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di Alberto Arecchi
NJINGA (ANA DE SOUZA), REGINA D'ANGOLA


Nel secolo XVII, il commercio degli schiavi africani, praticato dai portoghesi, dovete subire duri colpi. L'opposizione più forte venne dalla regina Njinga, un'ostinata leader politica e militare che a lungo impedì ai portoghesi di penetrare nel continente africano.
Njinga regnò per quarant'anni sul popolo Ndongo (1623 - 1663) e, a partire dal 1630, anche sui Matamba. Per affrontare i portoghesi, si alleò con i feroci jagas (v. articolo "L'EPOPEA DEGLI ZIMBA (JAGA)") e si sposò con un loro capo.
Troviamo il nome della regina scritto in diversi modi: Njinga, Nzinga, Ginga, Jinga, Singa, Zhinga e altre forme grafiche. Fu conosciuta dai portoghesi anche con i nomi di Ana de Souza, regina Dona Ana e con forme ibride, come regina Ana Nzinga. Il nome completo Njinga Mbandi Kia Ngola significava «la regina la cui freccia colpisce sempre il bersaglio».


Njinga Mbandi ngola Kiluanji nacque nel 1582 o nel 1583 a Ndongo, figlia del re (ngola) e di una schiava di etnia ambundo. La regina Anna Njinga nacque nella colonia portoghese dell’Angola. Era legata a Njinga Mhemba, battezzato come Alfonso nel 1491 dai portoghesi. Il padre di Njinga governava sui regni di Ndongo e Matamba, con il popolo mbundu. Njinga aveva due sorelle: Mubkumbu Mbande, detta anche Dona Barbara, e Kifunji Mbande, nota anche come Dona Gracia.
Secondo la tradizione, fu chiamata Njinga perché il suo cordone ombelicale era avvolto intorno al collo. Si pensava che, avendo questa caratteristica, sarebbe stata orgogliosa e arrogante, e una donna saggia disse a sua madre che Njinga un giorno sarebbe diventata una regina. Secondo i suoi ricordi, era molto favorita dal padre, che le permise di testimoniare mentre governava il suo regno e la portò con sé in guerra. Aveva un fratello, Mbandi e due sorelle, Kifunji e Mukambu. Visse in un periodo in cui il commercio degli schiavi attraverso l’Atlantico e il consolidamento del potere da parte dei portoghesi nella regione sono cresciuti rapidamente.
Nel XVI secolo, il predominio portoghese nel commercio degli schiavi era minacciata dall’Inghilterra e dalla Francia. Di conseguenza, i portoghesi spostarono le attività del commercio degli schiavi verso il Congo e l’Africa del Sud-Ovest. Confondendo il titolo del re, ngola, con il nome del paese, i portoghesi chiamavano la terra del popolo mbundu "Angola", il nome usato ancora oggi.


Da bambina, Njinga cominciò a esercitarsi per la lotta, con l'uso delle armi. All'età di otto anni, accompagnò l'esercito del padre in battaglia.
Alla morte del padre, nel 1617, suo fratello Mbandi divenne ngola e salì al trono di Ndongo. In quell'epoca, i portoghesi si erano già stabiliti nell'isola di Luanda, dove avevano fondato la città di São Paulo de Luanda, costruendo la chiesa, case e fortificazioni. Essi dovevano affrontare la resistenza dei capi africani e le malattie tropicali, che facevano grandi stragi. Si calcola che, tra il 1575 e il 1590, degli 1700 europei morti in Angola, soltanto 400 persero la vita in guerra; gli altri, quasi l'80%, morirono di febbri malariche.

Schiavi in luogo dell'argento

L'interesse iniziale dei portoghesi, in Angola, non consisteva nel traffico di schiavi ma nell'impadronirsi delle ricchezze del paese, con i giacimenti di argento, rame e sale. Inoltre, il dominio dell'Angola poteva aprire la strada, per via di terra, sino alle favolose miniere del Monomotapa (attuale Zimbabwe). Pensando che l'Angola fosse un nuovo Perù, il re di Portogallo e Spagna (era l'inizio dell'Unione Iberica) mandò soldati, armi e cannoni per sottomettere gli angolani. Si ebbero 24 anni di guerra, sino a che i portoghesi raggiunsero finalmente, nel 1603, il luogo di Cambambe, a sud di Luanda, dove pensavano di trovare miniere d'argento. L'illusione durò poco: i campioni raccolti erano di piombo. Non c'era argento a Cambambe. Deluso, il re Filippo III fece sospendere la conquista e si limitò al traffico degli schiavi.
Il porto di Luanda fu il luogo d'imbarco di migliaia di schiavi. Intorno al 1600, la media annuale era di 5.600 schiavi, che provenivano da diverse parti dell'Africa e venivano imbarcati verso l'America. A Luanda arrivavano vini portoghesi, articoli di ferro e ottone, tessuti dell'Alentejo, llane e lini delle Fiandre, conterie di vetro da Venezia, cotone e mussolina dall'India a anche prodotti brasiliani come la farina di manioca. Come moneta, si usavano i panni fatti nel Congo, stampigliati con l'emblema reale, che erano usati per comprare gli schiavi. Come racconta Alberto Costa e Silva, ex ambasciatore d'Angola in Nigeria e Benin, quei tessuti, in generale, non erano usati per fare abiti, ma passavano di mano in mano sino a rovinarsi, perdendo progressivamente parte del loro valore.

Il commercio degli schiavi

I portoghesi non controllavano la cattura degli schiavi. Le razzie per catturare schiavi e il loro commercio in territorio angolano erano fortemente centralizzati, sotto il controllo dello ngola Mbandi, il re ambundo, fratello di Njinga. Egli riceveva tributi e tasse dai portoghesi e proibiva loro l'accesso all'interno del regno e l'acquisto diretto degli schiavi.
Le vendite di schiavi erano fiscalizzate e potevano essere fatte solamente per blocchi, il che impediva ai trafficanti di scegliere i "pezzi" che più gli potevano interessare. Lo ngola ordinava di includere nei lotti uomini anziani, ammalati o con difetti fisici, che poi era difficile piazzare sul mercato di Luanda. Chi non rispettava le regole e i costumi locali era punito con la confisca della merce, la prigione, l'espulsione, le frustate e persino la morte.
Le restrizioni al libero traffico dei mercanti e le sanzioni applicate dallo ngola a chi infrangeva le regole provocavano indignazione tra i portoghesi di Luanda. Essi consideravano quelle terre come proprietà del Portogallo. Le tensioni sfociarono in una nuova guerra contro lo ngola Mbandi che, come altre volte, rimase inconclusa.

Entra in scena la principessa Njinga

Nel 1621, giunse a Luanda il nuovo governatore portoghese portoghese João Correia de Souza che si affrettò a proporre la pace con lo ngola Mbandi. Per negoziarla, il re ambundo mandò a Luanda come ambasciatrice sua sorella Njinga, che aveva allora 39 anni d'età.
Durante l'incontro, avvenne un episodio curioso che rivela il carattere altezzoso principessa ambundu. Il governatore la ricevette seduto, senza offrirle una sedia. Aveva invece posto una stuoia per farla accomodare, il che per le usanze mbundu era appropriato solo per i subordinati. Allora la principessa fece un segno a una delle sue accompagnatrici, che si mise a quattro zampe per offrirle la schiena per sedersi. Njinga rimase seduta sulla schiava durante tutti i negoziati. Alla fine, lasciò la ragazza nella sala, nella stessa posizione, come un mobile. Il governatore l'avvisò, perché portasse via la ragazza, e Njinga rispose che non aveva bisogno di sedersi nuovamente su quello sgabello, perché disponeva di molti altri e non lo voleva più. La scena fu ricostruita dal sacerdote italiano Cavazzi e stampata come incisione nel suo libro del 1687.


La principessa, intelligente e decisa, mostrò chiaramente che il re ambundo non era e non sarebbe mai stato vassallo del re iberico. Lei era la rappresentante d'uno stato sovrano ed esigeva un trattamento di parità. Con sorpresa generale, Njinga parlò in portoghese fluente. Doveva avere appreso la lingua dai commercianti e dai missionari portoghesi che avevano frequentato la corte di suo padre.
Njinga esigeva che i portoghesi abbandonassero le loro installazioni sul continente, che consegnassero i capi africani prigionieri e inoltre la consegna di un lotto di armi da fuoco. In segno della sua intenzione di celebrare un accordo di pace, Njinga accettò il battesimo cattolico con il nome portoghese di Ana de Souza, in onore della moglie del governatore. La conversione fu un accorgimento politico, del quale si sarebbe avvalsa in altri momenti per conquistare la fiducia e confondere i portoghesi.

La regina Njinga

Diversi mesi passarono dall'incontro di Luanda, senza che i portoghesi soddisfacessero la loro parte dell'accordo. Essi non erano disposti a cedere in nulla. Njinga decise di prendersi con le armi quanto le era stato promesso, ma questa volta era diventata la ngola, la regina di Ndongo.
La sua salita al trono, nel 1624, è circondata dal mistero. Alcuni studiosi sostengono che avvelenò il fratello, altri dicono che il re si suicidò per decisione dei grandi capi. La sua elezione in qualità di regina fu accettata da una fazione degli elettori, mentre altri rivali si rifiutarono di considerarla legittima regina di Ndongo e si unirono ai portoghesi nel tentativo di rimuoverla dal trono. Esiste anche la versione che sostiene che Njinga, alla morte del fratello, diventasse reggente in nome del figlio Kaza, che doveva diventare il nuovo ngola, ma il bambino, poco dopo, morì affogato nel fiume Kwanza.
Nel 1624, Njinga si firmava ancora "Signora di Andongo", mentre in una lettera del 1626 si firmava "Regina di Andongo".
Njinga aveva un rivale, Hari a Ndongo, che si opponeva al regno di una donna. Hari, che fu battezzato col nome di Felipe I, giurò il vassallaggio ai portoghesi. Con l’aiuto di membri del Regno di Kasanje e dei nobili di Ndongo che si opponevano a Njinga, la regina dovette fuggire a Milemba aCangola. Njinga fu sconfitta nel 1625 e ritirò le sue forze verso est. I portoghesi nominarono la sorella di Njinga, Kifunji, come regina fantoccio, poiché da molti anni agiva come una loro fedele spia. Njinga riuscì a rafforzare la propria base di potere nel territorio di Matamba nel 1629. Durante questo periodo, la regina accettava di accogliere come rifugiati coloro che sfuggivano al commercio degli schiavi.
Nel 1630, Njinga ritornò al potere con la morte di Matamba, la donna capo dei muhongo. Cominciava così a nascere il "mito di Njinga". Regina enigmatica, il cui nome causava terrore tra i portoghesi, intorno alla quale nascevano leggende e narrazioni contraddittorie.

L’alleanza con gli olandesi


Nel 1641 gli olandesi, alleati con il Regno del Congo, conquistarono Luanda. Njinga inviò subito un’ambasciata e concluse un’alleanza con loro contro i portoghesi che continuavano a occupare le parti interne della colonia, con la loro sede principale nella città di Masangano. Sperando di recuperare le terre perdute con l’aiuto olandese, Njinga trasferì la sua capitale a Kavanga, nella parte settentrionale degli ex domini di Ndongo. Nel 1644 sconfisse l’esercito portoghese a Ngoleme, ma non riuscì a proseguire la propria riscossa. Poi, nel 1646, fu sconfitta dai portoghesi a Kavanga. L’altra sua sorella fu catturata e fu affogata dai portoghesi a nel fiume Kwanza. Tuttavia, un altro racconto afferma che la sorella riuscì a scappare e scappò in Namibia.
Gli olandesi da Luanda avevano inviato rinforzi a Njinga, la quale, con il loro aiuto, sconfisse i portoghesi nel 1647 alla battaglia di Kombi. Njinga poi assaltò i presidi portoghesi di Ambaca, Muxima e la loro capitale, Masangano. Mancandole l’artiglieria, non riusciva però a condurre a termine gli attacchi contro le città portoghesi.
Quando i portoghesi riconquistarono Luanda, con un assalto guidato dal brasiliano Salvador Correia de Sá, il 15 agosto 1648, Njinga chiese un cessate il fuoco e fu costretta a ritirarsi a Matamba, da dove continuò le schermaglie contro i portoghesi sino ai suoi sessant’anni, sempre conducendo personalmente le truppe in battaglia.

Gli ultimi anni


Nel 1657, stanca della lunga lotta contro i portoghesi, Njinga chiese un nuovo trattato di pace. La chiesa cattolica la "riaccolse" nel 1656 e si convertì di nuovo al cattolicesimo nel 1657. Insieme ai cappuccini, fondò chiese nel suo regno. Dopo le guerre con il Portogallo, tentò di ricostruire la sua nazione, che era stata gravemente danneggiata da anni di conflitti e di abbandono delle attività agricole.
Era ansiosa che non le succedesse l’’Imbangala Njinga Mona, come sovrano del regno unito di Ndongo e Matamba, e inserì nel trattato col Portogallo l’impegno ad aiutare la sua famiglia a mantenere il potere. Mancandole un figlio, cercò di condurre il potere nella famiglia dello ngola Kanini e fece sposare sua sorella con João Guterres ngola Kanini. Questo matrimonio, però, non era permesso, poiché i sacerdoti sostenevano che João aveva una moglie a Ambaca. Tornò alla chiesa cristiana per distanziarsi ideologicamente dagli Imbangala e prese un sacerdote congolese, Calisto Zelotes dos Reis Magos, come suo confessore personale. Permise ai missionari cappuccini Antonio da Gaeta e Giovanni Antonio Cavazzi da Montecuccolo di predicare alla sua gente. Entrambi hanno scritto lunghe testimonianze della sua vita, del suo regno e della sua forte volontà.
La regina Njinga dedicò i suoi sforzi per riscattare gli ex schiavi e permettere alle donne di allevare i bambini. Nonostante i numerosi tentativi di detronizzarla, soprattutto da parte di Kasanje, la cui banda Imbangala si stabilì al suo sud, sembra che Njinga sia morta a Matamba di una morte serena, all’età di ottant’anni, il 17 dicembre 1663. La sua morte accelerò l’occupazione portoghese dell’interno dell’Africa sud-occidentale, alimentata dalla massiccia espansione del commercio degli schiavi. Il Portogallo però non controllò completamente l’interno dell’Angola fino al secolo XX.
Non si conosce l’immagine reale della regina Njinga, non esistono suoi ritratti fatti dal vivo. Un'immagine del 1769, pubblicata nell'opera Zingha, reine d'Angola, di Jean-Louis Castilhon, mostra la regina di profilo, con uno sguardo timido, che non corrisponde certo al carattere guerriero di quella donna africana. Indossa corona, collana, braccialetto, mantello, secondo il costume tipico della cultura europea. Un tocco esotico e sensuale deriva dal fatto di mostrare il seno, come era comune nelle rappresentazioni delle donne africane fatte dagli europei. L'immagine corrisponde alla descrizione fatta da Glasgow:


"Vanitosa per gli abiti e l'aspetto, recava in capo la corona regale, con gioielli d'argento, perle e rame che le adornavano braccia e gambe. Bei tessuti e abiti erano la sua passione speciale e non perdeva opportunità per comprare nuovi vestiti di stile europeo dai mercanti portoghesi. A volte si cambiava d'abito diverse volte al giorno, variando dalle mode africane a quelle portoghesi e viceversa, anche nello stile della pettinatura (...) Quando Njinga riceveva ospiti e stranieri, tanto ella quanto la sua corte si adornavano con abiti dispendiosi e gioielli europei e facevano ampio uso di braccialetti d'argento, sgabelli e tappeti. Salutava gli ospiti con il sigillo reale d'argento in mano e la corona in testa, occasionalmente anche tre volte alla settimana. (Glasgow, p. 95-96)
Costa e Silva, ex ambasciatore d’Angola in Nigeria e Benin, offre un'altra descrizione di Njinga:
"Ella ricusava il titolo di regina e voleva essere chiamata re. Perciò decise di comportarsi socialmente come un uomo e di avere un harem, con i suoi concubini vestiti da donna. Era capace di combattere come un soldato, alla testa dell'esercito. In realtà, Jinga stava creando la tradizione, la leggenda, la legittimità, i precedenti che potessero permettere alle sue nipoti e pronipoti di ascendere al potere, senza contestazioni relative al loro sesso".
Il film Njinga, rainha de Angola, del 2012, del regista Sérgio Gracian, ha costruito un'altra immagine della regina, nella persona dell'attrice Lesliana Pereira, miss Angola 2008. La bellezza sensuale dell'attrice dà della regina un'immagine da super-eroina africana.




Fonti

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* West Central Africa: Kongo, Ndongo (African Kingdoms of the Past), Kenny Mann. Dillon Press, 1996.



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