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di Alberto Arecchi
IL FANTASMA DEL MARCHESE A TORRE D'ISOLA


La Villa di Torre d’Isola fu costruita nel sec. XVIII dai marchesi Botta Adorno e in seguito ne furono proprietari i loro successori: Cusani Visconti, Litta Modignani, sino ai Morelli di Popolo.

Ogni residenza avita che si rispetti ha il suo fantasma. Qui è il fondatore della villa, il marchese Antoniotto, del quale non si è mai identificato con cer­tezza il luogo di sepoltura, che ogni tanto ossessiona i sogni dei suoi eredi. Notte dopo notte sposta i quadri e fa rumori nella parte più antica dell’ala nobile, dove forse un tempo si trovava l’antica torre della leggenda: rimorsi della vita passata o qualche cosa che ha tralasciato, incompiuta?

Forse il fantasma imparruccato dell’alto ufficiale absburgico cerca ancora di rivelare il luogo in cui nascose il tesoro della Repubblica di Genova, l’antichissimo stato marinaro caduto un giorno di quasi tre secoli fa di fronte alle artiglierie lombardo-piemontesi, sopraffatto dall’arroganza del figlio di un golpista mancato. Il governatore fuggì allora, sconfitto da una sconfitta popolare, e fece caricare in gran fretta sui muli, come bottino, le casse del tesoro della Repubblica. Se al padre interessava il potere sui genovesi, ad Antoniotto bastarono i genovini d’oro e d’argento. Venne a rifugiarsi in campagna, qui a Torre d’Isola, in questa villa da lui stesso fatta costruire, carico d’acciacchi e di decorazioni. Ancor oggi il suo stemma, appesantito d’armi, di bandiere, di tamburi e della doppia Croce di Malta, campeggia sullo scalo­ne, nelle sale della villa, sulla facciata della chiesa. I ritorni notturni del suo fantasma rendono vivo il ricordo dell’altezzoso maresciallo di Maria Teresa d’Austria, ancor più di qualsiasi stemma dipinto o del quadro che lo ritrae, ormai vecchio, con la parrucca imborotalcata, nella galleria di famiglia.

Antoniotto Botta Adorno nacque nel 1688 nel castello di Branduzzo da Luigi e da Maria Matilde Meli Lupi di Soragna, la quale fu molto “chiacchierata” per la sua relazione con il re di Spagna Filippo V. Non sappiamo comunque se Antoniotto o qualcuno dei suoi fratelli avesse in sé il sangue della casa reale di Spagna. L’anno dopo la sua nascita, suo padre Luigi fu espulso dalla Repubblica di Genova (ricordiamo che quella città era la patria degli Adorno), esiliato e perseguitato con con­danna a morte in caso di ritorno, come tentato autore di un colpo di stato contro il Doge.

Luigi morì nel 1700 e gli successe il figlio primogenito Alessandro, con la moglie Isabella Torriglia. Antoniotto non andò mai d’accordo con quella cognata, anzi sosteneva apertamente che il fratello avrebbe fatto meglio a farsi cardinale.

Antoniotto Botta Adorno iniziò giovanissimo la carriera militare, sulle orme del fratello Giovanni Battista. Nel 1711 partì per la corte di Lisbona al seguito del colonnello Stamper, ambasciatore imperiale. Tre anni dopo, all’età di 26 anni, era capitano nel reggimento Odojer. Ebbe modo di distinguersi per atti di valore durante la battaglia d’Ungheria contro l’impero turco e soprattutto durante l’assedio di Vienna del 1717, insieme al fratello Giovanni Battista, sotto le bandiere del principe Eugenio di Savoja. A Belgrado fu promosso, per il suo valore, al grado di tenente colon­nello del reggimento Marulli. Nel 1738 e nel 1739 ritroviamo Antoniotto, or­mai cinquantenne, come ambasciatore alla corte imperiale russa. Nel 1740 fu ambasciatore alla corte di Prussia.

Antoniotto fece ricostruire la villa di Torre d’Isola e la corte d’onore, che camuffa con un sapiente gioco di quinte l’ampia corte rurale retrostante. La presenza di tracce del palazzotto più antico (e forse della torre) obbligò l’architetto, di cui non conosciamo il nome, ad una soluzione scenografica che coprisse la reale asimmetria dell’impianto con un aspetto esterno regolare.

Nel frattempo Antoniotto fece car­riera, divenne maresciallo comandante degli eserciti imperiali e sostituì il principe di Liechtenstein al comando supremo delle truppe austro-piemontesi. Il 19 agosto 1748 sconfisse i Fran­cesi e gli Spagnoli sulle sponde del Tidone e subito dopo occupò Genova. Pose fine alla libera Repubblica neutrale, con l’intento di attaccare da lì direttamente il territorio francese. L’atteggiamento delle truppe piemontesi e austriache (cioè, in gran parte, lombarde) fu molto duro. In particolare Antoniot­to, nominato governatore della città, provocò con la sua arroganza l’insurrezione popolare rimasta famosa per il personaggio di Balilla. Memore dell’esilio e della condanna a morte in­flitti a suo padre, il maresciallo imperiale intendeva vendicarsi sulla popola­zione genovese. Rimase famosa la frase che pronunciò al Doge, che s’inginoc­chiava supplice ai suoi piedi: “Ai Genovesi non lascerò altro che gli occhi per piangere”. L’insurrezione iniziò il 5 dicembre 1746 e in poco più di un mese conseguì l’obiettivo di scacciare gli austriaci.

Quando Antoniotto fuggì da Genova, dopo l’insurrezione, col tesoro della Repubblica, si recò dapprima al suo castello di Silvano Pietra, poi a Branduzzo e infine arrivò a Torre d’Isola, a questa sua villa. Si vuole che in uno di questi tre luoghi abbia nascosto il tesoro di Genova, composto di oggetti preziosi e monete d’oro, conte­nuto in una ventina di casse. Nulla, a quanto si sa, è mai stato trovato. Solo alcuni genovini d’oro, presso la villa di Torre d’Isola, tanti anni fa. Circa venticinque anni fa vi fu chi volle cercare il tesoro, con l’aiuto di sedute spiritiche. Il parroco di allora riesumò le salme dalla cappellina funeraria, accanto alla facciata della chiesa: ma si trattava di un altro Antoniotto, nipote del primo, con la moglie Clara Schiavuzzi.

Nel 1754 Alessandro Botta Adorno, durante un viaggio a Vienna, cadde gravemente malato e cedette l’amministrazione dei feudi di famiglia al fratello Antoniotto. Alla morte di Alessandro, dieci anni dopo, ereditò tutto il figlio primogenito Luigi, sposato con Francesca Stampa di Soncino. Questo Luigi morì nel 1795.

Nel frattempo Antoniotto ripren­deva la carriera diplomatica e nel 1762 partiva come ambasciatore presso l’imperatrice Caterina di Russia. Nel 1765, ormai settantasettenne, veniva nomina­to reggente del Granducato di Toscana, rimasto vacante dopo la morte dell’imperatore Francesco Stefano. Vi rimase poco tempo: l’anno dopo si ritirò nuovamente a Torre d’Isola. Morì nel castello di Branduzzo il 29 dicembre 1774, all’età di 88 anni, senza essersi mai sposato e senza figli (si crede che abbia avuto un grande amore, frustrato dalle circostanze, per una grande regina europea). Dovrebbe essere sepolto a Pavia, nella chiesa dei santi Gervaso e Protasio, nella quale si può leggere una lapide, con le sue insegne, che egli stesso si era fatto scolpire nel 1757. Un onore reso a sé stesso, non una vera e propria lapide sepolcrale. Vi è infatti chi ha sollevato dubbi sul fatto che a S. Gervaso si trovi l’ultima dimora terrena del terribile marchese. Si sostiene che il suo fantasma vaghi tuttora spesso in un’ala della villa di Torre d’Isola, ove si trovava l’antica torre e ove si può anche supporre che egli ab­bia potuto nascondere il tesoro. Ciò intriga la fantasia degli abitanti del luogo, ma anche talvolta suscita l’interesse dei Pavesi e della stampa. [1]

Gli eredi del maresciallo absburgico sono talvolta risvegliati dai rumori che si dicono provocati dal fantasma di Antoniotto. Forse il fantasma imparruccato dell’alto ufficiale cerca anco­ra di rivelare il luogo in cui nascose il tesoro della Repubblica di Genova.

Da: Torre d'Isola, ed. Liutprand, 1994.

[1] Cfr.: P.M. PRUNETTI, Il Marchese Antoniotto Botta e il suo tesoro, “Il Ticino”, 22.9.1990.


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