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di Alberto Arecchi
IL CULTO E LE RELIQUIE DI SAN MARINO A PAVIA


In diverse circostanze sono nate controversie e discussioni fra la Repubblica di San Marino e le città di Milano e di Pavia, a proposito delle reliquie del Santo fondatore dell’omonima, millenaria repubblica, che secondo ogni probabilità deve sempre essere rimasto nell’omonima chiesa sul monte Titano, mentre le chiese di Santo Stefano a Milano e di San Marino a Pavia ne vantano a loro volta il possesso, fondandosi su notizie storiche più o meno attendibili e su perizie che a loro volta possono dar luogo a pareri disparati.
La chiesa di San Marino, nel Centro Storico di Pavia, si affaccia verso la via Siro Comi con una piazzetta-sagrato, che dà accesso alla facciata, con abbondanti tracce di epoca romanica, affiancata dall’antico campanile. Le parti che appaiono in muratura a vista sono generalmente attribuite ai primi anni del sec. XI. L’intero isolato di questa chiesa fece anticamente parte del suo monastero e delle proprietà ad esso annesse. Attualmente la chiesa è sempre chiusa, pur rimanendo consacrata.
Nel Catalogo Rodobaldino dei Corpi Santi di Pavia (1236), si legge: "Nel monastero di San Marino, fatto da Astolfo re dei longobardi, dedicato a tutti i santi di Dio, ove lo stesso re giace... in un'arca, nella piccola cripta sotto l'altar maggiore, giacciono i corpi dei fratelli santi Marino e Leone".
Anche Opicino de Canistris, che scrive nel sec. XIV, attribuisce la fondazione di tale chiesa, consacrata a Tutti i Santi, e solo in seguito intitolata San Marino, al re Aistulf (749-756), che la fece costruire come proprio mausoleo, vi raccolse numerose reliquie di Santi prese a Roma e vi fu sepolto.


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Padre Romualdo, alla fine del sec. XVII, scrive invece:
“La chiesa di San Marino, oggi officiata dai Monaci Eremiti detti dell’Ordine di San Girolamo, fu costruita nel 553. Aistolfo Re dei Longobardi vi aggiunse un Monastero, e lo dotò con regale munificenza, verso l’anno 753. Egli collocò con onore in questa ed in altre chiese pavesi da lui costruite le Sacre Reliquie di Santi che aveva qui portato in gran numero dalle città di Roma, di Ravenna e da altre città da lui vinte con le armi… Di questa chiesa si tramanda il seguente prodigio: quando l’Abate dormiva qui insieme ai Monaci, una certa colonna del confessorio trasudava olio, in misura sufficiente a celebrare il culto divino, e talvolta lo si dava per il loro uso ai Monasteri. Quando però il Priore cominciò ad abitare altrove, anche l’olio cessò di sgorgare. Infine, qui ebbe talvolta domicilio il Vescovo di Bergamo, che altre volte abita­va in una casa presso la chiesa di San Pantaleone, quando occorreva venire col suo Metropolitano ai Sinodi a Pavia, secondo le prescrizioni del Papa Giovanni VIII”.
(Padre Romualdo, Flavia Papia Sacra, Pavia, 1699.)

Nella seconda metà del sec. XIX un dotto studioso pavese, don Cesare Prelini, svolse ricerche approfondite, che culminarono con la pubblicazione di una seria monografia, la quale, in sostanza, sebbene animata da un comprensibile amore del “natio loco”, si concludeva con l’espressione che storicamente non si aveva la prova che il venerato Corpo di San Marino fosse a Pavia, benché talune fonti storiche potessero indurre ad una forte presunzione di tale fatto.
(C. PRELINI, in Almanacco Sacro Pavese, 1882.)

Fu Astolfo, re dei longobardi, a voler edificata la chiesa di San Marino a Pavia, oppure, come afferma il P. Romualdo, questa chiesa preesisteva, dedicata a tutti i Santi, e da Astolfo ebbe mutato il titolo in quello di San Marino? Furono realmente dallo stesso re traslati a Pavia i sacri Corpi dei santi Marino e Leone, per accogliere e custodire i quali fu designata questa chiesa che a San Marino s’intitola?

Ciò è recisamente contestato dal Delfico il quale asserisce che il re Astolfo, “fiero profanatore della religione, benché sommo dilettante di sacre ossa”, non s’accostò mai al monte Titano né rapì, quindi, le care reliquie del Santo Confessore.
(DELFICO, Memorie storiche della Repubblica di San Marino.)

Il re longobardo Astolfo (Aistulf, 749 - 756) attaccò l’Esarcato, occupò l’intera Pentapoli e costrinse alla fuga l’Esarca bizantino Eutichio.
Narra in proposito il Prelini, sulla scorta di notizie desunte dal Gualla, uno dei più antichi e autorevoli scrittori pavesi, che scriveva prima del 1505, “che il re Astolfo nel 752, quarto anno del suo regno, usurpato l’Esarcato di Ravenna occupò la Pentapoli. Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlì, Sussubio, Montefeltro, Acerragio, Monte di Lucaro, Serra, Castello di San Marino, Mariano ed altri luoghi, secondo l’enumerazione che ne fa il Muratori, furono espugnate ed occupate dagli armati di re Astolfo e restituite poscia da Pipino al Romano Pontefice”.
(Cfr. L. MURATORI, Annali d’Italia, anno 752.)

Re Astolfo è avido di conquiste, di tesori e di dominio; ma non è meno smanioso di corpi di santi.
Curiosa sensibilità - forma mentis comune del resto ai conquistatori d’allora - che fa di lui un re ad un tempo sacrilego e pio: egli viola tutti i sepolcri di santi che incontra sul cammino delle sue conquiste, aggiungendo al bottino... forse a salvaguardia dello stesso, quante più può di sacre spoglie strappate alla quiete arcana dei loro altari. Ma per le sacre spoglie involate egli farà costruire nuovi templi e farà innalzare nuovi altari ricchi di ori e di marmi preziosi, e dinnanzi alle urne che esprimeranno le forme più nobili dell’arte del cesello, farà ardere nuovi ceri e bruciare nuovi incensi. Ancora: a lato delle chiese che accoglieranno i sacri corpi - suo mistico bottino - il re longobardo fonderà monasteri per commettere alle comunità di oranti il pio ufficio di custodire le sacre spoglie e di promuovere il culto dei suoi santi dinnanzi alle cui reliquie, fra le luci dei ceri e l’aroma degli incensi, si innalzeranno le lodi devote. E al coro delle Vergini si uniranno le stesse figlie del re Astolfo che, passate dagli splendori della corte alle ombre pacate del chiostro, in cui il padre elesse il suo sepolcro, con la preghiera e con la penitenza, ascesero all’aureola della santità.
Così, secondo la tradizione, circa l’VIII secolo, sorsero in Pavia, sede di re, per il volere del longobardo re Astolfo, la chiesa di San Marino e l’annesso monastero allo stesso Santo intitolato.
Che l’edificatore della chiesa di San Marino sia stato il re Astolfo ci è peraltro confermato dall’Anonimo Ticinese e dal Vescovo Rodobaldo nella cui cronaca, compilata circa il 1236, si legge che “la chiesa di San Marino - quindi anche l’annesso monastero - fu fondata da Astolfo re dei Longobardi”.
Aggiunge la detta cronaca che Astolfo intitolò la chiesa a tutti i Santi ed ivi ebbe sepoltura e così pure una sua figlia di nome Eufrasia, ascesa agli onori degli altari. “Item in muro dextrorsum dictae ecclesiae ubi est lapis scriptum jacet corpus sanctae Sifrasiae (al. Eufrasiae) filiae dicti regis Astulfi”.
(G. ROBOLINI, Notizie appartenenti alla Storia della sua Patria, I, 217).


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Aistulf giunse sino a cingere d’assedio Roma e impose un tributo ai Romani. Il Papa Stefano II chiese aiuto prima ai Bizantini, poi a Pipino, re dei Franchi; infine, fu costretto a fuggire in Francia. I Franchi sconfissero i Longobardi a Susa e posero l’assedio a Pavia. Pipino costrinse il re longobardo a togliere l’assedio a Roma e a cedere la Pentapoli al Papato. Tuttavia, le cronache del tempo non dicono che egli restituisse le reliquie asportate.
La chiesa di San Marino fu ricostruita poco dopo il Mille dai monaci Benedettini, il cui monastero si trovava negli edifici ove ora è insediato un complesso scolastico. Risalgono a quell’epoca il campanile tuttora esistente e la facciata, recentemente scrostata dall’intonaco che la ricopriva.
I Padri Gerolamini ressero la parrocchia di San Marino dopo il 1481 e nel sec. XVI ricostruirono la chiesa ed il convento. Fu chiuso l'accesso dalla chiesa alla grande cripta sotterranea, in cui si trovavano le reliquie dei corpi santi, ed essa rimase come una vasta cantina sotterranea, accessibile da due finestre che si aprono sul cortile retrostante.
I Gerolamini rimasero proprietari dell’intero isolato. Con la soppressione di quell’ordine religioso, avvenuta nel 1799, i beni dei Padri passarono al Comune di Pavia e poi furono in parte alienati a proprietari privati. Le scuole furono ricostruite secondo le forme attuali nel 1863. La chiesa però rimase parrocchiale: non si sa esattamente quando anch'essa divenne di proprietà comunale. Negli anni, l'antica cripta (il luogo più sacro del monumento) è diventata un deposito di rottami della scuola.
Dalla metà degli scorsi anni '80 la chiesa di San Marino è rimasta chiusa. La Curia custodisce le opere d'arte e gli arredi preziosi. Tra il 1998 ed il 2004, il Comune di Pavia ha elaborato alcuni progetti per il recupero del monumento, il quale tuttavia - in assenza del minimo finanziamento, privo di manutenzione e di attenzioni quotidiane - continua a deperire.
Ora, dal luglio 2004, un'intensa serie di articoli sulla stampa locale ha ridestato l'attenzione su questa chiesa. Si è finalmente creato un "Comitato Spontaneo", animato da alcuni commercianti della via, per riportare alla vita la chiesa di San Marino e per promuovere un referendum esteso alla popolazione pavese.
Ai cittadini si chiede come - e per chi - vogliano che la chiesa venga recuperata: se preferiscono che rimanga chiesa oppure che sia trasformata - come sembra ipotizzato nelle ultime idee degli uffici comunali - in un centro-mercato per l'antiquariato...

Ricordiamo l’opinione espressa dallo studioso Renato Milanesi:
“I Santi di nome Marino sono più d’uno e, data la scarsità di testi storici antichi e la loro difficile interpretazione, è possibile che ciascuna delle tre chiese che si contendono il possesso delle venerate spoglie di San Marino sia, in parte, nel vero: cioè che la Repubblica custodisca il corpo del suo Fondatore, il che è perfettamente logico, e fu riconosciuto più volte dalle competenti autorità ecclesiastiche e soprattutto da S.S. Pio XI di felice memoria - e che le Chiese di Milano e di Pavia conservino le reliquie di due omonimi Santi, il che è a sua volta verosimile; l’omonimia può aver ingenerata la confusione dei primitivi storici, che nelle loro fonti attribuiscono il nome di Marino al più noto dei santi di tal nome, e quindi al fondatore della millenaria Repubblica. In questa chiesa continua da secoli, e continuerà nei secoli, il tributo d’omaggio a San Marino, Santo della libertà.
Indipendentemente dalle polemiche intorno alle reliquie del Santo, un indissolubile vincolo mistico unisce la piccola gloriosa Repubblica Sanmarinese a Pavia regale: il culto comune del grande Santo”.
(R. MILANESI, La Chiesa ed il culto di San Marino a Pavia, dalla rivista “Ticinum”, agosto-settembre 1941).

V. anche: PROFANO E SACRO NEL MEDIOEVO. Il Caffé San Tommaso


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