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di Alberto Arecchi
LA FINE DEL PONTE COPERTO DI PAVIA

Il ponte antico

Molti sono convinti che i bombardamenti dell’ultima guerra abbiano irrimediabilmente danneggiato l’antico Ponte Coperto, in modo da renderne necessarie l’eliminazione e la “ricostruzione” secondo i nuovi canoni tecnici idraulici, quale oggi tutti lo vediamo. In realtà le cose si svolsero diversamente, e desideriamo ripercorrere gli eventi, a salvaguardia della memoria, con un’ampia scelta di brani tolti dagli Archivi Comunali Storici di Pavia e dalla stampa dell’epoca.
Diversi esperti valutarono che i danni provocati al Ponte Coperto dalle bombe non fossero tali da impedirne un corretto ed integrale restauro, “com’era e dov’era”. Su tale argomento si accese, come in altre occasioni, un vivo dibattito - in Consiglio Comunale e nella città intera - tra i fautori del vecchio Ponte e i suoi “giustizieri”. Questi ultimi - come spesso accade - col tempo ebbero la meglio: il Ponte fu demolito nel 1948 a colpi di dinamite e quindi fu costruita l’attuale copia, a parziale imitazione delle fattezze medievali del manufatto distrutto.
Dai bombardamenti del settembre 1944 alla distruzione definitiva del vecchio Ponte Coperto, nella primavera 1948, si svolse nella città di Pavia un’intensa polemica fra i difensori del vecchio Ponte e i fautori di una ricostruzione motivata da ragioni tecniche (viabilistiche, ma soprattutto idrauliche). È interessante introdurre la rievocazione di quei tristi eventi con il brillante commento del prof. Barbacci, architetto e storico dell’arte fiorentino, estraneo alle beghe locali ma ben attento alle tristi vicende subite dal nostro monumento. Poi, ripercorreremo gli stessi fatti con la lettura degli atti d’Archivio.
«Il Ponte Coperto di Pavia fu costruito nel 1351 da Giovanni da Ferrara e da Jacopo da Gozzo, sui ruderi di un ponte romano; subì, nel corso dei secoli, restauri ed anche aggiunte; fra le quali il portale d’ingresso verso il Borgo Ticino, nel Cinquecento, la cappellina, nel Settecento, il portale verso la Città, nell’Ottocento. Era una di quelle ammirevoli costruzioni medioevali, create da tecnici-artisti che, componendo secondo il gusto del loro tempo, senza preoccuparsi di simmetrie o di pedantesche cadenze, dando spontanea forma d’arte agli elementi costruttivi, erano riusciti a creare un’opera viva, bella e insieme funzionale, che introduceva nel paesaggio fluviale e urbano una nota di straordinaria pittoricità. Era una di quelle opere irregolari, eseguite con materiali modesti, con forme semplici, struttura usuale, che si sposava con naturalezza all’ambiente; un’opera che aveva sulle consorelle moderne, rigide e regolari, la superiorità delle opere manuali dell’artista, rispetto a quelle prodotte dalla macchina. Quest’opera incantevole non è più. È stata danneggiata dalla guerra, distrutta dai tecnici. Narriamone la recente storia...
Preoccupandosi delle condizioni di precaria stabilità di alcune arcate, e del pericolo che ne deriva per il pubblico, che tuttora transita sul ponte, provvisoriamente rimesso in funzione mediante una passerella pedonale, nel giugno del 1945, il Genio Civile inizia lo sgombero delle macerie cadute sul letto del fiume e l’abbattimento delle parti pericolanti, fra le quali considera anche le arcate. Ma la Soprintendenza ai Monumenti, con l’assenso del Comando Militare allea­to, riesce ad imporre la sospensione dei lavori.
Nello stesso tempo, il Sindaco chiede al Ministero della Pubblica Istruzione che inter­venga per impedire la prospettata costruzione di un nuovo ponte, di moderno disegno. Contesta la obbiezione che il vecchio ponte ostacoli il deflusso delle acque di piena: basterebbe riaprire l’ultimo arco di destra, ora interrato, e costruire il canale di derivazione delle acque, già propo­sto dal Genio Civile. Contesta ancora che il tetto del vecchio ponte ostacoli il passaggio dei carichi alti: la misura di questi è disciplinata dai sottopassaggi della strada statale, inoltre il ponte riservato al traffico pesante è quello nuovo, detto dell’Impero, sulla grande arteria Milano-Pavia-Genova. E conclude: “La gran maggioranza dei pavesi, ricor­dando il voto dei veneziani per il loro campanile, domanda che il programma della ricostruzione sia così sintetizzato: dove era e come era”.
Anche il Comando Alleato si preoccupa del ripristino del ponte e, nel giugno 1945, inca­rica l’ufficiale addetto alle belle arti di visitare l’opera assieme alle autorità italiane. Questi riferisce che si è unanimemente concluso di “dismantle the bridge and riconstruct it, rebuilding an arch at the Borgo end which had become covered with dirt accumulated through several centu­ries”. Ma invano il Comando sollecita al Genio Civile il progetto rela­tivo; maiora premunt, che hanno la priorità; tuttavia il Comando rassicura il Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti: “In any event, the destruction of the bridge has been avoided”...
Alla fine del 1946 non si è ancora preso alcun provvedimento per la salvezza del ponte. La Deputazione di Storia Patria chiede il ripristino del monu­mento, “protesta contro i ripetuti tentativi di procedere ad una demolizione che equivarrebbe a vandalismo e profanazione, e alza unanime la sua voce per chiedere il pronto, energico interven­to degli Enti preposti alla tutela del patrimonio artistico e culturale, affin­ché sia evitato uno scempio che in futuro non potrebbe non essere considerato come atto in­consulto e disonorante per chi ebbe a promuoverlo o a tollerarlo”. Analogamente si esprime il Rettore dell’Università.
La Soprintendenza studia il modo di consolidare le pile del ponte, asserendo che il re­cu­pero di questo costerebbe assai meno della costruzione di un ponte nuovo; e aggiunge: “non si vede perché, essendo stato ricuperato quasi al completo il materiale della copertura ed esistendo la possibilità di consolidare e sistemare i piloni, I’Amministrazione delle Belle Arti non do­vrebbe andare incontro al desiderio della cittadinanza e ripristinare con lo sto­rico e artistico manufatto anche quel caratteristico punto del paesaggio pavese”. Altri enti si pronunciano per il ripristino del ponte, che viene chiesto anche da vari scrittori sui giornali cittadini. Intanto, nell’agosto 1947, nulla essendosi fatto per consolidare l’opera, crolla anche la seconda arcata.

In una riunione tenutasi nel settembre, i tecnici dei Lavori Pubblici riaffermano la necessità di demolire i ruderi e di sgomberare l’alveo del fiume; i rappresentanti della Soprintendenza e di vari enti cittadini, quella di ripristinare il vecchio ponte; il nuovo Sindaco quella di spazzare tutto e di costruire un ponte nuovo e più largo.
Nel novembre dello stesso anno, il Genio Civile compila una perizia per la demoli­zione dei ruderi: prevede la spesa di circa sessantacinque milioni, che comprende anche la costruzione di una passerella per i tubi dell’acqua e del gas. La relazione ripete le ragioni che giustificherebbero il provvedimento: I’esigua luce delle arcate, la “soglia” di queste che, alzando il letto del fiume, la limita ancor più, la sconnessione della muratura, il pericolo di un crollo che, ostruendo l’alveo del fiume, provochi l’allagamento del Borgo e delle altre zone rivierasche. Ricorda che, dopo la grande piena del 1869, una Commissione di tecnici aveva proposto - beata innocenza - di sostituire le arcate con cinque travate reticolari in ferro, per aumentare la luce del ponte.
Il Ministero della Pubblica Istruzione nomina allora una Commissione di tre profes­sori universitari - due tecnici ed un architetto - perché esprima il suo parere sulla dibattuta questione. La Commissione, pure non escludendo la possibilità teorica del ripristino, giudica questo praticamente sconsigliabile, anzi irragionevole; consiglia piuttosto di conservare qualche rudere del vecchio ponte, per documentazione storica. Esclude la ricostruzione del manufatto come era e dove era, cosa impossibile, dice, trattandosi di un’opera medioevale di forma irregolare, e che ci darebbe un monumento falso, simile, ma non uguale a quello distrutto. La Soprintendenza chiede che si salvino almeno le testate e qualche pila del vecchio ponte, per poterne ricostruire idealmente la forma...
Nel febbraio 1948, il Ministero dei Lavori Pubblici, premuto dal Comune, che teme il crollo dei ruderi e la conseguente rottura degli argini, ordina la demolizione di quanto resta del ponte. La Commissione per la tutela delle bellezze naturali di Pavia si riunisce per dichiarare che è contraria ad un ponte moderno, per auspicare la conservazione dei ruderi e la costruzione di un ponte uguale all’antico...
Si parla sui giornali del progetto per il nuovo ponte, il quale avrebbe solo cin­que arcate, carreggiata più larga, tettoia simile all’antica, ecc. La Soprintendenza afferma che tale opera sarebbe “in sostanza una rievocazione, o meglio contraffazione - riveduta e corretta secondo i criteri tecnico-utilitari dell’edilizia corrente - di quella che fu la bella struttura ideata dagli architetti-idraulici Jacopo da Gozzo e Giovanni da Ferrara”... E conclude chiedendo un concorso nazionale per la creazione di un’opera moderna.
Di uguale opinione è la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti... inutilmente lo stesso Direttore Generale delle Arti cerca di opporsi, in seno al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, all’approvazione dell’assurdo progetto.

Siamo prossimi all’epilogo. Nel febbraio 1949, un numeroso gruppo di cittadini compie un estremo tentativo, inviando al Ministro dei Lavori Pubblici una commissione incaricata di chiedergli la ricostruzione del vecchio ponte “come era e dove era”. Ma ormai la battaglia è perduta; e la vince, naturalmente, chi ha i mezzi per fare a suo modo.
Il Genio Civile ha così mano libera per attuare i suoi piani. Per cui, demoliti i resti del vecchio - tranne l’arco seminterrato di sinistra - ed anche i due portali d’ingresso, inizia la costruzione del nuovo ponte.
Il nuovo ponte, se rievoca sommariamente il vecchio nella forma generale, se ne diversifica poi in ogni particolare. Innanzitutto nell’ubicazione, poiché sorge una trentina di metri a valle del vecchio - quarantaquattro l’imbocco verso il Borgo e sedici e mezzo, circa, quella verso la città – ed è perpendicolare alla corrente del fiume. Si prescinde, cioè, dal fatto che anche l’ubicazione del ponte ha un interesse storico e ambientale; ma si prescinde anche dalle buone norme urbanistiche. Il Corso principale (Strada Nuova) viene piegato per infilare il nuovo ponte, e lungo il fiume si disegna una lunga e stretta piazza, non felicemente proporzionata; all’altro capo del ponte, che non corrisponde più alla Via dei Mille, attraversante il Borgo, si forma un’altra piazza affinché i veicoli, mediante curva e controcurva, possano raggiungere detta via. Soluzione urbanistica della quale anche un profano può giudicare l’irrazionalità.
Il Genio Civile esegue, dunque, una copia “riveduta e corretta” del vecchio ponte co­perto; ossia un’opera che dovrebbe insieme soddisfare le esigenze tecniche e quelle estetiche, un’opera che, oltre a facilitare il deflusso delle acque di piena, oltre a consentire il comodo transito degli odierni veicoli, non faccia rimpiangere ai Pavesi il monumento perduto...
Il ponte coperto è risuscitato bensì, ma quantum mutatus ab illo! Spostato dalla posizione originaria, risulta più corto; la larghezza utile è passata da sei a nove metri e mezzo, I’altezza è aumentata; le arcate divengono cinque, più ampie e quasi uguali, tranne una, mentre le antiche erano assai diverse; le armille delle accresciute arcate vengono fatte più sottili, i balconcini dei parapetti simmetrizzati, le pile regolarizzate, la cappellina modificata, i due portali rifatti in tutt’altra, assai dimessa, forma; ed è inutile dire che le arcate sono di cemento armato, impiallacciate in pietra: sembra cioè che un particolare studio sia stato po­sto per riprodurre bensì le vecchie forme, ma variandole a capriccio. In compenso, magro compenso, si pongono, a sostegno dell’ingrandita tettoia, esatte copie dei pilastrini di granito, in parte ricuperati, ma non reimpiegati.
Nel 1951, l’opera è compiuta e, con una solenne cerimonia, si conclude la settennale vicenda. Sull’arco d’ingresso verso città è incisa una grande e bella epigrafe:

SULL’ANTICO VARCO DEL CERULEO TICINO
AD IMMAGINE DEL VETUSTO PONTE COPERTO
DEMOLITO DALLA FURIA DELLA GUERRA
LA REPUBBLICA ITALIANA RIEDIFICO’.

Ma non è veritiera: non si è riedificato sull’antico varco, né ad immagine (a meno che l’e­pigrafista abbia voluto intendere ombra, larva, spettro) del vetusto ponte coperto. Il quale non è stato demolito dalla furia della guerra, ma solo danneggiato; la demolizione è opera del Genio Civile, ed anche la ricostruzione: perché incolparne la Repubblica?
Pavia ha riacquistato il suo ponte coperto; ma, ahimé, questo non è un’opera originale di forma moderna, non è quella originaria reintegrata, non è neppure l’esatta copia di essa: ne è la caricatura.
Il vecchio ponte era restaurabile; occorrendo, se ne potevano sottofondare le pile, ri­co­struire le arcate impiegandovi gli stessi conci delle armille, ripristinare la tettoia. Questi la­vori di ricomposizione e reintegrazione, che sembrano difficili o impossibili ai profani, vengono correntemente eseguiti dalle Soprintendenze ai Monumenti: ricordiamo il ripristino del Ponte di Castelvecchio. Il ponte veronese, ridotto anch’esso alle sole pile, anch'esso medioevale, anzi pressoché coevo di quel lo pavese, anch'esso di forma irregolare, anch’esso costituito di arcate in pietra e di muratura in mattoni; ripristino eseguito correttamente, nello stesso tempo di quello del ponte di Pavia».
Sono giustificati tali toni, che ci ricordano quelli di più recenti polemiche? Per scoprirlo, iniziamo il nostro percorso, accompagnati dai testimoni oculari dell’epoca. Ricordiamo dunque il giorno dei bombardamenti, con le parole di monsignor Gianani:
“Il 4 settembre 1944 - la batteria antiaerea presso la riva da settimane taceva - alle ore 10,30 lunedì, con un rombo di motori che pareva crollasse la volta del cielo, gli incursori anglo-americani con tre poderosi assalti prendevan di mira il Ponte il quale tremendamente scosso tuttavia non crollò, come non crollò la chiesetta, pur lesa, mentre invece molta parte del tetto e delle sue colonnette di granito s’abbattevano, e mentre le più vicine case del Borgo ardevano tra le fiamme o crollavano in vasta rovina. Contemporaneamente precipitavano tutti gli archi del ponte della ferrovia e veniva danneggiato in un pilone, ma non interrotto, il ‘Ponte dell’Impero’. Il giorno seguente, martedì 5 settembre, pure alle ore 10,30, si rinnovò l’incursione a cinque ondate successive, le quali spezzavano nettamente tutta quanta un’arcata del ‘Ponte dell’Impero’ e nuovamente prendevano di mira il nostro Ponte. La chiesetta cara rimase distrutta: la statua del Santo cadeva nell’acque, la pietra sacra dell’altare scivolava ai piedi di questo, ma gli archi del Ponte resistevano ancora una volta, evidentemente “duri a morire”, che è l’elogio più bello alle maestranze edilizie del sec. XIV. Ma dislivelli paurosi, speroni distaccati in blocco, piloni distorti nell’alveo loro mostravano il ponte tutto scosso, sconvolto, snodato, fiaccato. Nacque allora nei cittadini e si diffuse rapido il timore che nuove incursioni imminenti, aventi bersaglio ancora l’eroico ponte, non cagionassero sull’una e l’altra riva altre rovine e vittime umane, si affacciò la proposta che noi stessi interrompessimo di nostra mano uno degli archi... Ma finché il Ponte, anche in sì pietose condizioni, rimaneva in piedi, do­veva esso servire al traffico dei tedeschi, i quali non vi vollero affatto rinunciare. Così rimase sulla città l’incubo di nuovi mali. La quinta incursione - la 3^ e la 4^ ebbero altri vicini bersagli e altre vittime - del martedì, 26 settembre, a mezzodì preciso, di uno stormo di bombardieri, riprendeva direttamente il ber­saglio del Ponte; alle ore 12,10 un sibilo sinistro e una scossa formidabile avver­tivano tutta la cittadinanza nascosta nei “rifugi” d’una nuova rovina; I’ultimo grande arco del Ponte verso il Borgo era finalmente crollato. Nel tempo stesso, di tutto il Lungo Ticino dal Ponte sino alla Basilica di S. Teodoro e sin quasi all’altezza di via Cardano, non rimasero che miserande macerie. Così, di tre ponti, per chi voleva passare il fiume non rimase altro che l’uso, subito at­tuato, del traghetto: barche e barchette fecero servizio per mesi e mesi a L. 2 a testa, finché il 27 novembre non venne riattato, con legno, il ‘Ponte dell’Impero’ e nel giugno 1945 eseguito un ponte di barche a valle del defunto Ponte Vecchio. Povere rovine! Ad accrescerne la desolazione, i tedeschi, poco prima di andarsene, avevan praticato due enormi buche profonde cinque metri, una nel primo pilone grande, I’altra in quello che reggeva l’atrio della chiesetta, nell’intento evidente di collocarvi mine e di far saltare questi poveri resti del Ponte al momento opportuno...”.
Una nota del Soprintendente ai Monumenti, prof. Gino Chierici, lancia l’allarme per il Ponte in data 16 gennaio 1945.
“L’effetto disastroso dei bombardamenti ha ora indotto qualcuno, e fra gli altri il Genio Civile, a considerare l’opportunità di eliminare l’inconveniente, portando a termine la semidi­struzione del vecchio ponte per costruirne uno nuovo... a mio avviso non si potrebbe meditare offesa maggiore... Il ponte pavese apparteneva a quell’ormai esile gruppo di costruzioni fluviali del medioevo e de rinascimento che oltre al loro valore storico ed architet­tonico hanno un’altis­sima importanza paesistica”.
Il Genio Civile di Pavia (che si rivelerà come il grande rivale della Soprintendenza in questa battaglia pro o contro la condanna a morte del monumento) stila a suo volta un rapporto, in data 7 giugno 1945.
“Le condizioni del Ponte Coperto sono tali da dovere essere considerate agli effetti del ri­gurgito prodotto dai rottami caduti in acqua e della incolumità pubblica per la minac­cia di parti cadenti. Il rigurgito è assai rilevante per cui s’impone lo sgombro dei rottami caduti in acqua... sarà probabilmente necessaria la demolizione di qualche porzione di volta o di pila”.
È stata costituita una Commissione apposita, che si riunisce pochi giorni dopo. Ecco il commento dell’architetto E. C. Aschieri, che di quella Commissione fa parte, in data 20 giugno 1945:
“La Commissione indetta per decidere sulla sistemazione statica ed il restauro artistico del Ponte coperto sul Ticino a Pavia, riunitasi il 12 corr. m., presenti le Autorità Alleate, rappresentate dal Maggiore Phillips e dal Tenente... della Sezione lombarda pei Monumenti artistici; le Autorità cittadine, rappresentate dal Sindaco di Pavia, Sig. Grassi, dall’Ingegnere Capo del Genio Civile Ing. Mariani, dall’Ingegnere Capo del Comune Ing. Astori, nonché dal sottoscritto in rappresentanza della Soprintendenza ai Monumenti della Lombardia e già incaricato dal Comune per detti lavori... venne nella determinazione precisa del ripristino del Monumento. Per aumentare la capacità del letto del fiume, e così far defluire con maggiore spazio le ac­que, venne deciso pure di aggiungere un’altra arcata verso l’imboccatura del ponte dal Borgo, in sostituzione di due arcate più piccole ritrovate interrate e venute in luce per lo sconvolgimento del terreno dovuto al bombardamento... Il documentario fotografico dovrà essere la guida, con i rilievi già in precedenza presi, e che ora si completeranno per la parte rimasta, alla più precisa opera di ripristino”.
Nella seduta del giorno 13 giugno la Giunta Municipale, in accordo anche col Comando Militare Alleato, delibera che il vecchio Ponte coperto venga ricostruito nella sua integrità e senza varianti e commenta in un comunicato stampa. L’ingegnere capo, Ajace Astori, osserva nell’agosto che: “Il Ponte Coperto sul Ticino verso il Borgo prosegue con due archi che sono interrati nel suolo stradale del Piazzale di Borgo Ticino. Occorre pertanto fare degli scavi per esaminare se gli archi stessi hanno caratteristica architettonica e capaci di poter consentire un miglior deflusso delle acque agli effetti del rigurgito delle acque stesse”.



Nonostante tali prese di posizione, nel settembre il Sindaco Grassi si trova costretto a co­municare con urgenza alla Soprintendenza:
“Questo Comune ha rilevato che da parte delle officine Genio per ordine del Genio Civile, si sta procedendo alle opere di demolizione totale, lavori che non sono stati previsti. Si dà per­tanto notizia a codesto Ufficio (la Soprintendenza ai Monumenti) per i provvedi­menti del caso”.
Ne ottiene una pronta risposta. Il 26 ottobre 1945, la Commissione di studio per la sistemazione e riattamento del Ponte Coperto sul Ticino compie nuovi sopralluoghi e redige una lunga e dettagliata relazione.
Sembrerebbe che tutti volessero il recupero ed il restauro dell’antico Ponte monumentale. I preventivi confermano il vantaggio economico dell’operazione rispetto alla costruzione di un ponte nuovo, le autorità cittadine ed il Genio Civile hanno trovato una linea d’incontro attraverso i lavori della Commissione tecnica.
Ma proprio a questo punto avviene il colpo di scena, degno di un dramma teatrale: cambia il Sindaco della città: Cornelio Fietta succede ad Angelo Grassi. Il nuovo sindaco è - quasi inutile sottolinearlo - favorevole alla costruzione di un ponte più largo, per incrementare il traffico veicolare. Così, leggiamo un documento della Giunta Comunale che descrive una seduta tenutasi il 30 luglio 1946. Si comincia a girare la frittata, racconta senza troppi pudori:
“...nuovi e fondamentali elementi vennero a mettere in dubbio tutti i motivi di prefe­renza al restauro del vecchio ponte che parvero sino allora prevalere. In questa riunione si obbiettò che non si tratterebbe, in realtà, di restaurare un monumento, ma di riprodurne uno in maggior parte nuovo, e che pertanto esso perderebbe ogni pregio e colore di antichità storico-ambientale per assumere la figura di una semplice copia; che, inoltre, per gravi ra­gioni di difesa idraulica ampiamente dimostrate dai tecnici presenti alla seduta, si richiede­rebbe la costruzione d'un canale laterale di scarico delle acque di piena, poiché le ragioni della tecnica, in possesso di dati irrefutabili sul regime delle piene del fiume, non ammettono nessuna costruzione quando si sa che essa non sarebbe sufficiente al doppio bisogno del transito pedonale e carraio e del passaggio delle acque. In conseguenza le spese per l’attuazione del manufatto supplementare alle fun­zioni del ponte supererebbero di gran lunga quelle previste dai tecnici favorevoli al restauro. La costruzione di questo canale importerebbe altresì la distruzione di una vasta zona di fabbricati. Ciò senza tenere conto delle esigenze della viabilità moderna che, per un ponte posto sul­l’asse della strada principale della Città, richiede larghezza di orizzonte ed assenza completa di intoppi di qualsiasi natura... A sua volta il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Lombardia non ha nascosto la stessa opinione, lasciando tuttavia intravvedere che il nuovo ponte sarebbe progettato ed eseguito con criteri architettonici ed artistici tali da non fare rimpiangere l’opera perduta. Queste sono le ragioni per cui la Vostra Giunta si è indotta alla deliberazione del 6 agosto che oggi sottopone alla vostra ratifica. Essa vi lascia tuttavia completamente liberi di discutere la deliberazione e di ritirarla, ben lieta se da una libera discussione uscirà una proposta definitiva che sia ispirata al superiore interesse della Città, la quale noi tutti lavoriamo con lena indefessa e con amore di figli devoti. 24 agosto 1946, la Giunta al Consiglio Comunale. C. Fietta...”

Al Consiglio Comunale del 16 ottobre 1947 il Sindaco illustra i disegni e la planimetria della zona interessante la ricostruzione del ponte.
«Dice dei precedenti e delle varie fasi che il progetto, oggi ancora di semplice massima, ha successivamente percorse. Nota come valorosi tecnici ed architetti, tenuto conto che i ruderi del vecchio ponte, in seguito ai risultati degli assaggi eseguiti, non sono più suscettibili di restauro, hanno preparato gli abbozzi tenendo nel debito conto i voti della cittadi­nanza e del Consiglio comunale, cercando di risolvere un triplice ordine di problemi: il sentimento ed il colore locali; le necessità idrauliche per il regime del fiume; le esigenze mo­derne del traffico. Le preoccupazioni, dunque, del Provveditorato, oltre che di natura pratica, furono anche di carattere spirituale. Il progetto fu lungamente meditato fra difficoltà di vario genere. Bisogna tenere presenti due ordini di fatti: la impossibilità riconosciuta e dichiarata di ricostruire il vecchio Ponte, la necessità di addivenire alla costruzione di un altro che ristabilirà le comunicazioni normali fra le due parti della Città, sia pure quest’altro eventualmente affatto moderno.
L’assessore Fieschi precisa le caratteristiche del ponte progettato: cinque arcate invece di sei, spostamento leggermente a valle dei ruderi demolendi; rettifilo di parte del Corso Vittorio Emanuele II (Strada Nuova) da via Severino Capsoni in giù; costruzione di una nuova strada in Borgo Ticino, fra il Ponte e la statale dei Giovi.
Il Sindaco Fietta riprende... “il Vecchio Ponte non era un’opera d’arte, ma un qualche cosa di pittoresco che ci era caro e soddisfaceva i nostri sentimenti. Ma dobbiamo essere uomini e guardare alla realtà delle cose, che si oppone alla realizzazione del nostro sogno...Con l’attuazione del nuovo progetto (dell’arch. Reggiori) si salvano le ragioni panoramiche e sentimentali in quanto possibile, si tengono nel debito conto le esigenze della viabilità e del regime fluviale, si provvede nel contempo alla bonifica igienico-sanitaria della zona. Va anche tenuto presente che se si costruisse un ponte completamente moderno vi sarebbe un costo molto minore”».
Il 4 febbraio 1948 il sindaco Cornelio Fietta scrive al Ministro dell’Istruzione Pubblica, prof. Guido Gonella.
“La restituzione del Ponte in pristino stato non è più possibile e neppure possibile una integrale demolizione e ricostruzione ‘in loco’ né la conservazione di qualche rudere a memoria storica del Monumento. Le ragioni esposte dalla Commissione sono così chiare e convincenti da escludere ogni possibilità di equivoco né in un senso né in un altro, per cui ogni ulteriore recriminazione od opposizione per ostacolare il lavoro dei tecnici, diretto a costruire un nuovo manufatto, sarebbero perfettamente oziose. Se non che, proprio di questi giorni, la Soprintendenza ai Monumenti di Lombardia - me assente, trovandomi a Roma - ha convocato a Pavia alcuni elementi locali sforniti di qualsiasi preparazione tecnica od idraulica od artistica, in argomento di così grave interesse, per avvisare alla possibilità di un nuovo tentativo per il restauro dei ruderi od almeno per la conservazione a pochi metri dal nuovo manufatto in corso di progetto di alcuni elementi dell’opera diruta.
Questo tentativo è dall’Amministrazione Civica considerato come fatto da persone ignare, le quali, prolungando una inutile ed irragionevole resistenza davanti alla ineluttabilità del destino, e facendo perdere un tempo preziosissimo, aumentano a dismisura le probabilità che una grossa piena primaverile del fiume, non trovando sfogo attraverso i grossi blocchi ed il pietrame caduti in acqua, si alzi e prema contro l’arginatura di difesa del Borgo, assai popolato, la rompa ed allaghi improvvisamente l’abitato col pericolo di togliere la vita alle persone e con la certezza di cagionare danni incalcolabili, certo nella misura di miliardi di lire, a tutta la ricca campagna del Siccomario... la ragione veduta di coloro che hanno studiato la cosa, e non un vuoto sentimentalismo di pochi amatori del passato, impone di risolvere un problema che, prolungandosi nel tempo, potrebbe assumere aspetti veramente tragici...”
In una nota informativa, inviata al Provveditorato regionale alle OO.PP. al Ministero dei Lavori Pubblici in data 18 febbraio 1949, il Provveditore Madonini riassume gli eventi e fa il punto della situazione:
“Il primo passo decisivo verso la risoluzione del progetto del nuovo Ponte sul Ticino a Pavia fu compiuto in una seduta del Consiglio Comunale della città il 16 ottobre 1947, nella quale i rappresentanti dei cittadini di Pavia espressero quasi all’unanimità il voto di riavere un ponte coperto del tutto simile a quello distrutto.
Il vecchio ponte aveva le pile fortemente inclinate rispetto alla corrente, con grave pregiudizio della difesa idraulica, per cui o si doveva progettare un ponte obliquo nella stessa posizione precedente, o si doveva spostare l’asse del ponte per renderlo normale alla corrente. La prima posizione non era possibile date le ovvie esigenze distributive ed estetiche della copertura, dei portali d’accesso e della Cappella. Fu quindi inevitabile spostare l’asse, ottenendo, assieme alla necessaria miglioria idraulica, una buona sistemazione urbanistica delle zone di accesso, specie dalla parte del Borgo, dove i bombardamenti provocarono vaste distruzioni. In ordine idraulico però la miglioria accennata non riusciva sufficiente, bisognava dare al Ponte una maggiore sezione di deflusso; ciò fu ottenuto riducendo il più possibile lo spessore delle pile, e alzando in modo sensibile il piano stradale.
Il progetto così impostato fu esaminato in posto il giorno 8 aprile 1948 dallo stesso Presi­dente del Consiglio Superiore dei LL.PP., il quale lo ritenne sufficiente a soddisfare le gravi e già da tempo discusse esigenze idrauliche, senza dover ricorrere alla più severa e razionale soluzione proposta dal Circolo Superiore d’Ispezione del Po, che prevedeva addirittura un allargamento del fiume di 30-40 m con l’eliminazione totale del saliente arginale del Borgo Ticino”.
È cambiato di nuovo il sindaco: ora è Milani. Tocca a lui, il 1° aprile 1948, comunicare quello che non è certamente un “pesce d’aprile”, ma l’ennesima, ferale notizia di una battaglia perduta sul fronte della salvaguardia dei nostri monumenti. Come una campana che suona rintocchi “a morto”, il sindaco Milani non rinuncia, a modo suo, alla ricerca di qualche frase storica:
«In seguito al telegramma spedito il giorno 29 marzo u.s. dal Sindaco ai Ministeri dell’Istruzione e dei Lavori Pubblici, il Comune è stato informato che di questi giorni il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha autorizzato la demolizione del Ponte vecchio e l’asportazione dei materiali relativi.
Il Comune è finalmente riuscito ad ottenere il desiderato provvedimento che eliminerà al più presto possibile il grave pericolo che incombe sul Borgo Ticino da una eventuale grossa piena del fiume...
Il vecchio manufatto scompare e non v’è buon cittadino pavese che non deplori e non rimpianga la fine di un’opera la quale, durante i secoli, ha caratterizzato, insieme al Castello, la nostra Città, ma di fronte alle risultanze di una relazione tecnica formata da uomini del valore di Arturo Danusso, Ettore Scimeni e Giovanni Muzio, non restava altro che sotto­mettersi ai decreti del destino...”
Le discussioni, da quel momento, si spostarono sull’argomento dell’aspetto e delle caratteristiche del nuovo ponte. In particolare, fu molto contestata la scelta di spostarne il tracciato più a valle e con un’angolatura diversa rispetto al tracciato delle vie cittadine, così da obbligare alla costruzione di un piazzale e di una chicane per imboccare la via dei Mille.
Inutili furono ormai le proteste di parti consistenti della cittadinanza, che non vedeva il motivo per alcune scelte: persino l’Associazione agricoltori fece sentire la propria voce per chiedere che non venisse modificato l’asse del nuovo ponte rispetto a quello preesistente. Certo, a distanza di cinquant’anni, tale spostamento permette almeno, nei periodi sempre più frequenti di magra delle acque, di ammirare i pochi ruderi del ponte medievale rimasti sul fondo e le basi delle pile del più antico ponte romano: una passeggiata archeologica che la ricostruzione in loco del ponte ci avrebbe irrimediabilmente precluso.

Abbiamo ripercorso le ultime vicende del Ponte Coperto, ormai ferito e malato, come in un atto scenico. Un atto scenico che, purtroppo, tante volte si è ripetuto e si ripete sulla scena della vita amministrativa locale. Ci siano risparmiati gli esempi, ma pensiamo che ciascun lettore sappia ritrovarli nella propria memoria, sceglierli, metterli in ordine e numerarli... Un atto scenico, abbiamo detto, tanto che qualche gruppo locale di giovani, dedito alle rappresentazioni pubbliche, ha anche approfittato della raccolta di questo materiale per farne uno spettacolo commemorativo. Il nuovo ponte fa parte ormai della nostra vita quotidiana, dell’immagine panoramica di Pavia (la città ed il suo Borgo). Nessuno risusciterà il Ponte trecentesco, ma abbiamo voluto ricordare quegli anni, perché è giusto che non se ne perda la memoria.



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