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di Alberto Arecchi
RESTAURI DEI MONUMENTI NELLE PIAZZE PAVESI


PAVIA - Si sono conclusi i “restauri” delle due statue del Regisole, in Piazza Duomo, e di Augusto, in Piazza Municipio. I due monumenti appaiono neri e lustri. Il lucido è evidentemente una vernice protettiva, con un effetto destinato ad attenuarsi entro qualche mese, per l’effetto degli agenti atmosferici. Altro è il discorso per il colore nerastro, che non è e non è mai stato il colore degli oggetti bronzei: il cosiddetto “restauro” ha fatto – ahimé – scomparire la patina, quella che il grande J. J. Winckelmann definiva propriamente “la venerabile patina dell’antichità”.
Ciò significa, in poche parole, che non è stato realizzato un vero restauro, ma un danno alle due opere bronzee. Dopo settant’anni di vita, i bronzi avevano una patina verdastra, molto viva ed evidente, che è stata indebitamente asportata prima di utilizzare la vernice protettiva e della quale la vernice stessa, probabilmente, impedirà la ri-formazione. Lo stesso danno era già stato causato alla statua della Minerva, inevitabilmente condannata ad avere una faccia nera (non soltanto una “faccia di bronzo”!).

Val la pena di ricordare alcune linee-guida dei principi moderni del restauro, con alcune brevi citazioni accademiche.
“Considerato che l'opera d'arte presenta una doppia dimensione storica ed estetica, è necessario che la prassi metodologica sia in grado garantire in ogni momento, la lettura dell'opera come fatto storico, oltre alla sua fruizione come immagine. Mantenere queste due dimensioni richiede un rispetto incondizionato della patina. La patina è uno degli aspetti che più contribuiscono a caratterizzare l'opera d'arte, ad esprimere il suo esistere nel tempo. Costituisce il suo autentico e positivo "tempo vita" e perciò è inseparabile dalla stessa".
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II concetto di patina fu rivalorizzato ed esaltato in epoca romantica, anche se non fu un'invenzione di quel momento storico. Le sue origini, infatti, risalgono al Cinquecento, epoca in cui, in Europa, la patina delle opere era molto apprezzata dai collezionisti.
“La problematica della patina non può rimanere legata a opinioni personali, deve anzi essere inserita a pieno titolo nell'ambito della teoria della conservazione”.

E ricordiamo l’eccellente restauro praticato al cavallo di Francesco Messina, davanti alla sede della RAI, effettuato dall’Istituto centrale per il restauro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Lo stesso restauratore afferma testualmente:

“Scartata l’ipotesi di "decapare" la superficie della scultura asportandone le tracce di patina originale per riportarla a metallo vivo in quanto contraria ad una corretta metodologia del restauro, l’intervento è consistito nel rimuovere dove possibile i prodotti di corrosione e nella "intonazione" della superficie con la patina originale trattandola quasi come un dipinto. Per proteggere la nuova "patina" (e il bronzo sottostante) la superficie della scultura è stata trattata con un protettivo in due strati, il primo a base di resine sintetiche e l’altro ( il vero e proprio "strato di sacrificio" a contatto con l’atmosfera, da controllare e rinnovare a scadenze predeterminate) a base di cere microcristalline”.
Allora? Ancora una volta (come nel recente caso del Broletto), a Pavia s’interviene per fare un restauro con criteri che almeno da quattro secoli sono condannati da qualsiasi studioso degno di tal nome?
Articolo su "Il Giorno" del 12 agosto 2005


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