fu sancita al tempo del Papa Nicola V e si stabilì che nel Monastero di San Vittore rimanessero sei Canoniche con la loro Priora, ma nel 1517 il Vescovo di Pavia e Delegato Apostolico, Card. Antonio Chiocca Monti, le costrinse a trasferirsi al Monastero Nuovo e ad unirsi alle Suore che stavano entro la Città. Perciò quelle Monache celebrano ancora tutti gli anni l’anniversario di San Vittore”.5

2 – La Valle del Navigliaccio nella mappa del Ballada (1654).

Si direbbe quindi che il complesso monastico di San Vittore scomparisse definitivamente pochi anni prima della Battaglia di Pavia, durante la quale non risulta che esso venisse neppure nominato. Esso è citato da Opicino de Canistris, nel secolo XIV,6 ma non compare nella veduta del Lanzani a San Teodoro (1522), né nelle varie elaborazioni della carta del Ballada, iniziate durante la prima metà del secolo XVII. Nella stessa mappa, invece, il corso dell’attuale Navigliaccio è ben presente, scavalcato da quello che ancora oggi si chiama il “Ponte di Pietra” e da due ponticelli minori, in legno.

Quanto all’originario Monastero del Santo Sepolcro, che precedette la costruzione dell’attuale San Lanfranco, ecco quanto riferiva lo stesso Padre Romualdo:

3 – L’ontano (Alnus nobilis L., Verna).

“Sette anni dopo che S. Giovanni Gualberto, fondatore della Congregazione di Vallombrosa, salì al cielo, il che avvenne nel 1073, Monaci di quella Congregazione vennero dalla Toscana e costruirono presso la città di Pavia questa Chiesa in onore del Sepolcro di N.S.G.C.; vi eressero un simulacro di quel sepolcro e vi aggiunsero un Monastero per vivere in esemplare perfezione e contemplazione. La Chiesa, il Monastero e l’Abbazia cominciarono ad arricchirsi con donazioni patrimoniali per la generosità grande e religiosissima di un nostro concittadino, che in questo Monastero si fece radere e visse come Monaco: il pavese Tesauro dell’illustre famiglia Beccaria, intorno al 1243 professò i voti Monastici e poi assunse la carica di Abate e fu nominato Cardinale dal Papa Alessandro IV, legato Pontificio presso i Fiorentini, da questi fu ucciso come Martire nel 1258, nella Piazza di S. Apollinare. S. Lanfranco, della stessa famiglia, qui visse il tirocinio monastico prima di lui, fu nominato Abate e occupò in seguito il soglio di Vescovo di Pavia. Qui sono sepolti entrambi. S. Tesauro a Settentrione, fuori dei cancelli all’ingresso della Chiesa, posto in un’arca. S. Lanfranco dietro l’Altare Maggiore, nel Coro dei Monaci, in un’altra arca marmorea mirabilmente scolpita, sorretta da colonne, Al di sopra di questa viene ricordato, in un sepolcro marmoreo di dimensioni minori, S. Bernardo Balbo Vescovo di Pavia, che scrisse le gesta di S. Lanfranco (di cui era intimo). La Tomba di S. Lanfranco reca un epitaffio scritto che parla in breve di lui.7 Essa esiste ancora, davanti alla porta della Chiesa, in un piccolo prato circondato da un muro quadrato. Questa Chiesa ebbe il titolo di S. Sepolcro sin verso il 1190”.8

4 – Ontano in zona umida.

“Una primitiva chiesa dedicata al Santo Sepolcro era ubicata in località “costa Fragonaria” nei pressi del piccolo centro di Santa Sofia, ad ovest della città. Il Funus monasticum, un antico rituale appartenuto al monastero di San Lanfranco, identificato con il codice 512 della Trivulziana (Lanzani), riporta come data di fondazione il 1090. Solo più tardi però si riscontra la presenza vallombrosana ufficialmente strutturata in un cenobio isolato, ma più prossimo alla città, immerso nei boschi della Valvernasca, entro il circuito della cosiddetta campanea papiensis. Nel 1145 i vallombrosani risultano ormai stabiliti nella nuova e definitiva collocazione”.9

Ampie le zone verdi di proprietà dell’Abbazia di San Lanfranco, trasmesse alla proprietà dell’Ospedale di San Matteo.

In questa parte del territorio, ampi furono i possedimenti dell’Abbazia del Santo Salvatore. Dal Navigliaccio si derivò il canale della Folla, che alimentava gli opifici fuori delle mura, soprattutto nella zona di San Patrizio-Ticinello. Per chi non lo sapesse, la follatura è un'operazione del processo di finissaggio dei tessuti di lana, che consiste nel compattare il tessuto attraverso l'infeltrimento, per renderlo compatto e in alcuni casi impermeabile. Già in epoca romana esisteva una piccola industria che, in apposite officine dette fullonicae, provvedeva all'operazione di follatura. Le pezze tessute venivano messe a bagno in grandi vasche piene d'acqua e battute coi piedi, sfregate e torte con le mani dagli operai (schiavi) sorvegliati dal responsabile (liberto). L'acqua calda con l'aggiunta di argilla smectica detta terra da follone, combinata con l'azione energica dei piedi, infeltriva la lana. Nel Medioevo si costruirono le gualchiere, edifici collocati presso un corso d'acqua, dove magli azionati dalla forza idraulica battevano il panno. I terreni che erano stati possedimenti del S. Salvatore rimasero tagliati in due, alla fine del decennio 1860, dalla costruzione del terrapieno e del ponte della linea ferroviaria per Genova.

5 – Macchina per la follatura, incisione.

IL PARCO DELLE ABBAZIE

Nel 2001 fui l’elaboratore della proposta, in questa zona, del Parco delle Abbazie. Dall’introduzione alla proposta progettuale di allora riporto alcuni passaggi significativi. “Perché e come l’idea di un Parco delle Abbazie a Pavia? La zona a Ovest della città di Pavia è stata nei secoli scorsi una “lunga propaggine di acqua e boschi” che collegavano Pavia, lungo la sponda del Ticino, col Magentino e col Milanese.

Da queste parti - scrive Mons. Angelini, poeta e storico di Pavia - c’è “il bel San Mauro ove riposano le ossa di Adelaide e di Ariperto” e più avanti il campanile romanico di San Lanfranco gareggia col verde circostante, «antico custode e garante del Santo Sepolcro». Le due oasi di preghiera, di sosta e di sicurezza per i viandanti di sempre sono state rappre­sentate dalle due Abbazie. L’una - la Basilica col Monastero del SS. Salvatore (per la gente di Pavia: San Mauro), sorge su un poggio fuori l’antica porta Borgoratto, poi Porta Cavour; l’altra, quasi a ridosso del “bel fiume azzurro” da cui prese origine la nostra città, la Basilica col Monastero del Santo Sepolcro, detta di San Lanfranco.

La prima, quella del SS. Salvatore, di stretta osservanza benedettina, l’altra della stessa derivazione originale, ma di un altro ordine monacale, quello Vallombrosano. In co­mune l’Ordine Benedettino e quello Vallombrosano ebbero il modo d’intendere la vita co­munitaria, che esclude rigorosamente ogni manifestazione di individualismo: il cenobio è un corpo completo e autonomo, ad immagine di quella più grande comunità di fedeli che è la Chiesa.

6 – Follatura tradizionale con i piedi, in un’antica incisione scozzese (1770).

In queste Abbazie e in questi Monasteri, l’anima che aspiri alla perfezione, ma anche le persone alla ricerca di una propria identità e d’un nuovo senso da dare alla propria esistenza, trovarono le condizioni ideali per dedicarsi ai confratelli, ed oggi, in uno sguardo moderno della “Caritas Christi”, per far ritornare verso il Creatore, la natura, le cose della terra, la persona dell’uomo, diventato fruitore, tutore e custode di queste bellezze storiche e naturali.

Questa unità spirituale, “filo invisibile” che lega queste due belle realtà storiche e cristiane, si trasmette anche alla natura circostante: all’acqua del fiume e dei vari rii degradanti verso di esso; al verde del bosco golenale e delle varie zone di contorno delle Basiliche salva­te dalle moderne urbanizzazioni; alla gente di periferia, custode perenne di ,storie, tradizioni, manifestazioni di fede genuina, al contesto urbanistico nuovo che pur “nell’unicum citta­dino” mantiene intatte tutte le sue matrici d’origine, periferiche e contadine.

7 – Il corso del Navigliaccio, oggi.

In questo territorio così unico nel suo genere e nelle sue storie, vere o leggendarie, nasce il progetto del “PARCO DELLE ABBAZIE”.

La zona posta tra il Fiume Ticino le due Abbazie, e la parte alta del terrazzo fluviale, dei rioni Pelizza e Ponte di Pietra, col Navigliaccio che li attraversa, mantiene integra la sua bellezza naturale ed ambientale anche dopo la necessaria realizzazione del percorso di attraversamento del nuovo tracciato autostradale della Tangenziale Ovest.

Inoltre è ricchissima di vegetazione, di carnpi, di boschi e radure, di piccole oaisi faunistiche che la rendono di particolare pregio ambientale ed una grande riserva di verde non solo per i cittadini pavesi ma anche per gli utenti esterni che trovano un naturale “sbocco”, nell’arrivare a Pavia dall’Autostrada A7, proprio in prossimità della Basilica di San Lanfranco e dell’area di Parco che qui si vuole proporre.

8 – La Val Vernasca.

L’IDEA DEL PARCO

Il nome di “Parco delle Abbazie” ricorda che l’ampia area verde, disponibile a cavallo del corso d’acqua del Navigliaccio, oggi attraversata dal percorso della tangenziale ovest di Pavia, è sempre stata il polmone e il collegamento naturale tra le due Abbazie del San Salvatore e del Santo Sepolcro, che hanno giocato entrambe un ruolo importantissimo nella storia trascorsa di Pavia.

Il nome si ispira all’analogo “Parco delle Basiliche”, nato nella zona sud della Milano storica, dopo le distruzioni dovute ai bombardamenti della seconda Guerra Mondiale, a col­legare con un percorso verde le Basiliche di San Lorenzo e Sant’Eustorgio.

L’idea del Parco fa riferimento all’analoga, riuscita esperienza del Parco della Verna­vola, per il quale, dopo una prima fase di magniloquente progettazione, alla metà degli anni Settanta, si è passati ad una riuscitissima sequenza di microrealizzazioni. È nelle microrealiz­zazioni e nella sinergia tra diversi tipi di interventi qualificati (piccola viabilità, accessibilità, protezione e ripopolamento di aree specifiche, collocazione di piccole aree per lo svago e per il gioco) che si ravvisa la possibilità, molto interessante, di realizzare un parco di quartiere in una zona in cui oggi il patrimonio verde, pur conservato, è trascurato e si può dire “dismesso”.

Le aree in questione appaiono d’importanza vitale per l’accessibilità al Fiume Ticino da parte dei pavesi, poiché si collocano lungo il percorso obbligato che i cittadini percorrono quotidianamente, durante l’estate, nel recarsi alle diverse spiagge lungo la sponda sinistra del Ticino. Il parco delle Abbazie potrà inoltre giocare un ruolo ancor più strategico, qualora l’auspicabile realizzazione d’un passaggio pedonale in fregio al ponte della tangenziale ovest permetta, in un prossimo futuro, un collegamento diretto con l’area pubblica del Lido di Pavia, in sponda destra.

Queste zone sono vincolate e protette sin da quando si è costituito il parco del Ticino, e sarebbe un peccato lasciarle andare a un progressivo degrado. Vale la pena di sottolineare la presenza di una pluralità d’iniziative, che la creazione di un’area verde connettiva potrà con­sentire di collegare e, in un certo senso, di amalgamare in un tutto fluido, dalle caratteristiche di Parco, che si formerebbe così in modo del tutto naturale:

9 – L’area del Parco delle Abbazie.

- la zona ricreativa costituita dall’Oratorio di San Mauro;

- la zona di orti in fregio al corso del Navigliaccio, che si pensa utile mantenere e anzi valorizzare;

- l’uso spontaneo, da parte di ragazzi del quartiere, dell’area asfaltata del tronco non in uso del raccordo autostradale, come pista per il pattinaggio e per piccole corse con biciclet­te o motorini;

- il complesso pubblico del Torchietto, con le espansioni recentemente programmate;

- il maneggio della Società Ippica Pavese;

- il Tennis Club;

- la sponda del Ticino in prossimità della lanca morta di San Lanfranco, direttamente collegata alla località Casa sul Fiume;

- il complesso ex monastico di San Lanfranco, col suo oratorio.

L’insieme del Parco occupa inoltre la zona centrale di un quartiere, come Pavia Ovest, particolarmente composito e frammentato, e può permettere di creare un tesuto connettivo, con un ampio Parco pedonale centrale, consentendo la connessione tra le varie parti del Quartiere grazie alla realizzazione d’un semplice passaggio pedonale sul corso del Navigliaccio”.

NOTE

1. Cfr. G. ROBOLINI, Notizie appartenenti alla Storia della sua Patria, Pavia, 1823-1838, l. I, p. 51.

2. Cfr. P. MONTI, Vocabolario della Gallia Cisalpina e Celtico, Milano, 1856 (2. Ed.: Pavia, 2000).

3. Arch. Monasterii Novi; G. BOSSI, alla voce “S. Vittore”; Arch. SS. Trinitatis.

4. G. BOSSI, Ibidem.

5. P. ROMUALDO, Flavia Papia Sacra, 1699.

6. O. DE CANISTRIS, Liber de Laudibus Papiae, ca. 1330.

7. GUGLIELMO MOL., Mod. Vis. Eccl. Pap., “S. Lanfranco”.

8. P. ROMUALDO, Flavia Papia Sacra, 1699.

9. C. FRIGERIO, San Lanfranco, Dal sito internet della Parrocchia.

Pubblicato 21/07/2017 11:24:48